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Full text of "Museo scientifico, letterario ed artistico; ovvero, Scelta raccolta di utili e svariate nozioni in fatto di scienze, lettere ed arti belle"



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MUSEO 



SCIEMIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



SCELTA RACCOLTA DI DTILI E SVARIATE NOZIONI 



IN FATTO ni SCIKN/E, LETTRRE ED AI\TI BELLE 



Anno Decimo 




\ìì. 



TOltlMO 

STABILlME^TO TIPOGRAFICO DI ALESSANDRO FONTANA 

1848. 







AGLI ASSOCIATI PEL I84« 



Il Museo dell'anno 1848 ha cercato di irradiarsi, per quanto lo comportava l'indole sua, della 
luce dei tenopi che corrono. 

A differenza degli anni passati, ne' quali, pél fiero egoismo de' governi, dovea più specialmente 
intrattenersi di cose straniere, quest'anno non accolse nelle sue pagine fuorché cose strettamente 
legate all'Italia: quindi diede opera contìnua a nutrire i leggitori col cibo del vero, innamoran- 
doli della storia patria e recando sublimi esempi di valore italico: quindi presentò le immagini e 
descrisse le imprese d'uomini magnanimi per virtù guerriera, per forte sofferenza e per civile 
coraggio: quindi espose colla parola riscaldala dall'affetto la vita de' più grandi artefici nostri e di 
que' letterati che ebbero sempre in cima de' loro pensieri la libertà, l'indipendenza, l'umanità. 

Fece di più: ventilò le questioni che più agitano la società presente, e pubblicò Cronache le 
quali compendiano la maravigliosa e quasi incredibile storia di quest'anno provvidenziale. 

Il Museo dell'anno 1849 non si dilungherà dalla via che si è tracciata, perchè la crede la più 
utile a stillare negli animi la verità, a levarli a grandezza, a stenebrare i pregiudizi, a spegnere 
gli errori. 

L' Italia non ha ora un foglio come il presente, dove le menti affaticate dal vortice politico 
possano riposarsi tranquille trovando coli' istruzione il diletto; epperò nutriamo fiducia ch'ella 
seguiterà a fargli buon viso. 



Torino, il 15 dicembre 1848. 



// Direttore 
PiETBO Gorelli. 



aHBlKPl 



Marchese Roberto d'Azeglio, Co- 

relli pan. l 

In grande economista Italiano, Co- 

relli » 6 

Pio IX, Corelli • 9 

Vita e opere di Edoardo Calvo, A. 

Broffcrio » 14 

Carlo Alberto, Corelli 18 

Il miniSiro Cecco Simonetta . . » 57 
Alfonso Lamartine. Gorelli . . » 8y 
f;iuseppe Zanoja, F-Batlioni . » 107 
Fra Girolamo Savonarola, Corelli» III 
Gaetano Donizelti, F.tlomani . » 133 
Lo sluilenlc Ferrante CadolinI . » 1^6 
Mettcrnich, C. Agostini . ... 137 

Polignac e Guizoi » 138 

Giovanni de' Medici, capitano delle 

bande nere, Cor«?lii ...» 146 
Il Padre Gioacchino Ventura . » 158 
Cenni biograGci de' ministri della 

repubblica francese ...» 157 
Giacomo Lomellino sostenitore della 
liberta genovese, Corelli . » 177 

Chateaubriand » 223 

Piero Strozzi capitano del secolo xvi, 

Corelli 233 

Cuvier «2*4 

Carlo Porro, Corelli ... . » 249 

Alessandro Pope » 259 

Eugenio Cavaignac • 272 

Breve biografìa dei più chiarì fliosofl 

dell'antichità . . » 326-368-382 
L'arciduca Giovanni d'Austria, Co- 
relli 329 

Pietro Giordani .33r. 

Francesco Anzanl » 33'' 

Felicità Lamennais » 374 

Il conte di Solar 38» 

Ernesto Alfredo windischgraetz » 39.-'. 
Il generale Bertrand, C. Malpicn » 4II 

ST"7D1 STORICI E Z»S7TEB,£E,J 

L'anno 1847, Corelli 2 

Bonaccorso Pitti e la sua cronaca » 4 
Zavella .....,...,» 17 
Cronaca letteraria, torelli ... 23 
Michele di Landò e i nobili e plebei, 

Corelli 25 33 

Del Papa cdc'suoi stati temporali » 27 
L'anm)iraglio Francesco Caraccioli 

di Napoli » i7 

Origine dei Lazziironi di >apoli . » 65 
Principi autori, G^Voglione . » 65-73 
Alcune postille di Bernardo Davanzali 

a Cornelio Tacilo 72 



Bianca Capello, Corrili . ■ paq. 79 
Atto di fede in Sicilia l'anno 1724 » 81 
Come divennero grandi 1 nostri padri» 86 
La lega lombarda, specialmente nelle 
sue relazioni col Piemonte, P.A. 

Paravia » 93-100 

Il Carroccio, P. IJe-Agostini . » 97 
Gloria ai Milanesi! Viva Italia! Co- 
relli » 99 

Gli eroi del 1746 in Geno\a, Corelli » 104 
La guerra santa, Corelli . . » I05 
Polizia occulta di Pio IX . . . » 109 
A Pietro Giordani.— Parma e Fede- 
rigo II, Corelli . . . . » 114 
Storia contemporanea, Corelli > 1 17-129 
Della dominazione austriaca in Mi- 
lano, Corelli » 121 

Storia del castello di Milano . » 136 
Magnanimi esempi de' Bresciani al- 
l'Italia, Corelli . . . . » 139 
Il padre Ugo Bassi e I Bolognesi, 

Corelli » 150 

Pietro Leblanc nel campo di Bona- 

parte a Tolone e Arcole » 151 

Storia de'Gesuiti,G.2'orci/i » 154-162-172 
L'autore della storia naturale, F. 

Rubino • » 173 

Glorie italiane, Corelli » 185-193-209 
217-257-265 
Ferdinando il Bombardatore, scene 

di Napoli, Gorelli ...» 201 
Cronaca contemporanea . . . » 212 
Il festino di Baldassarre . » 221-230 
Un ministrodelsecoloxviii,Cord/i» 241 
Pandolfìni e il suo trattato . . > 252 
Portoreaie e il giansenismo , C. 

Canta .... » 267-293-300 
Fulvio Testi e l'Italia del secolo xvii, 

Corelli 273 

Campagna di Bonaparte in Italia 

nel 1796 .277 

Vaterloo » 281 

Lettera al sig. Pietro Corelli, Isabella 

Rossi-Gabardi-Drocchi • ■ » 284 
Novara e Federico Barbarossa, F. 

Battioni 289-305 

Politica contempoFanea P. Corelli » 29i 

— 303-312-319 

Tiziano, G. M. Bozoli . . . » 297 

Pio VII e Napoleone 313 

Guerra dell'indipendenza americana 

A. Fava 342 

Berchei 358 



Iscrizione, L. Cibrario . . . . » 
Al Dio degli eserciti, E.della Lalla» 



5-ao»RiLPiA, ìczvjicEvs: 

Il teatro di S. Carlo In Napoli . pag. 7 
Viaggio da Torino alle Piramidi, G. 
F. Baruffi .... » 21-29-37-43 

Ischia, G. Regalai .50 

Il monte Vesulo Viso, C. Gandi » 55 
Biella, P.A.Paravia . ...» 82 

La Croazia ■ 135 

Mantova, Legnago, Peschiera, Ve- 
rona > 142 

Notizie di scienze ed arti, d'usi e co- 
stumi di tutti i popoli della terra* 195 

Venezia » 236 

Il gran San Bernardo 243 

La Svizzera, P. Sailer » 250 

Santa Croce di Firenze 251 

.Giro intorno alle mura di Torino e 
nel suo territorio, L.Ci6rarto»3S6-26o 

Palazzo Carignano » 321 

Sulla Croazia » 332 

Veduta della Gran Madre di Dio » 353 
Camera dei senatori nel palazzo 
Madama in Torino ...» 386 



SGtlEWSB MAT7B.£IiI E PISICKB 

Della velocità e della quantità del 
sangue nell'uomo, G.Jacobi » 16 

Igiene. I ciarlatani » 189 

Storia naturale • 244 

Il cavaliere .Alessi ed il cieco-nato » 345 



KCRAIiITA.' 

Educazione del popolo per via della 

storia .16 

Scuole elementari ne' pies\,F. Bat- 
tioni * 19 

Dello stabilimento di scuole serali 
gratuite in Genova, C. Gron- 

dona » IU3 

Della miseria, delle suo cagioni e 

dei suoi rimedi 17» 

Delle conversazioni, S. Gio. Griso- 
stomo 200 

Il risparmio 222 

Educazione intellettuale dell' arti- 
giano - La lingua nazionale » 325 
La fraternità e l'uguaglianza . » 339 

Giuoco del lotto » 373 

Economia di denaro e di tempo » 38 1 
Come I educazione debba accomo- 
darsi ai bisogni presenti . » 380 
L'educazione dei figli 403 



^ul fallo di PaniU, CorttU . .pag. ilo 
Cronaca. VortUi ..*..» lAO 
Con cooiemporantf, ror«(/< • i83-iua 

199-908-234-331 3S3 

OrOMCa politica • 39t)S80-t8'>-304-337 

SÌé-944-Ml-S6O-S67-S'?5-383-4O0 

ratitttrofe di Milano, Cortili . • ilo 

rmanlià degli Au»irlacl rrrso gli 

ilaliaiil S83 

GlutlUla e»finplare rirl gnvemainrp 
mlllurf au»lrlaco della dui di 

Milano id. 

Vhrt Vcnexia • Corelli . . . • 2M 

Gloria a Mrf«liia ! > 294 

Fr-'' — '«-l ra«azzl Italiani . » 328 
I Coìienia .... » 370 

> > inporanea.forelU» iOl-US 



ixziiiX iat: 

statua di Mrolò Marchiavrlll . > 12 
Sf-'-- '• «Mbmii In Anversa . . » 49 

ì: IU Carili 60 

i;i t ilc'più relcbri Intaglia- 

lon m rame, /'. i. Paravia » 62-68 
Cenno full F.«|)osl7lono di belle arti 

in Ht>li)(tn«. (>. Pancernsi . » 70 
Franre<fa e Paolo, gruppo di Gae- 
tano Motrlli, Corelli . . » 113 
SI -(hiledura . . » 188 ite 

I il vetro - . . » 206-215 

I li « 317 

1 ^ iMlrlli .322 

(. , . ilclli » 340 

Faiagio t'aiagl • 381 



TZZZIA. 

Progetto di una società drammatica 

nazionale italiana, Corelli . » 8 
La rimembranza, sestine, ^V. Rosa » 20 
Le nozze del sole, favola, y.Rota » 42 
Pranzo degli artisti in Torino . » 40 

il metro, .Y. Rosa » 60 

A Vincenzo Gioberti ,. sonetto, A. 

I.avini 112 

All'Italia, M.Coppino . . . •» 125 

I militi volontari » 141 

Appello ai militi italiani, J.Pra/o » 165 
L'Austria, G. Regalai » 181 

II poeta e la gloria, A. Fusinato • 205 

il coscritto ,214 

Al Re, sonetto, M. Mariolti" . » 335 
Ad una madre, sonetti, Corelli » 399 



s sci:fekts 

0^ ■ ■ ' 'i di madama Keller, 

t 2C9 

In - ^ scoperte relative alla 
ioeoBMtione 407 



Viaggio costituz.,Core{/ipai[).I53-I69- 108 

SftmTcro di Nerone 101 

Disinteresse d'un nomo del popolo» 2o4 
Arrin dell'arabo Kadour . . . • 254 
Vingsio |>»litico di Ashiodeo . > 361 
Alxl (*l kiuU'T e la sua ramlglia a 
llordeaui » 406 



13 087714: 

Mirabile Tortezza delle donne caro- 

llniane C7 

In gunnlin rivira femminile, Corelli > 76 
Milite (Iella ronipagnia della morte > I2a 

Frali gaudenti ...» I52 

Il presuntuoso, M. Tarchetti . » 158 
Pesi-atori di Chioggia .... * 161 

Religione indiana » 219 

Battolliero russo 225 

Carnllerc degli Italiani ...» 248 

Il gaudente » 343 

Stato politico dell'Ungheria . » 401-409 

ITOTSIiIiB E KACCtOtfTI 

Potenza della donna a condur l'uomo 

al bene » 4i 

L'arabo e il suo cavallo . . . » 48 
L'uccello fuggito, ossia strana vi- 
cenda d'un grand'uomo . . » 7| 
Il premio alia virtù del perdono, O. 

Pancernsi » 87 

Don Giovanni d'Austria e Michele 
Cervantes alla battaglia dì Le- 
panto 92 

Un tratto di amor materno, O.Pati- 

cerasi 220 

Giovanni Dael, C. Gandi . . » 226 
La vegghia, M. Tarchetti . . » 246 
La donna rigenerata dalla sventura, 

Corelli . » 309-317-323-334-338 
— 348-356-365-371-379-387-395 

Matilde Lampugnani, F. Rovelli ■ 404 



7AI\.IETA» 

Dell'educazione corporea ...» 7 
Un consiglio di nottoloni, Corelli » 28 

Le lettere 32 

Una disputa sugli ebrei, Corelli » 35 
Parole di un nobile a'suoi confratelli » 46 

Bizzarrie » 48 

La nazionalità » id. 

Sulla generosità. Dialogo fra Biagio 

e Fanfani 53 

Le riforme e il clero piemontese, N. 

Rosa ,54 

L'economia politica e la giurispru- 
denza, C. Grondona ...» 59 

Mosaico » 64 

Dell'economia politica, C. Grondona » 77 
Il bisogno riformatore, C. Benzi » 85 
Un gesuita in Moncalvo , Corelli » 88 



I popolani dì Roma e l'università 

Israelitica, l'nospellaiore.pag, lin 
Autodafé d'un articolo del dottor 

Levi, Corelli I27 

Giudizio di Lamennais sulle cosed'l- 

lalia 132 

Sull'Italia, Tommaseo . . . .135 
In che consisia In libertà, f. Ugoni» I3« 
Platone, i'V. Tommaaeo . . . » 144 
Nuovi esempi di virtù italiana . » id 
La giustizia dell'Auslrio, Corelli . |48 
Un'occhiata al materiale d'Italia •149-345 
Principi i del padre Ventura sul po- 
tere Civih 152 

Di alcune costituzioni interne della 

repubblica veneta . . . » ici 

Le dottrine di Luigi Diane . . » I6G 

Politica italiana, Corelli . . » i67 
Appello dei Piemontesi ai popoli 

I.oiribardo-vcnell, F. Corderà» 171 

II libro di Enrico Vili 174 

Cos'è borghesia ? Cos'è popolo? La- 
mennais • . » I7«l 

Avviso agli elettori, F. Corderà » I87 
La nazionalità è indicata a tutti i 
popoli dalle manifestazioni della 

natura » I90 

Il problema dell'epoca presente » 206 
Fondamentali condizioni della li- 
bertà 207 

Pensieri di Machiavelli sulla guerra» 2I6 
226-240 248 

Delle Camere 236 

Una passeggiata notturna del dia- 
volo Asrhodeo in Torino . » 238 

Istinto della patria » 245 

Il Domenichino e due sue lettere » id. 

A Pio IX, Corelli 264 

Il passcggiero e la tortorella . » id. 
Appello a Carlo Alberto, Corelli » 27 1 
Se si debba no aver fiducia nell' 

intervento francese, Corelli » 278 
Grandezza di Mazzini . . . . • 2~9 
Gioberti e il popolo . ...» 291 

Il giuri 301 

Le rivoluzioni fallite . . . . » t<f. 

Il bacio 302 

Un eroe 308 

Il comunismo ■ 310 

Profezie » 3I6 

A guerra finita si deciderà . . » 323 
Trattato di Campo-Formio Tino al 

trattato di Vienna ...» 331 
Pensieri su Tacito e Machiavelli, 

Felice Balzano. . » 349-354-364 
Il progresso, dialogo . . . . > 355 
Il cinque maggio ...» 369-377 
La dieta federativa e l'assemblea 

costituente 382 

Glorie degli operai, dialogo . . » 390 

Guerrazzi e Guizot 392 

Pregiudizio popolare sull'istrice » 397 
Legislazione della guardia nazio- 
nale 398 

A Pio IX lo czar Nicolò .... id. 
Il papato ...:...» 402-410 
Polonia ed Italia 407 



ms> (.o^ f>s > ->- i . ■■■ il 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(K gennaio 1848) 



" ' \, 



DIARGHESE KOBERTO D AZEGLIO 




Degli uomini die sono esaltali dalla nazione per 
opere di sapiente bontà, che fanno un uso elegante e 
.sanlissinio delle loro ricchezze, che sdegnano qualsi- 
voglia insolenza di fasto e di vizi, e che giovano alla 
|)atria più che colle parole e cogli scritti, voglionsi 
prodarre le sembianze, i falli ei delti perchè siano 
norma ai buoni e correzione pratica de' non buoni. 

Tale è il marchese Roberto d'Azeglio, uomo sublime, 
il quale mettendo sotto i piedi gli ignobili e ridicoli 
pettegolezzi di casta, e mostrandosi liberale di premii, 
di carezze e di cure amorevolissime alla virlù, all'io- 
dustria e alla infanzia de'poverelli, seppe levarsi a ma- 
gnifiche altezze e meritare le benedizioni di tulli i suoi 
ronciltadini e didl' Italia. 

Volete voi conoscere quanto tesoro di dolcezza e di 
amore sia raccolto nel cuore di questo magnanimo cit- 
ladino';' Recatevi all'asilo da lui istituito nel sobborgo 
sulla destra del Po ; mirate con quale assiduità di fer- 
vorosa e pazienlissima cura egli si adoperi di fornjare 



a bontà quei cuori icnerelli ; mirate con quanto senno, 
con quanto afTelto egli li sani da ogni corruzione mo- 
rale, li prepari ad accogliere Dell'animo il sentimento 
della benevolenza al prossimo, della conoscenza ai be- 
nefattori, dell'ordine, della nettezza, e li venga a poco 
a poco adornando di quelle cognizioni semplici e di- 
ritte onde è capace quell'età. 

Volete di più? volete conoscere sino a qual se»oo 
arrivi la sua dolcezza e carità? V'edelelo cavalcare 
cannuccie in compagnia di que' fanciulli e garzonelti 
dai quali è riconosciuto come il loro atigiolo tutelare,- 
il loro angiolo di pace, di conforto e di salvezza... La 
qual cosa mi ricorda la paterna bontà di Enrico iv di 
Francia che faceva a cavalluccio col proprio figliuolo, 
e mi richiama alla memoria la tenerezza di Lorenzo e 
Giuliano de' Medici, quello padre di Leon x, questo 
di Clemenle vir, i quali anch'essi facendosi cavalli di 
canne, si poncano i figliuoli in groppa, spronando 
ciascuno senza sproni ; e veduti in colai alto da quel 



■USBO tClBNTIFlCO, LBTTBRARIO BD ARTISTICO 



Mariano, che poi elibc lllolo di Frate del Piombo, gli 
si voltarono, nifutre qnesli se ne rideva da senno, di- 
cendo: Avele voi figliuoli? 

Eppure quest'uomo di cosi semplice bonlà è cospicuo 
per nobiltà e per inlellello nelle arli del disegno e in 
quella dello scrivere. 

Se poi bramale conoscere come trionfi nel suo cuore 
l'ossequio al Principe riformatore e all' Italia, osserva- 
ido in quelle memorande {»iornale dell'andata a (ìcnova 
e del ritorno in Torino di re Cauio Alberto. Miratelo 
condurre e schieraresulia gradinata della Chiesa oltre Po 
quei bambini sottratti da lui ai tanti corporali pericoli 
iIcM'abbandono, i quali con abito pulitissimo, con rami 
d'alloro, e con ammirabile contegno mescolano le loro 
voci infantili al grido di riconoscenza che echeggia 
intorno all'Eroe della Dora. Miratelo sotto l'arco trion- 
fale rispondere con cenni e con segni di commozione 
a<»li evviva clamorosissimi mandatigli dalla gioventù 
che saluta in lui la dignità subalpina e il principale 
moderatore della festa. 

Che dirò poi dell'ardore santissimo col quale viene 
promovendo il riscatto degli Ebrei , di questi nostri 
concittadini nella maggior parte de'quali rifulge tanta 
eccellenza d'ingegno, di questi nostri fratelli, i quali, 



in tanta luce di civiltà, hanno diritto di occupare il 
seggio che loro appartiene, i quali anelano e chieggono 
e vogliono consacrare il proprio braccio o la propria 
mente alla patria e al re?... E sarà questo un altro 
solenne e non perituro benefizio ch'egli rende all'uma- 
nità, perche la redenzione israelitica non larderà ad 
allietare l'animo de' buoni. Le sante inspirazioni di- 
scendono dal cielo; e contro il cielo chi può opporsi ? 
Marchese Roberto d'Azeglio! Io non vi conosco che 
pei vostri scritti e per le opere vostre; ma il mio cuore 
è lietissimo di potervi offrire in queste pagine un pic- 
colo tributo di venerazione e di amore. Il bene che 
voi fate alla patria fruttificherà, ne son certo, olire i 
))Uoni insegnamenti, i buoni esempi. Coloro, ai quali 
non parca bello e buono fuorché il migliorare le razze 
dei cavalli, delle vacche e dei cani, oseranno slare 
indifferenti all'esempio sublime che voi porgete nel 
migliorare gli uomini? Vorranno seguitare a menar 
vampo fastidioso dei loro liloli, dei loro privilegi, 
della loro nascila? Non vorranno conoscere che la 
superba ignoranza è la più vile delle schiavitù e che 
scellerata è quell'educazione che tenta di oscurare il 
lume diffuso da Dio sulla faccia di tulli gli uoniini, la 
ragione?... Pietro Gorelli. 




L'anno ìSkl fu anch'esso inghiollilo dall'onda vorti- 
cosa e inesorabile del tempo; ma il suo nome non cadrà 
dalla memoria del mondo : esso starà come quei fari 
eterni che Iddio ha sospesi nella volta de' cieli per 
testimonio della sua grandezza. 

L'Italia, questa antica donna delle nazioni, la quale 
giaceva poc'anzi nell'abbominio, ed era bistrallala e 
svillaneggiata impunemente dal più minuto boltolo 
che sapesse abbaiare, si è svegliata dal suo sepolcro, 
ha ripigliato le vesti della sua primitiva dignità, si 
è posta nell'atteggiamento di clii spera e non teme, 
ha lacerato e calpestato coi propri piedi la corona 
d'infamia che erale stata confitta in capo dai traditori, 
e si e armata del solenne proposilo di redimersi e 
ristorare delle antiche calunnie, porgendo al mondo 
lo spettacolo di un risorgimento che non ha pari nella 
storia. 

Ella saluta nell'anno 18'l7 l'iniziativa della nostra 
.. I lini*' e ntmva era vivificatrice, era santa e miraco- 



losa nella quale parvero d'un trailo ingigantirsi gli 
spirili patrii, diffondersi e sfavillare per lutto il genio 
nazionale, venir meno l'amore de' turpi guadagni, 
degli illeciti piaceri e de' frivoli costumi, dileguarsi 
l'imitazione vergognosa delle cose straniere, cadere 
la servitù micidiale degli inlelletli, distruggersi i mali 
ordini degli studi e della pubblica e privala disciplina. 
Saluta nell'anno 1847 lo spettacolo unico negli 
annali del mondo, di un popolo diviso, lacero, op- 
presso, vilipeso, avvilito, privo di patria educazione 
e di virtù civile correre unaniiue alla concordia, far 
volare dalle Alpi al mare una voce sola, non volere 
che una cosa sola, il partecipare alle condizioni delle 
nazioni più colle che lo fiancheggiano; dar frutti d'una 
sapienza matura, varia e polente, comandare il ri- 
spetto e l'ammirazione in coloro stessi che lo punivano 
della sua abbiezionc col disprezzo e colle catene; in- 
nalzare una bandiera santa e non sfregiala da una 
sola macchia, riacquisiarc insomma il più grandii.dei 



saiLTA lACCOLTA 01 OTILI R SVAtUTB NOZIONI 



hcni, la libertà e l' indipendenza, e tutto ciò senza nn 
fremito di vendetta, senza un grido di maledizione, 
senza una stilla di sangue. 

Saluta finalmente nell'anno iShl una generazione 
degnissima delle grandi riforme onde fu presentata, 
perchè amica dell'ordine e profondamente convinta 
che nella concordia tra governanti e governali è ri- 
posta la sua vita; una generazione nel cui cuore e nel 
cui spirito vive e germoglia quella fede senza la quale 
la coltura porta frulli nocivi o poco durevoli; una 
generazione infine che non intende più chiacchierare, 
per ozio per istrazio, di virtù patria e di libertà, 
ne vuole più essere rimproverata per troppo amore 
n que' diletti e a quelle lascivie che l'avean resa in 
gran parte stupida ed obesa ; ma intende e vuole 
essere distinta per grande bontà d'animo, per ga- 
gliardia e nobiltà di pensieri, per senno pratico, per 
stile dignitoso di vita, e alla quale è regola e misura 
de' suoi desidcrii l'attuale civiltà d'Europa. 

Noi tutti facciamo eco a questo saluto, e ringra- 
ziamone prima Iddio, poi i nostri buoni Principi che 
riposero una sì larga e benevola fiducia nel nostro 
cuore, nella nostra mente e nelle nostre braccia. 

F ora che il principio elettivo è riconosciuto fra 
noi; ora che è piantalo questo cardine d'ogni civile 
reggimento; ora che il pensiero, spezzale le antiche 
pastoie, sederà di nuovo sul suo trono alleggiandosi 
alla maestà di re ; ora infine che i nostri rettori mo- 
strano di non temere la parola libera, fiera e calda dei 
loro popoli, perchè figliuola della ragione, chi dubi- 
terà dell'altezza dei destini alla quale siamo chiamali? 
Chi non vorrà riconoscere in quest'opera la mano di 
Dio? Chi temerà -più che il lupo possa impunemente 
spalancare le sue fauci? Chi crederà che la stupida 
e inetta mediocrità abbia ancora l'ardimento di mag- 
gioreggiare, velando coli' orgoglio insultatore la più 
profonda ignoranza? Chi dubiterà insomma che non 
debbano fiorire i germi delle grandi dottrine e delle 
nazionali istituzioni, cadere ogni privilegio e mono- 
polio, sparire quegli ostacoli che impediscono il com- 
mercio delle idee e delle utili cose fra le varie mem- 
bra della nazione, compirsi la guarigione delle ulcere 
cancrenose de' nostri slati?... 

Sì ! tulio giova sperare da quest'opera di rigenera- 
zione la quale viene sviluppandosi e crescendo non 
fra le ostilità, le pretese, le gare, le fazioni e le vio- 
lenze, ma fra gli amplessi, le gioie, le feste popolari 
e le benedizioni di chi ci governa. E guai a chi vo- 
lesse impedirla I... 

Ma intanto possiam noi per intero aprire il ciiore 
all'allegrezza? Fratelli!... Sospirjgele lo sguardo all'e- 
strema parte dell'Italia. Colà olio milioni de' nostri 
fratelli s'inginocchiano davanti alla maestà di un 
trono, invocando con lacrime la hice, supplicando 
che le leggi e la giustizia vengano soslituite all'ar- 
bitraggio e agli infamissimi abusi del potere, scon- 
giurando che si cessi dal violare i diritli più sacro- 



santi e dair infrangere i giuramenti fatti innanzi 
a Dio e agli uomini. Come si risponde a queste 
lacrime, a queste suppliche?... eolla mitraglia, colla 
scure, cogli ergastoli !!.. E quelle sponde deliziose, sulle 
quali sembra che brilli il sorriso di Dio, fumano del 
sangue di cittadini integerrimi e innocenti che avreb- 
bero potuto grandemente giovare alla patria coli' al- 
tezza dell' inlclletlo e colla profonda sapienza de' con- 
sigli, non rei d'altro fuorché d'aver salutalo quel sole 
che dalla cattedra di S. Pietro irraggia l'universo. 

Né questi soltanto gemono e si disperano. Negli 
stessi Slati riformali non lutti partecipano al bene 
onde i loro principi furono larghi e generosi promotori. 
In non pochi luoghi della Romagna io slesso non ho 
sempre udito suonare sul labbro del popolo benedizioni 
a Pio IX; io slesso inlesi più d'uno della povera plebe 
affermare di non ravvisar veruna differenza tra il go- 
verno di Pio e di Gregorio, e trovar sempre le stesse 
avanic, gli stessi trattamenti ingiusti, «luri, illegali. 
L' Eroe della carità non è da tulli levalo a ciclo ! . ..Che 
giovano le ottime leggi e le magnanime intenzioni se i 
ministri tradiscono lo spirilo delle une e delle altre?... 

Molte sono ancora le male erbe fra noi, le quali 
hanno slese così larghe e profonde radici che abbiso- 
gnano d'una mano, direi quasi, oltrepotente a ster- 
parle. Molli sono i ribaldi e stolti consiglieri, che, in- 
terponendosi fra i rellori e i popoli, impediscono la 
invocata concordia degli uni cogli altri. E molli pure 
sono i Giuda Iscarioti i quali sermoneggiano assai bene 
contro il tradimento e l'apostasia. Costoro saranno 
smascherati; le loro armi saranno spuntale contro 
l'usbergo di bronzo che ci fu dato, la parola; essi 
cadranno senza verun dubbio, perche il risorgimento 
italiano e comandato da Dio; e cadran pure coloro 
che, non volendo rinsavire, calpcsiano alroccmente i 
diritli dei popoli e l'umanilà, posciachè quello spirito 
prepotente che vuole le riforme non si strozza né si 
fucila, e chi cozza coi popoli cozza con Dio. 

Ma noi intanto che dobbiam fare? Temperiamo le 
nostre gioie: abbiamo dato sfogo bastante all'entu- 
siasmo giustissimo e nobilissimo che ci bolliva nell'a- 
nimo: ci stiano presenti i fremili repressi, le grida 
dolorose e gli anelili di morie de' nostri fratelli: 
rientriamo in noi slessi, meditiamo, pensiamo 1' ora 
del pericolo; vestiamoci di quel coraggio forte, digni- 
toso, perseverante che si fa via degli ostacoli e sa 
trionfare di tulio, così dei secreti tranelli delle volpi, 
come della forza brutale dei lupi; affratelliamoci col- 
l'amore, colla fede, colle idee, colle opinioni; e più 
di tutto uniamoci, uniamoci di cuore ai noslri Principi 
e facciamo pervenire animosamente, costantemenle al 
loro trono la verità, perchè convinciamoci una volta 
per Dio! che l'adulazione è codardia di cortigiano, non 
pretensione di principe. 

P. CoREtl.I. 



MOSSO ICIBNTiriCO, LSTTIBAtlO RO AtTItTlOO 



BONAGGORSO PITTI 

K I.A SI A CUONACA 







Chi vuol sapere ciò che erano i più dc'Fiorcnliiii 
nel irccenlo legga la cronaca di Bonaccorso Pilli la 
f|iialc è vero peccalo che giaccia poco men che iicl- 
Tobhlio, perche olire il brio e le grazie di siile onde 
èadorna,c piena di avventure curiosissime e singolari. 

Egli poi presenla in se stesso la piìi perfella imma- 
gine de'suoi compatrioti. Avvolto dì continuo in agi- 
tazioni, in gare, in intringhi , siccome era allora stile 
degli nomini d'animo inlraprendciltc e non volgare, 
si caccia da per tulio, tenta ogni cosa, scherza coi 
pericoli, fa airamore, si mostra ora infingardo, ora 
crapuloso,- ora furace, ora industrioso, ora ragione- 
vole, passionalo pel gioco, ardilo por natura, amha- 
sciatore, magistralu, banchiere, prcstalore di danaro 
mi usura, sussurrone, galante, figlinolo insomma di 
(|ucl secolo ili cui la vita era dura, robusta , non sfi- 
brala dalle morbidezze della prescnle civiltà, lontana 
dalle svenevolezze e dalle cascaggini dc'noslri libcriiiti 

quali Icmor.o il freddo e il caldo, la nebbia e la pioggia. 



Ma affrettiamoci a riportare alcune delle notizie gior- 
naliere del nostro Bnonaccorso, nato circa la metà del 
trecento e morto sclluagenario. ► 

Narra che nel 1376 andò con Matteo Tingili in 
Prussia a vendere zafferano, e di là a Buda dove il 
compagno Io lasciò gravemente infermo in casa d'uno 
del suo paese, avendosi a leilo un caliivo pagliericcio 
e derclillo. La nolle del S. Martino, venne una bri- 
cata di bevoni a ballare a stion di cornamuse nella 
camera vicina; e nn d'essi guardalo entro la sua, e 
visto che giaceva mezzo morlo. chiamò i compagni 
che lo tolsero al pagliericcio, lo coversero di lor pel- 
liccie, e trascinatolo in sala dissergli : — dèi morire o 
guarire — e lo feccr ballare a forza. Poi quando videro 
che non ne polca più, collocaronlo di novo a giacere 
con lulte quelle pclliccie addosso, sicché sudò copio- 
samente e fu guarito. Due giorni dopo andò a trovare 
Guidubaldi un lìorentino ch'era direllore della zecca 
del re, e in una sellimana gli guadagnò giocando mille 



SCELTA BACCOLTA DI DTILI B SVAKIATB NOZIONI 



(lugcnlo fiorini. Comperati allora sei cavalli, con quat* 
Irò servi e un paggt-Uo si avviò a Firenre, passò per 
Venezia, e dupo varii casi con soli cento (iorini in 
tasca si tro\ò giunto a casa, dove s' innamorò dì certa 
madonna Ceninia clic slava a porla l'inti. Nel passare 
e ripassare dinanzi la sua dimora, da certi allegri gio» 
vinoni parenti della donna un dì Cu rliiamalo entro e 
tratteoulo a merenda; profiUÒ dciroccasìone per dire 
a Gemma sottovoce: — Son cosa vostra e mi vi racco- 
mando. Ed ella ridendo ;— Mi obbedirete voi? — Fa- 
tene prova. — Or bene, in segno dell'amore che mi 
dici portarmi vanne difiluto a Roma. — Bonaccorso si 
pone tra le gambe la via, passa per Siena, Perugia, 
Spoleto, terre occupate da soldati della Repubblica 
allora in guerra col Papa ; gli riesce a gran fatica pe- 
netrare in Roma ; vi sta periculuiido (|ualclie giorno, 
e un mese dopo ch'era parlilo, reduce a Firenre, da 
madonna Gemma a cui domanda la mercè dell' adem- 
piuto comando, si senle rispondere: — E che? non 
sai che nel parlar di porla Pinti, vanne a Roma, si- 
gnifica vanne alla malora ? 

Nel 1582 Bonaccorso combattè gngliardenienle*nella 
campale giornata di Vpres, vinta da Carlo VI di 
Francia sui Fiamminghi, per la quale Parigi, che gh' 
si era ribellala, si sottomise. — Entrammo (scrive con 
cerio piglio borioso) colla spada in pugno e la cervel- 
liera in testa per tema di un qualche tradimento. Ap- 
pena il re fu sceso da cavallo, mise fuora un bando, 
che ogni borghese, pena la vita, doveva consegnare 
le armi, e che si avessero a toglier vìa le catene con 
cui si eran falle le barricale. .Mi ricordo che uno 
scudiere chiese al re in dono lai catene ; e furongli 
date: niun si saria pensalo che fosse cosa di tanto 
valore; quel furbo vendendole ne cavò diecimila 
fiorini. 

Alla presa di Mons, nel 1583, Bonaccorso fu testi- 
monio di un fatto orrendo. Entratovi coi regii senza 
trar colpo, che dopo micidiale conflitto intestino tra 
gli abitanti e le milizie inglesi, la ciilà abbandonata 
da lutti, ardeVa ; trovò le vie ingombre di cadaveri, 
e vide una genlildonna che, dopo aver indarno tentalo 
di salvare il proprio marito dal furore di un soldalo, 
recandosi un bimbo in braccio, un altro in ispalla, e 
lenendone un terzo per mano, sedeva, come assorta, 
dinanzi un palazzo che bruciava : Pitti corse per to- 
glierla di là ; ma ella gli sfuggì di mano, e con quelle 
sue Ire creature per lo aperto portone si lanciò tra 
le fiamme. 

Nel 1595 egli si acconcia a Parigi in qualità di ma- 
stro delle stalle del duca d'Orleans, e vien presto in 
molla grazia del suo signore. Un giorno, dopo desi- 
nare, che nelle sale del Duca »i giocava, volle fortuna 
che i dadi gettali da Bonaccorso gli fossero dodici 
volle di seguito favorevoli ; onde il visconte di Monley 
scaldalo dal vino e dal dispello, gridò: — Vuoi tu 
spogliarmi, lombardo villano traditore? e alzò la mano. 
— Ninno mi ballerà altro che morto, rispose Pilli 
Iralleneodolo ; e voi avete mentilo a chiamarmi come 



faceste. — Tu tei il primo al mondo che mi dà una 
mentila e dèi morire di mia mano...— Il Duca s'in- 
terpose e comandò pace. Questa pace costò a Bo- 
naccorso 200 fiorini, da lui spesi per far onore al 
signor suo e al duca di Borbone con un magnifico 
desinare. 

Pilli, venuto a Firenze, vien rimandato come am- 
basciatore della Repubblica al re di Francia per do- 
mandargli alleanza contro il duca di Milano. EIcco 
come ne scrive: — Parlò Filippo Corsini mio compa- 
gno di legazione ; ma giurerei che il re, il quale non 
sapea di grammalica, noi comprese; ne il duca di 
Borbone che ci era avverso gli fece spi^azione ; sic- 
ché vedendo che il tempo trapassava, ci concertammo 
di parlare al re la prima volta in francese, e me ne 
diedi carico io ; e fecìlo in poche parole pregando 
l'Altezza Sua, in nome del Comune di Firenze, che 
volesse serbare la data fede. Carlo fallosi rosso a Cai 
parole — Messer Bonaccorso, sciamò, non vi sfugga 
più mai un tale detto dalle labbra: la dala fede mi è 
sacra, e non è mestieri ricordarmela. Ed io posto a 
terra un ginocchio : — Chiedovi perdono se contro la 
grandezza vostra, non ^ olendo, ho errato: ma di ne- 
cessità fui trascinalo a qnelle parole, scorgendo che 
alle indirizzatevi dal mio compagno non avevate pre- 
stala attenzione 

Nel 1400 è mandato anibascialorc abnovo impera- 
tore Roberto di Baxnera per eccitarlo a scendere in 
Italia ad infrenarvi la soverchiante potenza di Ga- 
leazzo Visconti duca di Milano ; e nei colloqui che 
tenne con esso lui, poselo in guardia contro i pugnali 
e i veleni con cui i Visconti costumavano servirsi a 
danno de' lor nemici. Roberto, trovato savio il consi- 
glio, usò di molte precauzioni e ben gli stelle; con- 
ciossiachè fu iiilerceila una lettera del medico del Duca 
al medico dell'imperatore, nella (|uale promeltcvagli 
il saldò de' quindicimila ducati convenuti, toslochè 
Robcrlo fosse morto avvelenato: sicché questi ebbe a 
dire a Pilli : — In fede mia, che mi avele salva la 
vita! La spedizione dell'Imperatore andò a vuoto, e 
fu egli sconGlto presso Brescia. Il Duca pose a prezzo 
la testa di Pilli; e mal ne sarebbe derivato a lui ed 
a Firenze, se nel 1402 quel lerribii nemico non fosse 
morto allora appunto che pareva aspirare alla domi- 
nazione dell' Italia. 

Nel 22 settembre l'i22 così lasciò scrino: — Ilo ri- 
soluto di perdonare tutte le ingiurie che mi sono 
slate falle spezialmente dai Rascoli : mi son quindi 
presentalo al palazzo de'Signori con Pandolfo de' Ra- 
scoli : e là promettemmo per noi e nostri discendenti 
di trattarci d'or innanzi da amici : e abbiate memoria 
di questo, o miei fratelli, figli e nepoli, per confor- 
marvi a ciò; tale essendo la mia volontà. 

Nel 1425, essendo capitano a Casleliaro in Romagna, 
vi scoverse una congiura di scile Forlinesi per aprire 
una notte di carnevale le porle al Duca: feceli lutti 
decapitare. Riseppe che vi erano timori di peste in 
Firenze, e scrisse a Luca suo figlio che ne uscisse 



Hl]8B0 SCIRltTIFICO , LETTERARIO RD ARTISTICO 



lotto colla moglie e i fìgli : appigionò a Pescio una 
oata mobigliala per quattro fiorini al mese, la qtinlc 
trovandosi piccolo per sedici persone, gli f« mestieri 
dormire in eerle camere separate che gli coslaron Ire 
lire al mese.... 

Non è forse caratterislico (condì inde il Dandolo) 
siffatto minuto conteggiare di fiorini e di lire, il quale 
eontÌDua per tulle coleste memorie in mezzo alle più 



grandi agitazioni dello scrittore, e ai più gravi avve- 
tiimcnli de' paesi in cui si trova? Il giorno in cui de- 
scrive il celebre assassinio del duca d'Orleans, che 
mutò faccia alle cose francesi, accadutogli davanti gli 
occhi (il 25 novembre i'401) non si pensa egli il 
nostro Ronaccorso di far annolazionc di non so quanti 
fiorini guadagnati in una contrattazione di lana? 



UN GRANDE ECONOMISTA ITALIANO 

DIMENTICATO PERFINO DALLA BIOGRAFIA UNIVERSALE 



Si aignori! dimenlicalo perfino dalla biografia uni- 
versale, dove si fa anco menzione di cerli omiccialloli 
che è vergogna e vitupero l'aver dissotterralo dalla 
polvere! Francesco Mario Pagano — giova subito il 
nominarlo — fu uomo sommo e degno che ogni nazione 
se ne glorii. Ma l'Italia, la quale per lo innanzi co- 
stumava bene spesso di calpestare coloro che più si 
studiavano di giovarle, mostrò quasi di non pure co- 
noscerle.... Ecco il premio, ecco la corona che ella 
dava a' suoi grandi! Ora che apre il euore a nuovi, 
santi e solenni alTetti, seguiterà ella a mostrarsi ma- 
trigna ai proprii figliuoli? AITreltiamoci a rivendicare 
il grande economista all'amore e alla riverenza dei 
suoi connazionali. 

Nacque in Brienza ne' Lucani l'anno 1748. Man- 
dato giovinetto a Napoli, che splendeva a qiie' di per 
gentilezza di costume e per fiori di civiltà tra le 
prime città della Penisola, si pose presso Niccolò di 
Martino, maestro di Antonio Genovesi, sotto il quale 
si ornò di quel corredo di abitudini che compongono 
la tempera morale e l' indole operativa degli nomini. 
A soli 21 anni fu creato lettore straordinario di 
morale in quella reale università, e poco dopo pro- 
fessore. Dotato d'ingegno libero e gagliardo, parlò 
<|tiivi con maschia e fervida eloquenza delle origini, 
dei progressi e della decadenza delle nazioni, traendo 
<o^ni giorno una grande moltitudine ad udirlo. 

Non volle, tardare di mostrare al mondo che a lui 
non mancavano le ali per librarsi a voli degni dello 
slesso Vico, e pubblicò V Esame politico di lutla la 
ì egitl azione romaua, opera la quale avvalora l'intendi- 
mento e l'arbitrio con la vastità e la magnificenza 
delle idee. 

La lode unanime che gli si levò intorno lo inco- 
raggiò a fare di pubblico diritto i suoi Saggi politici, 
i quali lo cinsero di quell'aureola che nò gli uomini, 
né il lampo possono più offuscare, ne spegnere. Essi 
nggiransi sull'antichità della coltura degli Egiziani 
e de' Caldei, sulla vita de' selvaggi, sull'origine e sta- 
bilimento delle società barbare, sulle società colte e 
-polite, e sulla decadenza delle nazioni. 

Altissimo grido alzarono in Italia, ma più assai fuori, 
e il nome di Mario Pagano fu ripetuto dai pochi buoni 
«on ammirazione. 



Ma è destino in Italia che gli uomini dotali di fieri, 
ardili e liberi spirili siano sehiacciali dalla stupida 
mediocrità. I codardi lo assalirono prima colle cian- 
cie, poi colle calunnie, dandogli in mano un lungo 
calice di fiele, e costringendolo ad abbeverarsene sino 
alla feccia. 

Ma è vero eziandio, a nostra gloria e conforto, che 
l'indole dell'ingegno italiano è più potenle di tulli, 
il quale più vigoroso e sfavillante risorge dallepersecu- 
zioiii e dalle baUiture. L'amore del vero e dell'uma- 
nità trionfarono nell'animo del nostro percosso filo- 
sofo, il quale sprezzando con coraggio l'ignorante di- 
sprezzo e l'invidia calunnialrice, diede mano ad opere 
di non minor peso, quali sono i Principii del codice pe- 
nale e logica dei probabili e le Cnmiderazioni sul pro- 
cesso criminale, e aprì anche nell'estetica un nuovo e 
luminoso cammino dettando, alla guida della filosofia, 
ollime leggi al gusto. 

Mario Pagano in ogni suo scritto mostrasi politico 
profondo, giureconsulto dottissimo, cittadino zelante, 
amico caldissimo dell'uomo. Egli non ebbe altro scopo 
fuor quello del pubblico bene. Osò (come a buon dritto 
diceva egli slesso) colla fiaccola della filosofia correre 
per entro le tenebre del foro, e tentare intrepidamente 
le profonde piaghe che rendeano infermo e guasto l'u- 
niversale criminal sistema d'Europa. 

Coi sussidi non della sola medilnzione ma di una 
lunga e feconda esperienza , dal suo umile ed oscuro 
gabinetto levò la mano coraggiosa ad atterrare un co- 
losso che il pregiudizio e l'opinione aveano innalzalo 
nel corso dei secoli. E se a Beccaria e a Filangieri 
vuoisi dare la gloria d'aver i primi gettate le fonda- 
menta della teorica della giurisprudenza criminale, a 
Pagano dovrà il mondo tribuire il merito di averla il 
primo applicala alla pratica del foro. 

Alcuni predicheranno che le sue parole non hanno 
(direm così) volto italiano. Sia pure! Chi non sa che 
la maggior parte dei nostri filosofi non hanno mai vo- 
luto e sapulo persuadersi della sentenza d'uomini il- 
lustri, i quali affermano che il discorso piglia talvolta 
più efficacia dalle parole che dai concelti? Ma che 
perciò?.... Non dovremo noi meno gloriarci di un sì 
possente e vivido ingegno? Non ne sludieremo con ar- 
dore le opere dove tanti sono i civili insegnamenti? 



SCELTA MACCOLTA DI OTIU I ITAIIATI HOZIORI 



La condizione de'prescnli tempi deve più che mai sli- 
molarci a dissolterrare i tesori de'noslri sommi padri, 
I quali ci potranno appareecliiare, meglio die per av- i 
ventura non crediamo, a quella \ila civile che viene 
sorgendo per tutta la Penisola. Oh, se noi meditassimo 
gravemente su questi tesori, come presto cadrebbe il 
prestigio del quale appaiono circondale ai nostri occhi 
le opinioni di ceni moderni tìlosofanli, i quali ne me- 
nano cosi gran vampo! Come noi ne faremmo assai 
meno le meraviglie! 

Volesse il cielo che queste nostre povere parole sve- 
gliassero in qualche giovine bennato il desiderio di 
studiare le opere dell' illustre e sventurato Pagano!... 
Vi troverebbe , se non sapore e castità di lingua, di 
certo novità e altezza di pensieri, vibratezza, precisione, 
gran forza di raziocinio, splendore insolito d'idee. 

Povero Pagano! Era fatale ch'egli dovesse restar 
vittima dell'amor suo illimitato per quanto ha di più 
nobile , grande e generoso la terra ! 

Egli fu colto all'esca della adultera libertà che ci re- 
carono i Francesi sul finire dello scorso secolo. I lun- 
ghi sludi e i dolorosi esperimenti non lo fecero avver- 
tito che gli stranieri sogliono palpare l' Italia soltanto 
per inghiottirla, e che dalle libertà recateci da loro 
non altro mai nacque per noi fuorché una maggiore 
infamia di servitù. 

Si gillò nel vortice che sconvolse Napoli Tanno 1799 
colla speranza di trovar presto il sole, e quel vortice 
miserabilmente lo inghiolt'i !... Ferdinando IV di Na- 
poli, avo del presente re, lo fece perire sulle forche! 
Gli uomini non contenti di averlo afflitto, marto- 
riato e ucciso per le sue lunghe vigilie e le sue ma- 
gnanime illusioni, tentarono anche di spegnerne la 
memoria. I^Ia quando mai potè uccidersi il genio?... 
Quando mai la mano inferma dell'uomo potè distrug- 
gere l'opera di Dio?... 

P. Gorelli. 

DELL' EDUCAZIONE CORPOREA 

APPZXI.O AI GiovAsrr 

I giovani che sono nati a grandi cose emendino da 
se medesimi la tosta o nulla educazione che hanno 
ricevuta. Pongano cura grandissima nell'educazione 
corporea, senza cui rinlellelluale (dice un forte in- 
gegno) è sovente pericolosa malattia. Se svolgono i 
libri del greco Pausania leggeranno che un reumatico 
a forza di ginnastica ridivenne sano ; che i fanciulli 
grechi erano lottatori e addestrali già ad ogni sorta 
di guerreschi esercizi ; che una madre vestita da uomo 
ginnasiasla ammaestrava nell'agone i fanciulli; che i 
due figlinoli di Diagora, giovinelli vincitori, portavano 
sulle spalle il vecchio padre, e la moltitudine Io co- 
priva di fiori e Io gridava felice; che gli atleti per 
lungo corso di generazioni si astenevano dalla carne 
e si cibavano di cacio e di giuncata; che gli inabili a 
lottare, pur tuttavia coaibatlcvano con colpi di coregge 



più molli ; che i fanciulli meno che adolescenti ambi- 
vano il certame; che un giovinetto poc'anzi escluso 
per tenerezza soverchia vinse i fanciulli e gli imberbi 
e gli uomini, e finalmente che gli spettacoli elei e gh' 
olimpici si trattavano come altari politici. E quelli 
erano i tempi migliori della Grecia! tempi che pur 
tanto somigliano all'aspra ma robusta età del medio 
evo. E questa educazione corporea è creduta cosi 
necessaria, che il principale rigeneratore dell'Italia 
presente grida con quella sua splendida e vigorosa 
eloquenza: • I gio\ani otterranno grandi cose avez- 
zandosi e connaturandosi a evitare i frivoli passatempi 
e le vane brighe del mondo, a fuggir l'ozio, a sprez- 
zare gli agi soverchi, a considerare il tempo come uno 
de' capitali più preziosi, compartendolo e adoperandolo- 
sapientemente a imbeversi dei santi costumi antichi, 
a compenetrarsi in ogni cosa del genio proprio della 
patria». Indurino il corpo, avezzandolo al sole, alle- 
nandolo alla corsa e ai ginnici esercizi, rompendolo 
alle operose voglie e alle fatiche, costringendolo a nu- 
trirsi di cibi frugali, a posare su dura coltrice, e as- 
soggettandolo in ogni cosa all'imperio dell'animo; i\ 
quale col domare i sensi, si rende libero e franco, e 
si dispone ai nobili affetti, ai vasti e magnifici pensieri. 



IL TEATRO DI S. CARLO IN NAPOLL 
E IL SUO AUTORE 

Carlo Borbone, avolo del presente re di Napoli, 
volle nel 1743 che si ergesse un teatro in Napoli, 
avendone allora (dice Colletla) la città pochi e sconci; 
e, per aggiungere alla magnificenza la maraviglia, 
comandò che fosse il più ampio teatro di Europa, fab- 
bricalo nel minor tempo possibile all'arte. Avutone il: 
disegno dal Medrano, diede carico della esecuzione ad' 
un tal Angelo Carasale, nato di plebe, alzato in fama 
per ingegno di arehilellura e per opere ardite e stu- 
pende. Egli scelse il luogo presso alla reggia, abbattè 
molte case, aggiunse vasto terreno, acciò, aperto il 
palco scenico, si vedessero in distanza le maravigliosc 
rappresentazioni di battaglie, cocchi e cavalli. Cominciò 
l'opera nel marzo, finì nell'ottobre del 1737; e il dì 4 
di novembre, giorno del nome di Carlo, fu data la prima 
scenica rappresentanza. Llnterno dèi teatro era coperto 
di cristalli a specchio, egTinfiniti lumi ripercossi ren- 
devano tanta luce quanta la favola nefinge dell'Olimpo. 
Un palco vasto ed ornalissimo era per la casa regia; il-' 
re, entrando nella sala, maravigliando l'opera grande 
e bellissima, battè le mani all'architetto, mentre plausi 
del popolo onoravano il re, cagione prima di quella 
magnificenza. 

In mezzo all'universale allegrezza il re fece chia- 
mare il Carasale, e pubblicamente lodandolo dell'o- 
pera, gli appoggiò la mano su la spalla come segno 
di prolezione e di benevolenza ; e quegli, non per 
naUira modesto, ma riverente^ eoo gli alli e con le 



MC8E0 ICIBNTiriCO. LBTTSIARIO BU ARTÌSTICO . SCELTA RACCOLTA DI OTILl B SVARIATE NOZIOni 



parole rcntlcva grds!e alle grazie clil re. Do|)o le 
quali cose il re disse che le mura «lei Icairo toccando 
alle mura della reggia sarebbe sialo maggior comodo 
della regal Tamiglia passare dall' uno all' nitro edifizio 
per cammino interno. I/arciiilcUo abbassò gli occhi; 
e Carlo soggiungendo: • ci penseremo » lo accom- 
miatò. Finita la rappresentanza, il re, su roscirc dal 
palco, irovò il Carasalc che Io pregava di rctxlersi 
alla reggia per interno passaggio da lui bramalo. In 
Ire ore» abbaltcodo mura grnssissime, formando ponti 
e scale di travi e legni, coprendo di tappeti ed 
arazai le ruvidezze del lavoro, con panneggi, cri- 
stalli e lumi, r architetto fece bello e scenico quel 
cammino; spettacolo quasi direi più del primo lieto 
e magico per il re. 

Il teatro ch'ebbe nome di San Cario, il passaggio 
inlcriorc, il merito, la fortuna del Carasalc furono 



subbiclto per molli giorni a' racconti della reggia e 
della citlà. Laudi funeste; però che l'invidialo archi- 
tetto, richiesto de' conti, non soddisfiiccndo ai ragio- 
nieri, fu minacciato di carcere. Andò a corte, parlò 
al re, rammentò le grazie sovrane, il plauso del 
popolo, la bellezza dell'opera; rappresentò nella sua 
povertà le prove di onesta vita; e parli lieto scor- 
gendo nel viso del re alcun segno di benevolenza. 
iMa così non era, perciocché doppiarono le inchiesle 
del magistrato; e poco appresso il Carasalc, menato 
nella fortezza di Sanl'-Elmo, fu chiuso in prigione, 
dove campò ne' primi mesi per li stentali aiuti della 
famiglia, e poi dell'amaro pane del fisco. Restò nel 
carcere alcuni anni e vi mori; i suoi figli si perderono 
nella povertà; e nulla rimarrebbe del nome Caraside 
ai dì nostri, se la eccellenza e le maraviglie dell'opera 
non ravxivassero nella memoria l'arlefico infelice. ** 



A TUTTI 1 BUONI ITALIANI 



Piocjcttd bi una $ocictii ìirammatica nazionale italiana 



lo tocco una piaga gravissima e che manda 
sangue, una piaga che vucd essere guarita dalla 
mano pronta ed eflicace de' governi, perchè è 
vergogna, è dolore che un'arte eminentemente 
educatrice, qnal è l'arte drammatica, sia stra- 
scinata nel fango e coperta di vitupero. 

Non è uomo in Italia di sensi generosi che 
non frema e non pianga sull'abbiettezza in cui 
giace il teatro. 

Alcuni attribuiscono la principale cagione di 
questa deplorabile ruina all'ingegno nostro, quasi 
che siasi infiacchito e divenuto impotente dì 
voli gagliardi. No, per Dio! l'ingegno italiano 
non muore, non può morire, è il più tenace di 
tutti. Dategli l'esca nutritiva di che abbisogna, 
lasciate che respiri un'aria libera, non sottopo- 
netelo alla trutina di un solo uomo privato, il 
quale gli tarpa le penne ad una ad una e lo 
costringe con inaudita tirannide a radere la terra, 
e poi vedrete se esso avrà perduto il vigore pri- 
mitivo, vedrete se non saprà profondarsi come 
l'aquila nella luce del sole. 

Io mi unisco a tutti i buoni italiani per pro- 
testare solennemente contro questo omicidio mo- 
rale, e invoco la beneficenza e la somma bontà 
sovrana di non tardare a stendersi sulla dram- 
matica palestra. 

La civiltà lo comanda imperiosamente. Ninna 
arte più di questa vale a infonder sensi di giu- 
stizia, di grandezza e di magnanimità, a confor- 
tare, a correggere, a nobilitare l'umana vita. 
Tutti i pop(»li chiamati al banchetto della vita 



civile ne riconoscono e proclamano la quasi reli- 
giosa importanza. 

La si lasci una volta esercitare con tempe- 
rata libertà il suo sublime apostolato; si ponga 
un freno a quella dispotica revisione, la quale 
permette che la scena italiana sia contaminata 
dalle più sconcie strambezze oltramontane, e tor- 
tura, martoria, flagella, fa lagrimare il povero 
ingegno italiano che si sforza di dare al teatr<» 
opere di cui la patria comune non debba arros- 
sire; opere le quali per sovramercato sono bis- 
trattate e percosse dagli anatemi giornalistici 
con nuova ambascia degli autori che si veggono 
doppiamente assassinati. 

Colui il quale osasse opporsi alle giuste e sa- 
pienti mire di chi vuol tergere quest'arte dal 
suo squallore , è reo di lesa civiltà. 

Quindi noi diamo lode, e lode somma all'e- 
gregio e benemerito signor Savino Savini di Bo- 
logna, il quale pubblica un Progetto sopra una 
società drammatica nazionale italiana, e ne manda 
intorno le costituzioni. 

Nutriamo fiducia, anzi ci rendiamo certi che 
i suoi voti saranno compiuti, e che l'Italia intera 
non solo farà plauso al suo generoso disegno, ma 
gli stenderà la mano per aiutarlo a metterlo in atto. 

Noi intanto per mostrare die non solo gri- 
diamo, ma che intendiamo adoperarci di cuore 
al bene della patria , ci obblighiamo, secondo 
la pochezza delle nostre forze, di partecipare a 
quest'opera in qualità di Socio amore. 

Pietro Cobllli. 



9. 



MUSEO SCICHTiriCO, eee. — Amro X. 



(15 gennaio 1848) 



PIO IZ 




Chi può degnamente parlare di questa stragrande 
e stupendissima natura di Pio IX?... Ma dei benefat- 
tori straordinarii del genere umano è lecito anche ai 
piccoli favellare per debito di gratitudine e di ammi- 
razione. 

Più che le sue gesta immortali, io dirò alcune par- 
ticolarità della sua vita, e più che al passato io guar- 
derò al presente. 

Perocché a che giova il ripetere ciò che l' intero 
universo ammira in questo santo Pontefice? Chi non 
sa che allo spuntare di quest'astro fulgidissimo sul 
Vaticano scomparvero le tenebre dalla serva ed avvi- 
lita Italia, si rimarginarono piaghe profondissime che 
appena i secoli sembravano poter guarire, cessò il 
sovvertimento di ogni pubblico ordine, si spensero 
gli odii casalinghi e gli odii pubblici, si risparmiarono 
calamità infìnilc e iicrissime, il sentimento della na- 
zionalità prese vita, gli Italiani divennero fratelli? 
Chi non sa che al pensiero fu conceduta la podestà 
di manifestare il vero e discutere sulla pubblica cosa, 
manifestazione e discussione iolerdeila prima sotto 



colpa di fellonia; che una nuova legislazione dissipò 
il buio degli statuti arbitrarli e oppressivi, che le 
armi cittadine furono commesse a mani solcate prima 
dalle catene, che al commercio vennero spezzati i 
vincoli , e che consiglieri illustri per senno e per 
esperienza furono convocati dalle provincie a dichia- 
rare i bisogni del popolo, a gittare le basi di un 
sapiente ordinamento municipale e provinciale, a ini- 
ziare il laicato all'ufficio del governo civile? Chi non 
sa i benefizi derivali al momlo dallo aver collegati 
la religione alla libertà, dall' aver lasciato libero lo 
sfogo ai sentimenti di patria indipendenza, dall'aver 
infine sollevato il papato al posto di potenza morale 
regolatrice della terra, e proibito che gli Italiani siano 
quinci innanzi un armento vile e schiavo da mettersi 
ad ogni giuoco. 

Io non so se sia lecito chiamar uomo colui che 
in si corto spazio crea tanti e così faCti miracoli. 
Ninno certo può dubitare ch'egli sia stalo mandato 
da Dio sulla terra per metter termine alla lunga e 
meritoria espiazione della nostra povera patria. 



IO 



MU8B0 SaBNTIFICO, LETTBRAIIIO ED ARTISTICO 



Vediamo Intanto la pietà, In bontà, rinelTabilr dol- 
efna di quest'anima celeste. Alr.inmoci ai primordi 
del suo pontilicato (*). 

I Da venliduo anni irovavasi fra i prigionieri di 
Roma un infelice innocente condannalo a carcere per- 
petuo. Diviso dagli uomini e sepolto nelle tenebre di 
una segreta di Castel Sant'Angelo, l'infortunato, dal 
giorno del suo arresto, ignorava la sorte della propria 
famiglia colla quale non poteva corrispondere. Suo 
padre, malgrado la sua fortuna e il suo credito, non 
Avea mai potuto giungere sino a lui. Non avea mai 
ottenuto la consolazione di piangere sopra la tomba, 
entro la quale il suo ngiiuolo vivo dimandava invano 
a Dio la giustizia che gli era negata dagli uomini. 
lo Roma le sole condanne politiche non poleano essere 
ricomperale. 

• lina sera, mentre il misero palpitando preslava 
orecchio ai clamori |)opolari che rimbombavano nella 
città eterna, si apre la porta della sua prigione, e un 
uomo ancor giovine gli si presenta avanti. Eira un 
sacerdote! Alla sua vista il prigioniero si commosse: 

■ — Che volete?— disse con voce dolorosa e fiacca. — 
Venite voi per condurmi al patibolo? Oh no! io non 
oso accogliere tanta speranza.... La morte del palco 
sarebbe troppo dolce senza dubbio; l'odio de' miei ne- 
mici non sarebbe pago ; essi non potrebbero più con- 
lare le ore di quell'agonia che non muore. Cento 
volle più crudeli dei carnefici che uccidono, essi mi 
hanno tulio rapito, perfino la libertà della morte. 
Venite voi eziandio a contare le rughe della mia 
fronte scavate prima del tempo? Venite voi a pascere 
i vostri occhi e il vostro cuore della vista della mia 
disperazione immensa, eterna come la rabbia de* 
miei carnefici? Rispondetemi dunque ? 

• — Io vengo a recarvi notizie di vostra madre. 

• — Mia madre! — A questo nome così soave le 
ginocchia del povero prigioniero vacillarono, e la sua 
mano si portò alla fronte come per cacciarne una 
nuvola oscura. — Mia madre! Oh mia madre!.. par- 
latemi di lei, dite che io la rivedrò bentosto; che 
la raggiungerò domani in cielo, perchè ella è morta ; 
oh! è morta , per me, se non per la terra. 

• —Ella vive ancora. E dessa che m'invia per be- 
nedirvi e portarvi la speranza d'un migliore avvenire. 

« — Reneditemi duii(|ue, o padre. — E gettandosi 
ai piedi del ministro di Dio, curvò la sua fronte pal- 
lida sotto la mano che si alzò e sotto la voce che 
gli disse: 

« — lo li benedico nel nome del Dio delle miseri- 
cordie che perdona ai colpevoli e che giustifica gli 
innocenti! ti benedico nel nome di tua madre! 

• il prigioniero si rialza, abbandonandosi tra le brac- 



(') Alcune delle seguenti p:irticolaiilà sono lolle dal 
libro di Alfonso Balleyiiier, iiililolato: Roma e Pio IX, 
di cui usci non Ita |>njri un' accurata liaduziune dallo 
stabilimciilu tipugialicu Fontana, la quale è un' annuii àliilc 
Itiugialia di'l »oiiiu)o Gei arca. 



eia del sacerdote che lo stringe con tenerezza sul sno 
cuore. 

« —Dio dunque si commosse a pietà di me — grida — 
poiché m'invia il suo angiolo di consolazione. 

• Dopo i primi momenti di questa commoventissima 
scena, l'infelice giovine raccontò la storia de' suoi 
ventiduc anni passati nelle tenebre e nel silenzio, 
senza che una voce amica esilarasse il suo cuore, 
senza che un raggio di sole riscaldasse la sua fronte 
agghiacciala. 

« — Voi avreste dovuto scrivere al Santo Ponte- 
fice— gli disse il sacerdote — e domandargli giustizia 
se non misericordia. 

«—L'ho fallo, o padre! ma senza dubbio egli non 
ha ricevute le mie lellere, perchè rimasero senza 
risposta. Io non gli domandava né la vila né la li- 
bertà; gli domandava un soh/ bacio di mia madre. 

«—Scrivetegli ancora una volta, o mio figliuolo. 

■ —La mia lettera sarebbe intercellata prima di 
giungere a Gregorio XVI. 

«— Gregorio non è più; scrivete al suo successore. 

• —Essa non gli arriverebbe egualmente, perocché 
l'odio de' miei nemici invisibili saprebbe intcrporsi 
tra il suo successore e me. 

« — Forse... 

«—Oh di certo, mio padre!.. 

«—Si assicura che Pio IX è buono, e ch'egli ha 
promesso giustizia a'suoi sudditi; scrivete a Pio IX. 

« —Chi prenderà il carico di ricapitargli una lettera? 

«—II carceriere di Castel Sant'Angelo. 

«—No, mio padre, perchè io sono povero, io, e 
i servigi si vendono cari in prigione. 

«—Allora io gliela farò rimettere o la rimetterò io 
stesso; scrivete. 

« — Impossihile, mio padre! io non ho ne inchio- 
stro, né carta, né penna; tutto ciò costa caro in 
prigione. 

«—Eccovi una matita, scrivete sopra questo foglio 
del mio breviario. 

«—Non so più scrivere, mio padre; l'ho disim- 
parato da venti anni. 

« — Scriverò io per voi; dellalc. 

«Il prigioniero rifletlè un momento e dettò: 

«Santissimo Padre, 

«Allorché nella mia disperazione io malediceva ogni 
«cosa, uno de' vostri preti è venuto a insegnarmi a 
« benedire il vostro nome. Da venliduc anni io soffro 
«in una segreta di Castel Sant'Angelo, da ventidue 
«anni attendo l'ora della giustizia o quella della ri- 
« parazione. Se sono reo, mi si conceda la morte ; 
«se sono innocente mi si renda all'amore di mia 
• madre e alla libertà. 

« Gaetano. > 

« — Bene! — disse il sacerdote — prima di sera il 
Padre avrà Iella la vostra lettera. Addio, mio figliuolo! 
abbiale confidenza in Dio, [iregale per Pio IX e 
sperale. 



SCELTA RACCOLTA N UTILI B SVARIATE NOZIONI 



II 



«In questa rientrò il carceriere; era furibondo: 

« — Per Cristo! — disse guardando l'orologio — si- 
gnor cappellano, voi avete torto, voi non dovete restar 
(jui clic un'ora, ed ecco un'ora e quindici secondi 
che ci siete; andiamo, sbrighiamoci e balliamocela. 

« —Siete voi che avete torto di giurare in tal guisa 
pel nome del Salvatore, e soprattutto se il Pupa, 
vostro signore, lo sapesse.... 

«Il carceriere rispose a questa specie di miuaccia 
con una frase comune a tutti gli Italiani : 

« — il Papa s'impipa di me, come io m'impipo 
di lui. 

« — Voi avete torto una seconda vòlta, perchè Pio IX 
ama tulli e non si fa beffe di nessuno. Come vi 
chiamale? •'* 

• — Ciò non vi riguarda; ballelevela subilo. 

• Il sacerdote allora uscendo si recò iramanlinenle 
presso il governalore del Castello, il quale, come il 
carceriere, era assai di mal umore. 

«—Ancora un seccante! —disse— vediamo, signor 
abate, che volete? affrettatevi, perchè le mie ore sono 
contate. 

• — Io vengo a chiedere la libertà, del vostro pri- 
gioniero Gaetano. 

«—Siete pazzo, signor abate! non sapete che il 
solo Papa ha il diritto di far grazia? 

« — E a nome del Papa ch'io m'indirizzo a voi. 

« — La prova ! 

«—Eccola! — e il buon prete, pigliando una penna, 
scrisse rapidamente sul foglietto slesso ov'era la det- 
tatura del prigioniero : 

««1" Contro il presente ordine il governalore del 
« Castel Sant'Angelo aprirà immantinente le porte del 

• suddetto Castello al detenuto Gaetano; 

« 2° La guardia del Castel Sant'Angelo renderà gli 
« onori militari al prigioniero liberalo ; 

• 3° 11 governalore del Castello provvederà subilo 

• al surrogamcnto del suo carceriere in capo ; 

« In virlù di che abbiamo sottoscritto uel_ nostro 

« Castel Sani' .Angelo. n- iv 

" • Pio IX. » 

«Il primo pensiero di Gaetano, posto in libertà, fu 
di correre ad abbracciare sua madre, cl\e morì quasi 
di gioia; il secondo di volare al Quirinale per chiedere 
al Papa il nome del suo benefattore. 

«—Il vostro benefattore, no — rispose Pio IX, — il 
vostro buon padre, sì, sono io!... 

• Per la prima volta, dopo veolidue anni, Gaetano 
potè versare una lacrima, ma fu una lacrima di fe- 
licità e di riconoscenza. 

■ Ventidue anni prima, un giovine di diciasseltc 
anni, accusato di cospirazione e condannato a morte, 
avviavasi intrepidamente al luogo del supplizio. Cu 
sacerdote che passava fu commosso dal suo coraggio, 
dalla sua giovinezza, e soprattutto dalla sua rassegna- 
zione; calcolò il tempo che il condannalo dovea fer- 
marsi in cappella; avea quattro ore. Si slanciò nel 
Valicano, e pregò con tanto fervore il Papa regnante, 



che questi, facendo grazia della vita, commutò la pena 
di morie in carcere perpetuo. Bizzarria delle cose 
umane! o piuttosto disegni misteriosi della Provvi- 
denza ! Il giovine era Gaetano, il sacerdote, il futuro 
successore di Gregorio XVI. » 

Duolnii che l'indole del giornale non mi permetta 
di riparlare altri aneddoti, i quali ben dimostrano che 
Pio ha ricevuta dui cielo l' iuveslilura d'una sublime 
e salutifera missione. 

La sua indole tutta angelica sa anche sovente ve- 
stirsi di quella serena alterezza e imperturbabilità che 
è propria delle anime grandi. 

Un giorno convocò in un suo consiglio alcuni i quali 
avversavano a tulio potere ogni suo magnanimo dise- 
gno. Voltatosi a loro, disse: 

— Voi dovete inspirarmi una nuova riforma utile 
e necessaria al bene de'miei sudditi; io ve la propongo 
nella speranza che così giudicandola sarà adottata 
da voi. 

Egli s' ingannò. I consiglieri si opposero unani- 
mamenle alla riTorma disegnala; venti palle nere si 
trovarono nell'urna dello scrutinio. 

Pio non si smarrì. Con dignitoso sorriso tolse la 
calotta bianca che copriva la sua nobile lesta , la de- 
pose sopra l'urna e disse: 

— Ora, signori, sono tutle bianche. 

La riforma venne immediatamente promossa. 

A taluno che voleva impaurirlo e rilrarlo dal con- 
cedere nuove riforme dipingendogli il suo popolo pronto 
a gettarsi sul sentiero delle rivoluzioni, rispose: 

• — Che mi parlate di rivoluzione? Io non conosco 
nulla di piti rivoluzionario degli abusi, perchè son essi 
che distruggono. Le riforme, per lo contrario conservano. 
Esse fanno di più-, ringiovaniscono e rii-diftcano. L'amore 
del mio popolo, più polente dell'odio dello straniero, mi 
basterà per dare il soffio della vita ad elementi percossi 
di morte, percìii l'amore è legge vivificante. 

Santissime ed immortali parole che dovrebbero es- 
sere scrille a caratteri d'oro sulle pareli delle case di 
lutti i correttori de'popoli! 

Eppure da qualche tempo l'uom santo sembra in- 
nollrarsi meno alacremente nelle vie delle riforme. 
Quel genio scellerato che si camuffa in mille maniere 
e scambia larve e nome ad ogni niomenlo, pare che 
svolazzi intorno le sale del Valicano e ne spanda le 
sue malefìche influenze. 

La mansueta anima di Pio rifugge dallo sfolgorare 
coloro che sotto la maschera della cristiana umiltà 
nascondono insaziabili cupidigie e ambizioni profane. 

Dominati da vergognoso e turpissimo egoismo, co- 
sloro astiano la grandezza del papato, lo splendore 
della religione, la morale di Cristo; abborrono quei 
generosi che cogli scritti o colla parola danno opera 
a desiare ne' popoli il sentimento della conculcata di- 
gnità umana ; fremono in secreto d'ogni trionfo dell' 
idea rigenerai rice, vorrebbero a viva forza strappare 
dall'italica bandiera i nomi sacrosanti di libertà e di 
religione stampativi dalla mane dell'Eletto di Dio, 



IS 



■OtBO gCIRRTiriCO, LRTTBBAtlO RD ABTIITICO 



c non srnlono orrore di proclamare che il sangue 
e l'oppressura sono le più salde fundainonla du'lroni. 

Ed è cosi sacrilega In loro inipiidcnza clic non 
hanno rossore di comparire dappcrluUo, nelle vie, 
nei ridoni, nei ministeri, sopra i pulpiti slessi! E giù 
credono prossimo il giorno della vittoria, perchè iinnno 
l^ià in parie conseguito di violare la legge sulla mo- 
derala libertà della stampa, di' e dritto dogli uomini 
civili; hanno già tentalo di appannare la fulgida co- 
rona di Pio strascinando il suo nome santo nel fango 
della polemica levatasi da alcuni giornali per la vit- 
toria della Dieta federale dell'antica Elvezia; e già 
si avvisano di a\er posto nel cuore del principe il 
tarlo della difiìdcnza e del sospetto, onde rompere 
(jnclla heala alleanza tra principe e popolo, la quale 
trae origine dall'amore e si alimenta di benencii. 

A che diverremo se il supremo Gerarca non arma 
rinalmenlc la sua destra del fulmine? AIosc non vinse 
il cuore di Faraone! Cristo non domò l'anima tene- 
brosa e atroce de' Farisei che lo strascinarono sul 
(lolgola ! Queste lezioni memorande furono scritte 
da Dio medesimo; ne tragga profitto il Pontefice. 

Sprigioni la folgore che può sola abbattere la cer- 
vice de' Icsterecci e crudeli figliuoli di Balial; si ri- 
cordi del suo motto : IVon mi vogliono Pio mono, mi 
AVRANNO Sisto quinto. Il rigore e la forza, come la 
clemenza e la dolcezza, usate a benefìzio di Roma, 
dell'Italia e del mondo gli acquisteranno martirio di 
fatiche e di angosce in terra, ma gli meriteranno di 
certo la corona della grazia e della pace in cielo. 

Egli di nulla deve temere : tiene in mano una forza 
contro la quale nulla possono i mortali, il tempo e 
la fortuna, una forza che trae la sua origine dalle 
promesse diviue e dalle idee eterne di cui è il solenne 
interprete e banditore. 

Gli Italiani ammaestrati da molli secoli di dolori, 
di lacrime e di sangue sanno che la via aperta da lui 
con tanta fortuna è la sola da percorrersi. Essi chieg- 
gono e vogliono fratellanza coi loro principi, religione, 
indipendenza, temperala libcrlà. 



Si armi una volta di rigore! tuoni!., e i nemici 
d'ogni pubblico bene, i traditori della patria, i scini- 
iialori di discordia e di guerra, simili al sefpentc di 
rame della Bibbia, si feriranno coi loro pungiglioni 
c ripioiuberanno nella polvere natia; i loro dentisi 
guasteranno rodendo una lima, le loro forze si esau- 
riranno contro muraglie di pietra. 

Egli è il braccio di Dio! Egli è l'uomo predesti- 
nalo ! L'Italia aspetta di essere condotta da lui u 
quella perfetta unità nazionale, il cui assoluto difetto 
fu già la precipua cagione delle immense nostre 
sciagure e della politica nostra nullità (*). 

P. CoitKLLI. 



(*) Dell' nonio iniitiorlale clic presiede ó^gi ai destini 
del mondo catluiico aninnsi conoscere anclic le piti mi- 
nute parlicolarilà; e il lellorc ci saprà grado di quanto 
riferiamo sul suo metodo di vita. 

Si alza ogni di a quatiro ore del inallino, entra nella 
sua cappella, prega fervoros;iincnlc per un'ora intera, poi 
celebra la nicitsa. Ascolta eziandio ogni di una inesca d' 
azioni di grazie, e rientra nel suo gabiiicllo, dove lavora 
sino al tocco. Allora desina, e durante il pranzo, al quale 
assiste il suo segretario inliiiio, il sapientissimo abate 
Stella, egli si occupa delie bisogne dello stalo con un mini- 
stro, detta lettere a'suoi scgretarii , o si lascia visitare dagli 
stranieri avidi di contemplare i lineamenti di questa sem- 
bianza, il cui sorriso è incantevole e su cui splende il 
raggio dell'ìnlclligeuza, della bontà e della serenità. 

Dopo il desinare, consacra un'ora alla jiasàrggiata nelle 
gallerie onci giardini del Quirinale; poi cominciano le vi- 
site, le quali durano sino alle ore cinque e fannosi senza 
veruna elichell.i, peroccbè si eritra presso lui, « oine presso 
il popolo. Alle cinque passa un'ora davanti il Santo Sacra- 
mento, più spesso nella cappella di qualche comunità o sta- 
bilimento pubblico, dove sopragginnge improvviso, senza 
esservi aspettato, per ossei vare le cose quali sono, non pre- 
parate e messe in ordine soltanto per le visite. 

Dopo questa visita a Dio e a|;li uomini, rientra nel suo 

gabinetto, di cui porta sempre la chiave con se, e si liponc 

al lavoro sino alle ore dieci. Inlìne dopo un leggiero i ilbcil- 

lamcnlo durante il quale riceve un intrinseco amico, va di 

I nuovo a pregare e si rimette in letto. 



STATUA DI NICOLO MACCIII.WELLI 



Il 25 giugno dell'anno I8'l6 una grande moltitu- 
dine afToltavasi nella piazza delle loggie degli Uffizi 
di Firenze. I cittadini voleano rendere un nuovo o- 
maggio di ammirazione e di lode all' illustre professore 
Lorenzo Bertolino, il quale scopriva in una di quelle 
28 nicchie la sua statua rappresentante Nicolò Mac- 
chiavelli. 

Tulli videro a un tratto con "rande maraviglia il 
ronrctlo che il celebrato scultore xolle imprimere nel 
marmo, il quale era sialo prima espresso da lui stesso 
colle seguenti parole : 

• Il Macchiavclli, filosofo pensatore, nnlrì sempre 
nella sua mente il pensiero di rendere l'Italia, una 
forte e compatta nazione, onde liberarla dalla tiran- 



nide dei signorotti che la dividevano in particolari 
dominii, e renderla potente contro le invasioni degli 
stranieri. 

• Respirano le sue opere questo nobile sentimento; 
ed è in questo punto che ho preleso di trattare questo 
soggetto; avendolo posto in una mossa di concentra- 
zione nell'atto di riflessione, appoggiando il destro 
braccio, e premendo il volume dell'opera sua predi- 
letta sopra un frammento di colonna migliaria; indi- 
cando con ciò la decadenza dell'impero romano, si- 
gnifìcando il resto del fusto la trista situazione della 
penisola, cogli slemmi degli oppressori che la sner- 
varono e la resero alla schiavitù dei secoli. Caduti 
in basso sono due rami di querce e lauro aridi e secchi 



«CRLTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NMZIOflI 



13 




(la non più far sperare di tessere corooe dì gloria 
nazionale. » 

Il Macchiavelli, dice Gioberlì, è unico come crea- 
tore della fìlosofìa politica, della vera storia moderna 
e della commedia italiana; di più è anco uomo di 



slato, finissimo negoziatore, e il fondatore della stra- 
tegia ridotta a essere di scienza. 

Io questi tempi in cui, per i gravi pericoli che ci 
sovrastano, è necessario clic il popolo si larnii, e av- 
vezzi il corpo a' disagi con indurirlo a potere durar 



14 



MUIBO SCIItNTIFlL'O. LRTTBRAIIO SD AITUTICO 



falica, non è cerio fuori di proposilo il riportare alcuni 
pensieri di questo grand' uomo, lolli da' suoi Libri 
dM'Qrt0 della guerra. 

«aLe armi in dosso ai cittadini o sudditi, non fe- 
cero mai danno, ami sempre fanno nlile, e manlrn- 
Konai le città più tempo immacuiale mediante (juestc 
armi, che sen}:a. Stette Roma !ii)cra (|nallrocenlo anni; 
e<) era armata; Sparta ottocento; molle altre città 
sono state disarmate, e sono stale libere meno di 
quaranta. 

= I conladini, che sono usi a lavorar la terra, sono 
più ulìli che ninno, perchè di tutte le arti, questa 
negli eserciti si adopera più che le altre. Dopo questa 
sono i fabbri, legnaiuoli, maniscalchi, scarpcilini, dei 
quali è utile avere assai*, perchè torna bene la loro 
arte in molte cose, sendo cosa molto buona avere un 
%oldato del quale tu tragga doppio servigio. 

=:La guardia cittadina non dà alcun disagio al paese 
ed agli uomini, perchè essa non toglie gli uomini da 
alcuna loro faccenda, non li lega che non possano ire 
a fare alcuno loro fatto, perchè gli obbliga solo nei 
giorni oziosi a convenire insieme per esercitarsi ; la 
qual cosa non fa danno né al paese ne agli uomini, 
anzi a' giovani arrecherebbe diletto; perchè dove nei 
giorni festivi vilmente si stanno oziosi per i ridotti, 
onderebbero per piacere a questi esercizi, perchè il 
Iratlare dell'arme, com'egli è bello spettacolo, così 
a* giovani è dilettevole. 

r= l<a moltitudine degli ordinati alle armi non può 
fare confusione, né scandalo, oè disordine nel paese. 

= Gli ordinali alle armi possono causare disordine in 
due modi , tra loro, o contro ad altri; alle quali cose 
si può facilmente ovviar?, dove l'ordine perse mede- 
simo non ovviasse; perchè quanto agli scandali tra 
loro, quest'ordine li leva, non li nutrisce, perchè 
neir ordinarli , voi date loro armi e capi. Se il paese 
dove voi gli ordinale è sì imbelle, che non sia tra gli 
uomini di quelle armi, e sì unito che non vi sia capi , 
questo ordine li fa più feroci contro al forestiero, ma 
non gli fa in niun modo più disuniti, perchè gli uo- 
mini bene ordinati temono le leggi, armati come dis- 
armati, ne mai possono allerare, se i capi che voi 
dale loro non causano l'alterazione. Ma se il paese 
dove voi gli ordinate è armigero e disunito, questo or- 
dine solo è cagione di unirli, perchè costoro hanno 
armi e capi per loro medesimi, ma sono le armi inu- 
tili alla guerra, e i capi nutritori di scandali; e que- 
sto ordine dà loro armi utili alla guerra, e i capi 
eslinguilori degli scandali, perchè subilo che in quel 
paese è offeso alcuno, ricorre al sno capo di parte, 
il quale per mantenersi la riputazione lo conforta alla 
vendetta non alla pace. Al contrario fa il capo pub- 
blico: tale che per questa via si leva la cagione degli 
scandali e si prepara quella dell'unione; e le Provin- 
cie unite ed effeminale perdono l'utilità e mantengono 



l'unione, le disunite e scandalose si uniscono, e quella 
loro ferocia, che sogliono disordinatameutc adoperare, 
si rivolta in pubblica utilità. 

= Alcuni hanno voluto che il soldato sia grande, 
tra i (piali fu Pirro; alcuni altri gli hanno eletti dalla 
gagliardia solo del corpo, come faceva Cesare; la quale 
gagliardia di corpo e d'animo si conieltura dalla com- 
posizione delle membra e dalla grazia dell'aspetto. 
K però dicono questi che ne scrivono, che vuole avere 
gli occhi vivi e lieti, il collo nervoso, il petto largo, 
le braccia muscolose, le dita lunghe, poco ventre, 
i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto: te 
quali parli sogliono sempre render l'uomo agile e 
forte, che sono due cose che in un soldato si cercano 
sopra tutte le altre. 

= Debbesi sopra lutto riguardare ai costumi, e che 
nel soldato sia onestà e vergogna, allrimente si elegge 
un istrumenlo di scandalo ed un principio di corru- 
zione; perchè non sia alcuno che creda che nella 
educazione disonesta e nell'animo brutto possa capire 
alcuna virtù che sia in alcuna parte lodevole. 

= Qualunque di quelli che tengono oggi stali in 
Italia, armando ordinatamente i proprii sudditi, fia, 
prima che alcun altro, signore di (juesta provincia ; 
ed interverrà allo stalo suo come al regi\p de' Mace- 
doni, il quale venendo sotto Filippo, che aveva im- 
parato il modo dell'ordinare gli eserciti da Epami» 
nondu tebano, diventò con quesl' ordine e questi 
esercizi tanto potente, che polelle in pochi anni oc- 
cupare tutta la Grecia (che stava in ozio e attendeva 
a recitar commedie), ed al figliuolo lasciare tale fon- 
damento^ che potè farsi principe di tulio il mondo. 



VITA E OPERE DI EDOARDO CALVO 

(Conlinuaz.e fine, V.pag. 50i dell' anno scorso) 

PARTE QUARTA 

A dev savci eh' i gaj ani nost pats 
Son sempre slait d'osci d'caliv auguri, 
Ch' a son consideri^ coum d'inimis 
Ani la sita, an campagna, ani i tuguri, 
(ìuai dov' a fico 'I ber magara amis, 
A l'han pi gnun riguard, a son d'diuri, 
As peul pi ncn regnè ne dì né ncuit. 
Fin ch'un i tersa 'I col e eh' a sio coeuil. 
E. Calvo. 

Gli ambiziosi avvisamenli di Napoleone già comin- 
ciavano a farsi manifesti; giù cominciava a siissnrrarsi 
che, non conlenlo della Consolare dittatura, il generale 
Buonaparte volesse cingere la corona imperiale, e in 
qual modo suonassero queste vociferazioni all'orecchio 
del repubblicano Calvo, non abbiam d'uopo di ac- 
cennarlo. 



8CKLTA tACOOLTA DI UTILI I tTAUATB HOEIOHI 



Ma, fallo esperio da crudeli disinganni, lo sdegnoso 
cittadino non volle più questa volta inutilmente ci- 
mentarsi con rime e con versi a illuminare il popolo 
o a correggere la potestà; quesla volta il poeta pensò 
a ritirarsi e a lasciar fare al medico. 

Sebbene sia volgar pregiudizio che un distinto poeta 
mal possa distinguersi nell'esercizio delle scienze. Calvo 
provò luminosamente il contrario nell'arduo sacer- 
dozio d'Esculapio; e sel)bene, come già dicemmo, fosse 
avverso nei prinù anni, perchè dal padre costretto, 
allo studio della medicina, appena fu padrone di sé, 
ciò che prima era odioso obbligo divenne grata elezione. 

Già il dottor Calvo si era fallo lodevolmenteconoscere 
con un dolio ragionamento sopra i veleni animali; 
già altre peregrine memorie avea composte sulle ma- 
lattie del cuore con disegni a penna di sua mano ese- 
guiti, allorché a luti' uomo si dedicava al servizio del- 
l' Ospedale di San Giovanni. 

Sebbene mal s'inducesse a credere alla virlù mira- 
colosa del vaccino, che allora cominciava a penetrare 
in Piemonte, non si opponeva agli esperimenti, colla 
speranza di essere in inganno. Io non credo, egli di- 
ceva al dottor Buniva, presidente del consesso di sa- 
nità, IO non a-fdo alla facoltà nnlivaiuolosa del vaccino, 
mio caro Biinixa, ma voglio tiillarolla seguire i voiiri 
consigli e vaccinare anch'io, poiché voi siete persuaso 
che un giorno recherete vantaggio all' umanità colla sco- 
perta del vaccino (*). 

Nulladimeno anche fra i miasmi dell'ospedale usciva 
dalla sua penna qualche poetico lampo. Ne fa testi- 
monianza una salirà contro un suo collega, il quale 
scriveva una diceria parte in versi e parte in prosa 
Gonlro il professore Malacarne. 

Questa satira, non mai stampata, noi l'abbiamo 
soli' occhio e ci duole che troppo giusti riguardi si op- 
pongano alla sua pubblicazione. 
Eccone tuttavia alcuni tratti. 

E dop quand un saccagnio. 

Un abort dia natura, 

rn automa, un galopin 

Vcul parie d' leltfratura ? 
L'n savat eh 'a sa nen lesi, 

Fieul d' na eoiissa e d'un eodosn, 

Ch'a l'è mcdich per despresi, 

(E Dio cu.irda aveinc bsogn). 
A prelend Tene comprendo 

Ch'a sa serive d' medicina; 

D'cousle cufhe an dà d'intende 

Conia bestia da bascina? 
Cbiel a parla al biondo Apollo, 

Coum s'a fussa so cusin, 

Con la lira appesa al collo. 

Che bel vedde el gran Arch.... 



(') Ino del primi che introdusse il vaccino nel dipartimento 
dì Marengo e specialmente nella provincia d'Asti fu il dottore 
UrolTerio. E nota di questo benemerito cultore d'Igea l'opera 
intitolata : Ear.oRi popolari netATivi alla vaccinazione, 
stampala in Torino mentre arde\ano ancora le guerre contro la 
beneCca scoperta di Jenncr. 



Ventri» propl couronelo 
D'feuje d'cousse a d'feuje d'mlon. 
Pie na corda e peni gropelo 
Con el Pegaso al grapion. 



K non meno pungente e molto più saporita di questa 
era la satira che egli comj)oneva per deridere un bal- 
lerino nominalo alla carica di bibliotecario, col titolo 
— A UN SCOLÈ d'Zeno?( arscscit'a ch'a l'è pa d'vairb. — 
Così pure un'altra satira intitolala Artaban bastona, 
ed allusiva- ad un fatto di quei tempi, ollenea gran 
voga; e con non minore curiosità leggevansi due 
altre canzoni sull' Impostura e su le Fie d'ARFOuRMA. 
Cosi il dottor Calvo andava cercando sollievo di 
trailo in tratto colla poesia dalle mediche esercitazioni 
alle quali sempre più si dedicava ; se non che era 
stabilito lassù che le cure da lui prodigate all'umanità 
dovessero, ahi! troppo presto, costargli la vita. 

Correva l'anno 1704, e le voci sparse dei progetti 
di Napoleone per conseguire il trono dt-lla Francfa e 
dell'Italia cominciavano ad acquistar credilo. 

Calvo, benché avesse perduto ogni speranza, non 
poteva udire queste notizie senza profondo dolore: 
e allorché nei primi giorni di maggio si interrogavano 
i comizi! sulle sorli avvenire, egli dava il suo suf- 
fragio contro Buouaparte. 

Ma troppo bene si accorgeva che i suoi discorsi 
erano impotenti a persuadere una cieca moltitudine; 
e chinando il capo e sospirando, esclamava: Fra pochi 
giorni vedrò sul trono Napoleone Buonaparle, impe- 
ratore dei Francesi. 

Ma no che noi vide, e in questo gli fu provvido il 
cielo. 

Nel 18 di maggio 1804 Buonaparle "dichiaralo era 
imperatore, e nove giorni prima, cioè nel 9 dello 
stesso mese e dello stesso anno, percosso dal tifo noso- 
comiale Edoardo Calvo chiudeva gli occhi alla vita. 

Come fosse lamentala in Piemonte la immatura sua 
perdita quelli che di persona lo conobbero il sanno; 
noi che lo conoscemmo soltanto nelle opere sue e che 
sappiamo come ai poeti rendano tulli giustizia dopo 
morie, possiamo agevolmente immaginarlo. 

Se grande era I* ingegno di Edoardo Calvo, più 
<^rande ancora era la bontà dell'animo. Schietto di 
modi, semplice di costumi, caldo di amor dr patria, 
generoso, affabile, mansueto, sincero, e olire ogni dire 
benefico, senza neppur ombra delle odierne ostenta- 
zioni, il nostro medico-poeta formava la delizia di 
tulli quanti lo. avvicinavano. 

Si osservava con qualche sorpresa come egli cosi 
ameno e giocondo nello scriver versi, non avesse quasi 
mai il riso sulle labbra e si mostrasse quasi sempre 
melanconico. Negl'ultimi giorni della sua vila, cagione 
forse le pubbliche vicende, questa melanconia era 
diventala assai più profonda. 

Pubbliche manifestazioni di cordoglio ebbero luogo 
sulla sepoltura del poeta. La sua effigie venne disc- 



I« 



MOSSO ICIRNTIFICn, LRTTSRARIO SD ARTISTICO- ICRLTA RACr^LTA DI OTILI R 8VARIATR NOZIONI 



gnala ed iiinisa dall' esiniiu profossurc PulmiiTÌ, suo 
amico del cuore; e por cura priiuipalmciile dei si- 
gnori Druiibernali», (ìiordano, Oliiuvnrina, Bossi, Mar- 
lorelli, Uichcri, Pojjgio, Tempia e Pcnonc'lli si ordi- 
nava un ntonunicnlo da erigersi alla onorala nicninria 
del poela nella sontuosa villa dell'avvocalo Borlalaz- 
sone, uomo per animo e per ingegno raro- in tulle le 
Ciò: rarissimo ai di nostri. 

Kon sappiamo da quale ostacolo venisse impedita 
l'crciione di (juel monumento oggi ancora desideralo; 
ntilladimeno abbiamo soli' occhio 1' iscrizione a tal 
uopo dettata da Luigi Bossi; ed è la seguente: 

SDOTA&SO . CAI.VO 

NOSOCOMII . PVBUL . TAVRINENSrS 

mBoico 

INDOLIS . SVAVITATE 

FACItlTATB . MORVM 

HTMAMTATB . GOMITATE . CRATlA 

INOBNII . IMIVSTRIA 

OMiXIVM . AMOREM 

• PROMBRITO 

QVOD 

riB ■ PERAMANTER . MVMFIGE 

CONCREDITVM . MVNVS 

GESSIT 

mVSIS . LITAVERIT 

RrilE.XDO . DIXERIT . VERVM 

MORBO . IIEV. PR^REPTO 

LACRTMAS . ET . MEMORlAai 

POSVERVNT. 

La fama di Edoardo Calvo non potè stendersi dal 
Po al Sebeto, perchè nel!' intento di educare il po- 
polo piemontese ai sentimenti di nazionale indipen- 
denza preferiva alla favella dei dotti la lingua che il 
suo popolo parlava, per potersi insinuare nella sua 
mente, per poter discendere nel cuor suo. Ma se ai 
Piemontesi e caro il nome di un Porla, di un Bu- 
ratti, di un Belli, di un Meli, non debbe suonar men 
caro ai Milanesi, ai Veneziani, ai Siculi, ai Romani 
il nome glorioso di Calvo, che per il concetto fìlosofìco 
e politico de'suoi versi n tutti gli altri sta sopra. 

Non dirurao che dalle rime di Calvo sgorghi quella 
fluida onda che si ammira nell'Anacreonle della Si- 
cilia, né che abbondi quell' attico sale di che troviamo 
cosi gran copia nel canto del nieneslrello dell'Adria, 
ne sosterremo finalmente che domini nel suo verso 
quella festiva giocondità e quel classico magistero e 
quell'immaginosa vena del grande poeta lombardo; 
che anzi non fu Calvo di soverchio scrupoloso nel- 
r impiego dei vocaboli nazionali, ne si mostrò troppo 
accurato nella contestura del verso, ne finalmente 
sciolse mai ,a troppo alto volo l' immaginazione ; ma 
nella spontaneità, nella grazia, nel candore, nella sem- 
plicità a nessun altro è secondo; mentre nell'insegna- 
oaento delle virtù cittadine, ci sia conceduto ripeterlo, 
occupa il seggio primiero. 

Sopra le Iraccie di Edoardo Calvo il modcstor scrit- 
lorc di queste pagine leotava un giorno di Irasmct- 



tcre al popolo Subalpino (|ualclic inno nazionale; ma 
se non potè nel canto accostarsi al grande maestro, 
volle almeno gli fosse offerto un tributo di gratitu- 
dine in questo ris|>cltoso cenno sulla sua vita e sulle 
opere sue- A. Broffbrio. 

EDUCAZIONE DEL POPOLO 

PER VIA DELLA STORIA 

Educhiamo, educhiamo il popolo! fn mezzo ai di- 
sordini dell'abbandono e ai vizi della miseria, tro- 
vasi in esso una ricchezza di sentimento e una l>onlu 
di cuore, rarissime nelle ricche classi. 

La potenza del sacrificio dev'essere una giusta 
misura ad ognuno per giudicare degli uomini ; chi 
ne possiede in maggior grado, più si approssima all' 
eroismo. Ora, chi dà maggiori esempi di sacrifìcio 
infaticabile e di perseverante devozione? il popolo. 
All'epoca del cholera in Francia, i soli poveri hanno 
adottalo i fanciulli poveri. 

Educhiamo, educhiamo dunque il popolo; e uno 
de' più efficaci strumenli a ciò è la storia. 

Esso, dice il Tommaseo, sa della storia propria poco 
nulla : come figliuolo illegittimo, ignora il nome e 
le opere de'suoi genitori. E siccome il passato gli è 
chiuso, cosi l'avvenire e a lui buio e vuoto. Più o 
meno, per tutta la terra, il poverello rimane come 
gigante orbo, che lavora e si sdraia, sospira e s' ìm- 
briaca. 

Ma in tempi più maschi, prosieguo il citalo scril- 
lore, istoria e fede eran uno : dall' aliare moveva 
come cantico sacro la voce delle nazionali glorie ed 
ambasce: il prete era cantore ed istorico venerato. 
Oh siam tutti sacerdoti del vero e del gentile: nel 
tempo scorso corriamo con la calda parola e splen- 
dida, come la lampana d'amore. Senza né orgoglio 
ne disperazione ragioniamo la vita del popolo nostro. 
È educatrice anco l'onta. ** 



Della velocità e della qunnlilà del sangue 
nrlV nomo. 
Il sangue, mosso primitivamente dal cuore e succes- 
sivamente (lallc arterie e dalle vene, torna al cuore 
di dove parti. Molti fisiologi, i calcoli dei quali sa- 
rebbe lungo e vano l'esporre, hanno tentato di deter- 
minare in (|uanlo tempo nell'uomo una circolazione 
sanguigna si cominci e si compia: ed il più jjran nu- 
mero di essi si accorda nel credere che nello spazio 
di tre minuli primi o poco più, il sangue partito dal 
cuore circoli per le parti della macchina, e torni al 
cuore. I fisiologi hanno inoltre cercalo di stabilire 
quanto sangue abbia un uomo. K chiaro che l'età, il 
sesso, lacosliluzione, il modo di vivere devono indurre 
iiifmili cangiamenti su di ciò fra uomo e uomo: ciò 
niillaineno, è opinione di molli e medici e fisiologi, 
che in un uomo sano, vigoroso, adulto vi abbiano circa 
venticinque, venlotlo o trenta libbre mediche di 
sangue. Gitiseppe Jacobi. 



3. 



MUSEO SCIENTIFICO, ece. — Amo X. 



(2:2 gennaio 1848) 



Z A VKLL A 




La Grecia partecipò all'italico onore della maternità 
civile (li Europa: quindi ninna schiatta era più degna 
di risorgere che I' Ellenica, e di questa schiatta come 
dell'italiana è bello e profittevole il ricordare le pas- 
sate glorie e le presenti virtù. 

/avella nacque in Sulli dopo la metà del secolo, 
scorso. Il suo animo fu eguale e quasi superiore a 
quello de' più celehrali capitani di quella Grecia an- 
tica che fu, balulala col titolo di ntayna. Gli sforzi 



usati da lui'per sottrarre la patria al giogo durissimo 
dei Turchi, ci destano una straordinaria ammirazione, 
e ci fanno persuasi che lo spirito di libertà rende gli 
uomini pari alle |>iù ardue e sublimi imprese e li 
adorna dell'aureola dell'eroismo. 

Caduto per arti di tradimento nelle mani dell'op- 
pressore della sua patria, il ferocissimo Ali, intende 
dal suo carcere lo estreme miserie de' Sulliotti, i suoi 
concittadini, e pensa a salvameli. 



18 



■Ono ICIBNTIPICO.LBrrBllARIO BO ABTItTIGO 



Chiesta udienza, si presenta al liranno, dicendogli: 

— I Sulliolti moriranno, ma non cederanno ni tuo 
impero: permettimi libera l'uscita ed io li strapperò 
dai luoghi dai quali travagliano C scannano i tuoi 
soldati li condurrò dove non potranno più nuocerli. 
Ti lascio per sicurlà la moglie e i figliuoli. 

Ali annuisco, togliendosi in ostaggio la moglie e 
i figli. Zavclla si presenta a' suoi cittadini, che gli si 
fanno appresso con ansia, con stupore e con allegrezza. 

— Fratelli! sclama, poiché piacque a Dio di libe- 
rarmi dal tiranno e ricondurmi tra voi, pensiamo al 
modo di ristorare la nostra estrema fortuna; cavi:\ni 
fuori e poniamo in luogo sicuro gli infermi e gli im- 
belli, e noi intieri d'animo e di forze restiamo e 
combattiamo. Santissima è la cagione dieci mosse; 
l'esito la coronerà. Vendichiamo nel sangue de'Turchi 
la patria, l'onore, la picià, i palli traditi. Ka spuda 
dell' uomo libero è invincibile ; Iddio sta coi foni. 

Ma queste magnanime e gagliarde parole non val- 
gono a ravvivare le speranze e il coraggio di tulli. 
Maceri dagli slenti, dalle ferite, dalla fame e dalla 
sete, i più senlonsi vacillare e venir meno l'aniiuo. 
Kgli giunge nondimeno a raccogliere intorno a sé un 
drappelletto d'uomini fortissimi per costanza e per 
valore, parato ad ogni più terribile sorte; e con esso 
avventasi a combattere i Turchi, non con la cer- 
tezza di volgere in lieta la trista fortuna, ma si ono- 
ratamente perire. 

Ali, fremente di gran sdégno, gli scrive di tornare, 
secondo la sua promessa. Lo Za velia risponde con 
fierezza spartana : 

— Quantunque tu tenga in mano la moglie ed i 
figli miei, no, non mi troverai vile come mi eslimi, 
e qual ti sei tu. Chiede ora la patria che io me gli 



abbia a dimenticare: cosi faccio, né mi sovvengo se 
me gli avessi pur mai. 

Questa risposta riaccende vieppiù la ferocia del 
Turco che corre ad assalire con novemila de' suoi più 
prodi un castello de' Greci. F.o Zavella collocalosi 
in silo allo e vantaggioso gli contrasta ferocemente 
il passo; la pugna dura selle ore. Non polendo più 
maneggiare i moschclli per essere troppo accesi, egli 
e i suoi danno di piglio alle pietre, crollano smi- 
surati macigni, e li rotolano per quei scogli rovinosi, 
facendo orribile strage. F.e donne dan mano e pro- 
vocano coi gridi e cogli applausi. I Turchi fsono sba- 
ragliali, uccisi, messi in dirotta, e lo Zavella è pro- 
clamalo vincitore ed innalzalo a ciclo. 

Dopo aver dati infiiiili esempi di sublime audacia 
e di una grandezza che pone il suggello alla verilà 
degli antichi falli ellenici, che noi credevamo quasi 
favolosi, mori coniballendo per la libertà della sua 
patria, lasciando al suo figliuolo per unica ricchezza 
l'invincibile sua spada. 

K questo appunto il tema che dipinse Lodovico 
Lipparini, professore di elementi di figura nell' I. R. 
Accademia di V^enezia, del quale noi riproduciamo 
la slampa. Artista di forte e vivido immaginare egli 
sa imprimere nelle sue opere, singolarmente in quelle 
traile dagli ultimi gloriosissimi evenimenli della Gre- 
cia, una COSI efficace espressione ed una vita cosi 
polente che nulla più. E noi vorremmo che l'esem- 
pio suo trovasse molli imitatori in Italia, e che le 
ani di pittura e. scultura fossero incitamento all'alio 
pensare, mettendoci ora innanzi agli occhi le gesta 
e le sembianze di que' nostri gagliardissimi antenati 
che seppero e vollero essere fregiali della dignità di 
uomini e d'Italiani. 



CARLO ALBERTO 



L'Italia, anche quando giaceva nel fango della più 
turpe schiavitù ed era barbaramente battuta e con- 
culcala dai propri nemici, porlo sempre in se stessa 
i germi del suo risorgimento. F^a qual cosa vuoisi 
attribuire al sentimento profondo che ebbe in ogni 
tempo di essere sortita dai destini a regnare moral- 
mente sul mondo; sentimento il quale le comunica 
l'idea di una vita immortale e la potenza di redimersi 
dagli obbrobrii e dai ceppi. 

Ammaestrata dalle sue tremende sciagure, conobbe 
che la via più legittima, più sicura e più santa a 
riacquistare l'antico decoro, era l'alTralellarsi ai pro- 
ppii reggitori, posciachè il vivere libero e ogni ma- 
niera di beni civili non risiedono nelle violenze e nei 
torbidi, ma nell'ordine il quale trae il suo principio 
dall'autorità senza cui non havvi società. 

Iddio, avendo decretato nella sua misericordia il 
termine della lunga e meritoria espiazione d'Italia, 
suscitò sulle nostre terre un Polente, al quale' diede 
rinvestitura della salutifera missione. Queslo Polente 



intese dal Vaticano i desiderii e i fremiti generosi 
della prostrala Donna delle nazioni, e, fattole un pro- 
pugnacolo della propria tiara, le slese la destra, la 
sollevò dalla polvere dicendole: Sii libera! sii indi- 
pendente! regna di nuovo sul mondo coli' eloquenza 
veneranda delle leggi e cogli oracoli rintegrati della 
religione e della fede! 

A questa voce si scossero e popoli e principi, inte- 
sero l'invito di Dio, deposero gli odii, i sospetti, le 
diffidenze, si circondarono della luce del Vangelo, e 
gridarono : Abbracciamoci e corriamo al riacquisto 
della terra promessa! 

L'Arno fu il primo a rispondere a quel grido, fu 
seconda la Dora. E qui fu dove Cario .Alberto si 
mostrò grande ed uguale all'altezza de' tempi. Vide 
il momento propizio, invocalo dai secoli, di risuscitare 
la comune patria come nazione e restituirle il suo 
grado primitivo in Europa, e d'un tratto, improv- 
visamente, come il biblico Michele, si piantò sulle 
cin\c delle Cozie Alpi e dei l-iguri ApeniMni, gillando 



8CBLTA lACCOLTA DI OTILI B IVARIATB ROZIORI 



19 



la forlissinia sua spada sulla bilancia degli italici 
desliui. 

Fedele alle tradizioni della sua Casa, egli, dischiu- 
dendo a' suoi popoli la militare palestra, ne invigorì 
i corpi e gli spirili, contribuì grandemente alla ma- 
schiezza de' loro costumi e alla virilità della loro in> 
dole, e li addestrò alla gara delle opere gagliarde e 
generose. Conobbe che un popolo, il quale produsse 
un Alfieri, che seppe ritemperare la vita civile e let- 
teraria all'incudine dell'antico genio d'ItaliS e riz- 
zare in mezzo al sonno dell' universale codardia un 
vessillo di patria indipendenza, porta in se il marchio 
della vera grandezza, è maturo alla fratelluoza civile, 
ed è degno delle più larghe riforme. Egli lo contentò, 
gli diede il premio richiesto dalla sua adulta coltura 
e dalla vigoria e magnanimità de' suoi spiriti. 

L'Italia non può ora più cadere, perchè sostenuta 
dalla (orza indomabile delle proprie idee, dallo spirito 
di Pio IX e dalla spada di Carlo Alberto, il quale 
con una mano saprà assicurare e tutelare le riforme, 
coir altra tirare a sé que' principi italiani che le 
avversano. 

E costoro non potranno più tenere lungamente 
chiusi gli occhi sul proprio bene, ne essere aggirati 
dalle tenebrose astuzie de' loro infami consiglieri: 
verranno strascinati loro malgrado dalla propotenza 
de' tempi, conosceranno che il primo e più saldo fon- 
damento de'troni è l'amore e la gratitudine de' sog- 
getti, e che le buone leggi, i buoni ordini ammini- 
strativi, l'eguaglianza civile e la parola libera sono 
desiderii e bisogni che non si possono estinguere, sono 
diritti di ogni popolo civile, sono i soli mezzi a dissi- 
pare le intestine discordie, gli odii inveterali e le 
pericolose congiure. 

Non odono essi forse le benedizioni che sorgono 
intorno al trono di Carlo Alberto? non mirano la 
gioventù subalpina accorrere festosa e balda alla chia- 
mata del loro re? non veggono uomini di ogni con- 
dizione ed età offrire le proprie sostanze, i propri 
figliuoli, la propria vita a Colui che vuol difendere 
la dignità e l'indipendenza d'Italia? E dobbiam cre- 
dere die questo spettacolo inusitato e nuovo negli 
annali delle nostre storie non abbia a commoverli, 
non a far nascere in loro il pentimento di essersi cir- 
condati dei ferri di Brenno, non ad incitarli a seguire 
l'esempio del forte re delle Alpi? 

Carlo Alberto ha inteso i suoi popoli, e per se- 
condare i loro voli non si lasciò vincere dalle arti dei 
tristi, non atterrare dalle niinaccie, non sedurre dalle 
lusinghe. Seppe essere e padre e re. I suoi sudditi lo 
adorano; e di tutti i benefìzi onde fu ad essi liberale, 
gli sanno merito singolarmente dei Consigli comunali 
e provinciali e della Stampa. 

Col primo Egli riconosce apertamente il principio 
elettivo, il che è un passo gigantesco, perchè l'elezione 
è l'ancora di salvezza di ogni malferma società; col 
secondo pone in mano de' suoi figliuoli un'arme po- 
tentissima a svellere gli abusi, ad abbattere i pre- 



giudizi, a smascherare l'ipocrisia, a mostrare nella 
sua schifosa nudità la tirannide abbietta. 

L'elezione è l'avvenire ; la stampa è il Verbo che 
iragge dal caos la luce e l'armonia. 

Di questa sappiano usare sapientemente gli scrittori. 
Per intemperanza di zelo non sfrondino, non rendano 
un fusto nudo la pianta, alla cui ombra germogliano 
e fioriscono le più grandi istituzioni. Con parola libera 
sì, ma dignitosa e pacata distruggano i prestigi delle 
ree usanze, la forza delle ingiuste opinioni, la conla- 
gione dei mali esempi, facciano pregustare la infamia 
de' secoli futuri ai calpestatori dei miseri, e stampino 
il marchio dell'esecrazione pubblica sulla fronte dei 
ciurmadori, dei sicofanti, dei ribaldi e degli imbro- 
gliatori che infestano l'Italia e impediscono il crescere 
placido e dilicato de' suoi beni civili. Anche le più 
inaocue verità diventano sospette quando s«oo predi- 
cate con enfasi e collera reltorica. Nulla si ottiene 
dall'ira. Gli è forse necessario, per essere educatore 
della società e banditore imperterrito del vero, l'ar- 
marsi delia scure e delle verghe degli antichi littori? 
Perchè esasperare le piaghe invece di medicarle? 

Scrittori ! noi tutti aspetliamo molto dal vostro sa- 
crosanto uffizio; illuminateci prima di accenderci; 
raffermate colla potenza invincibile delle vostre idee 
le riforme che ci furono e ci saranno date; rendete 
duraturo e perenne il beneficio sublime della stampa, 
beneficio che da più secoli abbiamo indarno invocato, 
e che ci fu spontaneamente concesso dalla sapiente e 
magnanima bontà di Carlo Alberto. 

P. Corali. 



ISTI\l ZIONE PUBBLICA 



SCUOLE ELEMENTARI NE' PAESI 

Se volgiamo Io sguardo soltanto pochi anni ad- 
dietro, e pratici alcun che di materie pedagogiche 
consideriamo il deplorabile stato in cui Irovavansi 
le scuole già stabilite ne' villaggi per ordine del glo- 
rioso Emanuele Filiberto, noi non potremo a meno 
che accogliere con entusiasmo e con eterna ricono- 
scenza ammirare le saggio disposizioni che Carlo Al- 
berto il grande, fra le cure più ardue dello stato, 
promulgava per innovare la pubblica istruzione, e 
sanarla per così dire dagli infiniti pregiudizii e ba- 
rocchi sistemi che pur troppo l'infettavano. Egli, al 
pari di qualunque filosofo, sapeva che l'ignorante è 
il più povero dell' umana famiglia, che l'ignorante 
non avrà mai un freno, una guida alle passioni tumul- 
tuanti e riottose, sapeva che i gentili medesimi, Pla- 
tone, Marco Tullio conobbero l'assoluta necessità del- 
l'istruzione, che i Mitileni punivano il traditore della 
patria col vietargli di far apprendere a' propri figli 
le lettere, e l'animo avendo generoso, paterno, uni- 



90 



■IMBd fOBHTinCO, LITTIBilRIO ID AITUTIOO 



camcnlc proclive al bene positivo (Ic'snoi sijddili, 
siccome lo provano le rercnli riforme da lui emanate, 
pensò d'istruire eziandio la plebe, d'abilitarla al di- 
simpegno der>li ol)bli};lii rbo si trovano annessi alla 
sua condizione, d'abilitarla insomma al ronseguimenlo 
del preziosissimo (ine por cui venne da Dio collocata 
sulla terra. Avventurosi quc' popoli cui la Provvidenza 
coneede un sovrano simile al nostro, un sovrano che 
gtaslamente si ammira dalle più colle nazioni, e dagli 
genitori stranieri proponesi perfino a modello degli 
altri principi ! Non mancano però, siccome non man- 
carono di begli ingegni (I), degli spirili forti, che sotto 
l'apparenza di buona fede e di verace filantropia pro- 
clamano a suon di tromba questa smania di istruire, 
di educare, sovvertitrice sicura, infallibile de' buoni 
costumi, perchè generando desiderii per lo innanzi 
sconosciiUi ni basso ceto, lo renderà caparbio, disal- 
lento ai lavori, insubordinato all'impero medesimo 
della religione. Miserabili! Credete voi forse che dalle 
voslre osservazioni ed ubbie non trapelino appieno 
le detestabili voslre dottrine? Schiavi di un sordido 
egoismo e di un vile interesse volete che la plebe, i 
contadini vivano perpetuamente scalzi, polverosi, ma- 
cilenti per una vecchiezza anlicipala dagli stenti, che 
si rompano incessantemente le ossa sminuzzando le 
glebe del campo, che si struggano tagliando molli di 
sudore le biade, che sieno quai giumenti apprezzali 
soltanto secondo le loro forze fisiche. Eppure quesli 
esseri degradati, vilipesi, portano scolpila sul fronte 
l'immagine di un Dio; posseggono come voi il raggio 
sacrosanto della ragione e i sensi di ogni bella virtù; 
posseggono la nobiltà del pensiero, sono come voi 
superiori a tutto quanto il crealo. Toglietevi una volta 
la maschera ed emendatevi. Nel secolo presente l'ar- 
tigiano, il bracciante non devono più riguardare la 
sola parie materiale del loro mestiere, ma devono 
conoscerne la dignità, la filosofìa, conoscere la loro 
missione, ce he nell'adempierla sta la vera grandezza. 
I contadini, così un moderno filosofo, i quali sanno 
leggere intendono più degli altri le spiegazioni par- 
rocchiali, si provvedono di qualche libro d'istruzione, 
di compendji di Bibbia, di vita di Santi, 'di orazioni 
per ascollare la S. Messa, e va dicendo. E su quesli 
libri non di rado si trattengono nei giorni di festa, 
nelle lunghe sere dell' invernale stagione facendone 
lettura ad altri più idioli; e così rimuovono i pericoli 
dell'ozio, della mormorazione e delle intemperanze 
sì fatali alla santa morale cristiana. 

Or se da lumi così limitali ne nascono beni mara- 
vigliosi, sorprendenti, che non dovrassi aspellare da 
una educazione ragionata, universale? Quai prodigiosi 
cambiamenti non vedremo operarsi ne' paesi allora 
quando il campagnuolo saprà tanto di religione da 
non lasciarsi miseramente sedurre da perfidi miscrc- 



(i) Si allude all'autore del perfido libro intitolato: 
llluiioni della pubblica carità. 



denti, da non essere continuo zimbello di ridicole 
superslizioni? Ammaestralo inoltre ne* principii di 
fisica e chimica non tremerà nello scorgere un eclisse, 
una cometa, applicherà l'igrometro nella cultura de* 
filugelli, facilissima gli ricscirà la spiegazione de' fe- 
nomeni che d'ordinario succedono noli' atmosfera, 
sulla lerra. I calcoli, il nuovo sistema metrico deci- 
male lo renderanno economo, ginsto, j;li suggeriranno 
il libro delle parlile allive e passive, non scorderà 
ciò che dagli altri gli si deve, e pagherà puntualmente 
gli affini e i proprii debili. La meccanica parimenti 
l'invoglierà di perfezionare gli slrumenli rurali, e 
l'igiene Io renderà giiardingo nello scegliere le abi- 
tazioni per se, per la famiglia, le stalle pel bestiame. 
Ma simili vantaggi, ad onta delle savie disposizioni 
governative e degli sforzi di ottimi pedagogisti, non 
si potranno giammai conseguire finlanlochc prontis- 
simi rimedii non struggeranno le cause prepotenti che 
ritardano ne'villaggi la generalità della pubblica istru- 
zione. E quali sono, mi chiederete, o lettore, coleste 
cause terribili, coleste nemiche del sapere, e per con- 
seguenza del pubblico bene? Non mancherò di farvelo 
conoscere in un altro brevissimo articolo. 



Felice Battioni. 



oeS^SB» 



SA aimimaaivw^SA n 



SESTINE 



I. 

Ai Icllori. 11 tipografo Mossaho, 

Uomo liitlo buon giislo ed elcgnnza , 
Anche pel quarantotto ha posto inane 
A stampar quella certa Jìimembranzn , 
Di cui, se vi rimembra, a onor del vero 
Già più volle ha parlalo il Messas;sfiero. 

II. 

Dissi se vi rimembra, e dissi male; 

Perchè si può ben dar che alcun di voi 
Non abbia letto mai questo giornale, 
O almen qtie' fogli che diciamo noi; 
E per costoro il mio »e vi rimembra 
Non servirebbe un cavolo, mi sembra. 

III. 

Dunque nel dubbio se sappiate o no 

Cos'è la Rimembranza , ond* io vi parlo, 
In queste rime ne riparlerò. 
Ma non vi scordi, ve'! che s'io riparlo 
Di cose da me stesso altrove delle, 
È per timor che non le abbiate Ielle. 

IV. 

Perciocché non vorrei che mi dicesse 
Qualche lettore in censurar frenetico 
Ch' io rubi e copii h" mie cose i&tessc 
Per isterilita d'estro poetico, 
E nemmeno imitar sappia gli scaltri. 
Che si contentan di rub;ire gli altri. 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI E SVARIATE NOZIONI 



SI 



V. 

La Rimembranza è un libro lungo e stretto 
Parte stampato e parte da stampare; 
£ serve all'avvocalo, all'arcbitctto... 
In domma a tulli gli uomini cTaJfare 
Per annotarvi ogni qualunque storia 
Possa loro sfuggir dalla memoria. 

VI. 

Il che vuol dir che questo libro è un libro 
De' migliori che stampinsi in giornali); 
Molti de'quai, quantunque di calibro 
Axsai più grossi e in veste più allillal;), 
Fanno quella 6gura appetto a lui, 
Che appetto alio scarlatto i panni bui. 

VII. 
Bell'uso questo qui di registrare 
Voila per volta sulla Bimembranzn 
Ciò che abbiam fallo, e ciò che abbiamo a fare! 
E un canonico io so, che per mancanza 
Appunto di registro, ebbe lo scorno 
Di praoxare due volte in un sol giorno. 

Vili. 

Lo sapete il perchè quel signorino 

Non vi rende il danar che gli prestaste? 
Perchè no 'I registrò sul taccuino 
Ma voi che per fortuna il registraste, 
Potete, se pel naso anche vi mena, 
Con un bastone rompergli la schiena. 

IX. 

Cosi la Rimembranza è indispensabile 
Tanto a chi paga, quanto a chi riceve. 
Pur troppo l'uomo ha la memori. i lahile, 
Me punto in essa confidar si deve! 
Tant'è; nella parola Mementomo 
C è più sapienza che in un grosso tonin. 

X. 

£ tanto basti della parte in bianco 
Che per utilità vale un tesoro. 
Me la stampalu è preziosa manco 
Per chi frequenta la Cillà del Tom, 
Ed ha bisogno di saper le scale 
Che guidano dal tale o dalla lab-. 

XI. 

Per esempio, cercate di un attuare? 
Avete da parlare a un presidente? 
A un console, a un causidico, a un notaro, 
A un cambista, a un sensale, a un conducente? 
Ebbeu la Rimembranza del Mussano 
Ve gli farà tocc.ir proprio con mano. 

XII. 

Ho sentito narrar di un provinciale, 
Che ricercando appunto un avvocato, 
Girò tre giorni per la capitale, 
E in fin se ne sorti com'era entralo! 
Mi sembra di vederlo, il poverino, 
A girar, trafelato, per Torino! 

XIII. 
E i cari figli e la fedel compagna, 

Che in sulla sera no'l vedean tornare. 
Immaginate die castelli in Spagna, 
Che pazzi sogni non dovetler fare!.... 
Se quel buon uom la Rimembranza ave.i , 
Quel bruito caso non gli succedea. 



XIV. 
E un libro pieno di filantropia, 

Che ail'uoui che va fra la perduta gente. 
Stende la mano e lo rimette in via; 
Dn libro che in un attimo, in un niente 
Trasforma il provinciale in cittadino 
Non troverà chi facciagli un inchino? 

XV. 

Ah salve, salve. Rimembranza cara! 

Salve, o caro Mussano! È vostro merito 
Se l'uomo a' nostri dì mostra ed impara 
Il futuro, il presente ed il preterito; 
Vostra è mercè, se più nissun balordo 
Si può scusar col dir: Non mi ricordo'. 

XVI. 

Inoltre in queslo libro troverete 

Quanto negli almanacchi è di più raro. 

La tariffa, cioè, delle monete. 

Clic spesso rompe i sonni all'uomo avaro. 

De'nostri i-c la genealogia.... 

Che cos'altro volete che ci sia! 

XVII, 

Mancano, è vero, i numeri del Lotto 
Tanto graditi all' uom di senno povero; 
Ma chi non ha il cervello ai piedi sollo, 
Chi non ama morire in un Ricovero, 
Sa che il vero Ambo è quel di lavorare, 
E il vero Terno quel di seguitare. 

XVIII. 

Per quali tutte cose, e per le tanic 
Altre che lascio di maggior sostanza. 
Invito le persone tutte quante 
Del Mussano a comprar la Rimembranza , 
Che costa poco, e dura per un anno. 
Chi poi non vuol eomprarsela, suo danno. 

MoBBERTO Rosa. 

(*) È questo un libru slampato da Enrico Mussano, ed io grande parie 
bianco per rrgislrare ricordi, ad uso di tutte le persone, ma gene- 
ralmente di quelle addette al foro. Vendesi dal liliraiu Carlo Scliiepalli. 

VIAGGIO DA TORINO ALLE PIRAMIDI 

NEL L'AUTUNNODEL 18 43 

{,Conttnuax.e fine, V.pag. 5i0 deW anno scorto ) 

LETTERA UNDECIMA 

Al nobii uomo il marchese cav. Roberto T.apparblli 
D'Azeglio, dircKore ed illusiratore della R. Galleria 
di Torino, socio di parecchie accademie nazionali e 
forestiere, amantissimo d'ogni buona istituzione 
patria, benemerito dell'insegnamento popolare che 
non cessa di promuovere generosamente con ogni 
maniera di mezzi, cducalor soave d'ogni gentil co- 
stume, emulo dell'illustre Aporii di cui è l'amico 
vero, questa sua lettera, sulla patria del maestro di 
Pitagora con lieto e grate animo in signiGcazione 
d'alta stima oiTre il suo devotissimo edobbligatissimo 
servitore G. F. Baruffi. 



M 



MORRÒ ICIBNTIPICO , LKTTRRARIO RD ARTIgTICO 



RITORNO IN AIiESSANDRIA 

PARTENZA OAXX'EGITTO 

LAZZARETTO ED IBOUi DI SIR A 

Lieto d'avere sciolto felicemente il propostomi pro- 
blema itinerario, (|uuleslera di vedere, se nei due mesi 
delle mie ferie niitiinnali si poteva compiere la corsa 
da Torino alle Piramidi, e tornare quindi in tempa ni 
doverccon un soddisfaecntecorrcdodi oon;nizioni sullo 
stalo presente dell' Ef^itin, pensai di tornarmene in 
Alessandria per godere dei piroscafi postali francesi, 
i quali ogni dieci giorni torcano (nieslo porti» per tor- 
narsene tosto in Europa. 

Nel momento però che sId rivedcrido (niesle mie 
memorie, il viaggiatore pari mio che può solanienle 
disporre di pochi scudi e di due mesi di lonipo, ele- 
menti che non sono punto claslici, oggi compirà questo 
viaggio più agevolmente scegliendo la via di Trieste 
nel ritorno, giacche la quarantena incominciando dal 
dì della partenza, non dura più di due o Ire giorni 
quando si lascia l'Egitto con patente netta, e si p.-irle 
su d'una nave provveduta di guardie sanitarie. Si potrà 
poi spingere il viaggio nell'Alto Egiiio, perchè i piro- 
scafi di Marsiglia e di Trieste compiono il viaggio dal- 
l'Europa in Egitto in sei o sette giorni, e la navigazione 
sul Wilo si può anche fare più hrevemenle per mezzo 
di piccole navi a vapore, che talvolta (cosi mi venne 
dello) si portano fino ad Assuan alla prima cateratta. 
II viaggio del Cairo all'estremità dell'Egillo superiore 
durerà una quindicina di giorni, comprese le stazioni, 
l'andata e il ritorno, e costa 30 lire sterline, inchiuso 
il vitto. Attesa la picciolezza dei piroscafi non si rice- 
veranno più di 20 viaggiatori. Oggi dello viaggio, per 
chi ha lempo a sua disposizione, colle piccole navi 
degli Arabi vuole circa due mesi, e costa una piccolis- 
sima somma. L'amatore che desidera dare un'occhiata 
al mare Rosso, può anche fare un'escursione dal Cairo 
a Suez in dodici ore circa, seduto in carrozza, la com- 
pagnia inglese del transito attraverso l'Egillo avendo 
stabilito UD servizio regolare postale, che per verità è 
un po' caro. Chi vuol fare il viaggio con un po' di ri- 
sparmio di danaro, impiegherà tre giorni a dorso di 
somarcllo ed un giorno su d'un dromedario. 

II venerdì 22 selterahre alle 8 del mattino, mi recai 
a Bolacco, dovcenlraiin una barcain comnafinia d'un 
buon francese, il sig. Delongpré d'Angoulémc, semi 
artista e semi negoziante, di cui mi trovai mollo sod- 
disfatto. Pagammo 123 piastre caduno per essere tra- 
sportali in Alessandria in due giorni. II tempo era 
veramente bellissimo, e ci abbandonammo quindi tran- 
quilli alla corrente del Nilo, fidandoci all'esperienza 
ed alla buona fede deIReis cde'suoi ignoranti ed indo- 
lenti barcaiuoli. E qui giova ricordare al viaggiatore 
che le cattive barene, i pessimi attrezzi nautici, l'im- 
perizia unita all'indolenza dei remiganti e del capitano, 
la corrente talvolta violenta, il vento che cambia fre- 
quentemente all'improvviso, attesi i tanti giri tortuosi 
del Nilo, i frequenti bassi fondi, l'ignoranzadella lingua 



araba, <|iian(lo non avete con voi un buono e fedele 
dragomanno, in somma il complesso di queste circo- 
stanze poco favorevoli non lasciano di rendere un simile 
viaggio sul Nilo un po' pericoloso o per lo meno pieno 
di molte ansietà. E per verità non sono sgraziatamente 
rari i iianfragii annui sul Nilo. Aggiungete che la barca 
(a malgrad*» delle precedenti precauzioni di farla lavare 
ben bene) ricella ordinarian»enle le selle piaghe ad un 
Irallodel vecchio e del moderno Egitto, riboccando di 
schifosi inselli d'ogni maniera, e perfino di sorci, i quali 
vi molestano al di là d'ogni descrizione. Quindi non 
ho potuto contraddire al mio compagno, quandoquesli 
nell'abbandonare l'Egillo, ad imilazione degli antichi 
Israeliti inloDÒ tulio lieto Vln exiln Israel de E(jyplo, 
Domvs Jacob de popttlo barbaro ! 

Avendo rifalla la slessa strada, le dislrazioni del 
viaggio furono anche fé slesse. La vista monoIona di chi 
è obbligalo a vivere in una navicella, il canto dei nostri 
remiganti, i quali si animano al lavoro col ripetere al- 
cuni versetti del Corano, sempre collo stesso tono di 
voce poco aggradevole, gli slessi meschini villaggi di 
cui vi ho fallo cenno nel salire il fiume, e l'incontro di 
quegli infelicissimi abitanti, il villaggio dell' Alfeh e il 
canale del Mahmoudieh, ridestarono in nie le slesse 
dolorose impressioni. 

I villaggi veduti da lonlano sembrano un po' elevali 
ed hanno (pialche cosa di pittoresco e di ameno, ma 
davvicino sono mucchi di letame e veri orrori di vil- 
laggi. Un gruppo di palme, una piccola moschea ca- 
dente con un meschino minareto lullo screpolalo, e 
talvolta la povera tomba d'un sanlonc, sono i solicdifizi 
imbiancati che allraggono i vostri sguardi erranti. Il 
resto del villaggio è formalo da un mucchio di poche 
capannuccie basse, coslrulle di fango e di stereo misti 
con un po' di paglia, appena ricoperte con tronchi di 
mais, o con foglie di palme munite di una sola piccola 
apertura, e sormontate sovente da una piccionaia. Non 
oso poi toccarvi dell'interno di simili porcili, circondati 
da un mucchio di fetidi eseremenli d'ogni maniera!... 
Il celebre dottore Pariset nella sua memoria sulle cause 
della pestilenza, così parla di questi schifosi villaggi : 
« quelics rues élroiles, inégales, lourleuses, infeclécs 
d'ordures et de tourbillons d'une poussière suffocanlel 
(^uelles maisons! ou plulòl quelles lanicres alTreuses ! 
Conslruiles de boue, peliles, basscs,obscures, humee- 
léesparlesexcrémenls du pere, delamère,des enfanls, 
(jui se nichenl là pour la nuil, péle-méle avec les chais, 
les brebis, les chèvres, et, quand l'éspace le permei,, 
avec Ics bcufles, les chanienux, les ànes ou les vaches; 
en sorte qu'un si triste habilacleparailplutól fait pour 
la béle quc pour l'homme. » 

La purezza del cielo, la maravigliosa limpidità dell' 
aria, la luce viva di cui il sole inonda questi luoghi, le 
acque limpide, la bella e ricca vegetazione, lutto que- 
sto lusso della natura rende mollo più penoso e sensi- 
bile il tristo spettacolo dell' incommensurabile miseria 
del popolo. Appena la nave si approssima alla sponda 
del fiume, di fronte a qualche villaggio, l'inliera popò- 



SCKLTA lACCOLTA 01 UTILI B SVARIATB NOEIONI 



t3 



lazionc accorre loslo in folla, alcuni per vendervi pa- 
slccclie o pane che non ne ha però quasi l'aspetto, lulli 
poi per chiedervi l'elemosina. E impossibile rappre- 
sentarsi una popolazione più meschina e squallida, e 
sudicia, e nuda, e cieca. Senza pjiiito esagerare, si può 
dire che ivi la miseria veste tutte le forme. Vedrete 
però qualche donna entrare nel Nilo per empiervi un' 
anfora pesante, che trasporta sulle spalle o sul braccio 
con una sveltezza e con una grazia degna di scalpello, 
sicché vi pare proprio vedere una statua ambulante. 
Quindi fu detto con ragione che il genio artistico degli 
antichi consisteva per metà nel ricopiare i magnifici 
modelli che loro slavano davanti. All'opposto poi, per 
doloroso contrasto altre povere donne cieche, seminude, 
febbricitanti (che qui le febbri regnano quasi lutto 
l'anno, e sono la vera peste) a cui l'estrema miseria ha 
perfino distrutti i tratti del sesso, si innoltrano fino 
all'orlo del fiume, implorando un para dal viaggiatore 
col ripetere le loro elegie in tono flebile. Dapprinoi|)io 
lauta miseria vi commuove e vi stringe il cuore, finche 
la vista continua di tanti guai finisce quasi per istupi- 
dirvi, ed innaridisce in voi il sentimento della commi- 
serazione. In questi momenti tornando col pensiero alla 
vostra patria ed alla vostra famiglia nel seno di una 
qualunque siasi piccolissima agiatezza vi pare di so- 
gnare, vi credete qtiasi caduto in un altro pianeta. 

Giunti alla Chiusa dell'Alfeb, trovammo di nuovo la 
slessa confusione indicibile di cui siamo stati testimonii 
nel recarsi al Cairo, e senza i buoni uffizi delsig. Cler, 
agente della compagnia inglese del transito egiziano, 
ci avrebbe toccato di dover passar ivi la notte nella no- 
stra barca. Il villaggio o città dell'Alfeb, come lo vo- 
gliono alcuni, riunisce la miseria e il vizio in grado 
eminente, mentre sotto d'un governo civile od europeo 
potrebbe formarsi ivi una delle piìi amene e ricche e 
liete città del globo. Il canale del Mahmondieb ricorda 
sempre l'ignoranza e la più odiosa barbarie. Per me 
non posso udirlo a nominare senza sentirmi a "rime- 
scolare il sangue, ripensando come un canale di così 
facile e semplice costruzione abbia potuto costare tanti 
stenti e la vita, chi dice a diciotto, e chi a venticinque 
mila vittime! Alle orediecldel mattino del 24 settembre 
entrammo in Alessandria, dove ho preso alloggio nel 
modesto albergo della Pensione Svizzera^ in cui con 
soli cinque franchi al giorno godete di un discreto trat- 
tamento. 

Verso le ore sette della sera dello stesso giorno, tre 
spari di cannone annunziarono il principio del digiuno 
del Ramazan, per essersi veduta la luna nuova. Odo 
che talvolta il governo, per qualche motivo ragionevole, 
fa ritardare la luna nuova di dueo tre giorni, cos'i or- 
dinando ai sacerdoti calcndarografi anche per far gua- 
dagnarealcuni giorni di digiuno. Il Ramazan dei Turchi 
dura un mese, e riunisce lu quaresima col carnovale. 
Di giorno si osserva la più rigorosa astinenza, il mu- 
sulmano non osando gustare una goccia d'acqua, od 
accostare le labbra alla sua pipa, il che è per lui la 
massima delle privazioni. Anzi ho udito che alcuni dei 



più ferventi non inghiotliscono nemmeno la propri» 
saliva ! E il dottore Clol bey ci parla di ammalati, i 
qtiali ricusando di prendere qualunque rimedio nel 
giorno, furono vittima dell'osservazione fanatica del 
digiuno del Ramazan. E pensate che il Ramazan cade 
talvolta nei lunghi giorni canicolari, giacché nello 
spazio di 5ó anni compie la sua rivoluzione attraverso 
tutte le stagioni. Ma appena udito lo sparo del can- 
none che annunzia il momento del tramonto del sole, 
vedrete i Turchi e gli Arabi accostarsi di botto le loro 
pipe alla bocca, le quali tenevano già preparate impa- 
zienti nelle loro mani; e fumare con una voluttà indi- 
cibile, e quindi cenare, e continuare in tutta la notte 
a fumare, mangiare, ballare e fare baldoria d'ogni 
maniera, perfino i più poveri mangiando carne e goz- 
zovigliando in questi giorni. Tutti i Musulmani giunti 
all'età di ik anni sonoastretti al digiuno rigorosissimo 
del Ramazan, istituito per ricordare il mese in cui essi 
credono il Corano caduto dal cielo. Maometto dice che 
è concesso mangiare e bere nella notte, fino al momento 
in cui si può distinguere al solo lume del giorno un 
filo bianco da un nero. 

{Continua) G. F. Rariffi. 



CRONACA LETTERARIA 



I. 
Dell' EDUCAZIONE mohale della donna italiana. 
libri Ire di Caterina Franceschi Ferrucci. TorinOy 
Giuseppe Pomba e' comp. 1847. 

Grazie a Dio! la donna italiana sente finalmente 
la grandezza dei destini ai quali è chiamata dalla 
Provvidenza. Ella cessò quasi al tutto dall'essere l'im- 
paccio che ratteneva la nostra società nel fango di una 
vituperevole inerzia; vuol essere, come e debito suo, 
la potenza elevatrice che sospinge gli animi a gloriose 
imprese. 

Non è oramai città in Italia, dove la donna non 
tocchi le corde de' maschi e nobili alTelli. lo rammento 
tuttavia con viva emozione l'auspicatissimo giorno, o 
di novembre, in cui vidi un'eletta e fiorita schiera di 
donne torinesi porsi a capo di un drappello di giovani 
valorosi intuonando l'inno nazionale e inspirando l'a- 
more dell'unità e della fratellanza. 

Quando un' idea potente è discesa nel cuore della 
donna e si è cangiata in sentimento, tutto è lecito 
sperare; e l' Italia non larderà a prendere tra le più 
civili nazioni il posto che le spetta, perchè le nostre 
donne vergognando ora di rimbambire tra grette o 
puerili inezie e pascersi di frasche ridicole ed oziose, 
si elevano all'altezza dei tempi, e eoi delti e cogli 
esempi ingenerano le virtù della patria, della reli- 
gione, dell'attivila e dell'unione. 

Lode dunque e gratitudine alla illustre Ferrucci del 



SI 



M08BO ICIMTIPICO, LBTTKRAilO BD ARTISTICO -«CBLTA RACCOLTA DI OTILI R SVARIATE NOZIONI 



libro elio doua |all' Italia. Ella aggiunge una nuova 
gemma, e forse iu più splendida, alia sua poclira co- 
rona. Tulle le madri italiane benediranno Iu donna 
che con lauta squisitezza e soavità di sentimenti spande 
UDti ammaestramenti civib', e intende a ristorare la 
grandezza e la forza dell'antica patria nostra! 

Quanto candore d'afTclli! Quanta inj^enuilù di stile! 
Quanta facondia sincera e modesta, matura e virile! 
Non v'è pagina da cui non sgorghino le sante dol- 
cezzc'della fede e della virtù, e che non migliori, non 
infiammi, non ingentilisca il cuore. 

La Ferrucci ha ornalo il suo nome con una di 
i|ucllo glorie che si posseggono con santa allegrezza, 
perchè abbellite e nobilitale dui puro diletto della be- 
neficenza. 

II. 
Le riGi.iK DEL PRESIDENTE, racconto d'una educa- 
trice Svedese. Scene della vita privata di Fe- 
derica Bremer. Versione italiana di Fanny Sulli 
da Uiva Benacense. Milano , coi tipi Borroni e 
Scotti, 1847. 

In questo libricciuolo è raccontato con modestia di 
colori e senza alTettazione di fiacca sensibilità sino a 
qual grado d'infortunio possa essere strascinata una 
fanciulla costretta da mano prepotente a mettersi in 
un cammino al quale non era chiamata da natura; 
esempio frequentissimo nella vita e non abbastanza 
deplorato. 

La versione è opera di una amabilissima damigella, 
di nobile casato, che ha di poco varcati i veni' anni. 
Ella spi^a non ordinaria perizia nell' adoperare la 
lingua, e in niuna di queste pagine sentesi il puzzo e 
il fracidume delle frasi straniere, delle quali oggidì 
sono ammorbati anche gli scritti dei migliori. 

Valga il suo esempio a scuotere coloro i quali, le- 
nendosi beali dei titoli e della nascila, si circondano 
di una vanità volgare e d'una superbia ignorante! 

III. 

Sl'I.LE RIFORME DEL RE CaRLO ALBERTO, pensieri 

dì Luigi librario. Stabilimento tip. di Alessandro 
Fontana. 1847. 

Sempre ad utili stodii è rivolta la mente di questo 
onorevole uomo, il quale è profondamente convinto, 
che l'ufficio dello scrittore dev'essere oggi in Italia 
una dittatura, un tribunato, un sacerdozio ; preroga- 
tive che rifulgono eminentemente nell'opuscolo che 
annunziamo, dove alla nobiltà degli intendimenti e 
congiunta molla sapienza e opportunità di dottrina, 
sagacia di giudizio, splendore e facilità di eloquio. 

Ci duole che il leujpo e lo spazio ci sforzino ad 
astringerci ad un semplice annunzio. Ma noi lo rac- 
comandiamo caldamente a coloro che cercano e vo- 
gliono efficacemente il bene della patria e si sdegnano 
dei pusillanimi, dei fiacchi e degli sciagurati i (inali 



colle loro massime farisaiche tentano spegnere ogni 
idea civilizzatrice, e vorrebbero ricondurci ad una 
schiavitù sconfortala e intollerabile. 

E più che a certi esagerali, tchifdtoti, impazienti e 
troppo teneri dei quali è grandemente decresciuta Iu 
razza, lo raccomandiamo ai seguaci di certa setta volpina, 
che ben conosciamo, i quali si scapigliano per rabbia del 
vedere le tenebre della barbarie dar luogo alla luce del- 
l' incivilimento, sospirano i giorni beali in cui nutri- 
vano innouenle fiducia di rinfantocciare i popoli adulti, 
gemono sulla miseria dei tempi presenti, in cui non 
sembra più loro di vedere il merito depresso, l' igno- 
ranza premiata e l'ipocrisia impinguata. 

O voi che siete i fratelli di quegli ameni originali 
da cui Molière trasse il TarluiTo, leggete, leggete l'o- 
puscolo del Cibrario, e vi troverete un pascolo gradilo! 

IV. 

Il regno vegetale e l'uomo. Carme di Carlo 
Cobianchì. Casale, 1847. 

Casale, antica capitale del Monferrato, fu in ogni 
tempo feconda d'uomini gagliardi per senno, per 
mano e per patria virtù. 

Quando sull' Europa si addensavano più fitte le 
tenebre della barbarie, produsse quel Corrado che fu 
l'invincibile spada delle Crociate cristiane e scintillò 
in mezzo a quelle ombre siccome un astro annunzia- 
lore di pace e di gloria. 

Riacquistala, colla pace di Costanza, una gran parte 
della propria indipendenza, ella diede al mondo uo- 
mini che possono stare d'appresso a non pochi della 
più celebrala antichità; e Ira i molti, mi basta ricor- 
dare solamente Oliviero Capello, nel quale non sai 
se più devi ammirare la grandezza dell'ingegno o la 
gagliardia degli spirili e la civile audacia. 

E anche in questi ultimi tempi, nei quali i costumi 
pareano più essere ammolliti e contaminali, ella nulre 
nel proprio seno anime ardenlissimc e capaci di ogni 
idea riformatrice e civile. 

Il Congresso Agrario dell'anno 1847 sarà per la 
storia di questa città una delle più splendide pagine, 
dalla quale ogni più animoso poeta potrà trarre inspi- 
razione di cittadina grandezza. 

E noi facciam plauso di tulio cuore alla giovine e 
vivida mente di Carlo Cobianchi per avere consacralo 
il suo primo canto a questa città nell'occasione ap- 
punto di quel Congresso memorabile ; e lo applau- 
diamo tanto più volonlicri in quanto che ci pare di 
ravvisare nel suo libretto bellezze che lo manifestano 
poeta di forlc ingegno. 

E per verità quando egli, spogliandosi di certe 
ruvidezze e sdegnando dall' avvolgersi tra certe ug- 
giose metafisicherie, si approssima alla nitida e ve- 
nusta forma italiana, i suoi versi rifulgono veramente 
di non ordinarie virtù e sembrano spirare la serenità 
di un bellissimo cielo. 

V. CoREtll. 



4. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(29 gennaio 1848) 



miciikliì: i>i lakdo 

E I NOBILI E PLEBEI 




«^«EPP» u 



PARTE PRIMA 

Era il maggio del 1578. lii Firenze, vicino al Poiile 
Vecchio, sopra il verone di un palazzo vollo verso il 
giardino, scorgevasi una giovioclla di ammirabile bel- 
lezza, vestita di bianco, li soie era al tramonto, il 
cielo azzurro e purissimo, l'aria tiepida e imbalsamata 
dall'alito dei fiori sbnccianli da una siepe clic sorgeva 
lungo il margine d'un rusceilcllo. Seduta, colle mani 
abbandonalo sulle ginocchia e collo sguardo fisso e 
immobile, ella sembrava in preda a sublime contem- 
plazione; se non che l'arco sottile del suo sopracciglio 
tratto tratto contraendosi leggermente annunziava che 
il suo cuore era occupalo da un scntinienlo doloroso. 
Il leggiero rumore d'una pedala e il muoversi delle 
foglie d'una siepe la riscossero da quciratlcggiamenlo, 
.si alzò e i suoi occhi caddero con mesta eppur vivis- 
sima gioia sulla fronte di un giovine di belle e forti 
mciubra, di vollo abbrunilo e di sguardo altero, ve- 
slito di rozzi [tanni. 

La fanciulla era Maria de' Ricci , nobile e antichis- 
simo casato; il giovine era iMichele «li Landò, umile e 
modesto popolano, che esercitava l'arte dello scar- 
dassicrc. 



— Michele! —disse ella con suono di voce tremolo 
ma pieno di dolcezza — A quali pericoli ti esponi ogni 
dì per questa infelice che^non desidera amarli e che 
non può vivere senza vederli ! 

— Rassicuratevi, Maria! — rispose egli con mestizia 
e dignità — Michele di Landò non .sa che sia timore, 
e niun uomo oserebbe assalirlo impunemente. Voi non 
ardite amarmi !... Avete ragione! con (|uale diritto oso 
io, nato nel fango, sollevare gli sguardi sino a voi?., 
a voi sublime per bellezza, per natali e per fortuna?.. 

— Oh quanto volentieri io getlerci nella |)olvere 
questi doni invidiati da tulli, per vestire i tuoi stessi 
panni e poterli dire con sicurezza e felicità: Michele, 
io ti amo perchè il tuo cuore è nobile, generoso e 
gagliardo... Ti amo e voglio esser tua, tua per sempre... 

— Non seguitate, o Maria! queste vostre parole mi 
fan male... lo non sono tanto pazzo da abbandonarmi 
alla speranza di possedervi... E se ebbi rardimcnlo 
di accoglierla in me |)er qualche minuto, ora che co- 
nosco vostro padre, ella se ne è ila dal mio cuore 
rome l'acqua che fugge da un vaso rotto, la quale, 
per quanti sforzi facciale, non potete inqiedire che 
esca fuori... Ma che volete? la ragione mi dice: 



■DSBO gCiBNTIPICO, LBTTRRARIO BD ABTISTICO 



Michele, non andare avanti n Maria ; tu non puoi 
amarla senza commcUorp prave errore : e la voce dol 
cuore invoce mi prida: \u! va! la sua vista li rende 
migliore; essa (i siisciln nel cuore mille afTetli genlili, 
come il soffio della primavera fa germogliare i fiori I 
nel prato... Mi (|iiiiici innanzi in chiuderò f!,\ì orecchi 
a questa voce, e non \t comparirò avanti se iiunrchc 
per farvi snido del mio petto ove correste qualche 
pericolo. 

— Indarno starai lontano da me, o Michele! la tua 
imma^^ine mi sarà sempre presente, ed ossa non potrà 
più darmi vernn conforto... Oh! la mia vita è dive- 
nula simile airac(|iia del ruscello che ti bagna i piedi, 
quando essa e sconvolta dall' orngano. 

— Villan rifatto! — urlò una voce improvvisa che 
fece impallidire Maria e alzare fieramente la testa a 
Michele. E comparve ad un tempo sul verone un nomo 
splendidamente al)l)i<>lt:ito, di lineamenti duri e risen- 
tili, i cui occhi gillavano fiamme, e la cui barba briz- 
zolata tremava per l'interna commozione. Era Rosso 
de' Ricci, padre di Maria. 

— Porla altrove il tuo fetore — seguilo voltandosi al 
popolano.— Tu bui abbastanza ammorbali (juesli luo- 
ghi. Se un'altra volta ardisci penetrare come un ladro 
rinnegato nel mio giardino, io li farò dare da miei 
servi lanle baltiiure che ne porterai livido il gruppone 
per un pezzo. 

Miihele di fraudo non fece allo ne d'ira né di mi- 
naccia. Il suo volto si vestì di nobile allerezza, e con 
voce pacata disse : 

— Messere! ogni grandezza scompagnata da \irlii 
è peggio che miseria... 1/ istinto orgoglioso del vostro 
cuore vi fa varcare ogni limile del giusto e dell'onesto, 
e vi fa dir cose che muovono un animo bennalo meno 
allo sdegno che alla pietà. Interrogale la vostra fi- 
gliuola se Michele di Laudo si meriti i bassi oltraggi 
coi quali l'assalite. 

Maria chinò gli occhi, 'e, per temenza del padre, 
mancando a se medesima, non ebbe una parola per 
l'onestà e la grandezza del povero popolano. 

Michele, dopo essere rimasto per qualche tempo in 
silenzio, guardando con ansietà Maria, semi sorgersi 
dal profondo del cuore un pensiero che gli passò di- 
nanzi agli occhi come una nuvola oscura, e le sue 
ginocchia parvero un trailo vacillare. Ma non tardò a 
ripigliare se medesimo, e data una scossa alla vita, 
con un sospiro risoluto disse: 

— Messere!...! vostri oltraggi sono giusti... Chia- 
male ì ser\i, se tale è il vostro desiderio... fatemi 
vei^heggiare da loro... io non mi muoverò d'un passo, 
quantunque questo braccio abbia tale vigoria da farli 
balzare come le spighe sotto il correggiato. .. .Ma poiché 
parmi che questo non sia più il vostro pensiero, io 
me n'andrò, pieno del rammarico di non potere in 
qualche guisa farvi manifesto che anche sotto i cenci 
d un plebeo palpita talvolta un cuore magnanimo e 
furie. 



E si mosse per andare, giltando a Maria uno sguardo 
nel quale era dipinta un'espressione di rimprovero. 
Il padre traendo con impelo la figlinola dietro a sé, 
chiuse con fragore le imposte del verone in faccia al 
popolano, il quale usci dal giardino col cuore lacerato 
dall'acuta spina del disinganno. 

Ma -più che l'ingiusto riserbo di Maria, il quale Io 
spogliaxa di ogni sua più cara illusione, lo triiliggeva 
il pensiero della patria occupala e vinta da interno 
male, lacerata e distratta dalle discordie sanguinose 
tra i nobili e [)Iehei, discordie fatalissime, sorgente di 
tulle le miserie che aggravaronr» l'Italia e la spoglia- 
rono dentro di libertà e di quiete, fuori di lustro, di 
decoro, di autorità e di potenza. 

K Firenze, la quale débbe a questi dissidii la morie 
del suo stato popolare, era allora più che mai sfolgo- 
rala dalla lirunnide dei grandi. Kgiino uunmmivnui), 
0, per meglio dire, rimovevano dal governo gli uo- 
mini venerabili per l'età e per gli egregi falli, i (piali 
ripulavansi capaci a volgere altrove il corso delle pre- 
senti ealamità ; e non conienti a questo, li bislralla- 
vano, li percuotevano e li mandavano a conline. Per 
la qual cosa entrò un cosi fallo spavento e tremore in 
lutti, che niun tiranno più formidabile fu cosi abbor- 
rito quanto i patrizi. 

Essi formavano il nerbo principale della signoria, 
e, in ogni luogo do\e passavano, vedeansi levare le 
genti da sedere, e far loro riverenza e inchinarsi non 
allriuienli che si faccia ai principi e signori assoluti. 
Il dir male di alcuno del loro inagislrato era cosa 
più pericolosa che il bestemmiare il nome di Dio e 
de' Santi suoi. I bottegai davan loro volentieri le 
merci, e poi non aveano ardimento a richiederli de' 
loro credili. Alessio Baldovinelli e Lorenzo di Dino, 
uomini onorandi, di buon ingegno e di vita irrepren- 
sibile, ebbero a perdere il capo solo per aver dato una 
petizione contro il gonfaloniere Renghi Ruondelinonte, 
da cui ambedue erano stali offesi. Insomma questa 
sfrenala e strabocchevole licenza era cagione per cui 
tutti i cilladini iniseranienle piangessero in secreto, 
e fosse dipinto su tulli i visi lo sj)avcnto, l'orrore e 
la misericordia. 

La plebe, la quale più di tulli era oppressa, vili- 
pesa e calpestala, volle rompere questo giogo, rizzando 
il segnale della resistenza e rinso"na della ribellione. 
Ma era sempre frenala da noniìni benemeriti del co- 
mune i quali venian predicando che la decente sop- 
portazione, meglio che le violenze e gli oltraggi, può 
ragionevolmente procurare sollievo e favore. Lo stesso 
Michele di Landò, che era l'occhio della plebe e che 
aveva in animo di rimettere i suoi fratelli in migliori 
termini che non erano, non li consigliava ancora a 
usare i rimedi efficaci e pronti a far rivocare le leggi 
e le provvisioni crudeli. 

Ma Rcncdellu Carlona, giovine plebeo di grande 
animo e slreltissinio amico di Michele, riscosse tulli 
sr.ii^liando la prima pieira. 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI E SVARIATE NOZIONI 



27 



— Per Dio! — sclamò in mezzo ad un'immensa mol- 
iiluJine di popolo. — E lino a quando ci lascieremo 
assassinare da questi marrani? e dove saremo noi 
tratti, se più lardiamo ad opporre con animi for- 
tissimi le lingue, i pelli e le mani alla loro incom- 
porlabilc tirannia? Non siamo forse calpestali come 
una razza di vermi? Non operano forse ogni mezzo 
a tenderci mille trappole, a rubarci, a vituperare le 
nostre donne, a scannarci?... E siamo cosi dimen- 
tichi di noi slessi?... siamo bastardi noi?... siam be- 
stie?... Si! peggio elle bestie, perclic i bruii se ven- 
gono assalili sanno difendersi, sanno adoperar l'ugna 
e il dente; e noi sopportiamo con pace le violenze, 
gli oltraggi, le angherie, le battiture, le uccisioni... 
Infamia a colui che non sa rinnegare la pazienza e 
croljare le mura, come Sansone, per seppellirsi coi 
nemici sotlo le ruine deiredilìzio !... Ma di questa in- 
famia non sarà coperto Benedfllo, il quale pel primo 
alza il suo slocco e grida vendetta. 

— Vendei la! vendetta ! — risuonò intorno lerribil- 
nienle; e lutti accesi da un solo pensiero e concitali 
da un solo alTeltosi drizzano a guisa di tempesta verso 
il ponte Riibdconle alla casa di Lapo da Castiglioncbio, 
uno de' nobili che escrcita\a superbamente l'impero 
della sua lirannide. Egli scappa sotto abito di frale 
a San la Croce, e la sua casa in un momento è arsa e 
distrutta, la qual sorte tocca ])ure a quelle di Buon- 
delmonle, degli Spinelli, degli Strozzi, dei Pazzi, dei 
(ìuadagni, degli Albizzi, dei Canigiani, dei Soderini, 
dei Corsini e di moltissimi altri patrizi, che troppo 
insolentemente aveano usalo della loro potenza. 

Si cavano tulli i prigioni, si assale il convento degli 
Angioli, si uccidono dtie conversi e si rubano per 
forza i sacri arredi. Penetrano nella chiesa di Santo 
Spirito, sparpagliano, ardono e calpestano le masseri- 
zie de' grandi ivi riposte, appiccano il fuoco a nuove 
case, insultano a quanto l'umanilà ha di più tenero, 
di più venerando e di più tremendo. 

Si viene in piazza : impongono ai priori di sgom- 
brare il palazzo e ire alle loro cose se non vogliono 
vederle abbruciale colle loro donne e figliuoli. Il no- 
bile gonfaloniere Cuicriardini trema, piagnucola, rac- 
comandasi ora all'uno ora all'altro che lo conducano 
in salvo, ed è nascosto da Tommaso Strozzi alla vista 
della plebe infellonita^ la quale sta per impadronirsi 
del palazzo e mettere in fondo ogni cosa. 

Chi frenerà ora questa furia dalle mille leste? chi 
salverà la patria dall'imminente ruiiia ? chi la sol- 
Irarrà alla matta rabbia di una plebe che procede con 
animo deliberato di trarre tulio a precipizio?... Ecco 
un uomo, invaso da prepotente e sublime pensiero, 
s'anciarsi alla lesta di lutti, salire con grand' impelo 
le scale del palazzo abbandonato dai patrizi, impugnare 
il gonfalone della repubblica, e gridare con voce po- 
derosa: Viva la patria! Viva Firenze!... 

Egli era Michele di Landò in scarpette, senza calze, 
in abito vile e privo d'ogni ornamento e onore. 
(Coh//h»o) P. Corelli. 



DEL PAPA 

E DE' SUOI STATI TEMPORALI 

Il papa rappresenta due personaggi: il capo spiri- 
tuale della Chiesa cattolica e il principe temporale, il 
sovrano d' uno sialo. 

In origine, il vocabolo Pupa, che in greco significa 
Padre, era comune a tulli i vescovi ; non è che dopo 
Gregorio VII (1073) che lale nome si dà esclusiva- 
mente al sovrano pontefice. 

La serie dei papi sale senza interruzione sino a 
San Pietro, il quale, giusta la tradizione, venne a 
Roma sotto l'impero di IS'erone e vi fondò la Santa 
Sede in qualità di principe degli Apostoli. 

Come successore di Pietro, il papa ha la sovrana 
autorità sulla Chiesa eallolica, fa osservare i canoni e 
le regole, aduna i conciiii, crea i cardinali, conferma 
i vescovi e veglia alla conservazione del dogma e della 
disciplina. 

Dal secolo decimoquarto il sovrano pontefice porla 
una triplice liara, simbolo della sua giurisdizione sulle 
tre parli del mondo allora conosciuto. Tiene in mano 
una chiave d'oro e una chiave d'argento, chiamale 
le chiavi di San Pietro. Viene dello dai cardinali riu- 
niti in conclave e non può essere scelto che fra loro. 
All'elezione lieo dietro l'esaltazione, nella quale il 
nuovo papa, collocalo sopra una sedia pontificale, è 
portalo sulle spalle alla chiesa di San Pietro. Il papa 
prende il titolo di Servo dei seroi dì Dio. Lo si chiama 
sovrano Pontefice, Santo Padre, Santissimo Padre; di- 
rizzandosi a lui, gli si dice l'astra Santità. 

Quanto alla potenza temporale dei papi, essa non 
sale che all'oliavo secolo. In quest'epoca non potendo 
più fare verun fondamento sulla prolezione degli im- 
peratori d'Oriente, volsero gli sguardi verso i re fran- 
cesi. Pipino, vincitore de'Lonibardi, donò a Stefano II 
una parte del territorio romano, che chiamavasi l'esar- 
cato di Ravenna, ('arlomagno nel 774 vi aggiunse 
Spoleto e Perugia. Nel lOoo l'imperatore d'Alemagna 
Enrico II cedelle al papa il ducato di Benevento. Ma 
fu soprallutto la celebre donazione della contessa Ma- 
tilde, signora della Toscana, che contribuì a fare dello 
stato ecclesiastico una dello potenze politiche di primo 
ordine in Italia. Nel 1 10:2 ella volle che la Santa Sede 
ereditasse lulli i suoi stali. Tuttavia questo possesso 
fu lungamente conlraslalo ai papi. In più epoche gli 
imperatori Alemanni prelesero esercitare sopra Roma 
un diritto di sovranità. Nel tredicesimo secolo, Gre- 
gorio X ollenne dal re di Francia una parte della 
Provenza, la cui capitale era Carpenlias, alla quale 
più tardi si aggiunse Avignone. I papi, per fuggire 
i torbidi d'Italia, stettero in questa città dal 1509 
sino al 1377. Avignone e il suo contado appartenne a 
loro sino al I79I. 

Gli stali della Chiesa e del Papa hanno per confini : 
al nord, il regno lombardo veneto; al nord -ovest, il 



28 



HOMO SGUUiririGOi ftiUflIARIO BD AUTISTICO 



mare Adrialico; ul sml-csl, il regno (IrllcDtic-Sicilip; 
al sud-ovest, il mare Medilorraneo; e all'ovesl il pran 
ducalo di Toscnnn e il ducuto di Modena. 

Sono divisi in xent'iina provincia, di cui ()uella di 
Kuma ha il lilolo di Coiutnat (iinticn \ocab(tlo d'ori- 
"inc crora, si;;ni(ieanle f/oiiruo d'un horrjo), e le altre 
venti in tlrlrtfasioni. Sei di queste delegazioni, essendo 
governate <la legali^ sono chiamale parlieolarmenle 
legazioni. Tulle queste provineic portano il nome de' 
loro eapo- luoghi. 



UN COINSIGLIO DI [NOTTOLONI 




Il Presidkntb. 

Signori! la patria e il Irono sono in pericolo, lo mi 
rivolgo alla vostra assennatezza e ul vostro conosciuto 
valore per mettere un argine alla piena dei mali che 
sia per innondarci. 

Don Fabuizio. 

Io sudo freddo pensando alla presente condizione 
di cose. Chi l'avrebhe detto quattro mesi fa! Slampa, 
polizia, corte di cassazione, ordinamento municipale, 
«^uaglianza civile... Orrori! orrori!! 
• Don Tommaso. 

E ne vediamo già i pessimi e dcplorahilissiini elTetti. 
Vedete la slampa! essa non risparmia più nessuno, 
assale a dritto e a rovescio, provoca l'ordine dei pa- 
trizi!, osa consigliare il governo, non rispetta gli 
ecclesiastici — 

Don Basilio. 

Siamo alla fine del mondo! Questa catastrofe io la 
previdi dal momento che si vollero aprire le scuole 
infantili, diffondere 1* istruzione Ira il popolo, fargli 
conoscere che anch' egli ha una ragione, che anch' 
egli ha diritti... tutte cose buone in teoria, ma per- 
niciose, spaventevoli in pratica! Aprite gli occhi alla 
plebe, a quest'idra dalle mille leste; sguinzagliatela 
un pochino mostrandole ch'ella non è soltanto nata 
a logorare le braccia e a sminuzzare le glebe, ma che 
le è lecito accostarsi al banchetto della vita, a questo 



banchrtlo al quale la Provvidenza chiama soltanto i 
suoi eletti, e poi vcdrele... K quante volte non ho io 
predicate tali coso per le vie, nei ridotti, ucIIk sale, 
sulle callcdre, nelle stesse roggie!., Si è voluto fare lo 
gnorri.. Eccoci dunc|ti(' al precipizio. 
Il PnEsinKNTK. 

Io mi son posto al f(Tmo di protestare contro queste 
ribaldigie. Me lo comanda la coscienza, me lo comanda 
la devozione, l'osseiiuio e ralTello sviscerato che mi 
legano alla santa causa del trono. 
Don Faurizio. 

Tutto è in pericolo. INon vedete, Dio mio! elicsi 
vuole niente meno che la guardia civica? A che di- 
verremo se si daranno le armi a questa bordaglia! 
Essa vorrà allora comandare, e noi dovremo lacere! 
essa sfolgorare per le vie e per la reggia, e noi na- 
sconderci ! essa imporre e noi obbedire! 
Don Tommaso. 

Ma e la polizia, signori miei, la polizia! In quali 
mani fu collocalo (pieslo palladio dell'ordine pubblico? 
Come è lecito sperare sicurezza e tranquillità <ia genie 
che non ha mai maneggialo le armi; che ne impau- 
risce soltanto al suono, e che logora la vita e gli 
occhi tra codici, tra leggi, tra bazzecole di amministra- 
zioni e che so io?... Ma poteva mai cadere una più 
pazza fantasia nel cervello degli uomini? 
Don Basilio. 

E intanto vediamo che oramai sono scassinati tulli 
i cardini del pubblico reggimento! La religione è 
strascinata nella polvere; i suoi ministri sono accolli 
a fischiale e sassale. Avete intesi i sacrileghi tumulti 
di Genova?... Potevano i barbari far di peggio agli 
apostoli del Vangelo? Mi senio ancora lutto stringere 
d'orrore... Volete di più? si ardisce nientemeno di 
invocare e promoveee il riscatto degli Ebrei, di questa 
ladra genia i cui padri strascinarono sul Golgota il 
Salvatore... 

Il Presidente. 

Insomma è tempo di finirla! Se andiamo di questo 
passo, vedremo i nostri stessi servi venirci addosso e 
strapparci da queste poltrone che ci siamo guarla- 
gnalo col privilegio della nascila, col sangue degli avi 
e coir eloquenza dei consigli... 

Don Tommaso. 

Faranno di più! si porranno alle nostre tavole... 
Don Fabrizio. 

Vorranno che i loro pareri prevalgano ai nostri... 
Don Basilio. 

Toglieranno il patrimonio della Chiesa, calpeste- 
ranno i sostenitori di ogni ottima causa, vorranno 
Camere, rappresentanze nazionali... Signori ! non di- 
menticate che un vostro confratello non ebbe rossore 
di scrivere che le Riforme presenti, cagione di cosi 
orribili mali, ti hanno soltanto in conio di un lavoro 
incijìirnlr (^*). 

(') Le IJroPiB DEI LiBEDALi. Dialoi^o Ira un Prot^rcs- 



SCRLTA •ACt.'OLTA 01 OTILI R STAIIATR NOZIORI 



39 



Tutti. 
Prolesliaiiio ! proteslianio! prolestiuiuo ! 

Un domestico. 
Signori! tu ilireUnrc di polizia chiede entrare... 

Il Prcsioents. 
L'n dircUore di polizia!... Vecchio o nuovo? 

Il domestico. 
Nuovo ! 

/ A'o/to/oni $i fanno puUidi pallidi e volgono intorno 
lo sguardo tmarrito, q»a$i in cerca di un bugìgatlolo 
per nascondersi. 

Tl DlRETTOnK DI POLIZIA 

enltundo. 
Signori ! non impallidite, non Iremale. Voi vedcle 
che non sono circondalo dall' apparalo della forza... 
Seppi da laluno clic qui si vanno fabbricando arliOzi 
e sotterranee niacchiiiazioni. Questa è la sola guerra 
della quale si sgomenta il governo, e ch'esso vuole 
spegnere ad ogni costo. V'engo perciò a consigliarvi 
amichevolmente di cessare da queste arti che sono 
l'appanaggio dei codardi e dei rellili, e che non stan 
bene ai vostri pari. So che il volervi guarire dalle 
vostre fantasie sarebbe lo slesso che il la\are la faccia 
ad un moro, colla fìducia di farla divenir bianca. Ma 
poiché né le contingenze dei tempi cangiali, né la sa- 
pienza del vostro re possono persuadervi, è debito 
mio Tavverlirvi ciie negli uomini assennali voi destate 
meno lo sdegno che la compassione e il riso, e che le 
vostre arti volpine saranno sventate... E se le parole 
di un galantuomo, grande amico del vero, potes- 
sero alr^uanlo commovervi, io vi ripelerei con lui : 
Tulli unistan%i gli uomini di buona fede, amunti della 
religione e della patria, e ninno voglia pi etendere di 
mostrarsi pUt realifla del He e piit cattolico del Papa. 
Sanno il Papa ed il Re dove comenga progredire, dove 
convenga arrestarsi affine di promovere la vera felicità 
dei popoli, la grandezza e il risorgimento d'Italia. 

P. CORELLI. 

siila ed un UUra- Conservatore, di Eugenio Balbiano. 
Torino, 184S. 

Noi raccoinandiaiuo la lettura di questo couiincudcvolc 
opuscolo a lutti culuro clic sono lìberi di l:ibl)ru e schiavi 
di cuore. 



VIAGGIO DA TORINO ALLE PlltAMIDI 

iNELL' AUTUNNO DEL 1843 

LETTERA UNDECIMA 

(Continuai. V.pag.il) 

Essendomi recalo verso lenove della sera al pahizzo 
di S. A. per augurare buon >iaggio a S. E. Arlin bey, 
il quale doveva accompagnare l'indomani il Viceré lino 
al Cairo, osservai qualche moschea un po' illulninata, 
ed incontrai lungo le scale della reggia il corpo degli 
ulema, che veniva a fare gli augiirii di lieto viaggio a 



Meheniel-Aly ed annunziargli forscadiin tempo il prin- 
cipio del Ramazan. Nel tornare a casa mi sono affac- 
ciato per pociii istanti alla porla di alcuni CiiITè pieni 
zeppi di Musulmani , i quali fumavano bevevano 
l'arabo liquore in un silenzio veramente ammiralìvo. 
Ma che cosa non vidi mai! per non loecar\i dell'alnio- 
sfera impura e ributtante, dovuta al fumo delle pipe e 
del pessimo olio, e della gran calca di persone, non 
posso tacervi elie in uno di questi caffé, vere bolgic 
infernali, uomini schifosi in abito da donna, i così 
delti kliou-aìs ripetevano le più lascive e mostruose 
danze; ed in un'altra bottega da caffè si rappresentava 
eolle ombre chinesi una commedia, in cui Karaciou, 
l'eroe principale, era in un atteggiamento, che la mo- 
rale e la civiltà non mi concedono nemmeno di accen- 
nare. Mi fu detto che la commedia terminava col più 
sozzo e solenne insulto di Karaciou ad uno dei pub- 
blici rappresenlanti d'una gran nazione, in mezzo alle 
più grasse risa degli astanti! In allri paesi meno bar- 
bari simile spettacolo sconvolgerebbe sicuramente gli 

esseri i piùeorrolli Ma ciò èpoeo a fronledir|nanto 

eornmeltesi di notte nelle slesse pubbliche vie d'Ales- 
sandria, a pochi passi dalla dimora dello stesso sovrano. 
Dacché, per recente decreto, Mehemet-Aly, obbligalo 
ad abbandonare il vergognoso tributo chegli pagavano 
le cortigiane, proibì severamente le danzatrici pub- 
bliche (le Alméfs) e il loro commercio, esigliandole in 
parte nell'Alto Egitto, vedesi avverare nelle due metro- 
poli dell'Egitto la sentenza d'un grand' uomo: tolte 
meretrices et omnia replebis libìdinibìis\ Udite diffatlo 
come la più sozza libidine trabocca per ogni verso, 
giacché per una strana e dolorosa eontradilizione, es- 
sendo vietala la prostituzione delle donne, si tollera 
quella degli uomini. X/horrendum besliuUtatis scelus e 
divenuto affatto ordinario, ed ho udito a ripetere più 
d'una volta le frenesie erotiche di Sodoma. Uà nobile 
castità della nostra lingua non mi concede nemmeno 
di adombrare alcuni dei falli di (pieslo brutto genere, 
in cui mi sono inconlralo per caso in pieno giorno, e 
peggio poi di riferire alcuni di quelli uditi particolar- 
mente da persone autorevoli per saggio (I). Né val« 
punlo l'opporre la barbarie aulica del paese, giacche è 



(T Eccovi come si esprime a questo riguardo il signor Raoul 
de IMalticrbe, il quale ha visitalo or ora l'Egitto dopo di me 
(V. L'Orient 1718-1845, tome deuxième, pag. 338). • Je fis coni- 
prendre aux Arabes quo, pour nous aulres chréliens, le harrni 
n'éiait point une chose iiidispensable, et que iioire Dieu iioiis 
donnait la force de nous en passer. Ils me rcpondirenl fori nai- 
vemenl, qu'eui aussi savaienl fori bien s'en passer ; qu'entre 
amis, on savait se rendre toute sorte de petits services; et d'ail- 
leurs, ajouta un de nos moukres, en forme de conciusion, n'a- 
vons-nous pas nos chameaux? Je restai sluiìéfait de la bonhomic 
avec laquelle ccs hommes m'avouaient les vices les plus odieux. 
Ils semblaienl trouver cela lout naturel, et il ne leur venait pas 
mèine l'idée quii p<lt y avoir qiielque hoiite dans des hab.tudcs 
aussi infàmes et aussi dégrailantes. Des chameaux! si je ne leusse 
entendu de raes proprcs oreilles, je ne laurais jamais pu croire. 
Voilà doiic le resultai de lislamisme ch«z les Arabes! Que pour- 
rais-je ajouter à cela?» 



so 



MUIBO SCIKNTIPICO. LBTTIMABIO BO ABTIITICO 



dovere sacro di <|uaIiin(|ncgovcrno<ivilizz;U()ri' «li pcr- 
M'giiilarc e dislrug^fro gli nvnnzi tlcj-li Ubì immorali e 
liarbari dii iciiipi nnlichi. 

Simili usi barbariti cJ odiosi iimiuiiziaiu» eli»' i frllab 
drll'KgiUo prc.MMilc sono i vori discondiMili dogli Kgixii 
aiilicbi ( nlciini vogliono clic i veri Arabi siano i soli 
Rfdiiini del doserlo), corno si può d'allrondc vorilìcaro 
Itiornalinciilc, osscr\ando che i coijladiiii non presen- 
tano alcuna differenza colle anlicbc slalue egizie scol- 
pile Ire mila e più anni sono. Aggiungete die I inte- 
grila dellaiilico sangue egizio è guarenlila da una ler- 
ribile proprietà del clima. È un fallo nolo, <li cui non 
si conosce hi cagione vera, che il forestiero può vivere 
bene in Egitlo, ma non perpeluarvisi. E cos'i i Mam- 
mclucclii non lasciarono alcuna poslerità, ed allo slesso 
Mcbemcl-AI)', dei novanta figli «lic gli nac(|ucro, ne 
restano appena cin<|ue, dei (|uali, il primo è nato in Ilo- 
inelia. I negri ed i mulalli vi muoiono (piasi tutti di 
flisi di paralisi. La morlalilà dei fanciulli dei bian- 
ebi die vengono in Kgiilo, moula ad 85 per 100, e 
«judladei negria98 per 100! (I). Oggi l'I-gillo è però 
abitalo da individui di \aric nazioni, come lo è 1' 0- 
ricnle in generale. Vedete Beduini, Ebrei , Maltesi, 
(Ireci, Soriani, Abissini ed Europei. 1 cos'i óclùbinubra 
sono popoli della Niibia inferiore; questi si distinguono 
dagli Egiziani pel colore rossigno (acajou) della pelle ; 
sono in piccol numero, e quando banno raccolto un 
modesto peculio colla loro professione di servitori, se 
ne tornano in patria, come fanno anche molti abitanti 
Ui alcune delle nostre proviiieie meno favorite dalla 
natura. K'.opti che si coniano in numero di circa 150 mila, 
si pretendono i discendenti diretti e veri degli antichi 
abitanti di Tebe e diMenfi, ma pare che la loro fisono- 
uiia non abbia rassomiglianza coi tipi scolpiti degli an- 
tichi Egiziani. I ('opti professano un Cristianesimo 
alteralo dall'Islamismo, ed in generale sono affatto igno- 
ranti, benché in grado molto minore delle altre nazioni 
che abitano l'Egitto, per il die vengono scelti qua e là 
come scrivani e simili. I loro monasteri sono meschini 
e sudicii in modo incredibile. Basti aggiungere che si 
è in questi conventi che i preti Copli godono dell'orri- 
bile privilegio di evirare i poveri fanciullini negri, di 
cui fanno poi un esecrabile commercio. Questa opera- 
zione è così dolorosa e pericolosa, <'he due lerzi di questi 
infelici muoiono poco dopo... Gli harem tutti dell'O- 
riente si provvedono d«gli eunuchi presso i monaci 
Copti dell' Egitlo ! . . . lo non ho la pretensione di descri- 
vere parlicolarmenle l'Egitto in (jucste brevi pagine, 
ma ho solamente voluto metlere a parte l'amico lettore 
delle poche cose, che ho notato di volo in questa mia 
rapidissimacscursionedalleAlpialle Piramidi. L'Egitto 



(I) Nel Cairo, la cui iMipolazionp non giunge forse a 300 mila 
abitimi, muoiono glomalnicnle da I8 a 20 persone, olire l'as- 
V(nza di parecciiie delle nostre malattie, il clima e$;i/inno pare 
molto sano, e gli abilanli devono ascrivere specialmcnic il loro 
buon lempcrnmento al vitto vegetale, alla loro grande «Mbrielà, 
a ino!le pratiche igieniche Ira cui l'uco dei bagni, il non bere 
vino e »imill. 



antico si trova descritto ed effigiato minulameiile nella 
grand'opcra della spedizione francese e nelle accredi- 
tate scritture di Volncy, di Champollion e di Hosi^llini 
specialmente, a cui converrà aggiungere quelle di 
Lepsius, il (piale, per accennarlo qui di passo, tra' le 
altre molte scoperte, dieesi, abbia trovalo un esemplare 
compiuta della rinomata iscrizione di Uosetta. Oggi poi 
quasi tutte le capitali d'Europa possedonouna collezione 
di oggetti egiziani, tra cui primeggia la nostra prezi(»- 
sissima di Torino, a cui non cessano di venire ad attin- 
gere c()gnizioni i più rinomati archeologi d'Fliiropa. 
Tra le opere poi, le più recenti, che vedono quasi gior- 
nalmente la luce, ricordo sempre con piacere quelle 
dei signori Clol bey, Lane,Hamont, Mengin, Cadalvène 
e Breuvery, A. DeVallon, Schoelcher, Raoul dcMal- 
herbe, ecc., ecc., icui semplici nomiaccenno agli ama. 
tori delle cose egizie. 

Ilo lascialo il porto alle ore otio del mattino del 
27 sellembre, avviandomi aSirasiil piroscafo franceR(r 
il Sigoslri. Il prezzo dei primi posti è di franchi 155, 
escluso il villo a bordo. Verso le ore nove del mattino 
del 29 settembre ci trovammo di fronte a Santorino, 
isola rinomata specialmente nella moderna geologia, e 
dopo Candia forse la più fertile dell'Arcipelago (1). 
Nel mio viaggio precedente vi aveva accompagnalo al- 
cune suore della Carità venute a bella posta di Parigi 
per far del bene ai Santorniolli. Secondo Plinio que- 
st'isola emerse dal mare 236 anni prima di ('risto. Il 
primo suo nome di Callkte, che suona Bellissima, le 
si mulo in quella di Thera che conservò fino al xiii se- 
colo, in cui con nuovo cambiamento prese a chiamarsi 
dal nome della Santa sua protettrice Sant'Irene, e per 
corruzione Sauterini o Santorino. 

Il tempo essendo bellissimo e le onde unite e piane, 
come quelle d'un immenso cristallo, il Sesostri parca 
solcare il più ameno dei laghi, popolato di una gran 
(|uantità di variatissimc isolette. 

Il nostro pilota greco mi accennava che le grandi 
isole deirArci|)eIaa:o osui abitale, montano ad una ven- 
lina circa, non tenendo conto delle isolelle minori che 
hanno l'aspetto di grandi scogli sporgenti qua e là. 
Qui.'idi mi additava i nomi di quelle Cicladi che tal- 
volta toccavamo ben davvicino: Anafopulo, Ànafì, 
Puros, Aniiparos, yiraclia, Nio, l\axia, ecc. 

In generale la bella poesia delle Cicladi è tolta nel- 
l'antica mitologia, queste isole avendo un aspeltoarido 
e vulcanico, mentre sono vivi testimoni delle grandi 
rivoluzioni teli uridie a v venule in (|uest'angolodel globo, 
in lempi di cui perfino l'istoriaci ha conservato tradi- 
zioni non dubbie, come sono, ad esempio, il diluvio 
parziale di Deucalione e simili. 

Verso le ore sei della sera di questo slesso giorno 
29 settembre, gettammo l'ancora nel porto di Sira, 



(I) I.a interessante rela2ìonc accademica del nostro chiaris- 
Mmo cav. prof. Giulio intorno ad una statistica manoscrilla ed 
inedita dell'isola di Thera (Santorino) del conte dottore C. De 
Cigalla. Torino, Stamperia reale, 1845. 



8CBLTA RACCOLTA IH UTILI B SVARIATE NOZIONI 



3t 



dopo una felirissiina na\ inazione. Quosl'isola viene 
fre(|uenlemenle confusa colla vicina famosa Sciro, o 
ilimenlicala alTallo in alcuni trattali di Geografia, l/a- 
spetlo esterno di Sira e della sua nuova capitale vi 
presenta un' altissima piramide, che sul far della nolle 
si direlìbe illuminala por incantesimo, il viajjjjiatorc 
che vi approda per la prima volta nella sera, può cre- 
dersi giunto nel porto di una maravigliosa capitale. Ma 
\erso l'alba si dissipa poco per volta l'illusione della 
sera, veilendo tanta aridità; ed appena posto il piede 
a terra non si crede quasi più ai nostri occhi, scor- 
gendo una cil«à cosi meschina, vie rislrelle e sudicie, 
meschiue casette, povere hotleguccie e poveri al)itanii; 
«•ppure lamoderna Sira è forse l'emporio del commercio 
-reco; qui trovasi il deposito dei cereali del mar Nero, 
e qui è il primo cantiere della Grecia e forse anche 
lino dei primi del Mediterraneo. Ma di Sira e di Er- 
mopoli parleremodi proposilo nell'uscire dal lazzaretto, 
dopo aver purgala la contumacia ; per ora vi trascrivo 
semplicemente le pagine del mio porlafoglio sulla vita 
del Lazzaretto, in cui sono entralo verso le ore olio del 
mallino del 50 settembre. 

I! nuovo edifizio, disegno d'un architetto bavarese, 
veduto dj| porto vi si presenta sotto d'un bell'aspetto; 
ma appena enlralovi si dissipa ogni illusione nel ve- 
derlo così imperfetto. Questo lazzaretto sorge sulla nuda 
roccia, distante un qtiarto d'ora circa «la Ermopuli, ed 
ha la forma rettangolare con un lalo che guarda «1 mare 
verso il porto, e rj^iesta è la più bella parte dell' edi- 
fizio. Il parlatorio ha la forma di un porticato semi- 
circolare di un effelto non disaggradevole. Nel mezzo 
del cortile iiilerno, lullo ingombro di rottami di roccia, 
vedesi una piccola, ma bella ara antica di marmo in 
alto rilievo. Dicesi trovala negli scavi della moderna 
Ermopoli, e venne trasportala ivi per ornamento, che 
(inora è il solo; il resto dell'edilìzio essendo lutto nudo 
ed alTatto meschino. Nel presentarmi alsig. direttore, 
r|uesti mi animò alla rassegnazione, mostrandosi meco 
poco amico del presente sistema sanitario, e toccando 
con brevi, ma vere parole della necessità di una pronta 
ed assohila riforma delle quarantene, attese le tante 
assurdità incredibili, che si osservano nella pratica. 
Ve lo ripeto, o gemili lettori, se taluno di voi farà un 
viaggio in Oriente, osservando ben davvicino quelle 
regioni e il modo con cui si compiono le quarantene, 
al suo ritorno diventerà anch' esso riformatore delle 
quarantene, e forse abulizionisla. Facciamo della pro- 
paganda! mi gridava di continuo nel viaggio prece- 
dente un mio compagno, valente scrittore di pubblica 
economia. Questo è il solo mezzo di otlrnere lo scopo. 
A forza di gridare e di chiamare la pubblica allenziunc 
su d'un tema di tanta importanza, si finirà per rendere 
■ ale quistione popolare, e la eausa sarà guadagnata, 
come fecero appunto in Inghilterra Cobdcn ed altri 
perottenereimporlanti riforme. Le Camere di Francia, 
il Governo e la K. .Accademia medica di Parigi si sono 
pronunziate in favore di una riforma radicale. E quando 
II» riforma sarà introdotta nel porto di Marsiglia, lutti 



gli aliri porti del Mediterraneo saranno strascinati ad 
adottarla anch'essi. 

Tra i segnalali vantaggi resi dalla Francia alla ci- 
viltà colle sue navi corriere di Levante, vuole anno- 
verarsi sicuramente l' immenso progresso che fece la 
quistione della riforma radicale del vieto sistema delle 
nnaranlene, l)enchè finora l'intendenza sanitaria di 
Marsiglia, per alcuni molivi non lutti lodevoli, siasi 
opposta a questa inevitabile e tanto desiderata riforma. 
Dieci anni sono, quando il governo francese ordinò il 
presente servizio di comunicar-ione a vapore tra la 
Francia e l'Oriente, i paurosi e gli ignoranti gridaroim 
fortemente contro questa delcrminazione, per lo spa- 
vento di veder di nuovo le famose pestilenze. I*er onon* 
della civiltà dovetti limitarmi ad alcune semplici osser- 
vazioni a quelle declamazioni ; ma oggi, grazie ai nuovi 
studii e ad una più sana critica, si può stabilire quale 
teorema ben dimostralo, che la peste è scomparsa dal- 
l'Europa, grazie al solo incivilin>ento, e che si può sra- 
dicare poco pur volta dall'intiero Oriente coll'impor- 
tazionc della nostra civiltà, oppure si può altenuaredi 
mollo colla 4itTiisioiie di un buon sistema di igiene nei 
villaggi e nelle città orientali da non più temere l'im- 
portazione di questo morbo in Europa. La civiltà d'Oc- 
cidente potrebbe forse, secondo alcuni, importarsi e ra- 
dicarsi in brevein Oriente, graziead una nuova crociala; 
ma ciò non essendo sperabile nello slato presente poli- 
lieo dell'Europa, e le nazioni non polendosi cambiare 
ad un trailo, lanciamo coujpiere lentamente (jnesta su- 
blime missione alla pre[)olente forza dello cose. Il 
commercio, i viaggi diesi fanno frequentissimi, anche 
per parie dei principi d'Orienle, il vapore, il giorna- 
lismo, alcuni eminenti personaggi, le coi idee civiliz- 
zatrici sono notissime all'Europa, come sono ad esem- 
pio, S. E. Ilechid bas<à hi Turchia e S. E. .\rtin bey 
in Egitto, faranno il liiilo, ed i nostri nipoti non cre- 
deranno forse che la barbarie abbia potuto regnare 
così lungamente in Oriente, e che l'Europa abbia tol- 
lerati por tanìo tempo i lazzaretli e te quarantene. Per 
poter discorrere un po' ragionevolmente sul tema dell;v 
pes4c orientale e delle quarantene, non \i ha migh'o;; 
libro, Io ripeto forse a noia, ehe un viaggio in Oriente. 
Le quarantene variano in quasi tulli i paesi, come se 
la peste obbedisse al capriccio dei così detti magistrati 
di sanità. Vi è un gran divario nella definizione della 
diversa qualità della patente, sicché la legislazione 
sanitaria che è in vigere da tanto tempo, a malgrado 
delle molte riforme parziali che si sono fatte, è tuttora 
mostruosa in parecchi porli , quale la confessano gli 
slessi iillracontagionisli. Le navi provegnenti dall' E- 
«ritto e da Costantinopoli, ad esempio, sono sottoposte 
alla stessa quarantena, mentre la capitale della Tur- 
chia è affatto sana da alcuni anni, e l'Egitto presenta, 
sempre in lutti gli anni parecchi casi di peste, malat- 
tia che regna nel Della sollo parecchie forme, come le 
febbri in alcune regioni d'Europa e dell'.Asia. La qua- 
rantena fissata tra la Soria e l'Egitto è di ulto, e laU 
volta di dodici giorni, da cui potrete però libcrar\i 



>s 



ML'SRO 4i:iRNTIPI(:0. I.KITKNAlllli Bl» A«TISTN:i> . M.ULTA RACroi.TA DI LTILI R 8VARUTK fKIZIONI 



con potile piaslrc. E nolaìe, por giiml.i, ilic non e 
molto, i viaggiatori, i quali venivano da Bayronlli con 
pnlenle ni'IUi, orano obbligali ad una »|uarHnU'na quasi 
sulle porli» d'Alessamlriii, dove infuriava la prsle! Voi 
mi direle elie simili falli di nazioni «'ini barba re sono 
insuffieienti per noi. Sia!... Ma, di grazia, le noslrc 
nationi civili non ee ne presentano forse dei meno 
assurdi? La sola classificazione delle sostanze eonliì- 
mari bastcribljc quasi adeccilarele risa di un gallo!... 
I metalli devono puriOcarsi nell'acqua, porcile i 
miasuii polrcbboro allaccarsi a qualclio parlicolla osi ra- 
nca aderente al metallo, mentre il pane, ad csoui|)io, non 
è punto contumace. Anlicamenlelultelcsostanze orano 
altea Irasmollcre la poste, ma i bisogni urgenti dcipo- 
vcri (juaranlonanli, e quelli s|)ooia!uionte doi dirollori 
e dei modici dei lazzaroni, i (piali una volta orano ob- 
bligali a slarvi rincbiusi ancb'cssi, modificarono poco 
per volta simile dottrina assurda, ma non poterono 
salvare dal ridicolo le fatte modificazioni. I.a carne 
cruda e contumace, ma la colla no; il pane caldo tra- 
smette la posto, e non più quando è rafTiedalo... Ve- 
dete quanta elasticità in simili classificazioni, die i 
medici dicono consecrate manco male dall'esperienza, 
sebbene non più di tre secoli, come la dollrina della 
contagiosità della peste, i (piali non iinpodirono però 
l'Accademia reale medica di P.nigi di consacrare la 
contraria sentenza dopo una discussione di oltre sci 
mesi! 

I/Auslria e l'Iugbiltorra banno quindi adoUala feli- 
cemente, da alcuni anni, una (piasi compiuta riforma 
contro cui Marsiglia e l'Ilalia slan lottando invano, 
bencbc vadano modificando ancb'esse parlicolarmente 
le loro (piaranlene. La Russia poi, olire parocebie im- 
perlanti modificazioni, inviò una speciale commissione 
in Kgilto, dai cui lavori risulta die gli oggetti tulli, 
esposti per breve tempo gradalamenle alla temperatura 
di circa 50 gradi di Ucaumur, non lasciano più alcun 
sospetto di sviluppo ulleriore di pestilenza. 

I>a quarantena fissala in Sira por le provegnonze 
d'Alessandria, oggi (sollembre Ì8'l5) è di giorni quat- 
tordici, compresi i due giorni d'ingresso e di uscita, 
vale a dircs e di dodici giorni pieni. Notate die l'Egitto 
non conta alcun caso di peste da due e più mesi. E se 
sapeste poi quanto sia elastico il mozzo di constatare 
simili casi!... Essendo entrato in lazzaretlo sabbaio 
alle ore otlodimallina, io contava già il secondo giorno 
della quarantena legala, ma il direttore osservandomi 
die collo »/)oiy/io avrei guadagnalo (pnllro altri giorni, 
mi vi adattai pronlauicnte por varii molivi, tra cui 
anche quello di essere sicuro di poter godere così della 
prossima partenza (fel piroscafo por Trieste. E qui 
piacciavi notare come senza spoglio conviene slare im- 
prigionato t '4 giorni in Lazzaretto, inontrecon questo 
bastano soli IO. Questa modificazione è affallo arbi- 
traria, come lo sono tante alire dei lazzaretti Notale 
ancora questo fatto capitale; ammesso dagli slessi con- 
lagionisti esagerali, cbe l'incubazione così delia della 
malattia non oltrepassagli olio giorni; i poch'ssimi casi 



dubbio.si di una maggiore incubazione non avendo 
assolulamente alcun valore per clii vuole esaminarli 
con un po' di buona critica, perche allrimonli non si 
può più fissare alcuna (piaranlena ragionevole, citan- 
dosi casi di incubazione (li 50 giorni edianni. l>o spo- 
glioc però proficuo agli impiegali doi hizzarelli. Eccovi 
in die consiste la formalità dello spoglio, il (piale non 
serve ad altro che a trarvi di tasca alcune dramme. 
Vi si ordina di spiegare tulli i vostri ofTetti in una 
camoretla a parl(>, il dio si fa ordinariamenle colla 
massìina iniporfeziono, bastando a|)rire la valigia ed 
eslrarne (piuldie abito, giaccbc il capd guardiano, il 
quale affetti» di aver paura della peste e .di crrdor(! al 
contagio, sì limila a dare iin'oodiiala di fuori dalla 
finestra o dalla porta, e quindi si diiiide la camera, in 
cui si pratica intanto una fumigazione di gaz doro più 
meno forte, a norma (lolle idee del guardiano. K 
siccome le emanazioni del gaz possono alterare i colori 
dei vostri abili, le signore specialmenle si raccoman- 
dano con (pialdie moneta al guardiano, acciò la fu- 
migazione sia debole. Secondo i contagionisli un 
pezzettino di carta, o mi filo non purificato possono 
trasportare i miasmi pestilenziali, ed affermano corag- 
giosanienle clic questi falli sono conformali dall'espe- 
rienza di Ire secoli! Ebbene, in due (piaranlene die 
mi loccò fare in compagnia di altri molli viaggiatori. 
ho veduto solrarre allo spoglio od allo scioiiiiamontr 
libri, merci di coolrabbaiido, eocnliiiaia di lellorodie 
non vennero punto aperte uè comunque purifi>.'ato. E 
sappiale die (piesle frodi si, praticarono sempre, e die 
è quasi impossibile di ovviarvi iifTatto, come ci confes- 
sarono più volle i guardiani, e i direttori di lazzaretti, 
e centinaia di viaggiatori coscienziosi. 

Quindi in compagnia dd guardiano speciale die vi 
è assegnalo poi vostro servizio nel tempo della (piaran- 
lena, e per cui conviene pagaie manco malo un nunioru 
fisso di dramme, si passa nella camera del bugno in 
cui questi ricevegli altri voslri abili die trasporta nella 
vostra camerella per esporli anche alle emanazioni del 
gaz c!jro. [Continua) 

G. F. Baruffi. 



LE LETTERE 

Le Ictlerc sono un soccorso del cielo. Sono raggi 
dell' eterna sa|iienza che ruomo, inspirato da un'arte 
celeste, imparò a fissare sulla terra. Simili ai raggi 
del sole, esse illuminano, ringiovaniscono, riscaldano. 
Per mezzo di loro noi ci colleglliamo intorno le cose, 
i luoghi, gli uomini, i tempi. Esse comprimono i vizi, 
esse eecilano la virtù cogli esempi augusti degli uo- 
mini dabbene di cui ci presentano le immagini cele- 
lirale. Sono figliuole del cielo che discendono sulla 
terra per addolcire i mali della schiatta umana. I 
Greci, così ingegnosi, iivoann insognalo a ciascuna 
delle Muse una parte dd noslro intdietlo por gover- 
narlo. Esse dunipie devono compiere, in ordine alle 
polenzo ddl'aiiima nostra, le stosso funzioni delle Ore 
• ho conducono il cairo del soie. 



5. 



MUSCO SCISKTZriCO, cee. — Aimo X. 



(5 r«bbraio 1848) 



.IIICIIKLE DI LA.^DO 

E I rSOBILI E PLEBEI 

{Continuaz. e fine, V. pag. 25.) 




II. P La plebe, percossa da quella meravi^Tia e da quel- 

Gli è impossibile il dire l' autorità e la grandezza i l'afTetto che ogni straordinaria virtù suole eccitare in 

che neirimp'.ignare il gonfalone della repubblica sfol- essa, ripetè il grido: — Viva la patria! viva Firenze! 

gorò dagli occhi e da tutta la persona di Michele di — poi con unanime voce urlò: — Viva Ulichele di 

Landò. L'amore della patria lo sublimava e lo cingca, | Landò! viva il nostro gonfaloniere! 

direi cosi, d' un'aureola che faccalo quasi credere di I E così il magistrato di Firenze, il quale comandava 

divina essenza. f ai capitani degli eserciti e ai grandi baroni, fu collocato 



3« 



iratio tCiuiTirico, LcrruAtio bd aitmtigo 



nelli persona di un umile plebeo, e la cilià cadde dal 
governo popolare in quello cos'i dello dei Ciompi {*). 

Oh ! gli e ben vero che soUo l'ombra delle arti ri- 
putale più vili sta spesso celala grandezza d'animo 
maravigliosa, e che nei poveri telli piovono talora dal 
cielo spirili divini ! 

Blichclc, come se con quel grado datogli fosse cre- 
sciuto eziandio di senno e d'intelletto, incominciò a 
governare ogni cosa con quella pruilenza ch'era voluta 
dalla corruzione di quello sialo e di qne' Icmpi. E per 
mostrare ch'egli voleva riparare ogni ingiustizia, fece 
immantinente rizzare in piazza le forche, a cui fu im- 
piccato Nulo da Castello, portatovi di peso dui popolo 
per essere sialo crudeli«simo bargello contr' esso ; gli 
furono spiccale le carni di dosso col ferro e co'dcnti, 
né rimase di lui altra cosa che il piede per cui era staio 
impiccalo. 

Gettala quest'ofTa alla plebe, fece suonare e bandire 
pubblico parlamento, e in mezzo a comitiva di gente 
armala, vestito di ubilo senatorio a guisa di gran prin- 
cipe, venne a grido di popolo confermato gonfaloniere; 
poi coll'universalc consentimento dei capitani di parie, 
degli otto di guerra, dei sindaci delle arti e del popolo 
minuto, dispose interamente dello Sialo. 

Creò olio priori, i quali, secondo l'antica forma, 
doveano col gonfaloniere governare la repubblica, giltò 
un bando che ninno potesse portar arme, che si apris- 
sero le botteghe, che si ritornasse alle arti e si eleg- 
gessero 1200 balestrieri, 200 de' quali stessero alla 
guardia del palazzo e 500 a quella della piazza. 

La plebe, vogliosissima di cose nuove, si arrabbia per 
queste giuste misure, e movendone acerbissima que- 
rela, crea a suo lalcnlo un magislralo, il quale pone 
il suo seggio in Santa Maria Novella. 

Sci di questo si presentano in palagio con grande 
audacia ed impudenza, e costringono i Priori a giurare 
che ogni petizione che si desse loro venisse di subilo 
approvala. 

Partitisi, Micliele di Landò si volta con impelo e 
alterezza ai Priori, dicendo : 

— Signori, l'occasione è fugace e il pericolo è gran- 
de!... Oghi nostra sopportazione sarebbe ora delitto. 
' Vuoisi con mano di ferro imbrigliare la peltilanza di 
codesti torbidi ingegni e ridurli una volta all'ubbi- 
dienza. Se non opponiamo un generoso e forte petto 
contro le combriccole, i clamori e la malvagità di co- 
sloro, noi saremo notali di eterna infamia, perchè la 
repubblica verrà tratta a morte manifesta... Ora non 
è tempo di dar la mano a consigli mansueti. Guai se 
mostriamo di temere! Da queste disturbanzc verranno 
nuovi tumulti, nuove riolle, nuove ribellioni... È fel- 
lonia il non soccoPrerc prontamente la patria! È fel- 
lonia il non mettere tutti gli spiriti, perchè e grandi 



(•) Ciompi; tale voce discese ddi Francesi venuti in 
Firenze col duci d'Alene, i quali chiamando ciascuno 
compare, alterando questa voce, disscr Ciompi cliiunqnc 
della vii |.lel>c venisse con loro a bere nelle lavcrne. 



e popolani, e quesla stessa audacissima plebe, non pe- 
riscano sotto la propria sfrenata licenza... Su via! 
leviamoci! Si resista colle armi a questo pertinace fu- 
rore... Rompiamo ogni orgoglio... Facciam opera a 
ributtare e contenere nella quiete i tumultuosi. 

Accesi e slimolati da cosi gravi e forii parole , i 
Priori si vestono dell'antica fortezza, fanno venire se- 
crctamentc molli fanti di contado, provvedono ad ogni 
cosa, poi suonano a martello, ordinando alle Arti di 
trarre alla piazza coi loro gonfaloni. 

Due uomini del Magistrato, posto dalla plebe in 
Santa Maria ^ovella, si presentano di nuovo ai Priori 
con feroce baldanza, minacciandoli e bravandoli. 

— Fuori da questo sacro luogo, o profani! —grida 
con terribil voce Michele di Landò. — Qui sorge il 
palladio della vostra libertà; e guai searditeloccarlol... 
Noi vi vogliamo dare la vita, e voi volele la morie!... 
Ebbene! così sia ! 

E senza più, sfoderata la spada, si scaglia sopra di 
loro, li percuote fieramente, e li insegne sino alla 
sala della dei Grandi, dove li fa nietlere prigione. Poi 
strappa fuori il gonfalone di giustizia e l'insegna della 
libertà, abbraccia Benedetto da Carlona, il quale vuol 
correre la sua stessa fortuna, monta a cavallo, e, ac- 
compagnalo da gran turba, cavalca per lolla la città 
gridando : — Vivano le Arti e il popolo! Muoiano i 
traditori ! 

Corse una voce clic si volesse dare la città al mar- 
chese di Ferrara. Ij' odio acerrimo che era in tutti di 
un reggimento a signore, fece volgere alTalto gli animi 
contro la plebe minuta; per la qual cosa Michele di 
F..ando era applaudilo e seguitato per ogni parte con 
maraviglioso concorso di popolo. 

Tornalo in piazza, comandò alle Arti che mettessero 
i loro gonfaloni alle finestre del palagio. Fu da ognuno 
obbedito, salvo da' plebei i quali avcan preso quasi 
tulle le bocche della piazza, e già avcan atrocemente 
scannalo il patrizio Filippo de' Cosi, ferito un Rossi, 
e data la caccia a Spini, a Gianfìgliazzi e a molli altri 
nobili ossequenti ai Signori. 

Risoluto al lutto di reprimerne le incomportitbili 
esorbitanze. Michele die ordine che si assalissero ani- 
mosamente. Egli, non ancora smontalo da cavallo, fu 
il primo che con grande ferocia andò a far impeto 
contro di loro; e l'urlo fu tale che molti ne giltò d'un 
trailo a rovescione, e con irresistibile possa svellen- 
doli dai luoghi che occupavano, alquanti ne uccise e 
moltissimi ne fece prigioni. , 

Il terrore non tardò a guadagnare l'animo della 
plebe, la quale terribilmenle tempestata da fronte e 
dai lati, si mise brullamente in fuga. Michele, segui- 
tando a conquiderla, le teneva dietro menando a tondo 
la spada con orribile scompiglio di lutti. Giunto vicino 
al ponte Vecchio, gli si olTri innanzi un tristo spet- 
tacolo.... 

Vide Rosso de' Ricci, trailo pei capelli tra il san- 
gue e la mota, e le sue case investite dalle fiamme... 
in meno che lo si dice, piomba addosso a coloro che 



SCKLTA lACCOLTA 01 OTIU I «TABIATB NOIIORI 



35 



facoano in tal guisa sconiare al Ricci il misfalto di 
avere troppo sovente vituperala e taglieggiala la plebe, 
libera generosamente l'uomo che poco innanzi avealo 
coperto d'onta, e lo affìda alla custodia de' suoi mi- 
liti. Poi colla medesima celerilà entra nella casa, 
alla quale era già stata data la spogliazza, e corre dove 
parvegli udire alzarsi un orrendo grido. 

Non tardò a conoscere die Maria era stata crudel- 
inenle rinserrata in una stanza già ingombra di fumo 
e vicina ad essere divorata dalle fiamme. Rompe le 
imposte delle finestre, svelle dai cardini le porte e vi 
si precipita dentro... 

Quale vista ! .Maria distesa sul pavimento, colle vesti 
lacere, coi capelli disclolli e rabbulTali, ha smarrito 
ogni senso ed è circondata dalle fiamme che penetrano 
da tulli i lati. 

Egli attraversa l'incendio, si reca la fanciulla sulle 
spalle, scorre per le stanze già prossime a diroccare, 
scende le scale crepitanti, e viene a porre ai piedi 
del padre la figliuola, la quale a poco a poco risen- 
sando. apre gli occhi istupiditi, e ravvisa il suo sal- 
vatore senza poter parlare. 

— Messere! — dice al Ricci, il quale si confonde 
e vorrebbe abbracciare le sinocchia di colui che le 



salvava la cosa più caramente diletta.— Presto! presto! 
conducetevi in salvo. Le mie milizie vi saranno di 
scudo contro la baldanza di chi volesse di nuovo assa- 
lirvi... Soccorrete alla vostra figliuola, provvedete alla 
sua felicità, e abbiate d'ora innanzi rjspetto anche al 
popolo minuto. 

E senza più, dato un profondo ed ultimo sguardo a 
Maria, s'incamminò verso il palagio, sperdendo gli 
avanzi della plebe superala e portando per tutta lu 
cillà in segno di vittoria lo stendardo della libertà. 

Così Firenze veniva salvala dalle mani di persona 
uscita dal cardar la lana. Chiaro esempio veracemente, 
scrive uno storico, che un uomo nato in così bassa 
fortuna desse una così solenne lezione ai patrizi e di- 
fendesse con tanta grandezza e bravura la riputazione 
di quel grado, la quale ne i cittadini popolari cacciali 
dalla plebe, né i nobili cacciati dai popolari ebbero 
virtù di saper mantenere. E quel palagio il quale né 
il duca d'Alene, nato di sangue reale, né a* tempi più 
freschi Pier Soderini, cittadino di tanta riputazione, 
seppe guardare, difese e guardò con eccellente lode di 
virtù Michele di Landò scardassiere. 

P. CoRELLI. 



DNA DISPUTA SLGLl EBREI 




DoN Fabio, Don Perversi, Don Amici. 

(/ due primi comodamente seduti, il terzo in piedi a qualche distanza) 



Don Fabio. 
Voi mi fareste uscire dai gangheri... Dire che gli 
Ebrei non si debbono considerare come uomini!... 
Dox Perversi. 
Sì! sì! lo ripeterò mille volte: non si debbono 
considerare come uomini coloro che astiano le dol- 
irioe del Vangelo... 

Don Fabio. 
Ma questo Vangelo non c'insegna forse che lutti 
gli uomini della terra sono figliuoli d'ano stesso 
padre? 



Don Perversi. 

Vero! verissimo! Ma bisogna escludere dal nu 
mero de* nostri slmili gli Ebrei... E i nostri antichi 
che la sapevan lunga, e che interpretavano con mag- 
gior senno di noi la legge di Cristo, non cessavano 
dal tuonare conlr'essi, dal predicarli scaduti di ogni 
loro diritto, dal vergheggiarli, dallo scannarli come 
schiavi, come obbrobrio, tristizia, feccia del genere 
umano.... 

Don Fabio. 

Piano, piano, Don Perversi carissimo L.Que'nostr 



■OMO ICIIRTimOO , UTTBIAIIIO BD «•TlfTIGO 



antichi operavano in lai modo non por zelo religioso, 
ma perchè erano acciecali dalla barbarie, dall'igno- 
ranza, da passioni infrenabili... 
Don I'buvkrsi. 

Che barbar^? che ignoranza? che passioni? Voi 
non sapele quel che vi diciulo... Ignorale forse che 
niuno più dei Crociali fece niucello di questi eani^.. R 
i Crociali, per bacco! erano uomini animali da santo 
spirilo.. 

Don Fabio. 

Bene! bene! ma essi non aveano veruna cogni- 
zione dei diritti.... K conio volete che in tempi di 
cosi Glie lentbre? 

Don Perversi. 

Anche in tempi vicinissimi a noi gli Ebrei ebbero 
lo sfratto dalle nazioni , le quali vollero e seppero 
essere civili e cristiane. Nel Portogallo, quando la luce 
deirincivilimento splendeva non meno che in Francia, 
in Inghilterra, in Italia, ecc., ecc., non venivano forse 
abbruciali in processione?... Avreste voi l'ardimento 
di negare ciò che viene confermato da tutti quanti 
hanno fior di sonno, che nel venerdì santo uccidono 
un bambino?.. . 

Don Fabio. 

Pazzie! pazzie! Don Perversi... 

Don Perversi, rtscaldandoii. 

E sifTalti vampiri dovranno essere considerali come 
nostri simili? E non vorremo dar lode a quei popoli 
illuminali che anche per una bagattella li facevano 
appendere fra due cani? E condanneremo que' santi 
teologi i quali predicano che noi tutti dobbiamo pu- 
nire in essi la colpa barbara, inaudita, imperdona- 
bile de' loro antenati? E stenderemo come*a fratelli 
la destra a uomini contaminati del sangue di Cristo? 
E non è questo voler mellere sottosopra il mondo? INon 
è questo perturbare tutti gli ordini della illibala no- 
stra religione? Chiameremo sapienti e redentori del- 
l' umanità quegli uomini che per favore di tale genia 
ci vengono a rintronare l'orecchio con pazzi arzi- 
gogoli, con bisbetiche sofisticherie, con miserabili 
cavilli?... Sapienti coloro che vogliono il riscatto di 
queste beslje?... 

Don Fabio. 

Ma la tolleranza religiosa, la tolleranza... 
Don Perversi, alzandoti e gridando più farle. 

Che tolleranza! che tolleranza !.. E delitto l'usarla 
con chi ha distrulla in se medesimo l'immagine di Dio... 
Don Fabio. 

La tolleranza non sarebbe forse il mezzo più atto 
per ricondurli a poco a poco sulle vie del vero?.. 
Don Perversi, t;rlundo. 

No! No! No!.. lo vi potrei citare un migliaio di 
aomini ricchis.Mmi di dottrina e di pietà che predi- 
carono non essere miglior mezzo a conibatlcre gli errori 
che sferzando, martoriando, scannando gli erranti... 
Don Fabio. 

Ma questo migliaio d'uomini non era forse stra- 
scinato e acciecato dalle preoccupazioni del secolo 
in cui viveva? 



Don Perversi, a perdita di fiala. 

No! No! No! Don Fabio, voi siete perduto! pur 
troppo, la peste dei presenti doltrinarii è attaccatic- 
cia! voi ne siete niacclilalo da capo alle piante... 
Dio vi guardi !.. Mandate un corto odore di eresia... 
Don Fabio, rinnegando la pazienza. 

Io, io eretico?... 

Don Perversi, imbetUaUlo. 

Si! si! poiché volete che ve lo dica chiaro e ton- 
do... E non solo eretico, ma eziandio sovverlilore 
della società, perocché patrocinando la causa di questi 
marrani, voi patrocinate l'usura di cui sono fabbri 
esperlissimi, patrocinale la sordidezza de' costumi, la 
rapacità, la violenza alle più sane leggi della morale... 
Don Fabio, in furore. 

Oh questo è troppo!.. e troppo!., ed io non debbo 
più tollerare... 

Don Amici, avanzandoti e ponendoti 
fra loro con calma dignitosa. 

Signori miei, perdonale se io ardisco porre fra voi 
una parola di pace... la collera male s'accompagna 
colla sapienza del vero. La presente quislionenon vuol 
essere agitala con ira e con superbia, ma con calma 
e carità; quella carità che mosse il fondatore del Cri- 
stianesimo , il nostro divino modello, a perdonare, 
morendo, e progare pe'suoi percussori. Appartiene 
più agli ordini del gentilesimo, che a quelli del catto- 
lico colui, che insevisee contro un popolo che mostrò 
forza, coraggio e grandezza di animo anche in mezzo 
ai più terribili tormenti. 

I Ponlefici, gli Oracoli del Valicano, si mostrarono 
mansueti e generosi agli sfortunali figliuoli d'Israele; 
ve ne facciano testimonianza Calisto, Eugenio, Ales- 
sandro II, Nicolò III, Urbano V e Paolo III il quale 
nelle lettere convocatorie del Concilio di Trento sem- 
pre si esprimeva e si espresse, che si condannassero gii 
errori ma che si risparmiassero ìe persone e che con loro 
si procedesse con ogni soacilà. I vizi dei quali notate 
gli Ebrei, voglionsi allribuire piullostoalle nostre leggi 
chea loro medesimi. E, come nota sapientemente 
un francese, M. Ampère, il presente tenore della loro 
vita è al tutto contrario ai costumi e allo spirito della 
loro legge, perocché sifTatle abitudini erano appunto 
ciò che non polevansi tollerare presso gli Ebrei agri- 
coli e guerrieri; — rinteresse del danaro era proscritto 
dalla logge di Mosè. A dir vero, mi move grande me- 
raviglia il vedere fra cristiani disputare, se sia lecito 
l'opprimere i nostri simili. I nostri posteri locroderanno 
a gran stento. La civiltà vuole che tulli gli uomini, 
niuno escluso, colleghino i propri sforzi pel trionfo del 
vero; mostrasi quindi grande nemico di ogni civile e 
religioso progresso colui, che predica la divisione, che 
rompe il |)allo, al rinale son stretti lutti gli uomini, che 
calpesta il voto dell'umanità, e pone ogni opera a im- 
pedire che gli Israeliti partecipino ai diritti dogli altri 
eiltadini, ai 'quali sono già vincolali colle medesime 
gioie e colle medesime speranze. 

P. CORELLI. 



SCRLTA tACCOI.TA DI OTILI B STARIATE ROZIORI 



91 



VIAGGIO DA TORINO AllE PIRABIDI 

NELL'AUTUNNO DEL 1843 

LETTERA UNDECIMA 

{Contintiaz. V.pag. 59 ) 

Il bagno è di acqua marina calda in cui conviene 
lufarsi ben bene, promelletido però sollo voce qualche 
dramma al guardiano, questi vi concederà di tenere 
il capo libero fuori dell'acqua per non iscotlarvi. 
V' i si ordina di deporre l'orologio da lasca privo d'ogni 
cordone su d'una tavola, e i denari in una scodella ri- 
piena d'acqua marina calda. Che vi pare della diffe- 
renza tra il metallo dell'orologio e quello delle monete? 
Convien però dire che conservareillesororologio dal ba- 
^Do è un favore particolare, giacché in alcuni ali ri lazza- 
retti, come ad es. in quello di Galacz sul Danubio, ciò 
non è sempre concesso. Il bagno dura fortunatamente 
pochi minuti nei quali il guardiano vi ripete storielle- 
curiose, registrate in parte avidamente dagli ultra con- 
tagionisli, nelle loro memorie di pestilenze trasportale, 
perchè il viaggiatore non volle togliere il cordone di 
seta dal suo orologio, o perchè ricusò di lavarsi ben 
bene il capo nell'acqua calda, il che, tra parentesi, 
anche voi non avete fatto sotto i suoi occhi, grazieallc 
promesse dramme (I)! 

Uscito dal bagno dovete vestirvi coi nuovi meschini 
abiti che vi somministra il trattore del lazzaretto a caro 
prezzo, giacche ivi si paga tutto, il fìtto della camera, 
il guardiano, ogni minimo oggetto che serve ai vostri 
usi, l'acqua che bevete, la scopa con cui il guardiano 
spazza la vostra camera, la corda sa cui stendele i vo- 
stri abiti, il medico che non avete nemmen veduto, 
ecc., ecc.. Se mi fossi presentato a voi, avviluppalo 
nel mio nuovo abito da lazzaretto, mezzo greco e mezzo 
turco, vi avrei fatto ridere, e mi avreste creduto Ira- 
vestito da commedia, per non dire un povero conva- 
lescente di ospedale. Passai la prima notte nella mia 
nuda cella, steso sur un duro letticciuolo, insonne, in 
preda a mille pensieri ed impaurilo da un fortissimo 
oragano che minacciò tutta la notte di far volare per 
aria il laTzarelto, benché radicalo su d'una solidissima 
roccia. L'indomani verso le dieci del mattino mi si 
concesse l'uso de'raiei abiti e delle mie cose che ritrovai 
ben conservale, meno la valigia rosicchiata forlemenlc 
dai topi, che abbondano nel lazzaretto di Sira. Ritirai 
il mio poco danaro dall'acqua marina, e trovai anne- 
rata con dispiacere la collezione delle più recenti mo- 
nete coniate nella zecca del (>ran Cairo, che destinava 
ad un amico. Nel secondo giorno della quarantena, 

(n Tralascio di ripeleni per minuto il curioso aneddoto re- 
lativo ad uqa grossa scìmìa. Essendo stato molto dirfìcile di sot- 
toporre questo animale allo spoglio, venne tosto rimandalo in 
città senza quarantena e senza sriorinamenlo di sorta. Eppure 
secondo le teorie del contagio, un pelo solo di questo animale 
potrebbe contagiooare l'intiera Europa! |j 



trovandovi di nuovo padrone dei vostri effetti e rive- 
stito dei propri abili, e colla facoltà di scrivere quattro 
righe ai vostri amici, incominciale a respirare un po' 
più liberamente e vi pare di stare meglio. Inlnnlo al- 
cuni abilanli di Sira, ai quali era stato raccomandalo 
da Alessandria, avendo ricevutole mie lettere, vennero 
graziosamente a visitarmi al parlatorio, dove conver- 
sammo a lungo sulla rivoluzione greca che si slava 
compiendo in questi giorni. Il lazzaretto essendo una 
vera prigione, conviene armarsi di pazienza a tutta 
prova, fìssarsi un orario ed ingannare il tempo, alter- 
nando lo sludio col passeggio. 

Le isoledi Tineedi Sira chiudono il mio orizzonte... 
Ma la povera Sira arida ed incolla non è che uno sco- 
glio, ed affligge sempre lo sguardo di chi la contempla. 
Se le isole dell'Arcipelago venissero coltivate, potreb- 
bero trasformarsi in veri giardini da emulare quasi le 
isole Borromeo. Ma dappertutto non vedeteche aridità 
ed incuria per ogni coltivazione, i Greci moderni non 
pensando che alla nautica ed al commercio. Non si 
ignora che la Grecia manca di braccia e di acqua spe- 
cialmente, ma io vedo-dalla mia cella sparse qua e là 
nell'isola piccole casette circondale da piccoli gruppi 
d'alberi, di fìclii e di vili, e parmi che con un po' di 
lavoro e di ostinazione si potrebbero allevare olivi, 
fìchi e vili in abbondanza, il terreno benché arido e 
pietroso essendo adattato a simili colture. Ed in quanto 
all'acqua, siccome la pioggia non è rara, si potrehl»ero 
formare ivi agevolmente i grandi serbatoi descrilli dal 
nostro cav. (barena nella sua eccellente operetta, pre- 
miala in Francia, e che vorremmo vedere riprodotta 
per vantaggio dell'agricollnra, 

I grandi serbatoi di Pralormoedi Arigoanocoslrutli 
da alcuni anni in Piemonte, hanno reso il massimo 
servigio alla coltura di queste aride regioni. E poi sap- 
piamo dalla storia e dalla tradizione che una buona 
parte delle Cicladi era una volta ricca di vegetazione. 

L'isola di Sira ha alcune sorgenti, è vero, ma quella 
del lazzarello destinata ai poveri viaggiatori è salma- 
stra, non ultima privazione, cui sono essi condannali. 
E questa mi ricordava sempre l'acqua eccellente die 
ci era somministrala nel vecchio lazzaretto di San Carlo 
in Trieste, in cui avrei ora riputala mia ventura di 
trovarnii chiuso. In tutte le celle sta fìsso il catalogo 
greco delle vivande e dei vini coi loro prezzi fissati 
dall'autorità pubblica, e vedo in esso elie la moderna 
lingua del popolo greco è obbligala ancli'essa a crearsi 
nuove parole per poter esprimere nuove cose. E cosi 
ad esempio, non lenendo conto dei solili scerpelloni di 
lingua e di ortografìa, che pullulano generalmente nelle 
note dei trattori, leggo scritto in caratteri greci: sovpa, 
taìisitsolto, macaronia, salala, tiri OUandas (cacio d'O- 
landa), palale», Uaffh, Izai (le), Izicoulala e simili. Le 
porzioni sono valutale in dramme ed in leplà. La 
dramma, unità monetaria del nuovo sistema decimale 
della Grecia, equivale a 90 cenlcsimi di Francia, ed è 
suddivisa in 100 leplà. II miele che ci viene sommi- 
strato ha un sapore aromatico, occellenle, degno della 



wmwo laBNTiftco , uttbiabio bd àmtTico 



•u» anlica ripulaxionr. li vino dfll'isulu poi e di un 
sapore ultra dolcissimo, è un vero siroppo. La vila del 
iHZzarelto è monoIona e melanconica. Ad op[ni istante 
il silenzio è intcrrollo dal grido di fìarbojuui {lio iVìO- 
vanni), nome del nostro portinaio, ecohjuale in Grecia 
si chiamano quasi tallii vecchi servitori, come presso 
noi. I poveri quarantenanti girano di continuo qua e 
là senza scopo, quasi come altrettanti pesci storditi. 
Attesa la dilTirenza dei giorni della quarantena che 
restano da scontarsi dai varii viaggiatori, i guardiani 
del lazzaretto alzano il baslone ad ogni tratto gridando: 
guardate di non toccar\i{ìy. Eppure simile conlatlo è 
frequente e quasi incvilahile, quando vie folla di qua- 
rantenanti, sicché viaggiatori eguardiani finiscono per 
ridere di simili precauzioni. 

La notte per me e sempre insonne, giacche olire un 
letlicciuoloduro ed incomodo, il vento infuria violen- 
tissimo come la Bora in Trieste. Oggi e venuto a ve- 
dermi il sig. Lavison console russo, cui era slato rac- 
comandalo da suo figlio, e udii alcune notizie dello 
sialo presente della rivoluzione greca, che forma il 
lema di tulle le conversazioni. Ho udito che il signor 
Melaxà è capo del governo provvisorio fino alla con- 
vocazione della prima assemblea, cui verrà affidalo 
rincarico di compilare una costituzione. Mi si dice che 
fi C. P. piemontese sul principio si mostrò sfavore- 
vole alla presente mutazione politica, nella persuasione 
che il p(ipolo greco non era forse ancora maturo perla 
nuova amministrazione costituzionale. L'astio contro 
le sanguisutfhe (i Bavaresi) è fortissimo, e mi dicono 
che sono partite tulle meno una. È giunta oggi la no- 
tizia ciie .Akmet bassa, nipote del Viceré, siasi dichiaralo 
indipendente nel Sennar, dove trovasi da qualche tempo 
con 15 o 20 mila uomini. E per verità aveva già udilo 
in Cairo die questo generale incominciava a desiare 
serie inquietudini al governo Egiziano. Giunlo in Torino 
ho saputo che una malattia giunse in buon punto ad 
assicurare il Viceré col togliere di vila Akmet. 

Il sig. Lavison consigliere imperiale e console russo 
in Sira fu già allievo del nostro eav. Drovelti in Egitto, 
ove dimorò lungamente. Egli scrisse alcune impor- 



(l Per non annoiare i Irliori con rrequcniì ripelizioni sulla 
necessità di una rirorma railiral« delle quaranlene, rimando co- 
loro die amano conoscere qiieMa importante quistionc alle varie 
lellere clic tio piilAtiìcnlo dal 1844 fino al momenlo, in alcuni 
giornali di Milano, Torino e Genova, e speri'lmente nel Messag- 
giere tur ine te. 

Questa è una deHe pni importanti quislioni moderne, ed e 
una di quelle che non essendosi falle popolari che l>en tardi, 
regnano su di essa molli pregiudizi. Studiandola però con animo 
spregiudicalo si acquista pronl<imente la più forte convinzione 
dell'urgenza di una assoluta riforma. Tra le molte scritture pub- 
blicatesi in varie lingue intorno alla peste, vuole anche racco- 
nnndarsir operetta del medico Paolo A^alini col lilolo: Rifles- 
tioni sopra la peste d' Egitto. Torino, anno ix, presso i fratelli 
Reycends. Dalla semplice lettura di questo libro, comparso in un' 
epoca in cui non si pensava ancora a riformare il vecchio si- 
stema sanitario, appare già la falsità delle antiche teorie del 
contagio, e scorgesl il ridicolo delle quaranlene. 



lanli memorie sull'Egitto, e Ira le altre una statistica 
che conservasi inedita negli archivi del governo russo 
in Pietroburgo. La Kussia conserva gelosamenle simili 
documenti preziosi, perchè le sono utili per le sue mire 
suirOricnte, che è noto essere vaste e continue. Oggi 
però dicesi formata una gran società lungo il Danubio, 
la «juale ha per iscopo morale e politico di paralizzare, 
per quanto le è possibile, l'influenza russa in Levante. 

Lungo la giornata passeggio frequentemente nei din- 
torni del lazzaretto, richiamandomi le poche nozioni 
botaniche, le quali fecero la delizia degli anni de'miei 
sludii giovanili. Vado osservando con piacere le poche 
pianticelle che vegetano ancora qua e là attraverso le 
fessure delle roecie, e raccolgo i semi di alcune che mi 
sembrano proprie solamente di Sira. In primavera 
un'escursione botanica in quest'isola deve riuscire pia- 
cevole ed interessante, giacché allora la sua superficie 
deve trovarsi lulla vestita di un tappeto di verdura, 
quasi come il versante meridionale della sommità di' 
alcune delle nostre montagne. E di questo ne traeva 
indizio dalla gran quantità delle piccole 'piante secche 
che vedeva qua e là Ira le roecie. Osservai parecchie 
specie di Silcne^ di Crepis, di Graminee e di Planlagn 
e di Cardi, che si riducevano in polvere volendole 
staccare; di alcune sono riuscito a raccogliere qualche 
seme maturo ; e tra le poche piante che ho ancora tro- 
vato in fiore, devo annoverare una piccola Crepis che 
mi parve la Saxatilis, il Solanum nt'gnim ed alcuni 
Sedum, olire un Air iplex ed un EUolropium mollo rigo- 
glioso, e quest'ultimo mi ricorda d'averlo veduto fre- 
quentissimo altra volta ih?ì dintorni d'Atene. Mi sor- 
prese però in mezzo a tanta aridità un Àsphodelus\.\i\\.o 
in fiori, che s'innalza dalla roccia fino all'altezza di circa 
due piedi, le sue foglie radicali affano secche erano 
siale disperse dai venti, e credo sia questa la specie 
d'asfodelo così ricca di zuccaro da meritamela coltura, 
come si era appunto proposto in Grecia, pochi anni 
sono. Aggiungo ancora la Malva rolnndifolia, a foglie 
piccolissime, un /tnacjaUis, uno S^nr/iMm, alcune cru- 
cifere ed altre che non si potevano riconoscere, perché 
toccandole si riducevano in polvere. La presente flora 
del lazzarello di Sira è quindi assai piccola, e per l'an- 
gustia del silo in cui mi è concesso di erborizzare, e 
per la stagione troppo tarda, e per l'assoluta mancanza 
di mezzi d'ogni maniera, coi quai esaminare lepianle. 
E qui a proposilo di vegetali, trattandosi di una notizia 
utile che non vorrei dimenticare, vi accenno che in 
Egitto mi venne additala una specie di Medicago (Lm- 
zcrne), coltivata alla Mecca ed introdotta, sono pochi 
anni, in Egillo. Mi si disse che quest'eròa medica é di 
una fecondità incredibile, potendosi falciare tre volte 
nel mese nella state, quando viene sufficientemente 
inaffiata. Percorrendo i dintorni del lazzaretto osservo 
il suolo seminato qua e là di rottami del bellissimo 
marmo pario e peolelico, indoralo dal tempo comequello 
del Partenone. 

Finalmente la manina del giorno nono della nostra 
cattività, il capo guardiano venne a darci la buona pra- 



SCELTA lACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



3» 



tica, tallo lieto, anounziandoci la noslra libertà con 
una slrellina di mano. Quindi aggiustali i conti colla 
direzione del lazzaretto e col Iraltorc, e distribuite le 
niancie al nostro guardiano, oltre la dramma e mezza 
fìssala per cadun giorno al capo guardiano, percbè vi 
ha annunzialo la libertà, al doganiere acciò non vi di- 
sordini la vostra valigia con una nuova minuta auto- 
psia, e date parecchie altre dramme per giunta ad altri 
seccatori, che tulli vi chiedono l'elemosina quali veri 
mendicanti, eccoci, alle ore otto del giorno 8 ottobre, 
sulla nave per avviarci in Ernnopoli a menarvi pcrduc 
o tre giorni un genere di vita un po' più da galan- 
tuomo. 

Intanto accenno al gentil lettore amante dei viaggi 
per suo governo, chela mia spesa per olio giorni com- 
piuti, avendo falla la più slrella economia, anche per 
motivo di salute trovandomi quasi convalescente e senza 
appetito, montò a circa cento franchi. Tra le molle 
minutissime spese trovo notato due dramme al medico 
del lazzaretto, che io non ho punto veduto; CO leptà 
ad una guardia della nave a vapore, che ci custodì 
nella prima nelle a bordo; tre dramme per io spoglio; 
altre dramme tre pel bagno e per la fumigazione, nelle 
quali due operazioni consiste appunto lo spoglio; sei 
dramme al trattore pei pochi abili da ospedale rotti e 
sudicii, che ci imprestò per poche ore; Ire dramme al 
giorno per la cella; una dramma per giorno pel letto 
meschinissimo, su cui non ho forse polulo dormire 
24t ore in otto giorni; "ìO leptà pel (ìlio d'un fondo di 
bicchiere rotto, ad uso calamaio; una dramma e mezza 
per fitto d'un pezzo di corda su cui stendervi gii abiti... 
Mi fermo per non annoiare di soverchio il lettore, il 
quale non ha forse scordato che nel lazzaretto di Trieste 
mi convenne pagare fr. 3 pel fìtto di 111 giorni di un 
meschinissimo pilaledi terra colta, rollo, del valore di 
soli dieci centesimi ! Ma sarei reo di lesa civiltà se la- 
cessi le soperchierie del trattore del lazzaretto di Sira, 
il quale affigge nelle camere una larifTa in cui vi sono 
due prezzi per le porzioni di prima e di seconda qua- 
lità; mentre sono stalo assicuralo dopo, che la seconda 
colonna indica solamente i ribassi dei primi prezzi 
fìssali dal governo. Intanto voi vedete come il povero 
forestiero è irallato nelle prigioni che si chiamano laz- 
zaretti, e pazienza ! Se questi fossero veramente, come 
si pretende, un riparo efficace a nuove invasioni pesti- 
lenziali, fatto, di cui per verità si può dubitare un poco, 
dacché si è incominciato a discorrere seriamente di 
peste e di quarantene. Per me, avendo veduto più 
volte cogli occhi propri l'attivo contrabbando di mezzi 
contumaci che si fa frequentemente nei laz^^relli, e 
che si è, sempre fatto, per non ricordare tanlc altre 
polenti ragioni, ho sentito venir meno la mia fede nei 
lazzaretti, ed ho quasi perduto il credilo alle dottrine 
dei contagionisli, Ma è lempodi lasciar li questo tema, 
giacché il buon senso pubblico ha troncato in pratica 
simile quistione nel senso dell'incivilimento, dall'ot- 
lobre del 1843 al dicembre del I85l6 in cui sto rico- 
piando il mio antico portafoglio del viaggio, essendosi 



operala una rivoluzione nell* antico sistema sanitario, 
che non può più tardare ad essere compiuta per tutto 
il Mediterraneo, dopo le solenni conclusioui delia Reale 
Accademia di medicina di Parigi. 

In Ermopoli, città capitale dell'isola di Sira, ho 
preso alloggio nell'Albergo di tulle le nazioni, che 
porla la doppia iscrizione greca e francese : Xmodox- 
eion pantos einotis, Hólel de toulcs Ics naliom. Questo 
albergo tenuto da un bravo cuoco, Nicola (Capello 
oriundo veneto, é quello stesso eh? portava già il nome 
di Albergo della Grecia, di cui vi ho fallo cenno ocl 
mio viaggio precedente di Costantinopoli. Vi siete ser- 
vilo a prezzi discreti, e trovate una sufficiente net- 
tezza, quale non si ha dirilto di aspellare dalla vista 
eslerna di Sira. L'albergo del signor Capello aggra\a 
i torti del pessimo trattare del lazzaretto, che disgusla 
tutti i poveri viaggiatori condannali a quella prigione. 
DifTallo il libro dell'albergo, aperto ai viaggiatori nella 
sala del pranzo, contiene doglianze generali di Fran- 
cesi e di Inglesi contro il mauvais gargolier de la qtia- 
ranlaine. Perdonate, se a eosto di annoiarvi, ed anche 
d'incorrere la taccia di lorisia, vi parlo di tanto in 
tanto di alberghi e di botteghe da caffè, giacché queste 
sono in parte l'espressione della civiltà materiale di 
un paese. E poi simili notizie non tornano inutili ai 
viaggiatori, mentre contribuiscono più o meno indi- 
rettamente ad incivilire gli albergatori. E per verità 
se la Svizzera e le grandi città dell'Europa incomin- 
ciano ad avere grandi e buoni alberghi, dobbiamo in 
parie un simile favore ai lorisli britannici, i quali 
hanno generalizzata i primi la moda dei viaggi, e date 
alcune lezioni utili ai locandieri e trattori d'ogni 
genere. 

Trovai quasi tutte le chiese occupate dai Greci i\i 
convocali dalla recentissima rivoluzione per le elezioni 
dei deputati alla nuova assemblea che deve riunirsi in 
Atene il l^-lo del prossimo novembre. Di tutte le 
chiese, dopo la cattedrale cattolica che incorona lassù 
l'antica Sira, merita speciale menzione quella dpi rito 
greco scismatico, sacra alla Melamorfosidi Cristo (tras- 
figurazione). L'interno di questo tempio è assai bello, 
adorno di quadri di stile bisanlino e di molle lampade 
di cristallo con grosse ova di struzzo all'uso orientale, 
la Grecia appartenendo già all'Oriente pei suoi usi 
e costumi. L'iscrizione greca, posta sulla porta>, dico 
che questo sacro edifizio, incominciato nell'anno 1824*, 
venne terminato nel 1851. 1/ interno della chiesa era 
pieno di Greci, i quali ragionavano Ira di loro ad alta 
voce, e davano il proprio nome ad alcuni segretari o 
scrivani. Parecchi erano fregiali di un nastro rosso» 
che mi fu dello essere indizio che l'individuo aveva 
preso parte alla rivoluzione in Alene nella notte del 
3-16 seltenibre. Questo nastro verrà poi rimpiazzato 
da quello dvW OrJiue della nuova coslilHziour, di cui 
dovrà occuparsi l'assemblea. Alcuni vecchi erano m- 
si<^niti d'una croce che ho udito chiamarsi dvW Ordine 
della libertà, e questi erano i Greci che avevano coni-;, 
battuto contro i Turchi nella giK*rra deirindipendeuza. 



40 



MUSBOICIBNTiriCO.llCTf BRARIO BD AUTISTICO- «CBLT A lACCOLTA Di fTILI B «VARIATE NOZIONI 



L'unica truppa die opgi vi iia in Sira consiste in 
pochi (/fnt/ur-*)!!, i quali vegliano alla conservazione del- 
l' ordine. Vive in Sira il ministro Cliristides rilegato 
ivi, e odi) che il principe Muurocordalo e giunto in 
Atene per un'altra via particolare. Le elezioni conti- 
nuarono in Sira ancora per due giorni, come mi an- 
nunziò il suono festivo delle campane le quali chiama- 
vano gli elettori; e duole che alcuni di questi siano 
venuti alle mani, ossia, come disscmi un greco il quale 
parlava la lingua franca, si cazzottarono. È nolo clie 
la rivoluzione venne diretta nella notte del iìJ setteni- 
hrc al lume della luna dai duo colonnelli Kalergi e 
Macryani; ma non e forse egualmente noto che ven- 
nero tosto imprigionali i ministri, e clic fu impedito il 
corpo diplomatico di accostarsi al sovrano. Il sig. Ka- 
lergi propose a nome della nazione al re Ottone, af- 
facciatosi ad una finestra del suo palazzo, posta al piano 
terreno, o segnasse sul campo il decreto per 'la costi- 
tuzione promessa, oppure abdicasse, accennandogli il 
fumo del piroscafo che era in pronto nel porto del 
Pireo per trasportarlo a Trieste. Vuoisi che il Re se- 
gnasse, cedendo alle savie ed incalzanti sollecitudini 
dell' eccellente sua consorte. Mentre l'intiera città di 
Alene accorreva in folla verso il palazzo sovrano, si 
udì una voce straordinaria dall'Acropoli, che il popolo 

allribuì a Minerva protettrice 

Sira si abbellisce sensibilmente, avendo trovalo al- 
cune delle sue vie accessibili ed assai pulite. La via 
principale detta V Agora (la piazza) è eoperla di tele 
per difendere gli abitanti dai raggi di un sole co- 
cente. Questo rione è l'unico ciie abbia l'aspetto di 
una città commcrcianle ed attiva, scorgendosi ivi qual- 
che bottega che si avvicina un po' a quelle di alcune 
delle nostre città di provincia, come lo sono ad esem- 
pio quelle dei farmacisti nell' Oriente. Non vi parlo 
della città alta che conserva propriamente il nome di 
Sira, ed i cui quartieri sudicii e meschini, e le vie tor- 
tuose e ristrettissime iianno l'aspetto di porcili im- 
biancali, come vi ho già detto nei bre\ i cenni sopra 
l'isola di Sira nel viaggio di Cosl;iutinopoli (l). Con- 
vien notare però che Ermopoli (città di Mercurio) si 
fabbricò senz'ordine e quasi a caso da Greci che ve- 
nivano a cercarvi asilo nei giorni terribili della guerra 
dell'indipendenza, <|uesto scoglio trovandosi sotto la 
protezione francese. Il territorio della povera Grecia 
presente è composto di quasi soli scogli, le migliori 
isole restando tuttora in mano dei Turchi, i quali pos- 
scdono inoltre sgraziatamente un immenso territorio 
di cui non sanno proprio che fare. La nuova assemblea 
greca pare voglia occuparsi seriamente di riforme e di 
miglioramenti anche nell'ordine religioso, col limitare 
il numero degli ordini monastici che soverchiano, e 
col porre anche un limite ragionevole all'autorità del 
I»alrìarea che risiede in Costantinopoli ai cenni del 



(I) V. Pellpgriiiazioiii autunnali e.l opuscoli di G. F. Baruffi. 
Viaggio da Torino a Coslanlinopoli attraverso la Grecia, nell'au- 
tunno del 1841. Tipografia Ca»sonc,erc. Torino, anno I8J2. 



governo turco. I disordini e gli abusi sono veramente 
grandi, e la rivoluzione non riconosce altra causa. Lu 
Riforme ett le paratonnerre de» revolution»! Questa è 
sicuramente una gran verità. 

{Continua) G. F. lUaurri. 



Alidi 5 febbraio 1848 a Torino 
nella chiesa della Madonna degli Amjioli. 



AFFINCHÈ DIO MISERICORDIOSO 

RICEVA NELLO Sl>LENDOR DI SUA GLORIA 

L'ANIMA DI 

POLISSENA CUCCEGX.IO 

NATA DLBOIS 

PER PITTA' SENNO 

BONTÀ DI CUORE E VENUSTA' GRAVITA' DI COSTUMI 

DESIDERATISSIMA 

MODELLO DELLE MADRI PRUDENTI AMOROSE 

OFFRONO MESTE E FERVIDE PRECI 

I FIGLIUOLI DOLENTI. 

I'. Librario. 

PRAI^ZO DEGLI ARTISTI IN TORIXO 

II. 18 (TENNAIO 1848. 

Quetto pranzo fu miruhilcper ordine, unione e dignità. 
Fra i molli commenda oli brindisi che si fecero fu 
notato singolarmente, per lu specialità del dialetto ve- 
neziano, quello del bravo nostro Borghi, ttno dei bene- 
meriti direttori della Compagnia Reale, che noi ripor- 
tiamo volentieri in queste colonne, certi di far cosa 
grata ai nostri lettori. 

Fra tanti rtiscorsi Adesso a vu altri, 

E i brindisi e i viva Artisti fradeli. 

La sola mia piva Do versi dei beli ' 

No glia da fiatar? Vorria dedicar; 

Ma giianca da burla Al sior Presidenle (I) 

Mi slago più zito. Mei codici esperto 

I versi che ho scrito Voraxe un bel serto 

Ve voi improvisar. Pindarico offrir. 

R prima ale doiie Qiiaich' altro pensiero 

Cortesi, sapienti. Me salta ala testa. 

Farò i coni|)limenti A tuli sta festa 

Da bon Venezian; Per far più gradir; 

Dirò per tir presto. Ma come osar (|uesto? 

Per torve la noia, Son forsi da lauto!.. 

Se el pomo de Troja Se perde el mio canto, 

Gavcsse in mia man Più rime no ^ho : 

A tuie vorave Finisso al gran Prcncipu 

Donarne un lochete, Uà viva facendo, 

E B>i povereto Custode tremendo' 

Vardarle a magnar. De l'.Alpe e del Po. 



(i) 1! signor Chiavai ina, già celebre magistrato, ora 
(Icc'.iiioiic unziano di Città. 



6. 



MUSEO SGZENTiriCO, ecc. — AKNO X. 



(12 Febbraio 1848) 



Potenza della (loiiiia a coiidiir 1* uomo al Itene. 



1 St Si lllì Ji 1 S t Ù 




Enrichella era una giovine di dicioU' anni. Figlia 
d'una crestaia, abitava al terzo piano d'un palazzo 
posto nella contrada di Santa Margherita in Milano- 
Avea sguardo lento e soave, capegli nerissimi e lu- 
centi, portamento nobile e dignitoso. Il suo volto 
bianchissimo e sempre pallido pareva dicesse che la 
potenza di un arcano cordoglio consumava quella 
tenera e leggiadra vita. La vide un giovine libraio, 
le piacque, la richiese in isposa, ed ebbe il consenso 
di Enrichelta e della madre. Ma costretto lo sposo 
improvvisanienle a recarsi alla lontana sua patria a 
dar sesto a molte sue domestiche bisogne , si con- 
venne da entrambe le parti di differire per alquanti 
mesi il matrimonio. 



In questo frattempo io capitai in Milano, e presi 
alloggio nel medesimo palazzo, in una cameretta al 
terzo piano. Era la prima volta che mi allontanavo 
dalla patria. Svanite le più care illusioni, non una 
delle antiche dolcezze mi confortava , e la speranza 
avea cessato perline di parlare al mio cuore. 

Immerso in tetra melanconia, slavo tutto il dì rac- 
chruso nella mia stanzetta conversando co' miei libri 
e co' miei dolori, e non uscendo fuorché al calare 
delle tenebre, a somiglianza delie nottole, t'n niattinu 
venni sul terrazzo contiguo per inebbriarmi della 
luce libera e serqna del cielo voluttuoso della Lom- 
bardia, e vi trovai la vecchia madre di Enricbetta, 
la quale sciorinava su corde tese alcuni pannolini ad 



u 



HDgBO SaBNTIPICO, LBTTEBARIO RI) ARTISTIflo 



asciugare. I.a salumi: ella mi punnlò prima con oc- 
chio pietoso, poi mi ricambiò ^enliUneiile il saluto. 
I.a mattina segurntc la trovai al medesimo urficio; 
io era di pessimo umore ; ella lesse sul mio volto 
gli allctti e i tcdii da cui ero oppresso, e con piglio 
soave m'invili) a entrare nella sua casa. 

Enrielictta, seduta ad \m tavolino, ricamava. Al 
primo vetlermi, depose il piccolo telaio, si alzò, e con 
mesto e inp;enuo sorriso mi ofTr'i una sedia. Ammirai 
i modi squisitamente "cntili di (|uesta (giovine vez- 
zosa e più ancora (piella modestia di umiltà e di pu- 
dore che suole creare nella donna l'amabilità vera. 
Vi tornai lutti i giorni e venni sempre accolto da 
questa angelica faniigliuola con più che amichevole 
intimità. 

Chi lo crederebbe? Enriehelta fu per me il genio 
della ragione e della bonlù. lo le venia narrando 
l'iliade de' miei guai; ella se ne commoveva, mi com- 
pativa, mi consolava, mi dava l'abitudine di senti- 
menti amorevoli e religiosi. Avvezza a meditare assai 
cose col cuore, ella avea molla ricchezza di espe- 
rienza e molta sicurezza di senno; ed io ac<,-oglicva 
ogni sua parola con avidità perchè sapeva che le sue 
osservazioni non erano attinte dalle fredde carte, ma 
dai baci della sua madre, dai palpili del suo cuore, 
dalle lagrime de' suoi occhi. Come mi parvero fredde 
e inamabili al suo paragone quelle donne letterale 
colle quali io costumava prima conversare! Conobbi 
che quelle, volendo intendere ogni cosa, non indo- 
vinano niente, e che la donna, non dirò digiuna 
delle lettere, jiia sobria nella lettura, è più capace 
di qualsivoglia altra di un vero amore e di una vera 
generosità. La donna letterata si lascia facilmente 
sedurre dall'orgoglio; e l'orgoglio e terribile nemico 
dell'inspirazione. 

Le noie sconsolato, l'aspetto squallido della patria 
oppressa, la tristizia degli uomini e l'ingratitudine 
degli amici aveano intormentito ogni uno affetto, 
soffocalo e quasi spento il fuoco avvi valore de' subili 
moli. Il tesoro di cose ineffabili ch'io trovai nell'a- 
nima d'Enrichclla, mi diede i primi impeli al bene 
e all'onesto, mi fece credente, m'insegnò l'umilia, 
l'amore leale de' miei fratelli, la rassegnazione ai 
tormenti inevitabili della vila, il desiderio di ren- 
dermi forte ed utile cittadino. 

Benedetta mille volte l'umilia di quella ignoranza 
ingenua e schietta! lo non oserei certo paragonare 
ad essa i fastidii incomportabili di una fetida scienza, 
perche da questi non mi sarebliero venute mai cosi 
calde e polenti aspirazioni al bene. 

I miei giorni scorrevano per la prima volta lieti e 
abbelliti da allegrezze che non avea ancora conoscijite. 
Spesse volte mi trovai solo alla presenza di Enriehelta; 
eppure non un peiuiero che non fosse onesto, geij- 
Idc e santo os4» mai avvicinarsi a me. Ecco l' effetto 
della conlidenza concedula all' uomo e della coscienza 
della propria virlù nella donna. 

lo l'accompagnai sovente ad una chiesuola soli- 



taria, dove recavjisi ogni sabato a porgere una co- 
rona di lìori a Nostra Donna. 

Il desiderio de' parenti e della vista d'una vecchia 
madre mi chiamò in patria. Partendo, Enrichetla 
mi gettò uno sguardo cosi tristo e melanconico che 
mi sentii lulla rimescolare l'anima... Quello sguardo 
parca mi dicesse che non l'avrei mai più riveduta. 

Depo un mese e tredici giorni tornai a l^lilano. 
lo volava col pensiero a quella casa santificala dal- 
l' innocenza, dalla bontà, dalla religione. Sperava 
vedere Enriehelta felice tra le braccia del suo sposo, 
piena di quegli esultanti timori, di quelle mutazioni 
rivelatrici che nella donna divenuta moglie solten- 
trano alle vaghe idee dell'adolescenza. Salii quelle 
scale eolla velocità del lampo; bussai all'uscio della 
slanza... Silenzio! — Un invincibile tremito mi assali. 
— Bussai di nuovo... Silenzio! 

Un atroce presentimento m* investe. Agitalo, scon- 
volto, mi preei|)ilo verso la portinaia e le chiedo di 
Enriehelta... — E morta!... 

Caddi al suolo come colpito da un fulmine. — 
Fu (juclla la maggiore delle sventure che mi abbia 
percosso» 



LE NOZZE DEL SOLE 



FAVOLA 



Una volta (io non so bene 

Rammentarmi l'anno e il giorno) 
Questo Sol che gira allorno 
Correr volle in braccio a Imene; 
O, per dirla a modo mio. 
D'ammogliarsi ebbe desio. 

Ma le Rane, come gente 
Che in finezza di cervello 
Lascia indietro il Macchiavello, 
Quando seppero le nuove 
Prcsenlàr sommariamenle 
Un ricorso a messer Giove, 
.Acciocché trovasse modo 
D'impedir quel brutto nodo. 

Fin che il Sul, come al pasiulo. 
Se ne sia nel celibato, 
l n po' d'acqua per le Rane 
Resterà nelle fontane ; 
Ma se atvien che prole egli ubbia, 
Messer Giove, ben vedete 
( Dicean esse) che di sete 
!\'oi morremo in sulla sabbia. 
• Allorché ser Truff'arello 
« Che degli uomini è il flagello, 
•• Dando un calcio al celibato, 
«Sarà in versi celebrato: 

• Questa favola Esopiana 

• Stamperò nella collana. « 

NoBseikTo Rosa. 



SCBLTA BACCOLTA M OTIU B 8VABIATB NOZIORI 



43 



VIAGGIO DA TOItlXO ALLE PIRAHIIDI 

NEL!/ AUTUNNO DEL 1843 

LETTERA UNDECIMA 

[Continuai. e /fn«, F.pay. 37.) 

Sira conia oggi forse 20 mila abilanli, e le sue 
scuole dei due sessi, dalle infaiilili al ginnasio, nel 
quale s'insegnano, olire la lingua greca e francese, 
anche la cosi della filosofia, sono frequenlale da circa 
tremila scolari, i Greci moderni essendo persuasi che 
le sole educazione ed islruzione pubblica polranno ri- 
generare la nazione. Il commercio di Sira coli' Inghil- 
terra ha anche reso famigliare lo studio della lingua 
inglese. Molli parlano ancora oggi la lingua italiana, 
mu quesla non insegnandosi apposilamenle, essa va 
cedendo il passo alla francese che si studia, e che e 
veramente più eslesa. La lingua greca moderna si va 
approssimando all'antica nella sua purezza, da dieci 
anni al momento essendosi mollo corretta, e per lo 
studio che se ne fa nelle scuole, e pei lami giornalisti, 
alcuni dei quali si studiano di scrivere corretlamente 
la lingua ellenica col richiamarla dolcemente alla forma 
antica. Negli abili e negli usi domestici vedo anche 
che i Greci si vanno accostando giornalmente agli Eu- 
ropei e specialmente ai Francesi. Chi ha però visitato 
l'Oriente, riconoscerà ancora in Grecia parecchi usi 
turchi levantini nell' interno delle loro case. E cosi, 
ad esempio, il greco fuma come il lurco, e chiama 
anch'esso il servitore col battere delle mani. Le lova- 
gliole della mensa sono lunghe, ristrette e adorne di 
frangie auree presso i ricchi. In Grecia, ed in generale 
in tulio l'Oriente, è in uso quasi esclusivamente l;i 
lingeria di cotone in tutti gli usi della vita, che nei 
primi giorni riesce un po' incomoda a chi è avvezzo ai 
pannolini. Non vi ha quasi difTcren^ tra la bottega del 
barbiere greco e del turco. E se per varietà d'esempi 
volessi scendere un po' basso, vi aggiungerei che non 
vi ha alcun divario tra il cesso greco e 'I lurco, ambidue 
consistendo in un camerino sul pavimento del quale 
vi ha una semplice pietra con diversi trafori, forma 
che per verità dovrebbe adottarsi dappertutto dove 
vi accorre una gran massa di persone, come ad 
esempio nei quartieri militari, nei collegi e simili. 

I Greci di Sira si lamentano del lusso che si è intro- 
dotto in Grecia per opera dei Bavaresi, giacché il greco 
è sobrio come l'orientale, egli uffiziali pubblici spe- 
cialmente ed i professori dei ginnasii e dell' università 
godono di tenuissinii stipendi per la diminuzione re- 
recentissima di questi dovuta alla crisi finanziera del 
Governo colle grandi potenze. Alcuni mi dicono però 
che i più ricchi negozianti di Sira siano un po' troppo 
avari. E dìffutto verso l'ora del pranzo me ne furono 
additati parecchi dei più agiati, seduti al loro scranno 
nella loro meschinissima bottega, mangiarsi un tozzo 
di pane con pochi frutti di olivo e dissellarsi con acqua 
pura. Simili pranzi di una semplicità priniìliva som- 



ministrano sicuramente ad un ricco il mezzo di accu- 
mulare dramme su dramme. Gli abitanti di Sira sono 
accorsi ivi dall'intiera Grecia, eppcrò trovale in que- 
st'isola quasi il panorama di tutta la nazione. Vi pre- 
dominano però gli Smirnioli egli Scioli, i quali posseg- 
gono due bei casini, ricchi di giornali in varie lingue 
ed aperti graziosamente ai forestieri. Oltre l'antico fa- 
moso caffè di Mercurio descrittovi nel mio viaggio pre- 
cedente, neho trovato un nuovo, quasi all'uso europeo, 
in cui il forestiere può leggere un giornale francese 
ed uno italiano. Su questa nuova bottega leggesi il 
lilolo francese di A^o^rpau caffè de la Conslilution. Tra 
i varii piccoli commercianti che hanno la loro piccola 
bottega portatile nell'-^ora, sono notevoli quelli che 
vendono l'acqua fresca. La mercanzia di questi ultimi 
conservasi in una grand'anfora di terra porosa per 
averla fresca, e Vendesi in grandi bicchieri di cristallo 
che vedete schierati su d'una piccola tavola di marmo 
bianco, nel cui centro scorgesi un piccolo mazzolino 
di fiori. E da notarsi che i bicchieri poggiano su piccoli 
dischi di panno nero, destinato ad impedire nella fretta 
l'adesione del cristallo bagnato col marmo, e ad ov- 
viare alla rottura del bicchiere, ove questo venisse 
rimesso sulla tavola un po' fortemente. 

Sii*a benché, veduta in prima sera dal porlo, presenti 
uno spettacolo magnifico pei tanti lumi inlcrni delle 
sue caselle disposte ad anfiteatro, sicché il forestiero 
credesi giunto in un'immensa inaspcllala metropoli, 
troverà però le sue slradeit.e nella nelle affatto oscure, 
benché nel giorno vedasi qualche mescliina lanterna 
appesa qua e là. Verso sera poi alcuni angoli presso il 
porlo sono illuminalissimi per breve tempo da una gran 
quantità di lumi alimentali con pessimo olio o con sem- 
plice grasso, per cui l'atmosfera viene offuscata dal fumo 
e dalle cattive esalazioni. Questi lumi sono accesi da 
venditori di commestibili, ed in questi ujonienli la folla 
é così addensala e le grida dei venditori così assordanti, 
ed il tulio così sudicio, che vi pare di essere caduto, 
non sapete come, in una delle vie più sudicie e chias- 
sose di Napoli presso il porlo , appunto sul far della 
notte. Le altre parli della città, a sera un po' innol- 
Irata, sono affatto deserte. Ermopoli nel complesso e 
mal costrutta, le sue casette in generale, poche eccet- 
luale nell'Agora ed in qualche altro angolo, sono pic- 
cole, meschine e costruite por la maggior parte con 
fango e con rollami di pietra. Ma non convien dimen- 
ticare che Ermopoli è ancora una città provvisoria, 
naia pel concorso di poveri Greci,- sfuggili di notte in 
camicia dalle loro isole e (|uasi per miracolo dal furore 
dei Turchi, che seminavano dappertutto lo spavento e 
la morte nei giorni terribili della guerra dell'indipen- 
denza. Sperasi che il nuovo governo vorrà fissare de- 
finitivamente la sorte di Sira, e che quindi Ermopoli 
verrà forse rifabbricata in parte. Secondo alcuni Sira 
pare destinata ad essere l'emporio ed il centro com- 
merciale della Grecia e delle tante isole che le fanno 
corona, come suona appunto il nome di Cicìadi, isolo- 
disposte in circolo. Sira mancando però di acqua e 



44 



Motto SaBllTiriGO.llTTUAIIO |D 4ITMTIC0 



quintli di coltura, non prcscnlcrù mal clic una staziono 
navale ciliina città analo{;a a Valctta in Multa, bcnclic 
la sua situazione centrale ncll'Arci[)elaf;o la renda im- 
portante pel commercio. Un argomento del commercio 
di Sira colle altre nazioni, si è che trovato ivi in corso 
molte monete d'Kuropa, tra le quali anche le russe, 
il cu {valore è fissato in dram me. Gli abitanti sono di bel le 
forme, (specialmente le donne di Smirne e di Scio son 
bellissime) industriosi, attivi, e non vedcsi alcun men- 
dicante per le vie, meno qualche forestiero, o qualche 
monello, il «piale chiede alcuni leptà al via{![gialore per 
condurlo in luoghi pericolosi. Ho veduto in Sira qualche 
concia di pelli, parecrhie tintorie, e mollo botteghe 
in cui si fanno beliti trapunte in cotone. Questi isolani 
sono poi rinomati come abilissimi marinai , e sono da 
annoverarsi tra i migliori costruttori di navi ; sicché 
se loro non mancassero i legnami potrebbero crearsi 
una eccellente marina mercantile. 

Percorrendo la bella riva {quai) costrutta recente- 
mente in marmo, che oslendesi por un miglio italiano 
dall'uffizio del transito fino all'altra estremità di Ermo- 
poli, restai altamente sorpreso dall'immensa attivila 
che trovai ivi nel Cantiere. Lavorano continuamente 
circa 800 operai in un piccolo spazio a ciclo aperto , 
cosi permettendo questo clima felice; e vi trovai nove 
grosse navi commerciali disposte in una sola fila, quasi 
ultimate, olire parecchie altre barche minori in co- 
struzione. Mi-si dice che simili navi vengono costrutte 
e lanciate nell'acqua in quasi meno di due mesi, con 
una facilità incredibile. Un cittadino mi dice che non 
si esagera punto, assicurando che si varano forse an- 
nualmente 150 navi mercantili su questa spiaggia. Qui 
lutto è movimento, odesi lutto giorno il martellare dei 
fabbri, e lì presso vedonsi i grandi magazzeni di le- 
gnami e di lutti gli attrezzi navali. E notate che oggi 
Sira è molto decaduta dal suo commercio, giacche mi 
si dice che tre o quattro anni sono, l' introito della do- 
gana montava a 250 mila dramme mensili , mentre 
oggi non arriva più che a 70 mila circa. Allora il solo 
Cantiere occupava un numero di operai quasi qua- 
druplo; stanziavano in porto ordinariamente 100 navi 
mercantili, 'delle quali oggi ordinariamenic non se ne 
vede più che una trentina, a parte i piroscafi francesi 
e triestini, che giungono e ripartono toslo regolarmente 
tre volle nel mese i primi, e due volte i secondi. 

I.e cose del pubblico insegnamento standomi parti- 
colarmente a cuore, ho voluto visitare le scuole tutte, 
incominciando dalle ellmichf che aveva già veduto di 
volo nell'agosto del 18'll, I 500 fanciulli i quali fre- 
(juenlano la scuola attigua al ginnasio, mi sorpresero 
di nuovo coi loro esercizi variatissimi ; ed i loro saggi 
di calligrafìa e disegno fanno un grande elogio ai mae- 
stri, e raccomandano l'ingegno artistico dei presenti 
giovanetti greci. 

II ginnasio è un edifizio nuovo, tra i più notevoli di 
Sira. Le sale sono vaste, ben ventilate ed illuminale, 
e parecchie sono adorne della gran carta della Grecia 
moderna. Ho notatola piccola biblioteca chiusa in una 



sola camera ed a|)erla conlinuamonte agli studenti. 
Questa era proprietà d'un cittadino, «la cui il municipio 
la comprò per undici mila dramme. I libri sono tulli 
ben legati e chiusi in armadi! muniti di cristalli. I^c 
opere mi parvero quasi tulle di letteratura greca e fran- 
cese, e di libri italiani non ho veduto che il Dizionario 
della Crusca. Mancano le opere più recenti, e spe- 
cialmente i libri di scienza. E anelic da notarsi la pic- 
cola collezione di marmi antichi trovali nelle Cicladi; 
le iscrizioni egli alti rilievi sono per la maggior parte 
monumenti funebri, notevoli perla loro conservazione 
e per l'espressione delle figure. Il professore Demelrio 
Douramani mi fece visitare un edifizio antichissimo, 
scoperto in Sira due mesi sono e che pare un anfìtcalro, 
benché altri lo credono un bagno. 

Ncll'assistero nel giunasioad una lezione d'aritmetica 
del sig. prof. Douramani, leste lodato, notai che gli sco- 
lari avevano sotto gli occhi unodei nostri trattati d'arit- 
metica, tradotto in greco, e stampato in Ermopoli. Que' 
scolari, buona parte dei quali portano già i mustacchi, 
generalmente adottati in tutta la Grecia, coi loro abili va- 
riatissimi e con quelle loro interessanti fisonomie, erano 
per me un oggetto di forte distrazione. Tutti erano 
però attentissimi , e non presentavano la scoraggiante 
immagino di alcune di queste simili scuole presso noi, 
talvolta ingombre di ragazzi immaturi e quindi disat- 
tenti e poco studiosi. Ho anche veduto che i professori 
mentre fanno la lezione, tengono Ira le mani il nolo ro- 
sario all' uso orientale. E per dirloqui di volo, potrebbe 
anche essere che molti usi dei Turchi presenti siano 
stali imitnti dai Greci nella conquista dell'impero bi- 
sanlino. Il ginnasio conta circa 500 studenti. Gli esami 
sono lutti pubblici. 

Fino dai tempi di Capo d'Istria, dodici anni sono 
circa, una società di missionari! anglicani stabili a 
proprie spese in Sira, in un edifizio nuovo ben adattato, 
parecchie scuole, tn cui sono ricevuti i ragazzi d'ambo 
i sessi, dall'età di quattro anni, e senza distinzione di 
culto, l'istruzione e l'educazione del ppdagogio filelle- 
nico poggiando sulla sola morate evangelica, e lascian- 
dosi ai genitori la cura e la libertà per le cose del cullo. 
Il metodo seguilo è quello detto di Lancaslre, un po' 
modificato e generalmente ricevuto in tutte le scuole 
della Grecia. Colla educazione morale e civile si inse- 
gnano la lettura, la scrittura, il calcolo e la lingua greca 
fino al punto di interpretare benei classici antichi. Le 
damigelle imparano inoltre la lingua francese (i maschi 
la studiano nel ginnasio), il ricamo e la musica vocale. 
Il numero de'scolari, i quali frequentano il pedagogio 
monta ordinariamente a 650. Gli ammessi a questa 
scuola pagano una mezza dramma al mese, che si tra- 
sforma poi in benefizio degli stessi scolaretti; i poveri 
sono accettali gratuitamente. Il sig. dottore Sanderski, 
polacco addetto alla società inglese, mi fece notare che 
nel pedagogio filellenico si concedono solamente premii 
alla buona condotta in alcuni casi, e non si parla di 
premii per le cose di studio, per non fomentare nei 
giovani cuori seutimenti precoci di ambizione o simili. 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI E SVARIATE NOZIONI 



45 



Gli esami sono anche pubblici, e vi inlcrvenpono par- 
licolarnienle le aulorilà del paese. Eiilralo nella scuola 
minore dei- bambini, restai sorpreso nel vedere quei 
iStO scolaretti scrivere assai bene i numeri su d'una 
piccola lavolella nera in pietra, che ciascheduno lene\a 
nlla mano, e mi piacque la bella e scn>plice iscrizione 
j;reca che ho veduta scritta in alto a grandi caratteri ; 
/Igapatr o-éìt ton allnn (^amatevi gli unì gli allri). Echi 
non sente vivamente l' importanza d'inculcare fin da 
questi primi teneri anni l'amore del prossimo, il quale 
non può andare scompagnalo da quello dell'ordine, 
ossia da quello di Dio? E il V^angelo non si riassume 
anch'esso in questo sublime e soave comando: amare 
Iddio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi ? 
Simili scuole non possono far a meno di generare una 
società migliore della presente. 

Oltre il ginnasio pe'scolari grandicelli, in cui questi 
ricevono l'insegnamento superiore, si contano ancora 
in Sira antica ed in Ermopoli alcune altre scuole pub- 
bliche pei due sessi ben ordinate, e collo stesso metodo, 
sicché l'isola intiera, la quale non eccede forse i 20 mila 
abitanti, dei quali k mila sono cattolici, conta circa 
a 'mila individui , i quali frequentano le pubbliche 
scuole. E questo è un fatto notevolissimo che onora 
altamente l'amminislrazioDC e la filantropia degli abi- 
tanti dell'isola che die la culla a Ferecide, al maestro 
di Pitagora. Nel momento che sto rivedendo queste 
piiginette mi si annunzia che una monaca francese, lu 
signora Vialar ha aperto or oia un pensionalo per le 
damigelle di Sira. 

Ermopoli apre inoltre il suo ospedale civile a tutti 
gli ammalati di qualunque nazione. L'esterno dell' e- 
difìzio è notevole, e piace il cortiletto interno grazio- 
samente adorno di fiori e circondalo da un portico 
rallegralo da viti disposte a pergolato. Questo ospedale 
venne edificato recentemente (lutto è nuovo in Ermo- 
poli come lo è la stessa città) a spese degli abitanti, e 
l'interno mi pare sufficientemente ben ordinalo e pu- 
lito. Vi trovai al ammalati e 50 letti, il medico assi- 
curandomi però che in caso di bisogno l'ospedale può 
capire liO ammalali. Piotai una piccola farmacia ed 
una sala destinala ai convalescenti e due camere prov- 
visorie pei pazzarelli forestieri, i quali vengono tosto 
rimandati al loro paese, la povera Grecia non essendo 
ancora provveduta di un manicomio, che è pur una 
delle tristi necessità sociali. Il colera finora non è com- 
parso in Grecia. Mi si dice che le malattie più comuni 
sono le febbri intermittenti, da cui è dominata una 
parte della città, e le peripneumonie, e talvolta anche 
le febbri perniciose. Non so per quale sbaglio essendo 
slato credulo un medico forestiero di qualche grido, 
ho ricevuto parecchie visiie di medici e di ammalali, 
ed invili speciali per consulti, ed ho dovuto adoprare 
tutta la mìa rettorica a persuadere questa buona gente 
delle mie idee sul conio della medicina e dei medici, 
un po' lontane da quelle che mi si volevano gratuila- 
menle imprestare. 

11 clima di Sira in generale non e malsano, meno 



però nella parie dell'isola che trovasi al di là del ran- 
liere, la quale da qualche anno va esposta alle febbri 
terzane. Alcuni allribuiscono questo fallo alla fabbri- 
cazione della nuova Ermopoli, per cui forse risultò una 
variazione nella direzione inferiore dei venti. Vi ho 
già accennato che Sira in generale manca d'acqua, 
benché s'incontrino alcune sorgenti, e specialmente 
presso l'antica Sira. E siccome le pioggic non sono 
rarissime (piove interpolatamente da tre giorni) ove 
esistessero nell'isola a pie delle colline i grandi serbatoi 
accennali dissopra, si potrebbe raccogliere una suffi- 
ciente quantità d'acqua per inaffiare i giardini e per 
altri usi. E per verità duole il vedere qua e là Ira le 
varie case tanto terreno vuoto ed incolto, il quale si 
potrebbe trasformare agevolmente in altrettanti ameni 
ed utili giardini, giacché la vile, il fico, il gelso, gli 
agrumi e simili altri vegetali prosperano sufficiente- 
mente. Il vino di Sira fatto con diligenza e vecchio di 
due anni, dicesi emulare il Bordeaux, che é pure forse 
il re dei vini; Ira gli erbaggi ho notalo la coltivazione 
nei luoghi umidi della Brassica eruca? pianta, le cui 
foglie di una particolare tenerezza somministrano un'in- 
salata eccellente, sana e di un gusto superiore a quello 
del crescione. E perché una simile coltura non ver- 
rebbe adottala dai nostri giardinieri, sapendosi che la 
coltivazione del crescione nei dintorni di Parigi mene 
in movimento il cospicuo capitale di circa due milioni 
di franchi annui? 

Prima di lasciare Sira non posso contenermi dal 
toccarvi di nuovo di uno spettacolo otiico, grazioso che 
mi riporlo per poco a quella Grecia poetica che abbiamo 
studiato nei libri. Se passate per Sira vi raccomando 
la passeggiata verso sera al belvedere, dello il vaporr, 
giacché vedrete un quadro naturale che farà su di voi 
la più soave impressione. Nella sera dell'S ottobre il 
mare aveva l'aspetto d'un gran Iago tranquillo, la cui 
superficie emulava uno specchio sterminato, a cui fa- 
cevano corona le Cicladi, sulla cima di alcuna delle 
quali ardenti fornaci simulavano veri vulcani. Splen- 
deva la lunalucida e tonda in un magnifico cielo d'una 
luce lieta e viva, di cui non irraggia nei nostri climi. 
Il passeggio poi era affollalissimo di gioventù greca 
d'ambo i sessi, la massima parte in abito nazionale 
veramente bello e pittoresco. Tulli parevano preoccu- 
pali dal grand'affare delle elezioni. Tanta vivacità e 
cosi leggiadre creature accorse in quell'ora tarda a 
contemplare dallo scoglio di Sira quello stupendo spet- 
tacolo della natura fecero su di me una vivissima im- 
pressione. 

Il belvedere, le varie scuole, il cantiere, il Quai, la 
bella chiesa della Trasfigurazione, i due bei casini e 
l'albergo del sig. Capello annunziano al forestiero che 
Sira ama il progresso sociale e ne raccomandano gli 
attivi e graziosi abitanti. Per me poi devo attestare 
qui la mia vera riconoscenza ai cortesissimi signori 
Smirnioti e Scioli per avermi concesso di poter fre- 
quentare a piacimento il gabinetto di lettura, in cui 
ho passalo alcune ore piacevoli ed istruttive. 



■OMO ICIKIITiriCO, LITTBRAMIO ID AlTlSTICO 



Verso le olio della sera del H ollobrc m'imbarcai 
pel Pireo sul piroscafo ausirìaco, il Barone Kuhfch, 
e neir uscire dal porlo mi sorprese la pesca noUurna 
che io vedeva per la prima volta farsi in barche colle 
faci. Mcnlrc solchiamo nella noUerinlìdo elemento, vi 
accenno due fatti raccolti nella conversazione avuta 
con alcuni Ateniesi, i quali avevano visitata Sira ne' 
seorsi giorni. Ho udito che slava per risorgere in Sira, 
per quindi propagarsi forse nelleallrc isole, una nuova 
scita religiosa predicata da un greco fanatico di Andros, 
il 8ig. Kairis, specie di Lammenais della nuova (ìreeia. 
Questa nuova scuola aveva già desiato le solleeiludinl 
del governo, il quale ne aveva esilialo il maestro. Il 
sig. Kairis, appena udita in Multa la rivoluzione, tornò 
subito in Sira, dove era giunlo appunto in ((ucsti 
giorni. 

I/allro fatto è una notizia statistica, la quale non ha 
punto relazione diretta colla Grecia, ma può interes- 
sare la nostra comune patria, ed è la lega doganale 
Austro-italica, di cui si parlava mollo in questi scorsi 
giorni. Il commercio generale annuo dell'Austria può 
valutarsi presentemente ad 8SrO milioni di franchi. 
Quello degli StatiSardiper marcTiell'anno 18^0 monlò 
a 2^7 milioni; quello della Toscana arrivò a 120 mi- 
lioni, quello dello Stato Romano a 56 milioni; e per 
ultimo il commercio generale delle Due Sicilie oltre- 
passò i ihO milioni. Scorgesi quindi che il complesso 
di questi siali, di cui l'Austria provoca oggi (neiriS'lS) 
l'associazione commerciale, presenta un movinieiilo 
generale di scambi con lulli i paesi di l,'lOO milioni, 
valore molto più considerevole di quello delle transa- 
zioni fatte nei porli e nelle frontiere dell'associazione 
prussiana. G. K. Bakuffi. 



PAUOLE DI UN NOBILE 
A' SUOI CONFRATELLI 

Quella legge provvidissima e santa, uscita non ha 
guari, che proclama l'equalilà civile, non piacque alla 
maggior parie di noi, o dolcissimi confratelli, e le 
abbiamo fatto il broncio. Noi abbiamo gran Iorio, 
perchè dall'universale concordia degli animi, può solo 
<^gi nascere il bene civile e duraturo dell' Italia. Die- 
tro i passi di quel Gioberti, al quale, checche si 
voglia, dobbiamo anche noi fare di cappello, io voglio 
dirvi alcune parole, mostrandovi che ogni nobiltà, la 
quale non tragga origine dalla virtù vera , è poco 
meno che sprezzabile, e che molli di noi, malgrado 
le antichissime e tarlate pergamene, non dobbiamo 
menar gran vampo degli stipiti nostri. 

Il patriziato è un residuo dei feudi e della con- 
quista germanica, epperciò nasce dalla forza e dalla 
violenza. Quei dolli, i quali rovistando negli ar(rhivi, 
ci dimostrano, per lusingare la nostra vanità, che noi 
discendiamo da un Vandalo o da un Ostrogoto, non 



so quale servigio ci rendano, eglino fanno vedere al 
u)ondo che i barbari e i distruttori dell'Italia furono 
i nostri padri. K vi saran pochi di certo che ci vo- 
gliano invidiare questa origine privilegiala. 

Noi godevamo una volta di molli privilegi, e fra i 
più importanti quello del mero e nritlo imperio, cioè 
la giurisdizione sulla giustizia criminale e civile. FA 
è da deplorare che la civiltà cristiana abbia troppo 
tardi dislrullo un tale privilegio, perchè esso era gra- 
vissimo alla sovranità e dannosissimo ai soggetti. Non 
potendo dimenticare l'origine nostra, escrcilavamo 
crudellà che non potrebbero ora rinnovarsi senza fare 
un'atroce ingiuria a noi stessi e alla civiltà in mezzo 
alla quale siamo cresciuti e viviamo. 

Io mi ricordo di aver letto nella storia di Sicilia di 
cerio barone di Nardo, il quale, essendo in lite col 
Capitolo del suo feudo, fece in un giorno troncare le 
leste ai venliqualtro canonici che lo componevano, e 
lutto le espose in dì festivo, ad argomento di potenza 
e di vendella, sopra i seggi sacerdotali delia chiesa. 

Voi vedete che tali iniquità non possono più assolu- 
tamente rivivere sotto l' impero giusto del cielo, e (Jjc 
è cosa empia e scellerata non meno che ridicola e 
slolla il ricordare con desiderio quei tempi e il sospi- 
rare anche in secreto il fodero e la gleba. 

Un nostro confratello, il Maislre, scrisse: =: Spella 
ai prelati, ai nobili, ai grandi uffiziali dello stato l'es- 
sere i depositari e i guardiani delie verità conserva- 
trici, l'insegnare alle nazioni ciò che è male e ciò che 
è bene, ciò che è vero e ciò che è falso nell'ordine 
morale e spirituale: gli altri non hanno diritto di ra- 
gionare sopra questo genere dinaterie. = 

Tali parole per verità possono gonfiarci d'assai ; ma 
chi non ne vede l'assurdità e la reilà? Gli è forse 
lecito ad un filosofo cattolico di maccliiarsi di esorbi- 
tanze cosi gravi? Per volerci troppo innalzare fa scen- 
dere il ridicolo su lui slesso e su noi. Questo vanitoso 
e tumido scrittore è cosi cieco 'nel discorrere sulle 
gentilizie prerogative, che quasi quasi animelle la 
dottrina infame e paganica della pluralità originale del 
legnaggio umano: echi conlraddiceanchc per indirillo 
al gran dounia evangelico dell'unità e medesimezza di \ 
origine e di natura in lulli gli uomini, può egli pre- 
lendcrc al titolo di cristiano? 

Vaniiaujo dunque, se cosi ci piace, la purezza del 
sansTue, ma non dimentichiamo che essa non ha il 
menomo valore dinanzi al mondo, se non e accoppiala 
ai veri pregi dell'animo e della mente. In mezzo alla 
luce della presenle civiltà, il nobile ignorante e cor- 
rotto non può aspirare all'estimazione di nessuno, e 
si fa lanlo più reo di colpa e degno "di vitupero in 
(|uanlo che non gli mancano sussidii copiosi ed effi- 
caci per ingentilirsi e -consacrarsi alla virtù. Non è 
uomo assennato in Europa che non gridi ora ad alla 
voce che i titoli e gli slemmi sono ridicolissime mostre 
di maggioranza e di onore, se essi non sono nobili- 
tati dal vero, dal grande pregio della virtù. Soltanto 
gli stupidi sono persuasi del contrario. 



8CKLTA «ACCOLTA 01 OTILI B S?ABIATB BOZIORI 



47 



Dubbiamo quindi render grazie al provvido nostro 
Re, il quale coll'eguaglianza legale ci alTralella agli 
allri ordini della nazione. In tal modo egli conferisce, 
più clie non sembra a prima giunta, al decoro di noi 
tulli. Peroccbè, ditemi in vostra pace, può egli essere 
riverito colui che è odialo? E quale cosa più eccita 
l'odio del pubblico che le prepotenze impunite dei 
gentiluomini? E tale odio non si rovescierebbe pari- 
menti sul governo il quale, non mettendo ostacolo a 
(|uellc avanìe, se ne renderebbe complice? 

Su via! cessiamo dal guardare di traverso le altre 
classi di cittadini come caste immonde e dallo scbivare 
i popolani, quasi lemessinio di maccliiarci ed avvilirci 
conversando con loro. I nostri meriti reali facciano 
dimenticare agli uomini la colpa e l' ignobilità dell'ori- 
gine della maggior parte di noi. Se i nostri maggiori 
cercarono di farsi grandi colj'ammazzare e col rapire, 
noi invece diamo opera a venire in fama col culto 
speciale delle lettere, delle scienze e delle arti. En- 
triamo nell'aringo apertoci prima dall'Allìeri e dal 
Taluso, ed ora percorso con tanta gloria dai Balbo, 
dagli Azeglio, dagli Sclopis, dai Provana ed allri 
non pochi che sono maestri dell'italica gentilezza e 
dignità. Un solo alTello, un solo pensiero deve ora 
stringere patrizi e popolani, quello della patria indi- 
pendenza, della grandezza della nazione e della sicurtà 
del trono. Coi pellegolezzi di casta noi abbiamo più 
volle provocalo e provochiamo tuttavia il riso degli 
stranieri che vengono a visitarci, i quali dicono e 
scrivono che il nostro paese corre dietro a gloriuzze, 
vanità e smancerie femminili, ed è lontanissimo dall' 
essere maturo alle libere istituzioni. Cooperiamo tulli, 
unanimamenle, con cuore sincero, fervido e leale a 
quella civile ed invocala concordia dal cui difello 
nacque la disunione d'Italia e quindi tulle le influite 
sue miserie e la sua secolare servitù. 



L'AMMIRAGLIO FRANCESCO CARACCIOLl 
DI NAPOLI 

L'anno 1798, Ferdinando I di Napoli, principe 
fiacco d'animo e di mente, inesperto al governo de* 
popoli e crudelissimo, allo strepitare delle armi fran- 
cesi che si approssimavano al regno, fuggì pallido e 
tremante in Sicilia, lasciando i sudditi in balia di se 
medesimi. 

Questi, obbedendo alla forza, si sottomisero alla 
volontà del vincitore, che prometteva loro pace e 
libertà. 

Ma la fortuna non volse benigna ai Francesi, e 
l'anno dopo Ferdinando, preceduto da immense schiere 
d'uomini tolti al remo, alle forche e ai più infami 
e lordi uffici, spandeva intorno la desolazione, lo spa- 
vento e la morie, e si avvicinava alle porle di iN'apuli. 



I Francesi capitolarono, e i sudditi furono rassicu- 
rati dalla parola sacra del re il quale giurava di per- 
donare i falli della ribellione. Ma ecco giungere l'am- 
miraglio inglese Nelson , quello stesso che vinse con 
immortale vittoria i Francesi in Aboukir, il quale 
pazzamente preso d'amore per un'adultera bellezza 
amica della regina di Napoli, sospinto da lei e sordo 
ad ogni voce di onore e di umanità straccia le capito- 
lazioni e pubblica un edillo di Ferdinando che dichia- 
rava : « I re non patteggiare co'sudditi; essere abu- 
« sivi e nulli gli alti del suo vicario; voler egli 
« esercitare la piena regia autorità sopra i ribelli.» 

Cominciò la carnifìcina. Perironvi in modo vio- 
lento e crudele quattromila persone , quasi tutte 
eminenti o per dottrina, o per lignaggio, o per 
virlù. 

Tra le infinite morti, commosse e fece raccapric- 
ciare l'intera Europa, quella del principe Francesco 
Caraccioli. 

Egli era il primo onore e il primo lume della 
napolilana marineria, dotto in arte, felicissimo in 
guerra, illustre per glorie acquistale, meritevole per 
più di otto lustri impiegati ai servigi della patria e 
del re, cilladino ecresio e modesto. 

In quel trambusto e scompiglio gli fu forza ub- 
bidire per alcuni giorni alla repubblica francese. 
Fu proclamato ribelle, traditore, reo di lesa maestà, 
degnissimo di morie. Nulla sperando dalla clemenza 
del re, se ne fugaiva ai monti. Tradito da un suo do- 
meslico, veniva condotto, legate le mani al dorso e 
. indegnamente maltratlalo da villani ferocissimi, a Nel- 
son che stanziava nel porlo di Napoli, nel (|uale le 
molte virtù e le felicissime imprese del Caraccioli 
avcan desiato ruggine e rancore. 

• Nelson (dice uno storico celebralo) cui mala for- 
tuna e cieco amore avcano destinato alle vergogne, 
volle in mano il rivale per saziarsene di vendetta. E 
quindi al giorno slesso e sul proprio vascello adunò 
corte marziale di uffiziali napoletani, e ne fece capo 
il conte di Thurn, perchè primo in grado. La qual 
corte, udite le accuse, quindi l'accusalo (in discorso, 
però che il processo scritto mancava), credè giusta la 
inchiesta di esaminare i documenti e i testimoni della 
innocenza ; di che avvisato lord Nelson, scrisse : « Non 
essere necessarie allrc dimore ». E allora quel senato 
di schiavi condannò l'infelice Caraccioli a perpetua 
prigionia; ma Nelson, saputa dal presidente Thurn 
la sentenza, replicò: «la morte». 

«E morte fu scrino dove leggevasi prigionia. Si 
sciolse r infame concilio alle ore due dopo il mezzodì; 
e nel punto slesso Francesco Caraccioli, principe na- 
poletano e ammiraglio d'armala, tradito nelle dome- 
stiche pareli, tradito dal compagno d'armi lord Nelson, 
tradito dagli uffiziali, suoi giudici, che tante volle 
aveva in guerra onorati, cinto di catene, n»enalo sulla 
fregata napoletana la Minerva ( rinomala ancora càsu 
tra i navili per le felici battaglie di lui), appiccalo ad 
un'antenna come pubblico malfattore, spirò ta vita; _ 



48 



HISF.O «aRNTiriCO. I.KTTKIIARiO SIt ARTISTICO . 8CSLTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



e restò esposto, per chi a ludibrio, per chi a pietà, 
sino silo nulle; quaiKlo, legando al cndmerc un peso 
ai piedi, fu gettalo nel innrc». 

e 11 re Ferdinando, il quale per timore di entrare 
in città slava nel porlo, dopo ul(|uanli giorni scopri 
da lungc un viluppo che le onde spingevano verso il 
suo vascello; e, fissando in esso, vide un cadavere, 
lutto il fianco fuori dell'acqua, ed a viso alzalo, con 
chiome sparse e slillanli, andare a lui quasi minaccioso 
e veloce, quindi, meglio intendendo lo sguardo, cono- 
sciute le misere spoglie, il re disse: Caraccioli! E, 
volgendosi inorridito, chiese in confuso: «Ma che vuole 
quel morto?* Al che nell' universale sbalordimento e 
silenzio, il cappellano pielosumenle replicò: «Direi 
che viene a dimandare cristiana sepullura. » « Se l'ub- 
bia ■ rispose il re, e andò solo e pensieroso alla sua 
stanxa. Il cadavere fu raccolto e sotterrato nella pic- 
cola chiesa di Santa Maria la calena in Santa Lucia.» 



L' AHABO E IL SUO CAVALLO 

tu Arabo e la sua tribù avcano assalito nel deserto 
la caravana di Damas ; la vittoria fu piena, e gli Arubi 
già davano opera a caricare il loro ricco bollino , 
quando i cavalieri del Pascià d'Acri, che veoiano al- 
l' iocoulro della caravana, piombarono alla non pen- 
sala sugli Arabi vittoriosi, ne uccisero un gran nu- 
mero, fecero prigioni gli altri, e legatili con nodi di 
corde, li slrascinarone in Acri per farne dono al Pascià . 

Abou-el-Marsch (tale era il nome del capo arabo) 
era stalo percosso nella zuffa da una palla. Siccome 
la sua ferita non era slata mortale, i Turchi l'aveano 
legalo sopra un cammello, menando con loro ezian- 
dio il cavallo di lui. La sera del giorno che doveano 
entrare in Acri, si attendarono coi loro prigionieri 
nelle montagne di Saphadt. L'Arabo ferito avea le 
gambe legale con una correggia di cuoio ed era sleso 
vicino alla tenda ove dormivano i Turchi. Durante la 
notte, tenuto desto dallo spasimo della sua ferita, di- 
stinse il nitrito del suo cavallo da quello degli altri 
impastoiali, giusta il costume degli Orientati, intorno 
alle tende. Non polendo resistere al desiderio di par- 
lare ancora una volta al compagno della sua vita, si 
trasse a grandissima pena strasciconi presso il suo di- 
letto corsiero : 

— Povero amico, gli disse, che farai tu in mezzo ai 
Turchi? Tu sarai imprigionalo tra cavalli d'un agà o 
di un pascià ; le donne, i fanciulli non li recheranno 
più il kitle della cainmella, o l'orzo nel palmo della 
mano; tu non volerai più libero pel deserto come il 
vento d'Egitto, non fenderai più co! gagliardo luo 
|>eito l'acqua del Giordano che rinfrescava il tuo pelo 
bianco come la tua schiuma. Deh, poiché io sono 
schiavo, sii almeno libero lu!... Va! torna alla tenda 
che couosci ; annunzia alla mia sposa ch'ella non ri- 

Stabilim«nto tipografico di 



vedrà più il suo diletto, e china lu tua bella testa sulla 
culla de* miei fanuiulli per lambir loro le mani. 

Cosi dicendo, Abou-cl-Marsch rosecohiavu coidem 
la corda che serviva di pastoia ai cavalli arabi, e i 
suo animale era libero. 

Ma il fedele e intelligente corsiero, vedendo il suo 
signore ferito e incatenato, comprese immantinente 
col proprio istinto ciò che niuna loj^iea poteva spie- 
gargli. Abbassò la lesta, odorò il suo padrone, e, affer- 
ratolo coi denti alla cintura di cuoio che aveva intorno 
alla persona, si giilò al galoppo e lo trasportò alle sue 
tende. Giuntovi, lo posò sulla sabbia ai piedi della sua 
sposa e de' suoi fanciulli, e, grondante di sudore, 
spossato dall'enorme fatica cadde e spirò... L' intera 
tribù lo pianse, i poeti lo cantarono, e il suo nome 
corro tuttavia per le bocche degli Arabi di Gerico. 

BIZZARRIE 

— Francesco I, re di Francia, volendo innalzare uno 
de' più saggi uomini del suo tempo alle prime dignità 
della Chiesa, desiderò sapere s'egli era nobile. 

«Sire, rispose l'abate, v'erano Ire fratelli nell'arca 
di Noè; non so bene da quale dei Ire io discenda.» 

— Quell'immortale mallo [di Ariosto era in letto 
da alcuni giorni: alcuno gli mandò un medico. Il suo 
domestico l'annunzia. « Digli, risponde l'Ariosto, che 
sono ammalalo e che non rice\o nessuno.* 

— Ad una rappresentazione óeW Otello di Rossini, 
in Firenze, un moderno zerbinotto canterellava non 
so qual aria di quest'opera, in guisa che dava gran 
noia a tulli i vicini. Un dilettante, scappatagli la pa- 
zienza, gridò: L'importuno! — Parlale di me, signore? 
gli disse il zerbino. — No! rispose il dilellanle, parlo 
dell'attore che m'impedisce d'intendere la vostra 
bella voce. 

— Un patrizio avea da molli giorni invitato Rossini 
ad un pranzo, in cui volca imbandire un grosso lac- 
chino con larlufi. Rossini ricordò la promessa all'an- 
fitrione che mostrava dimenticarla. — Datene la ca- 
gione, disse costui, ai tartufi che quest'anno sono 
assai cattivi. — Oibò ! disse il maestro, sono i tacchini 
che spandono qucsle frottole. 

LÀ NAZIONALITÀ 

La nazionalità di un popolo è per esso ciò che è 
per l'uomo la propria coscienza. Ciascun popolo, en- 
trando nella vita, riceve questo battesimo alle rive di 
un Giordano sconosciuto. Chi calpesta questa nazio- 
nalità, calpesta la vita nella sua più profonda sorgente. 
D'onde derivano queste forme originali che i popoli 
ricevono nella loro culla? Esse sono come il suggello 
del Creatore. Chi le ha vedute nascere? Guai a chi 
tocca questo slampo divino nel quale sono geliate le 
razze umane. 
A. Fontana in Torino. 



7. 



MUSEO SCIElrfinCO, ecc. — Aimo X. 



(19 febbraio 1848) 



STATUA DI RUBENS IN ANVERSA 




Verso la mela del secolo decimosetlimo, a Colonia, 
dentro umile casa moriva Maria dei Medici, fìglia di 
Francesco granduca di Toscana, moglie di Enrico IV, 
madre di Luigi XIII, bandita di Francia, reietta dalla 
casa e dalla vista del rcgal figliuolo, strema di tutti. 
La pietà di un pittore le faceva V esequie ; e quel 
'pittore era Pietro Rubens. 



Rubens, scrive un dotto, contemporaneo, era gen- 
tiluomo per nascita. La sua casa ad Anversa aveva 
apparenza Ui palagio: arricchivanla collezioni preziose 
di marmi, quadri e cammei. Visse sessantatrè anni 
amalo dai principi del suo tempo, onoralo da' suoi 
concittadini e felice. — E appena credibile il numero 
delle sue opere. Amava le grandi composizioni ed 

7 



80 



•GIMTIPICO, LKTTBMAIIO BD ABTItTICO 



ora fallo por M«e. Aveva quella fo}»n «li jjonio, qnel- 
l'iiilorior fuoco che s'iipprosenla con sorproudcnli 
cfTelli. Sembra che le figure, i gruppi elio inimngi- 
nava, escissoro interi dnlla sua faiilasia a posar sulla 
leia, e che por creare non avesse uopo che di un 
allo della sua volontà, l-a scienza In lui cedeva all'ini- 
petuosità del coucello ed alla vivjieilà dell'esecuzione; 
preferiva lo sfarzo alla severa bellezza, e sacrificava 
speMO la correzione del disegno alla maj^ìa del colo- 
rilo» I suoi sludi non l' innalzarono al bello ideale, 
fna confinaronlo nell' imitazione della natura fiam- 
minga. K cccelleiile per 1' espressione, capace piut- 
tosto di rappresentare gli alTclli violenti che i Iran- 
(juilli. h principalmente sul colorito che fondasi la 
sua gloria: la potenza del suo pennello giunge fino 
•ir incanto. 

Gli era dunque dovuto nella sua patria un monu- 
mento clic testificasse al mondo la graliludine e la 
riverenza onde è circondato da' suoi concittadini ; e 
questo monumento olTrcsi alla vista dello straniero 
in Anversa in una piazza contigua a quella catte- 
drale, che è uno de' più stupendi miracoli d'arte che 
sia uscito dalla mano dell'uomo. 

Tulle le nazioni civili fanno a gara nelP onorare 
in lai guisa i loro grandi cittadini, la qual cosa è 
santa pel tributo di riconoscenza che si offre al genio, 
e ulilissima ad un tempo por lo slimolo che porge 
all'operare forte e virtuoso. L'Italia, la quale ha pur 
finalmente spezzata la pietra del suo sepolcro e si 
viene ora circondando di luce e di gloria, comincia 
ad imitare il generoso esempio. Abbiane lode amplis- 
sima; e voglia il cielo che qualche maligno genio non 
tarpi le ali a queste nobili intenzioni! Non v'ha pro- 
vincia della penisola che in questi otto secoli della 
civiltà rigenerata, non abbia a gloriarsi di tanti nomi 
illustri, quanto nor» ne può contare in allreltanlo 
spazio ben più d'una superba nazione d' Kuropa. 

Italiani! siale dunque teneri della vostra gloria 
e della vostra civiltà. Ponete sotto gli occhi de' vostri 
figliuoli l'effigie de' vostri antenali ; innalzate loro 
monumenti; e, nobilitando voi stessi, spanderete semi 
che fruttificheranno una nuova e più ampia messe di 
gloria é di civiltà. C. 

ISCHIA 

I 

Care isoIeUe dalle acque del Tirreno dawicino va- 
gheggiano la ridente Napoli, ed incenso di fiori le 
tributano e canlici d'amore. Ischia, di codeste isole 
per estensione di sito e per bellezze naturali è la più 
ammirala; la quale da levante a ponente per cinque 
miglia dilungandosi ci rendo immagine d'una pira- 
mide del mare per I'l50 piedi elevandosi va a termi- 
nare nell'arso vertice dell' Epomco. Parte della sua 
istoria ei viene rivelata dalle sue diverse denomina- 



zioni. Pilocusa fu chiamala anticamente «lai (Ireci, 
dall'essere venuta in grido nell'arte degli orciuolai, 
(|nin<li per aver dato ospizio alle navi del profugo 
Knca appcilossi Enaria, e i j)adri della greca e della 
latina poesia Anarimc la dissero, immaginandovi il 
gigante dalle cinquanta teste, l' immane Tifeo fulmi- 
nato nella sacrilega battaglia eonlra il cielo e sepolto 
nelle viscere dell' Epomeo. Finalmente pigliando nome 
dal fortissimo castello, tutta l'isola chiamossi Ischia, 
la quale colie vetusle lave ricorda le molle sciagure 
lolleratc per le ire frequenti deiràzione volcanica, dal 
che al (errili gli antichi, e ignari delle cause produt- 
trici de' terribili fenomeni, ben s'avvisarono fingere, 
poetando, uno smisuralo gigante in lolla coi Numi, 
gli abissi e i cieli mescolati in aspra guerra, gli cle- 
menti congiurali eonlra il ciclo, e il cielo fulminante 
la ribelle natura. Ora lutto è pace; l' Epomeo, il 
monte che sorge in mezzo all'isola come padre gene- 
ratore di essa, da cinque secoli e più non apre le sue 
voragini di fuoco : laonde ora con più ragione affer- 
masi, il demone del male, il genio dei volcani, il gi- 
gante Tifeo, sgagliardalo di ogni forza giacere entro 
le viscere della montagna arso cadavere. Sulla sua 
negra sepoltura di basalto i fiori e le piante dispen- 
sano il riso delle grazie e l'abbondanza dell'agricol- 
tura ; e intorno all'isola, adorni di verzura e lieti di 
onesta pace, ridono pittoreschi villaggi, che distesi 
giù pel pendio dei colli specchiansi nell'azzurro Tir- 
reno. Il paese congiunto al castello appellasi col nome 
dell'Isola, ed è città adorna d'un episcopio e d'un 
seminario, dove vorrei non esser vero quanto un 
alunno con rammarico mi riferiva : quivi divietarsi 
la lettura dell'Alighieri. 

II. 

L'isola nella stagione estiva è ritrovo di foraslieri; 
qjiali per deporre dolorosi morbi in terme salutari, 
e la più parte per godere della voluttà di quell'aere 
soave, per inspirarsi alle memorie ed alla pia qtiiele 
dell' incanlevole scoglio. Epperò non di rado occorre 
l'incontrarci in pittori paesisti sul ciglio d'un eolle, 
nel fondo d'una valle, ora intesi a ritrarre la lucen- 
tezza dell'acre e dell'acque, ora le feste dei popolani; 
e spesso inlesi amorosamente a cogliere il bello dall' 
ultimo raggio diurno con cui il sole imporpora l'e- 
stremo orizzonte e di una cara malinconia tinge le 
vaganti nuvolette. Ed io con un pittore paesista mi 
trovai a visitare l'isola, coH'egregio amico Malici, 
lutto inteso colla sua tavolozza a ritrarre i coslunii 
dell' isola beala. Ma se alle dipinture del paesista 
basta la schietta natura co' suoi diversi aspelli, non 
così avviene al poeta della nostra età, il quale perchè 
le sue rime siano udite e celebrale fa mestieri che 
fra gli spettacoli della natura informi le sue armonie 
dell'indole e dei bisogni della società, e giovi can- 
tando alla vita civile della sua patria. Ed il poeta del 
secolo decimonono dai fasti dell'isola ben potrà deri- 
vare concclti splendidi ed utili, laddove si faccia a 



SCELTA nACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



51 



considerare come la divina Previdenza segnasse Ischia 
a conforto di grandi uomini nello slremo della sven- 
tura. Enea, lasciate le materne sponde di Xanlo, nel 
suo esigilo, si asside a qtiei lidi : vi si asside Mario 
proscritto: e Murai, balestralo dal destino dell'armi, 
du quelle rive dà 1' ultimo addio alla contristata re- 
gione delle Sirene. Enea, IMario e l\Iurat, in questi 
nomi Ire grandi epoche vodea scolpite nei fasti del- 
l'isola, e risgiiardando al castello mi senlia trailo 
nel secolo xiii, quando l'isola fu spettatrice di un ma- 
gnanimo esempio, di virtù militare operata da Gio- 
vanni Caracciolo. Il quale valorosissimo uomo, lenendo 
dalle parli dello svevo Federico 11 conlra le armi del- 
l' imperadore Ottone IV, vedutosi stretto da straor- 
dinarie forze nemiche, meglio che dirsi vinto, elesse 
da gloriosissimo capitano morire entro una torre ab- 
l)ruciato, marlire della fede militare. E fu nel me- 
desimo castello che Costanza d'AvoIos, per onorare 
la travagliata casa Aragonese, per nulla lemelle i 
disastri della contraria forluna, ed alle armi francesi 
oppose gagliardo animo virile. Per siffatta guisa ono- 
rato il castello d'Ischia, ben meritò divenir poscia 
armonica stanza alla marchesa di Pescara, V^iltoria 
Colonna, la quale, come l'appella nobilmente il Va- 
léry, fu la santa musa di Michelangelo, la Beatrice del 
Dante delle arti. L'illustre donna, per bella e per 
poetico valore celebrala nell'omerico verso dell'Ario- 
sto, salì eziandio a gran fama per maschie virlù cilta- 
dine; e siane argomento il consiglio da lei dato al 
consorte, al vincitore di Pavia, allorché i principi 
d'Italia lo scettro di Napoli gratulando gli profersero. 
Conoscendo ben ella quanto sìa diffìcile impresa il 
governare la nazione con accorgimento, d'ogni vano 
orgoglio dispogliata lo persuase a rispondere col niego 
all'offertogli reame, a lui dicendo: — Per me non 
desidero di essere moglie dì re, ma sì di quel gran 
capitano che avea sapulo vincere non lauto col suo 
valore durante la guerra, quanlo nella pace colla sua 
magnanimità i più grandi re. — 

III. 

Ischia, al pari di ogni a#tra terra d'Italia, ebbe a 
palire mutamenti di forluna e piraterie di ogni ma- 
niera : ma sarà sempre venerando il paese che fra 
l'ire degli elementi e degli uomini serberà come Ischia 
esempi di generose virtù. Mentre per lai modo io 
meditavo i destini dell' isola, il pittore che a me 
s'accompagnava, in riva al mare conficcato nell'arena 
l'ombrello, messo in acconcio lo seggiolino arlislico, e 
sedutosi di prospetto al castello ne ritraeva i merli ed 
i baluardi. Egli rendeva co' suoi colori l'esteriore fiso- 
nomia, ed io accoglieva nel mio petto il senlimenlo 
de' fatti gloriosi che vivificano la memoria dell'antica 
rócca. Compiuto ch'egli ebbe il suo lavorio, ravvolse 
come in un fascio l' artistico fardello, e seco mi trasse 
verso Casamicciola, grazioso villaggio da parecchie 
famiglie straniere eletto a piacevole dimora. L'amico 
mi dicea, cammìn facendo, lornargli a grato ed ulile 



passatempo quel conlinao errare nelle modeste case 
del pescatore e del colono, e fra l'amo e la rete, fra 
la falce e 'I vomero studiare e ritrarre gli usi della 
semplice vita, e goder le mnsiche e i balli delle po> 
poiane lor feste, non ancora contaminale dal fasto 
cittadinesco. Poco discosto dal paesello Lacco ci si of- 
ferse alla vista presso casa campestre sotto un pergo- 
lato una bruna villanella vestila a festa nel bel co- 
stume delle isolane, la quale coi neri e vivaci occhi 
vigilava a se d'intorno ventagli, canestri e cappelli da 
lei vagamente congegnati con paglia. La guardammo 
col godimento dell'ammirazione, ed entrato il Malici 
in desiderio di prendere l' immagine della leggiadra 
isolana, studiò modo di rendersela benevola, chie- 
dendole se tenesse ventagli da vendere, ed ella rispose 
che si: ci provedemmo di due ventagli colorali a 
sembianza dell'iride, e lodatone il lavoro: — Come vi 
chiamate? — la interrogò l'amico, ed ella: — Lucìa 
per servirvi. — buona Lucia, volete permelterniì 
ch'io vi faccia il ritratto? — riprese l'amico, ed ella 
sulle prime ritrosa, fece poscia il voler nostro, lieta 
forse del vedersi ammirata e di alcun danaro che ag- 
giugnemmo al prezzo dei ventagli. Il pittore, distem- 
perati ì colori su l'assicella, tolse a dipingere la bella 
Lucia; la quale avea il capo coverto d'un velo color 
giallo, detto volgarmente magnosa, su la fronte biz- 
zarramente ripiegato : dal velo le traspariva la nera 
capellatura chiusa da rosso fazzoletto spiralmente ac- 
conciato in guisa di turbante; dagli orli della magnosa 
dondolavano gli orecchini ricchi di perle; serico gìub- 
bonello color scarlatto con frangio d'oro le si strin- 
geva al seno, cui maggiormente illegiadri\a cilestrc 
pezzuola scendente dal collo, ed ai lombi assicurata ; 
ed un abito verde con grembiale violaceo compieva la 
vestitura di quella isolana. Ritraendola, quegli le an- 
dava dicendo: — Voi siete buona, o Lucia: ben di- 
versa di tante altre, che di soverchio vogliono essere 
pregale, e talvolta mi fuggono, non altrimenti se la 
mia matita ed il pennello fossero due pugnali per tra- 
figgere le belle isolane. — Un dolce sorriso sfatillava 
su le brune sembianze di Lucia, che andava accata- 
stando le sue merci di paglia, ma a l(^lierla al nostro 
conversare accorse la vecchiarella Maddalena, la suo- 
cera della vaghegEriala: — Lucia, Lucia — sclamando — 
fa prestof andiamo a Lacco: sono le ore ventidue: 
è il momento della processione. —Ed io vi attendeva, 
rispose la nuora, eccomi pronta. — E a noi rivolta 
proseguì: —Vi deggio lasciare: vado a Lacco per 
venerare Maria Santissima, che oggi si festeggia, ed 
io più d'ogni altra donna ho debito di onorarla, per- 
che nel canale di Precida in una tempesta orribile 
presso a Capri mi salvò dal naufragio lo sposo, il caro 
Tonno. — Oh sì, povero figlio! - ripigliava Maddalena - 
mentre andava pescando, il mare lo voleva morlo, ma 
votatosi egli a Maria, fu salvo. — Fraltanto L^eia andò 
a deporre in casa la sua mercanzia : il pittore, col 
pennello nella sua tela, fece alcuni segni qua e là, che 
indicassero Maddalena, la quale vestiva l'aulico cq- 



ss 



MOIBO laBRTiriCO , LBTTBIAIIO . BD ARTISTICO 



slume delle isolane: la manliglin al capo di lana rossa, 
orlala color giallo, ed abito cilcstrc con grembiale di 
lino bianco, siccome ad ogni istante si offrono all'uomo 
i contrasti <Lclla natura nella gioia e nel dolorc/nelln 
vila e nella morte, così pure il pittore ebbe accolte 
in un pensiero, nel campo d'un' angusta tela, Mad- 
dalena e Lucia, la vcccliiaia e la giovinezza. Le donne 
ci salutarono e partirono: e noi, ripreso il cammino, 
errammo per diversi fiorili viottoli, e noi pure an- 
dammo a Lacco, dove giungemmo quando la proces- 
sione già uscita di cbicsa stendcvasi per le vie folte 
di popolo devoto. 

Nel tramonto d'un bel giorno d'agosto una pia 
festa campestre in riva al mare, sotto il sereno cielo 
partenopeo è scena soavissima die tocca il cuore! 
Croci, stendardi impressi di sante istorie, suoni di 
campane, ceri accesi, consorterie vestite in varie fog- 
gie, preti, monaci componevano la processione ccbeg- 
gianle di pregbicre, con cui Iracvasi il pio simulacro 
della Madre di Dio, intorno a cui vedemmo gran mol- 
titudine di minuto popolo accorsa dalle vicine bor- 
gate, e dame nordicbc da Casamicciola convenute; 
ed incontrammo Lucia e Maddalena che andavano 
snocciolando devotamente le deche del rosario. Molle 
barchette veleggiavano presso alle rive, e vedovasi un 
naviglio inglese, abitalo da bellissima miledi che vive 
nei regni dell'acque, e solo per breve diporlo tocca 
la terra. Ella pure salulava la festa di Lacco colle 
musiche del naviglio. Qua e là vagando ci die negli 
occhi un ardente giovane, lutto molo che allineava la 
processione, ed or ne faceva rilardare, ora accelerare 
il corso, e a chi dava il segnale perchè si desse il fuoco 
ai morlarelli, ad altri perchè alle musiche si allcrnas- 
sero i canti. In lui si fissarono gli sguardi di Lucia, 
ed— ecco, esclamò a Maddalena, ecco il nostro Tonno. 

— Oh benedetto giovane! era la graliludine dell' ot- 
tenuto benefizio che lo incitava alla pia esultanza. 

Posato il santo simulacro in mezzo alla via su d'un 
altare sparso, di fiori ed odoroso d' incensi, al lungo 
ripetuto frastuono di squille, di canti e di morlarelli 
successe grav^ silenzio. Mule le campane, muti gli 
inni delle devote consorterie, mule le musiche del 
naviglio inglese, muta la molliludinc alleggiala a |fre- 
ghiera. Solo un'arpa non era mula: l'arpa d'un buon 
vecchio che seguiva il simulacro traendo icari suoni 
dalle corde armoniose, e rendendo immagine dell'in- 
spirato Daviddc arpeggianle intorno all'arca d'Isra- 
ello. In quell'arpa parca accogliersi l'armonia dell'u- 
niverso, votalo alla Madre dell' Uomo-Dio. Kapili in 
estasi dolcissima Lucia, Maddalena e Tonno si guar- 
darono colle lagrime agli occhi, accennando al divo 
simulacro come se ad un tempo islesso, in guisa di 
Ire corde in una medesima armonia dir volessero: 

— Ecco la Vei^ine Santissima che ci rese la pace e 
la prostrila. 

IV. 
Non sia tutta nelle borgate la letizia per chi voglia 
visitare l' isola ; egli dovrà salire 1' Epomeo per ine- 



briarsi ad un acre purissimo che melle le anime in 
commercio cogl' immortali, quasi il premere le alle 
cime dei monti fosse un appressarsi alla regione dell' 
eternità, un attingere i tabernacoli del vero; epperò 
in quelle supreme aeree solitudini si sente lo spirilo 
delia divinità ehc scende dall'alto a raddoppiare l'u- 
mana esistenza. La gentilità ricorda Filippo il re di 
Macedonia che, superale le faticose balze dell'Emo, 
ordinò che sul vertice si rizzassero due altari, al Solo 
ed a Giove, e la Bibbia ricorda come gl'Israeliii fos- 
sero più gagliardi nelle pugne eomhallule sui monti, 
laiche i Siri paventavano venire (I) sulle montagne 
conlra essi a battaglia, certi della sconfitta, ed eleg- 
gevano guareggiarli nelle pianure. Dal clie, come 
dalle istorie di tulli i popoli apparisce, in ogni età il 
sentimento della religione avere governate le allezzc 
dei monti ; e la nostra Italia dalle alpi a Mongibello 
moslra i suoi monti, santificali da cenobi e da pie 
tradizioni. L' Epomeo nel secolo xv vide sulle sue 
cime, in onore di San Nicola, sorgere un cremo, per 
opera di Beatrice della Quadra con alquante sue com- 
pagne colà condottasi a romitica vita: le quali Ira- 
miilalesi poscia in un cenobio aperto nel castello 
d'Ischia, l'eremo rimase diserto. Ma l' Epomeo non 
dovea rimanere a lungo senza il cullo di Dio, ma sic- 
come i monti di maggior grido dovea vedere rislau- 
rali i suoi eremi ed animati nella preghiera dei de- 
voli , il che accadde ne' tempi del Borbone Carlo III 
per un esempio singolare di cristiana pietà. 

Il tedesco Giuseppe Argulh capitanante l'isola, in- 
vestendo due guerrieri dalla bandiera disertati, fu in 
forse della vila per il cavallo cadutogli sotto, e per 
gì' inseguiti che degli archibusi minacciandolo tenta- 
rono finirlo; allora egli invocò il divo del monte, 
l'arcivescovo di Mira, ed a lui votalo uscì d'ogni pe- 
ricolo senza patirne sciagura nessuna. Ouenuta la 
grazia, depose le militari insegne per indossare la 
lana dei romiti, e trasse vila penitente nell'eremo di 
San Nicola, dove, aperte nel tufo diverse celle, ed 
ornata la chiesa, in compagnia d'altri devoli finì i 
suoi giorni santamente, e fu sepolto nel tempio, delle 
sue virtù testimonio venerando. Ora diversi altri 
cremili mantengono in riverenza quel santo luogo, 
ed io fra loro seduto sulle antiche lave meditai ai 
diversi destini dell' Epomeo. 

Il gentilesimo associò all' Epomeo immagini di sa- 
crilighe battaglie, rappresentando l'uomo fatto gigante 
nel male, insuperbito conlra il cielo, e finalmente pro- 
stralo. Il Cristianesimo, mutandone il nome in quello 
di San Nicola, lo rese caro per fedeli racconti spi- 
ranti amore e pietà, e vi addita l'uomo composto alla 
preghiera pel minislerio delle buone opere in dolce 
consorzio col Dio delle misericordie. La gentilità vi 



(i) Serwi vero rrgis Siriac dixci uni ei : Dii mnntiunt 
sunt dii eoriim, ideo sttperavcrunl iins : sed melius est ut 
pugneiiiuf conlra cos in cnmpeitribus ci oblinebimus eqs. 
Lib III, Rog. cap. XX. S ^3. 



SCKLTA BACCOLTA Di OTILI B 8VABIATB NOZIONI 



63 



additava Giove, armalo di fulmini, sceso a terribile 
vendetta: il cristianesimo ricorda il santo uomo che 
per generosa carità salvò dui peccato la giovinezza 
di tre donzelle; ed al pellegrino che vi giunge, coi 
versi dell'Alighieri parla piamente 

della larghezza 
Che reco Nicolao alle pulcelle, 
Per condurre ad onor lor giovinezza (1). 

G)sì meditando guardava intorno al monte, e tutta 
io vedeva la bellissima isola festante di pampini, di 
case e di beate memorie ; e poco discosto vedea Pro- 
cida forse memore ancora del tempo che alla sorella 
Ischia era congiunta. Più in là spingendo gli sguardi 
salutava da ponente Miseno, Baja, e quindi Posilipo 
e Mergellina: dalla banda orientale salutava Capri e 
il Vesevo e i campi che un dì vantarono Pompeja 
ed Ercolano. Alle voluttà dei siti deliziosi si frappo- 
neva la terribile immagine della tirannide romana, 
la quale, posate le cure del Campidoglio, venne nei 
giardini di Partenope a sordidarc le opere di Dio con 
barbare carneficine e con lascivie smodate. Se non 
che i pensieri del terrore dissipavansi all'alitare di 
un'aria soave che ricreandomi i sensi rendeva l'anima 
leggiera ai voli della poesia. Per la qual cosa sul più 
alto vertice dell' Epomeo ho desideralo rivedere il de- 
volo vecchio che sonante l'arpa tenea dietro alla pro- 
cessione di Lacco. Avrei voluto udire la sua arpa ac- 
costo le tombe degli eremili; l'avrei ascollala con 
riverenza, siccome l'arpa d'Israello sui monti di Dio : 
avrei sposate al davidico stromenlo le soavissime rime 
che ad Ischia intonò nelle sue meditazioni A. De- 
Lamartine, il Geremia della Francia. Il quale sotto 
questi fìrnìamenli di luce e di canto attinse l'ambro- 
sia più dolce della poesia: perchè l'Italia o colla fra- 
granza e colla splendidezza del suo cielo, o colla 
narrazione delle sue istorie fu eletta da Dio ad inspi- 
rare i poeti d'ogni più colla nazione (2). 

G. Regaldi. 

(i) Daste. Div. Cono. Purg. e. xx, 

(a) Diverse nolizie risguardanti l'Isola, le ho altinlc 
d:il)' opera del eh. cav. Slefano Chevalley de Rivaz, inti- 
tolata: — Descrizione delle acque termo-minerali e delle 
stufe deW isola d' Ischia — opera pregiata: ed è in.iggior- 
menle da commendare ncircdizione fatta nel i838 per le 
dotte e molle note dell'illustre, e non mai abhastapza 
rimpianto Miciiclangelo Ziccardi. 

Colui che fa benefìcio all' uomo malvagio commette 
di molli errori, perciocché non pure nutrisce con le 
facoltà sue la malvagità altrui, ma dà occasione che 
ella diventi peggiore, conciossiacosaché quando un 
tristo si vede beneficiato, ovvero ha desiderio di va- 
lersi di lei eslimando di poterne trarre utile, tanto 
più si aggrava nel male. Appresso, per essere il con- 
venire con tristi un tacito consentimento alle malvagie 
opere loro, se n'acquista mal nome. E dove final- 
mente il benefìcio vorrebbe essere il premio della 
virtù, egli si fa comune col vizio. 



SULLA GENEROSITÀ 



DIALOGO FRA BIAGIO E FANFANI. 

Fanfam. 

Credetemi, Biagio! Voi prendete troppo spesso le 
lucciole per lanterne. Ciò che vi sembra verità non 
é che apparenza, pura apparenza... 
Biagio. 

Voi mi fareste dire degli spropositi... Dunque non 
dovrò chiamare generoso e benemerito della patria 
colui che si contorce da mane a sera a far trionfare 
la causa della ragione, e che mette in non cale ItUti 
gli agi e le delicatezze della vita per farsi direttore di 
giornali, onde spandere fra il popolo le utili verità, 
diradicare i pregiudizi, raddrizzare le rinvolture delle 
cose?... 

Fanfabi. 

Io vi dico e ridico che le prediche, le proleste, 
l'arrabbattarsi di costui traggono sovente origine meno 
dallo zelo della patria che da quello d'impinguarsi 
alle spalle de' gaglioffi... 

Biagio. 

Dunque non chiamerò generoso qnell' uomo che 
non teme anche di spendere la propria vita per la- 
telare il trono del suo principe?... 
Fanfani. 

E chi vi assicura che non sia piuttosto spinto sul 
campo dalla speranza di un largo compenso e da 
quella di essere fregiato di onori, di titoli?... 
Biagio. 

Questo può esser vero. Ma non mi negherete che 
quell'uomo, il quale impallidisce, veglia le notti e 
passa i giorni a volgere e rivolgere le dotte carte, 
non sia benemerito della propria terra e non mc^ 
riti il titolo di leale, di generoso... 
Fanfant. 

E qui pure ho i miei dubbi ; e inchino talvolta 
a credere che costui abbia una gran voglia di ab- 
bandonare la nuda scranna della sua melanconica 
cameretta per adagiarsi comodamente sul morbido 
cuscino della cattedra. 

Biagio. 

Ma se io, ricco d'ingegno e povero di fortune, 
m'imbatto in un uomo dovizioso che prolegge i miei 
studi e mi fa comodità a camminare alacremente 
pel sentiero delle lettere, senza esserne impedito dagli 
sterpi e dai pruni che si attraversano ai passi del 
povero, che dovrò dire di costui? Non dovrò forse 
sapergliene merito? Non dovrò levarlo a cielo? Non 
dovrò fargli manifesta la mia gratitudine con lodi, 
con dediche?... 

Fanfani. 

Queste Iodi e queste dediche sono appjpto gli 
stimoli che spinsero costui a farsi vostro n^cnale. 
Biagio. 

Io conosco uomini di altissimo ingegno, i quali. 



M 



MUSBf) SCI RNTI FICO, LRTTRRARIO RD ARTISTICO 



mentre avrebbero potuto abbarrarmi la via n;;li onori 
(Ielle leilore, mi sloscro invece amiclicvolinoiilc la 
mano, mi conforlarouo ili benevole parole, non sde- 
gnarono di cliinmnrnii loro confratello... 
Fanfani. 

Non nie^o che abbiale potuto inconlranio laltino. 
lìla i più furono slimolali a ciò dalla certezza di e$iserc 
soperchiali dal vostro ingegno, eppcrciò anziché ne- 
mico elessero avervi amico e compagno... 
Biagio. 

Voi mi togliete dagli occhi un cerio nebbiumc... 
Ma io conosco per le storie moltissimi principi ai 
quali in verno modo non saprei rifiutare il lilolo di 
generoso... Essi diedero ai loro popoli amplissime ri- 
forme e ne furono chiamali i padri... 
Fanfani. 

Anche il vecchio Cosimo de' Medici fu chiamalo 
padre della patria; eppure fu quegli che diede la 
più gran mazzata alla libertà fiorentina e pose le 
più salde fondamenta al trono de' scellerati nepoli. 
E quell'ipocrita birbone seppe cosi bene abbindolare 
i suoi concittadini, che gli innalzano tullaTia ilellc 
statue a ricordanza delle sue patrie virtù. Del resto, 
ehi vi fa cerio che questi rettori de' popoli siano 
piuttosto guidati dall'amore che portano ai loro cari 
sudditi e da quella ferrea legge che chiamasi neces- 
sità ? Avete voi ben studiate nelle storie le cagioni 
del bene che sono venuti largheggiando? ?ion ne sarà 
forse stalo operatore lo spavento di perdere ogni 
cosa e di andare esuli e sprezzati per lontane terre?.. 
Biagio. 

Oh scusale! ma voi non vedete proprio le cose 
fuorché per il loro lato sinistro, lo non posso con- 
durmi a credere ehe negli uomini la nequizia pre* 
valga alla bontà. Quando veggo, per esempio, quel 
buon Carlo Magno che fra mille disagi, fra mille 
pericoli, fra mille lotte attraversa le Alpi, scende in 
Italia, ne fa il conquisto col proprio sangue, e poi 
con animo volenteroso si spoglia di una gran parte 
dei beni e delle terre acquistate con tanti sforzi e 
li dona ad un pontefice, oh ! io non posso a meno 
dì sclamare: questo re è buono, è generoso! 
Fanfani. 

V'ingannale, caro Biagio. Questo buon re la ve- 
deva assai lunga. Egli non ignorava che così facendo 
si arricchiva di una forza morale olirepolenlc, per 
mezzo della quale avrebbe potuto agevolissimamente 
fare il conquisto del doppio, del triplo di quei beni, 
di quelle terre donate... 

Biagio. 

Voi mi cogliete ad ogni varco ; ed io sto lì lì per 
(larvi ragione. 

Fanfani. 

I.a generosità (dice quello spiritoso fiorentino che 
s'intìtoUi Bardo de' Bardi e dal quale io imparo assai 
cose) e un' abnegazione di se senza speranza di pre- 
mio, se non quella della gratitudine altrui e la cer- 
tezza del bea operare. A questa pietra dei paragone 



conduciamo le azioni di coloro ehe sono tanto cele- 
brati ed esaltali, e vedremo rimpicciolirsene il me- 
rito, fino a ridursi ad un calcolo d'iiileresìc e di >j<r- 
ccgsilà. Chiamiamo generoso un F'erriiccio, generoso 
un (ìiiglielmo Teli, i ijiiali non hanno altro sprone 
a fare il sacrificio della propria vita fuorché l'amore 
libero, schietto e sviscerato della loro patria. Chia- 
miamo generoso un Giano della Bella, il quale, ben- 
ché nobile, scende in piazza armato contro i nobili 
oppressori, rifiuta viltorioso la signoria, e si condanna 
a spontaneo esiglio quando vede i proprii cilladini 
prossiiui a straziarsi in guerra civile per lui. Chia- 
miamo generoso un Carlo Alberto, fortissimo re, il 
quale polendo negare la libertà, la dona spontaneo in 
premio al senno e alla civiltà de' suoi popoli. Ma non 
prodighiamo a larga mano questo titolo venerando 
a certi demagoghi, letterati, generali, mecenati, prin- 
cipi e rcllori, i quali, a far il bene, si conducono per 
vie tortuose e non illuminale dal sole, e prendono 
a maestro delle opere loro certe deità che hanno 
vesti splendide e pompose ma nascondono piaghe can- 
crenose e puzzolenti. C. 



LE riforue e il clero piemontese 

Parole dell' avvocalo D. CIANNA^TOMO Bessone. 
Torino, 1848, tipografia Cotta e Pavesio. 

Son pur curiosi questi scrittori! Quando hanno 
un foglio di carta bianca sotto la mano ed una penna 
d'oca imbrattala d'inchiostro fralle dita, par loro 
di essere gli arbitri dell'universo, anzi della natura. 
Spingono innanzi i retrogradi, tirano per le falde 
gli esaltati; danno alla tartaruga le qualità della gaz- 
zella, e ai pappagalli il canlo dell'usignuolo; vor- 
rebbero che la giustizia della causa attribuisse sempre 
ragione, anche ai deboli ; che tulli i principi amas- 
sero i loro sudditi come gli amano Carlo Alberto 
e Pio nono; che tutti gli uomini d'armi, anche i 
Marescialli-comandanti, avessero un cuor di miele; 
che tulli i Diplomatici, anche i Presidenti dei Mi- 
nistri, conformassero sempre i falli alle parole ; che 
l'interesse pubblico prevalesse al privato; che il fuoco 
andasse alla china e l'acqua in allo... Son pur curiosi 
questi scrittori! 

Per esempio l'avvocato D. Giannanlonio Bessone 
avrebbe voluto ehe tulio il Clero piemontese, allo e 
basso, ricco e povero, dolio ed ignorante, egoista 
e filantropo avesse applaudilo alla redenzione morale, 
civile e politica de' popoli italiani, cominciata da Pio 
e proseguita dagli altri principi della penisola. K 
perché non tulio il Clero applaudì, eccoli ch'egli 
se ne venne' altamente lagnando con un opuscolo di 
dieciotlo caldissime pagine, senza contare una ven- 
tina di note anch'esse piene di pepe, e, quel che 
più importa, di sale. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



.S5 



Oh GiANM ANTONIO mio crudele! Sai tu veramente I ed irrigale molte provincie Circumpadane e Lombarde, 

j-i -: . : :_ .._ i_ c> :„._ .._ t _-i J_ii«*.i_' a J--._. .1: .. 



quanta dolcezza si trovi in un comodo Canonicato, 
in una pingue Prebrtidu, e nelle tante onorificenze 
acquisiate (come tu dici) senza merito, senza slndio 
e senza capacità personale, che non provi la minima 
compassione per qnc' fortunati che ne sono in possesso? 

Noi speriamo, che coloro ai quali ciò tocca più 
davvicino, approfitteranno della libertà della slampa • 
(benché sia anch'essa un ma! frutto delle Riforme!) 
per dimostrare quanto immoderate siano queste pre- 
tensioni. Intanto ci gode l'animo di intendere per 
bocca istessa del nostro Autore, come le prefate sue 
lagnanze abbiano poco o nulla da fare colla massima 
parie del Clero Torinese. 

I^ quale «più colta e civile, più studiosa e meglio 
« isìruita, più sana di intellello e generosa di cuore, 

• più amante del suo decoro e della sua dignità, più 
« confidente ne' suoi proprii meriti e nel suo valor 
«personale: plaudì, e plaude tuttavia di cuore ai 
« nuovi ordinamenti morali, politici e civili del Pie- 

< monte e dell'Italia; plaude alla forte sapienza del 
« Re che li sanciva, agli illuminati consigli de'Mi- 

• nistri che lo aiutarono e confortaronlo nella grande 

< e gloriosa impresa ; fa eco alle ordinale acclama- 
« zioni dell'esultante popolo, e con esso si unisce e 
« confondesi in simbolo di fratellanza ; innalza con 
« confidenza pubbliche preghiere a Dio per la con- 
« servazione della preziosa salute del suo Re e canta 
■ con allegrezza l'inno di ringraziamento per la grazia 
« ricevuta. » 

Noi ci congratuliamo altamente con questa mas- 
sima parte del Clero Torinese. Siamo oltre modo lieti 
di poter aggiungere che anche la maggiore e miglior 
pnrie del Clero Segusino è animata da questi mede- 
simi sentimenti. E affrettiamo co'desiderii il giorno, 
in cui un mal inteso zelo, o il timore di vedersi 
scappar di mano un buon Canonicato, una pingue 
Prebenda, o altro, più non porti nissuno ad avversar 
le Riforme. N. Rosa. 



►o«^ 



IL MONTE VESULO VISO 

Nella provincia di Saluzzo, e fra le Cozzie e le ma- 
rittime Alpi sorge il monte Vesulo coronato da nevi 
eterne, quasi confinante e tramischiato nel cielo. Alle 
sue faldi verso levante v'è Crissolo, unione di pochi 
e meschinissimi casolari. Da questo villaggio, salendo 
il colle, giungesi dopo un'ora di cammino al piano de' 
Larici, e poco dopo a quel di Fiorenza, piano ver- 
deggiante ne' mesi estivi ed ingemmato da infiniti fio- 
rellini che ne originarono il nome. Ivi fra orride 
balze vcdési precipitare il Po sopra un gruppo di 
roccie ed a formare una vaga cascatella. Questo fiume 
scaturisce povero d'acque e rasente il suolo, in un 
angolo del piano superiore, dello del Re (perchè cre- 
dcsi volgarmente che vi accampassero i Francesi sotto 
il dominio di Francesco Primo), e dopo aver percome 



mette foce nel mare dell'Adria. A destra di questa 
sorgente, ma più in alto, havvi il lago di Laussel. 
Quivi le meraviglie della creazione si.molli[)1icano a 
ciascun passo, e più erta, più disastrosa è la via, e più 
orrido diventa il quadro, in ispecie sopra il rovinalo 
casalone della roccia /4nnoira, cioè nel piano della 
Madia. 

È questo un valloie ingombro di brune roccie e 
di acuti pictroni, chiuso perire lati da monti ne' quali 
la natura si presenta in una nudità spaventosa, monti 
che di continuo s'avvallano, come scorgesi dai fram- 
menti di rupi che staccansi e. saltellando, rotolano 
con gran fracasso sino alle faldi. Come spiegare la 
presenza di que' ceppi di granito su quelle alture, e 
nelle varie e bizzarre loro posizioni, se non pensando 
alle rivoluzioni subile dal nostro globo in remotissimi 
tempi? A poca distanza da quel piano, valicando circa 
cinquanta metri di neve eterna, che ingombra la 
strada, si giunge al fondo d'una valle in forma di 
scniicircolo per cui s'ascende al sommo del colle. 
Continuando il viaggiatore ad avanzarsi oltre la fonte 
dell' Ordì, in un angolo formato da due roceie mi- 
rasi la famosa grotta, opera del marchese Lodovico li, 
attribuita falsamente ora ad Annibale, allorché venne 
in Italia, ora a Pompeo od ai Delfini di Francia, e 
perfino ai Saraceni nelle loro audaci e terribili scor- 
rerie del secolo decimo. Questa buca, alta e larga 
tre melri, e lunga circa setlanlacinque, metteva nel 
Delfinato; ma dal 1823 otturata verso il Piemonte da 
pietre avvallale, e verso Francia dai ghiacci, rimane 
impraticabile attualmente. 

Quantunque soltanto elevato 4200 melri sopfa il 
livello del mare, il Picco rimane tuttora inacessibilc, 
ed a settentrione è fiancheggiato da varie vette minori, 
di cui una appellasi Visolello. 1/ orrido aspetto di 
quest'ultimo scaglione dell'Alpi (che nude, scoscese 
hanno le roccie accavallate e sjwrgenli le une dietro 
le altre con infinita varietà d'accidenti, di contorni 
e di tinte), la gialliccia neve che v'è in fondo, quella 
più bianca che trovasi sul pendio de' circostanti gioghi, 
i replicati colpi de' rovinanti macigni, ed infine il sordo 
mormorio delle acque formano un insieme che s'im- 
possessa dell'anima e desta una sensazione di religioso 
spavento. Gandi P. Casimiro. 

ORIGINE DEI LAZZARO.M 

DI NAPOLI 

Il nome di Lazzaro, dice Coltella, sorse nel vice- 
regno spagnnolo, quando era il governo avarissimo, 
la feudalità inerme, i vassalli suoi non guerrieri, la 
città piena di domestica servitù, con pochi soldati e 
lontani, con meno di artisti o d'industriosi con nes- 
suni agricoli; e però con inoumerabili che vivevano 
di male arti. Fra lanlo numero di abbielle genti, 



00 



MUSSO SCIBNTiriCO, LBTTBRAIIIO BD AITISTICO-SCBLTA RACCOLTA DI UTILI B SVARtATB NOZIONI 




molli campavano come belve, mal coperti, senza casa, 
«lormendo nel verno in cerle cave, nella eslale, per 
benignila di quel cielo, allo scoperto -, e soddisfacendo 
agli usi della persona senza i ritegni della vergogna. 
Colesti si dissero lazzari, voce tolta dalla lingua de' 
superbi dominatori; i quali, prodotta la nostra po- 
vertà e schernita, ne eternarono la memoria per il 
nome. 'Non si nasceva lazzaro, ma si diveniva; il laz- 
zaro che addicevasi a qualunque arte e mesticro, per- 
deva quel nome; e chiunque viveva brutalmente, 
come sopra ho dello, prendeva nome di lazzaro. Non 
se ne trovava che nella città ; ed ivi molli, ma non 
sommali, perchè ne im|)ediva il censo la vita incivile 
e vagante: si credeva che fossero intorno a Irenlamila, 
poveri, audaci, bramosi e insaziabili di rapine, presti 
u' tumulti. Il viceré chiamava i lazzari tìegli edilli con 
l'onoralo nome di popolo; ascollava i lamenti e le 
ragioni da lazzari deputati oratori alla reggia; tolle- 
rava che ogni anno nella piazza del mercato, in di 
l'estivo, scegliessero il capo, a grido, senza riconoscere 
i votanti o numerare i voti ; e con questo capo il vi- 
ceré conferiva, ora fingendo di volersi accordare in- 



torno a' tributi su le grasce, ora impegnando i lazzari 
a sostenere l'autorità dell'imperio; il celebre Tom- 
maso Aniello era capo-lazzaro quando nell'anno 16^47 
ribellò la città. 

FIDUCIA NEI SUDDITI 

Il dubbio che il suddito allenti sempre ai diritti 
del trono è oltraggioso ; il sospettarlo sempre pronto 
ad ingannare è insultante; il crederlo lontano da tali 
pratiche è onorevole pel principe, è gradilo ai popoli. 



La scienza ed il bene non è proprietà esclusiva 
di un dato genere d'uomini, non sicgue le ricchezze, 
non predilige lo splendore della nascita, non si a- 
sconde al tapino : le caste privilegiale non sussistono 
in natura, le creò la milizia e la dabbenaggine, poco 
vi conlrihui la graliludiue dell' uomo. 



PIETRO CORtLLI, Direttore. 



Stabilimcoto tipoRraGco di A. TcktahA in Torino. 



8. 



MUSEO SCIENTXnOO, ecc. — AWO X, 



(2G rebhraio I8i») 



II, MINISriU) CECCO SIMONETTA 




L'anno 1476, il giorno di San Slefano, Galeazzo 
Maria duca di Milano, mostro di libidine e di sangue, 
ncH'allo di entrare nel tempio dedicalo a quel santo 
protomartire, viene assalito ferocemente da Lampu- 
gnano, Olgiato e Visconti, giovani dì grandissimo 
animo, da lui ofTesi chi nell'onore e chi nella prospe- 
rità, e cade trafìllo da quattordici pugnalate. 

Parve allora vicino il subbisso di Milano. Que' gio- 
vani che in tempi meno corrotti e più generosi sareb- 
bero stati con somme lodi chiamali difcnditori della 
libertà, impugnatori della tirannide, solenni protettori 
e sostenitori di ciò che l'uomo deve tener più caro 
T'^gpiùi vengono invece proclamali traditori ed as- 
sassini. 

Lampugnano, sgozzalo da un domestico Sforzesco, 
è trailo orribilmente per la città; l' Olgiato, posto a 
martori atrocissimi, viene ucciso dalle mani del boia, 
e le sue carni sono dalc ai porci. La città corsa dai 
tumultuosi, dai ribeili, dagli oppositori e dai nemici 
iniuaccia di essere inghiotliiu da iramcusa tempesta... 



Chi la salva dalla prossima ruina ? Chi acquieta quegli 
animi accanili ed eferrati e li riduce a sanità?... Cecco 
Simonetta. 

Di questo coraggioso e illibalo ministro noi vo- 
gliamo far parola, perocché quale più gentile spelta- 
colo di colui che antepone la virtù, la fama, la salute 
del principe e de' cittadini e la morte stessa ui favori, 
all'oro e alla potenza?... Un minislro può essere ca- 
gione di eterna felicità ad un popolo o incominciare 
una vicenda infinita di lacrime e di colpe. Ne offrano 
un esempio recentissimo que' perfidi e scellerati che; 
circondarono non lia guari il redi Napoli, per consiglio 
de' quali quella terra generosa fumò di sangue italiano 
e fremette armi e vendetta. Vuol esser dunque posto 
nella memoria del mondo e guiderdonato colle bene- 
dizioni de' contemporanei e de' posteri colui il quale, 
abborrcndo.dal farsi adulatore de' potenti, è sollecito 
del solo bene dello stato. 

Cecco Simonetta nacque a Caccuri in Calabria l'anno 
litio. Chiamato da suo zio presso Francesco Sforza, 



M 



■usio leiBNTirico, LcrrsirAiio r» «■titnco 



seguì la fortuna varia di quel gnorrioro forUmalo, e 
rombane al suo fianco nella balla},'lia di Caravaggio, 
guadagnala conlro i Veneziani nel l'i'lS. Pervenuto 
lo Sforza al duralo di Milano, egli fu colui che seppe 
inlromenere quella parola di dubbiezza generosa e di 
pace, che raffrena le voglie smodale del principe e 
provvede alla dignità, alla sicure//!, alla (jiiiete dello 
SUlO. 

I segni di animo libero e incorrono, i (juali risplen- 
devano in ogni suo allo, svegliarono l'astio e il livore 
de* cortigiani, che, operando di straforo, nicUcvano 
opera a soffiare nell' orecchio del principe qiialche so- 
«pelto sulla lealù del Simonella. Ma il Duca chiuse 
loro la bocca dicendo freddamente : 

— Se dovessi stare senza V orùjitnde, vorrei avere il 
suo ritratto ih cera. 

Succeduto a Francesco Sforza il figliuolo Galeazzo 
Maria, egli pose tulli i suoi spirili per frenare questa 
belva di sangue, e fu il solo che in mezzo a quella 
corte istu|)idita dall' abiludine del male, osasse, ben- 
ché indarno, alzare la voce conlro l' ingiuslizia di ciò 
che si operava. 

Trucidalo Galeazzo Maria, fé' prova immantinente 
di somma previdenza e fortezza. Sostenne e avvalorò 
con sani consigli la duchessa Bona di Savoia, alla 
quale era stala commessa la reggenza per la minorità 
del figliuolo Giovanni Galeazzo, appianò le rinyoUure 
delle cose, contenne nella quiete i tumultuosi, abolì 
tulle le gabelle che emungévano la povera plebe, 
sventò le trame che i fratelli dell'ucciso Duca, e sin- 
golarmente Lodovico il Moro, ordivano di continuo 
conlro il governo, fiaccò la baldanza delle loro armi, 
li sgomenlò, li compresse, li bandì da Milano, fece 
insomma risorgere la forza dello stalo, la floridezza 
del commercio, l'abbondanza delle sue rendile, la 
potenza del suo naviglio. 

Ma egli che avea trionfato de' più formidabili ne- 
mici, dovca cader vittima d'un ignobile cameriere e 
tagliatore in tavola. 

Costui, nato in Ferrara e chiamato Trissino, era 
giovine di ornata ed elegante figura. La Duchessa, 
che ei'a leggiadra, più donna che sovrana, e in quell' 
clà in cui il cuore suole ancora vaneggiare, gli pose 
l'occhio addosso. 11 Trissino non tardò ad avvedersene, 
e col fascino degli sguardi e de' sorrisi tanto operò 
che giunse a dominare interamente l'animo di lei. 
Allora vedendosi riverito da tutti, ma neglello e sprez- 
zalo dall'austero Simonella, pensò vendicarsene e ot- 
tenne il richiamo degli esiliali, tra cui Lodovico il 
Moro il più terribile. 

Il Simonetta aprì gli occhi e troppo tardi vide l'in- 
ganno. Conoscendo i cupi abissi del cuore di Lodo- 
vico, uè ignorando la sua smisurata e crudele ambi- 
zione, tremò pel destino della patria, e presentatosi 
alla Ducitessa inlrepidamcnte disse: 

— Signora, io perderò Ut testa, hki toi ho» conserve- 
rei e lo stato. 

Queste profelicbe parole «Rbcio ìuhim "li;ae il loro 



effetto. Il Moro, guadagnatosi coi tranelli e cogli ag- 
giramenti l'animo de' principali cittadini, getta la ma- 
schera e afferra pel crine la fortuna che gli pone ogni 
cosa nel grentbo. Proclama traditore il Simonetta, 
investe notturnamente la sua casa, mette a sacco e 
divide tra gli assalitori le sue robe e lo fa slraseinare 
nel castello di Pavia sopra una carretta ferrala. La 
Duchessa, fascinata dal suo drudo, atterrita dal suono 
delle armi del Moro, cieca e immemore dei benefizi 
dell'incolpato ministro, segna la sentenza di morte... 
E il Simonella piega il capo al destino che lo percuote 
con quella costanza e magnanimità che dovca coronare 
la sua vita virtuosa. 

I suoi carnefici gli rompono prima le membra colla 
tortura; barbarie non so se più crudele o più pazza, 
della quale per secoli furono vittime tanti infelici. Era 
infermo per dolore di gotte, pure la fortezza dell'a- 
nimo tanto potè sulla natura che non rallegrò gli 
spieiati né d'un grido, ne d'un lamento. Infine, trailo 
sul rivellino del castello, e posto sopra un panno nero, 
viene decapitato l'anno settuagesimo di sua età, il 
penullimo giorno di ottobre l'iSO. 

II rimanente del suo vaticinio non lardò a verifi- 
carsi. Lodovico il Moro, oramai signore di Milano, 
guiderdonò il Trissino degli infami suoi servigi col 
cacciarlo dal dominio ducale. La Duchessa, per la 
perdila di costui, entrò in tanta furia che, postergalo 
ogni onore e dignità e scordatasi di ogni filiale amore, 
rinunciò con atto solenne la tulela dello stato e del 
figliuolo nelle mani di Lodovico, e corse dietro le ve- 
stigia del favorito che, immemore degli amori, reca- 
vasi a Venezia carico di danaro e di perle. Ma il Moro 
usando di subito del potere che gli venne fidato, troncò 
l'invereconda tresca, facendola arrestare ad Abbiale- 
grasso e vietandole l'uscita dallo stato. 

Per tal modo (conchiude il Verri nella sua storia) 
Antonio Trissino fu quegli per cui la casa Sforza per- 
dette poi lo Slato, i Francesi occuparono il Ducato, 
gli imperiali gli scacciarono, e si fermò un nuovo or- 
dine di cose per tutta l'Italia. Le debolezze di una 
donna e la bella figura di uno scalco fecero maggior 
rivoluzione nel destino d'Italia di qtiello che non 
avrebbe fatto un gran monarca od un conquistatore. 

C. 



Le donne sono più liberalmente dolale di compas- 
sione e di pudore: due forze pacifiche le quali tem- 
prano sole tutte le guerriere forze del genere umano. 

Pitagora. 

Ad un uomo che consuma le facoltà sue, noti e ri- 
medio più opportuno che una buona moglie, come 
quella eh' è conservatrice della casa. — La migliore 
e più eccellente ricchezza che si possa avere, è il tro- 
vare una moglie di generosi spirili. — Utile e fruttuo- 
sissima possessione è (juclla che nasce dalla benevo- 
lenza della moglie verso il marito. Fu, iniilr. 



SCRLTA ■ACCOLTA DI UTILI B 8TAIIATÌ NOZIONI 



L'ECOiNOMIA POLITICA E LA GIURISPRl DENZX 



Se, come è fuor d'ogni dubbio, le leggi che hanno 
per precipuo scopo il mantenimento dell'ordine so- 
ciale, devono lener conio del modo in cui si formano 
e si distribuiscono le ricchezze, egli è pure induhilalo 
che coloro i quali vogliono fare uno studio profonde 
e ragionato della legale, debbono avere delle cogni- 
zioni economiche, senza le quali mai potrebbero essi 
abbracciare l'insieme della scienza, e misurarne tutta 
la sua vastità. Colui che nou vede nelle leggi che un 
testo, il quale spiegar de\esi più o meno logicamente 
col ravvicÌDamcuto di altri testi, può esser un abile 
legista, ma ciò non basterà per meritargli il nome di 
giureconsulto ; bisogna possedere ancora certe qualità 
di un ordine pù elevato, fra le quali figura in pnmo 
grado l'attitudine di spiegare e dilucidare le leggi, 
adattandole alle necessità sociali dimostrate dall'Eco- 
nomia politica. 

L'Economia politica si può dire in certo modo 
scienza recente, nel senso che i principii sui quali ri- 
posa, e le analoghe conseguenze, non furon riunite 
in un corpo di dottrina che da poco tempo; ma è 
d'altra parte scienza antica, nel senso che tali prin- 
cipi! esistono da secoli, quantunque non se ne ren- 
desse esplicito conto, e siasi sempre fatto, senza spe- 
cificarlo, un'applicazione più o meno esatta delle loro 
conseguenze. 1 giureconsulti d'altri tempi, siccome 
quelli de' nostri giorni, presero dunque necessaria- 
mente per punto di partenza i dati economici della 
loro epoca; or dappoiché la storia dei bisogni d'un 
popolo, delle sue abitudini, della sua costituzione in- 
terna, del suo commercio ed industria, si apprende 
dalle leggi che lo reggono, i giureconsulti che le svol- 
gono ed insegnano', che dimostrano in ciò ch'esse sono 
conformi all'esigenze dello stalo sociale, ed in ciò 
ch'esser devono modificate, non deggiono obbliare 
che in simil modo essi completano tale storia, coi ma- 
teriali che le preparano. 

Dovere siffaiio non sarebbesi mai tanto sentito 
quanto ai giorni nostri, in cui la scienza dell' Econo- 
mia politica e quella dei Diritto vogliono esser colti- 
vate con eguale ardore , ardore che riuscirebbe ad 
amendue sterile, se l'una restasse all'altra straniera ed 
isolata, e sarà invece fecondissimo di utili risultati, 
se fra di esse presteransi reciproco vantaggioso ap- 
poggio. D'altronde, se l'Economia politica agisse dis- 
giuntamente dal dritto e dalla legislazione applicabile, 
non produrrebbe che delle utopie, e le leggi che non 
prendessero per loro base i principii economici sui 
(|uali riposa la società eh' esse reggono, manchereb- 
bero dello scopo loro, e sarebbero impotenti sì a fare 
il bene, che ad impedire il male. Senza dubbio sa- 
rebbe un errore il credere, che sia possibile alla legi- 
slazione ed ai giureconsulti di correggere tutl' i vizi 
che pone in evidenza l'Economia politica ; le tendenze 
d'un' epoca hanno talora qualche cosa di providen- 



ziale e di fatale, a cui bisogna sapersi assoggettare'; 
tuttavia nell'assoggeltarvisi, si possono bensì modifi- 
care, regolare e dirigere. Questo dev'essere, è vero, 
uffizio de! Governo, ma ben anco dei giureconsulti, ai 
quali incombe l'obbligo di estender sempre più lo 
scopo che si propongono dai loro sforzi. 

Ognun conosce quanto in oggi siano gli spiriti pre- 
occupati in generale delle riforme sociali ; gli uni per 
proporle, gli altri per combatterle; quest'ultimi per 
temerle, i primi per fondarvi tutte leJoro più care 
speranze. Se l'Economia politica può discutere su tali 
riforme, d'una maniera astratta, fare all'uopo caso 
vergine, e rimpastare col pensiero una nuova società, 
egli è ai giureconsulti che spetta di porre i sistemi 
in confronto della realtà, e di richiamare al rispello 
del dritto le utopie che valgono ad allontanarsene. 

In mezzo alle tendenze industriali e commerciali, 
che assorboao gran parte dell'umana attività da oltre 
un quarto di secolo che si gode in Italia ed altrove 
dei frutti- della pace, l'Economia politica e la giuris- 
prudenza hanno ciascuna ugualmente un' importante 
parte ad adempiere. L'agricoltura, le arti ed il com- 
mercio producono e distribuiscono le ricchezze; le 
leggi che le regolano, sono pertanto l'organizzazione 
dell'Economia politica. Tutte le leggi già fatte o da 
farsi, che riguardano al commercio, all'industria ma- 
nifatturiera od agricola, suppongono certamente, si in 
coloro che le fanno, che in quelli che le interpretano, 
delle cognizioni economiche, senza di che simili leggi 
non corrisponderebbero menomamente ai bisogni acni 
soddisfare esse deggiono. Ciò nonpertanto, tutte le 
persone alle quali l'Economia politica sarebbe indispen- 
sabile, hanno esse realmente sufficienti nozioni di tale 
scienza? Coloro che il movimento degli affari ritiene 
lungi dal movimento scientifTco, inavvertitamente, 
non la relegano forse fra le scienze puramente specu- 
lative, e senza immediala applicazione? Ben si sa che 
qualunque scienza può bastare a se slessa, senza troppo 
riflettere però, che quelle morali hanno tutte fra di 
esse una correlazione quasi indispensabile, come le 
scienze fisiche e matematiche. Qualsiasi errore sa- 
rebbe pregiudizievole assai al progresso si delle une 
che delle altre. Il legale, cui spella difender le cause 
altrui dinanzi i tribunali, oppure giudicarle, non deve 
mai credersi di aver troppi lumi in proporzione della 
materia, edispensarsi perciò dall'acquislare luttequelle 
cognizioni che possano maggiormente accrescere il suo 
acume e le forze del suo intelletto. 

Non basta pertanto che un giureconsulto non ignori 
i grandi principii d'una scienza clie ha tanti rapporti 
sociali, e dalla quale, come più volle si disse, dipende 
la formazione e la distribuzione delle ricchezze, e ne 
conosca i primi elementi, ma si è di tutta necessità 
che l'approfondisca, e si renda famigliare ogni suo 
più minuto dettaglio. Egli deve sovrattutlo studiare 



60 



MU8B0 SCIBNTIPICO, LBTTBMABIO BD ABTISTICO 



l'Economia polilica mi suoi j»in iiiliini rapporlì collu 
giurisprudenza. Higuurdala sollo lale aspollo siiuil 
scienza, gli sembrerà meno straniera ai suoi prece- 
denti sludi; più feconda di risultali pratici; ricca di 
risoluzioni impensate a fronte delle quali spariranno 
tutte le più complicate dinicullà legali. 

In conclusione, lo studio dell' Kconomia politica do- 
vrebbe assolulamenle proj^redire di pari passo colla 
giurisprudenza alla quale necessariamente si collega, 
e che insegnata simultaneameule faciliterebbe d'assai 
lo studio della legale, e noi caldi e sinceri amatori 
della patria, gelosi dell' onor nazionale, non possiamo 
ristarci dal far voli die tuie necessità venga general- 
mente sentita ed apprezzata nell'Italia nostra, e che 
siano cosi insliluite CAirBonB di IÌIconomia politica in 

TUTTE LE DOTTE UnIVERSItÌ ITALIANE, 3 buOU diritto 

già tanto decantale nel mondo scienliQco. Allorché 
divenuta fosse famigliare suddetta scienza, quante uto- 
pie sarebbero ridotte al loro intrinseco valore; quanti 
sistemi verrebbero aboliti; quanti errori si evitereb- 
bero; quante forze, ora sprecale, sarebbero meglio im- 
piegate ; e quanti sublimi ingegni, più saggiamenlc 
diretti, concorrerebbero al ben essere generale, a vece 
di perdersi in vani od inutili sforzi, e talora in ten- 
tativi eol|>evoli ! 

C. Gronoona. 

IL METUO 

Saggio di poesia contemporanea (I). 

1. 

Oh che metro, che metro, miei cari ! 

Questo SI che sì chiama far versi ! 

Non vi par che cinquanta somari 

Per le arcadiche selve dispersi 
. Quinci e quindi si corrano dietro? 

Oh che metro , che metro , che tnclro ! 

2. 
Scimunito chi studia i maestri 
Per la frega di farsi poeta ! 
Liberalo da tanti capestri 
Ecco qui ch'io cainuiino alla meta 
Co'sonagli davanti e di dietro. 
Oh che metro, che metro, che metro! 

3. 

Non istate a mi romper la lesta 
Co' noiosi di Fiacco precelli. 
Che niestier di poetica vesta? 
Che mestier di brillanti concelli? 
Tulle baie dei secoli addietro! 
Oh che metro, che metro, che metro! 



(I) Seniltra che l'autore intenda con qufsla [loesia di l>cirar«i 
della maggior parte degl'inneggialori, che sorsero all'improvviao 
negli ullinii due nirti dell'anno IS47. 

// Diiitloic 



Quando i versi mi tornano corti 
\À riinpin7.o con trenta aggettivi. 
Se stupiscono gli uomini morti. 
Figuratevi gli uomini vivi !... 
Hestan lì colla pelle di vetro. 
Oli che metro, che metro, che metro! 

5. 
Il buon senso? eh via là! che buon senso ! 
Siamo in lenqii di tutte riforme. 
Finalmente il poeta melenso 
Del valente si getta sull'orme 
E le fiche gli fa |)er di dietro. 
Oh che metro, che metro, rìir nnh o ! 

6. 
I pensieri, voi dite? eh i pensieri 
lo li lascio... ai poeti pensanti. 
Che i miei versi sian lubrici, interi, 
E talor d'alcun piede abbondanti. 
Me felice tal grazia se impetro. 
Oh che metro, che metro, che mitro ! 

7. 
- Ma le risa, il disprezzo, l'accidia 
Di coloro che sanno il mestiero? — 
Tutta genie che schiatta d'invidia 
Nel vedermi trottar sì leggiero, 
Senza zampe per corrermi dietro ! 
Oh che metro, che metro, che metro! 

8. 
Poetastri da quindici soldi, 

Imitate i miei versi immortali, 

E potrete a Sterbini e a Bertoldi (I), 

Fra cent'anni, lustrar gli stivali. 

Su, provale, lenelemi dietro: 

Oh che metro, che metro, che metro! 

Norberto Ro^a. 



(I) Scuoti, o Roma, la pol^'cre indegna, 

STERbiM. 
Con l'azziu-ra coccarda sili petto. 

Bertoldi . 



IL TRIONFO DELLA CARITÀ 

Dipinto di Rubens. 

Nel numero anieccdcnte, lodando i eilladini di 
Rubens per avergli innalzato un monumento, noi ab- 
biamo parlato della divina potenza del pennello di 
questo pittore. Ora ci piace riprodurne un disegno, 
che è una stupenda rappresentanza allegorica del 
trionfo della Carità. Lasciimdo ai lettori l'agio di va- 
gheggiare la poesia che illumina questo dipinto, noi 
diremo alcune cose che ci vengono sug;;;erite dalla 
vista di que' fanciulli vispi, sorridenti, briosi, svolsz- 
zanli.— Noi vorremmo che la buona madre imparasse 
dalla Carità di Rubens a nutrire in mezzo alle arie 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOXiONI 



(il 




limpide e viviGcalrici la frale puerizia del suo fan- 
ciullo, né cominciasse troppo di buon'ora a seppellirlo 
in certe fetide scuole dove l'aria, come in un sepolcro, 
vi penetra e circola a grande stento. Ciò è sempre 
ragione della poca floridezza e del poco rigoglio delle 
sue membra ; è cagione di quella sparutezza cbe siede 
sul suo volto mescolata a quella noia che lentamente 
corrode le fibre della sua vita. Oh! lasciale che il 
fanciullo s'iucbrii dei raggi del sole, si nutra delle 



arie balsamiche de' prati e de' giardini, corra, giuochi, 
saltelli e svolazzi. Egli vi ricomparirà sempre agli oc- 
chi irradialo di una rosea luce. Date uno sguardo alla 
gioventù inglese. Perchè la vedete voi in generale 
così accorala, così avvizzita? I manifattori di quella 
regione si presentarono un giorno al ministro Piti 
dicendogli che i salarii troppo elevati dell'operaio to- 
glievano loro facoltà di pagare le imposte. — Prendete 
i fanciulli^ disse egli con accento inumano ; e questa 



02 



HUAftO tClllNTIPICn. l.flTTMAftlO Kr> ARTItTICO 



parola pesa Icrribilmeiilc siili" InijIiiUorra tome una 
inaloiliziono. I fanciulli di poiliissinia olà furono gol- 
lati in quelle inunense fabbriche, «love passano l'in- 
tero giorno fra lo slraparto e la fatica ; e «la (|uel lon.po 
U raiM inglese si accascia ; quel popolo cosi alielico 
dapprima, si snerva e si fiacca ; spiirve dal suo volto 
quella tinta lucida e incarnala elie già faceva la me- 
raviglia dello straniero il quale fcrmavasi a conlem- 
plarlo. — Qualunque siano le miserie del contadino, 
quale differenza tra il fanciullo della campagna e quello 
di città! Alla campaj;iia può dirsi con sicurezza che il 
fanciullo è felice- Miratelo: eccolo là, pressoché nudo, 
senza zoccoli, con un frusto di pan nero, custodire o 
una vacca o le oche. L'ilarità gli splende sulla fronte, 
la salute gli sorride vividissima, sguazza nell'aria come 
un uccello nell'acqua, salta ad ogni momento qua e là. 
i lavori agricoli, ai «piali viene a poco a poco asso- 
cialo, afforzano il suo corpo. Gli anni preziosi, du- 
rante i quali l'uomo compone le sue membra e le sue 
forze, scorrono per lui liberi e fortunati nella dol- 
cezza della famiglia. Vengono poi le miserie, i duri 
travagli della vila?... Ebbene, il suo corpo si è tem- 
peralo a sfidarli. lUedilino i genitori queste poche pa- 
role, e verrà giorno che forse ce ne sapranno grado. 

C. 



BREVE INOTIZIA 
DE' PIL" CELEBRI INTA(iLL\TORI IN RAME 

Si suol dire di Padova, die è una cillà brulla, la 
qiial rinchiude delle cose belle; e una delle cose 
belle di Padova ò la galleria di sceltissime opere 
de'piii illustri intagliatori antichi e moderni, che 
raccolse nelle sue case il sig. Gaudio, e della quale 
il prof. Antonio Marsand stampò sin dall'anno 1823 
lina elegante e accurata descrizione, col lilolo: // 
fiore delV arie delC intaglio. E noi di sì bel fiore 
rallegreremo questo foglio; il che faremo dividendo 
le varie scuole d'intagiio, e sotto ciascuna nomi- 
nando i principali alleici, e di ogni artefice ricor- 
dando le slampe, che il sig. Gaudio raccolse con 
non minor larghezza che gusto. 

SCUOLA TEDESCA 

Gl'incunabuli dell'arte dell' intaglio si debbono a 
Martino Schoen, nalo in Franconia del 1420^ molli 
lo imitarono con più o men lieto successo, sin che 
vegnamo ad Alberto Durerò, che tulli oscurò col suo 
mirabile ingegno. Pittore, scultore, architetto, geo- 
metra, anatomico, egli fu il vero padre, fondatore 
e perfezionatore della scuola tedesca dell' incidere 
in rame. Lavorò circa cinquecento stampe, che de- 
corano a prova le più celebri gallerie. Nella nostra 
vi sono: L'Adamo ed Eva^ la stessa prova che fu 
già posseduta dall'illustre Marielte; Il (ì^liuol pro- 
digo y nel cui vollo elTigiò il Durerò se slesso; il 



san (ìirolavio dello della zucca, a cagione forse di 
una gran zucca che ò in questa slampa; la malin- 
conia, e il cavai della morie, simbolo della vanità 
di tutte lo umane rose. 

Di Giorgio Pencz nato in Norimberga del 1500, 
ha il sig. (ìaiidio l'Artemisia, la quale ci ricorda la 
scuola del Sanzio, e quella di Marcantonio, a cui 
si perfezionò il talento di questo intagliatore. 

I)i Enrico Aldeg^ever, che è uno de' così detli 
piccioli maestri, perchè si occuparono in piccioli, 
anzi talvolta in picciolissimi intagli, ha la nostra 
raccolta quattro stampe, che rappresentano la storia 
di Loth; sì come di Giorgio Federigo Schmidt, 
nato in Rerlino del 1712, o formatosi alla scuola 
di Nicolò Larmessin in Parigi, vi si ammirano i 
due capolavori, che sono la Bettola fiamminga e il 
principe di Gheldria. 

Nò vi si dovea desiderare il celebre Gian Giorgio 
Wille, nato in Konigsberga, e quindi slanziatosi a Pa- 
rigi, con vera utilità di quel paese, nel cui seno, 
con la vendila delle sue slampe, egli versò un mi- 
lione e mezzo di franchi. Mirabile, come tulli sanno, 
è quest'artefice per la sua grande virtù nel rendere 
i drappi, i pizzi, i ricami, che sembra non pur di 
vederli, ma di toccarli; in prova di che basta osser- 
vare il suo ritrailo del conte di Saint-Florenlin, che 
non solo apparisce vestito di velluto, ma di velluto 
che non può esser che cremisi. Ora di» questo ce- 
lebre intagliatore possiede il sig. Gaudio i Musici 
ambulanti, rarissima prova, per ciò che ha VEle- 
ctoral senza le, che vi fu aggiunta da poi che se 
n'erano tirate alcune copie; Agar presentala ad 
Abramo; e la Educazione domestica, conosciuta 
sello il nome di Stampa del raso, per ciò che la 
madre di famiglia è vestila di un raso bianco di seta, 
anzi di un raso bianco-latteo, che è una maraviglia 
a vedersi. 

Fu suo scolare Giovanni Goltar«lo Muller, del 
quale ha il sig. Gaudio una bellissima priiova avanti 
la lettera della liatlaglia di Bunker's Itili. 

Il capolavoro di Giovan Federigo CItynens, nato 
in Copenhague del 1757, cioè la Morte del generale 
Montgomery , chiude nella raccolta del Gaudio la 
serie degl'intagliatori tedeschi. 

SCUOLA ITALIANA 

Marcantonio Raimondi fu quegli, che recò tra noi 
a perfezione l'arte dell'intaglio, che il fiorentino 
Finiguerri vi avea coltivato per primo. Nacque egli 
in Bologna del 1487, e morì tra il 15.58 e 59. Stu- 
diò in Roma sotto RalTaello, il «piale vuoisi che di 
sua mano gli segnasse i contorni ne'rami, che do- 
veva intagliare; onde viene la purità e correzion di 
«lisegno, che si loda principalmente nelle suo stampe." 
E lo prova quella di Adamo ed Eva, la qual ultima 
vuoisi che sia la più bella donna, che sia siala mai 
disegnala od incisa da poi che si prese a esercilaro 



m:blta raccolta di utili b bvariatk nozioni 



01 



le arlì. Olire a questa slami)a, possiede il sig. Gaudiu 
la Strage degli Innocenti; Gesìi Cristo all' ingresso 
del Tempio y della allrimenli la slampa delta Ma- 
donna alla scala; la B. V. alla culla; i cinque 
santi; e la Vendemmia; lulle rarissime prove e di 
bellissima conservazione. 

Allievo di Marcantonio fu Marco Dente, detto co- 
muncmonte il Hawignano, i cui inlagli se non gareg- 
giano con que' del n)ae:»lro per la correzion del di- 
segno, si ammirano tuttavia per la facilità e per la 
grazia. V ha di lui nella nostra raccolta la Strage 
degli Innocenti, cavata da un dipinto di Baccio Ban- 
dinclli. 

Benché duro e secco ne'conlorni, sono però lodato 
le stampe di Giorgio Ghisi, soprannomato il Man- 
tovano, delle quali il sig. Gaudio possiede il Giu- 
dizio di Paride, di mirabile conservazione e fre- 
schezza. 

Fregio della sua collezione è altresì il Giudizio 
Universale, capolavoro di Martino Bota da Sebenico, 
anzi un capolavoro dell'arte, sapulo avendo l'artefice 
lulla conservare nella picciolezza di questa stampa 
la immensa composizione di quel potente ingegno 
di Michelangelo. 

Celebre intagliatore all'acqua forte fu Stefano della 
Bella, nato in Firenze del 1610, vissuto quasi sem- 
pre a Parigi, e morto in patria del 16G4. Mirabile 
è la sua stampa del Ponte nuovo di Parigi y dove 
in uno spazio, alto 12 pollici e largo 25, egli rap 
presentò un mezzo migliaio di Gg«ire, oltre a tutte 
le fabbriche, a' carri, agli animali, e molti altri ac- 
<*essorii di quella svariata composizione. 

Con Francesco Bartolozzi e Baffaello Morghen si 
viene a chiudere il novero onorato degl'intagliatori 
italiani. 

Nacque il Bartolozzi in Firenze del 1730, lavorò 
in palria, in Milano, in Venezia; a Irenlaqiiallro anni 
si trasferì a Londra, ove restò sino agli ottanta ^ 
nella quale età si avvisò di mutar soggiorno, pas- 
sato essendo a Lisbona, ove morì miseramente nel 
1813. A una rara eccel'enza in lutti i generi del- 
l'arte, ch'egli imprese a trattare, congiunse una 
straordinaria rapidità di lavoro; per cui nientemeno 
di duemila sono le slampe uscite dalla sua operosa 
iflìcina. Bellissime fra queste sono le quattro pos- 
sedute dal Gaudio; ciò sono la Clizia da un quadro 
di Annibale, r Adultera da imo di Agostino Caracci ; 
la Madonna del silenzio da uno del sopraddetto An- 
nibale; e la Circoncisione di G. C. dalla famosa 
tavola del Guercino. La Clizia però tiene il primo 
luogo fra le stampe del Bartolozzi, e l'amorino che 
vi si ammira è giudicalo forse il più caro fanciullo 
che sia stato mai disegnato ed inciso. 

BalTaello Morghen nacque in Napoli, dove fece i 
primi sludi dell'arte; |)assò indi a Roma, dov'ebbe 
a maestro il Volpato; indi a Firenze, dove fu chia- 
mato da quella cor le, e dove condusse una vila 



splendida ed onorata. Di questo illustre artefice v'ha 
nella galleria def signor Gaudio V Aurora e la Giu- 
risprudenza. La prima specialmente è falla oggi si 
rara, che il prezzo di una buona pruova non è tanto 
l'indizio del merito, quanto il segnai del capriccio. 

^ SCUOLA FIAMMINGA 

Lasciando in disparte le questioni sulla origine e 
sul merito di questa scuola, noi staremo contenti a 
dire, che quegli, che la recò alla sua maggior per- 
fezione, fu Luca Jacobz, conosciuto sotto il nome 
di Luca d'Olanda. Nacque in Leida del 1494, e morì 
nel 1533. Mosso dal grido del suo valore, Alberto 
Durerò viaggiò in bello sluJio a Leida per cono- 
scerlo di presenza ; quindi si strinse seco con la più 
cordiale amicizia. La sua stampa del Virgilio è una 
delle più rare e delle più belle; onde non lanciò il 
signor Gaudio di fregiarne la sua raccolta. 

Enrico Gollz o Golzio fu pittore, intagliatore e 
antiquario. La sua stampa della Circoncisione di Gesù 
Cristo imita sì bene la maniera di Alberto Durerò, 
che si scambierebbe per un'opera di questo insigne 
maestro. In quell' uomo che reca il celeste Bam- 
bino e' ftfce il proprio ritratto. 11 signor Gaudio ne 
ha una fresca ed eccellente prova. 

Nicolò di Bruyn si piacque di lavorare intorno a 
stampe grandissime e di ricca composizione; pri- 
meggia fra esse V Età deiroro, che ammirasi nella 
nostra galleria. Nò vi manca il capolavoro di Gio- 
vanni Saenredam, allievo del Gollz, V antro di Pla- 
tone-^ come altresì la bellissima del Rubens: la donna 
col paniere, la più stimata delle quattro slampe con- 
dotte all'acqua forte da quell'ingegno sovrano. 

Luca Vorslerman nacque in Anversa del 1579, 
e trasferitosi del 1624 in Inghilterra, vi morì otto 
anni appresso. Fu maraviglioso quel suo modo di 
render col semplice chiaroscuro, che egli conseguiva 
più con la morbidezza che col vigor del bulino, 
tulle le dilTerenti masse del colorilo de' quadri, che 
egli metlevasi ad intagliare. La deposizione di G.C. 
di croccy la Susanna, e il Concerto di musica, capa- 
lavori di . questo artefice, abbelliscono la nostra 
raccolta. 

Enrico di Goudl, conte Palatino, fu pittore e in- 
tagliatore, ma di sole selle stampe, la migliore 
delle quali, che è la Cerere , è posseduta dal sig. 
Gaudio, e, ciò che è più, avanli la lettera. 

Bolswert fu allievo del Rubens, il quale si pigliava 
l'amorosa cura di dirigerlo nella scelta e condotta 
de' tagli, aggiustandone i disegni, o ritoccandone i 
contorni sul rame. Egli guardò più all'effello, che 
alla grazia dell' intaglio; novella ragione per credere 
che il Rubens avesse parte ne' suoi lavori. Suoi 
capolavori sono la Coronazione di spine, il Rinne- 
gamento di S.Pietro, e il Concerto di musica, posse- 
duti però dal sig. Gaudio; che volle pur avere Ire paesi 
del Bolswert, cui ne aggiunse un quarto di Pietro 



f4 



mtSKO oilKNMI'Kn IKTTKMARIO Kl> aHTIMTMXi - SCRLTA RACCOLTA DI UTILI B 8VAHUTR NOZIONI 



Clouvet di Anversa, che ne sostiene degnamenlc il 
confronlo. 

Di Paolo Ponlins, uno de' celebri inlaglialori delle 
opere di Uiibens, si ammirano nella nostra raccolta 
il San Hocco, lodatissimo come quadro e come 
slampa, e la Tornili, che sta osservando la testa 
di Ciro immersa in un catino di sangue. 

Pittore e inlai'liatorc fu Ciiovonni Van de Veidc, 
le cui s'ampe si rassomigliano, quanto ò all'elTetlo, 
a (jnelle del Goudt. La Maga ò Ira queste la prin- 
cipale; e però non si desidera nella nostra raccolta; 
come non vi si desidera il Daniele nella caverna, 
capolavoro di Guglielmo di Leeuw , e la Pace di 
Munsten, altro capolavoro di Giona Suyderhocf, in 
cui si ammirano i ritratti di sessanta ministri ple- 
nipolcnziarii dello varie corti di Europa, che inter- 
vennero a quel congresso. 

Di Pietro Nolpe ha il signor Gaudio il Mese di 
Marzo e la Diga rotta; nella qual ultima rappre- 
sentò sì al vivo con pochi tagli l'acqua che trabocca 
dall'abbattuta diga, da avanzarne lo stesso Wollet, 
che è pur sì famoso nell intagliare, in tempesta o in 
calma , queir elemento. Né di minor merito è il 
San Pietro che resuscita la Vedova, di Cornelio 
Bloemaert, del quale dice il N^'alelet , qu'avant lui 
on acail bien su gravcr un dessin, mais quii est le 
premier qui ait bien su graver un tttbleau. 

Venendo ora a quello straordinario ingegno di 
Paolo Rembrandt, nato del 1606 poco lungi da 
Leyden, e morto in Amsterdam del 1674, ebbe egli 
un colai modo d'intagliare, da conseguire con una 
apparente negligenza un elTetlo maraviglioso ; onde 
è passalo in proverbio /' intagliare alla Rembran^ 
tesca. Di questo grande artefice possiede il signor 
Gaudio la Morte della Madonna^ dove è curioso a 
vedersi un medico che le tocca il Tpo\so;\dL Deposizione 
di G. C. di croce ; G. G. presentalo al popolo ; i 
Tre alberi; la Resurrezione di Lazzaro; e G. C che 
risana gl'infermi, delta la stampa dei cento fiorini, 
della quale ebbe a dire il Bariseli, giudice esperto 
in queste materie, ch'essa est réellement la plus belle, 
qui soit sortie de lapointe de ce maitre. Queste sono 
le principali fra le trecentoseltantasei stampe del 
Uembrandl, ed olirà ciò le prove ne sono delle più 
desiderate e più rare. 

Uno dei più famosi imitatori dello stile del Rem- 
brandt si fu Gian Gi<irgio Van Vliel, sì come appa- 
risce dal suo San Girolamo. E lasciando stare il 
Venditore di veleno pei sorci di Cornelio Visscher, 
e la Taverna dei Fumatori di Niccolò Lanwers, noi 
ci fermeremo con piacere a Gerardo Edelinck, che 
mette onoralo termine alla scuola fiamminga. 

Nacque egli in Anversa del 1627 ; invitalo a Pa- 
rigi dall'illustre Colberi , vi si recò del 1665, e 
quivi onoratissimo si morì del 1707. Fu uomo di 
semplici coslumi e di maravigliosa modestia. Grande 



in lulte le sue opere, ninna ve ne ha che possa dirsi 
mediocre. Ma le famose sono tre < che |rerò non 
mancano al signor Gaudio ; l;i Maddalena , nella 
quale 6 ritratta la bella Madama della Vallière, nel- 
l'atto di calpestare le insegne della sua passata 
grandezza ; la Sacra Famiglia , giudicata il capo- 
lavoro, non pur dell' Edelinck , ma dell'arte mede- 
sima; e la Tenda di Dario , che va quasi sempre 
unita alle ballaglie di Audran. 

Continua P. A. Parivi,!. 

MOSAICO 

Il mosaico è una mescolanza di frammenti pin o 
meno regolari di marmo, di pielrc, di materie vitree, 
le quali legale insieme collo smallo e collo stucco com- 
posto di calcina e di polvere di marmo o di resina e 
di gesso, formano coinparliinenli, ornammli e figure. 
Il vocabolo wiosai'co deriva dal greco mousikon, che si- 
gnifica polito, elegante, ben lavorato, oppure dal nonio 
Ialino musivum, che ha l'egnal radice del greco, ni» 
che sarebbe stalo dato a quel genere d'opere che 
chiamasi mosaico, perchè i luoghi o gli cdifizi consa- 
crali alle Muse, e chiamali per ciò musei, ne erano 
singolarmente fregiali. 

Il mosaico è amico d'assai, e toccò presso i Romani 
la cima di perfezione. Il più gran pezzo di mosaico 
antico che conoscasi è quello del tempio della Fortuna 
a Prenesle (oggi Paleslrina); rappresenta una carta 
e geografia d'Egitto. Nelle rovine di Ereolano e di 
Pompei, il mosaico forma uno de'principaii ornamenti, 
non solo dei pavimenti ma eziandio delle volle, cosi 
dei pubblici edifizi come delle case particolari. Nel 
medio evo, gli Italiani e gli Arabi furono pressoché i 
soli che ne conservarono la tradizione. Celebre è il 
mosaico del palazzo dell'AIbambra a Graniula. Il Lou- 
vre a Parigi ne possiede uno che fu eseguilo nel 1808 
da un Italiano, il Betloni. 

Alcuni amici di Ovidio gli consigliarono di lo- 
glit;re tre o quattro versi da una delle sue opere. 
«Vi consento, disse il poeta, purché non siano i 
tre quattro che amo di più. Mettete in iscritto i 
versi che volete ch'io tolga via; io metterò pure 
in iscritto quelli che voglio conservare ». Ora ac- 
cadde che i versi che gli amici voleano sopprimere, 
erano appunto quelli che l'autore volea lasciare. 
« In tal modo fece loro vedere, dice il filosofo Se- 
neca, che Ovidio non ignorava i suoi difetti, ma 
che era troppo debole per odiarli. » 



PIETnO GORELLI, Dircltore. 



Stabilimento tipograGco di A. FoNTAWA in Torino. 



9. 



MUSEO SCXEMTZriCO, e«e. ~ Aimo X. 



(4 marco 18i8) 




S. -M. il Ke «li Prussia ^ 



Un principe die ai valor guerriero della mano 
acco|«pia in sommo grado l'acume dell' i«ilelleUo, e 



! iie sa trarre per sé e per la propria nazione un 
buon parlilo, è srande e jjlorioso principe ; e noi, 



G» 



MUSSO SCIRNTIPICO. LETTERARIO ED ARTISTICO 



(|iianUinqim pienamenlo persuasi della massima im- 
porlanza della perizia nello armi, e dell'apparalo di 
una forza maleriale, specialinento ai tempi che cor- 
rono, non esiliamo a dire che crediamo più degno, 
più opporluno e più efricacc il corredo acquistalo 
nelle aule di Alinerva, di quello raceollo sui campi 
di Marltó. Quello studiare e perfezionare come ora 
si fa la strategia militare, coltivando però con pre- 
dilezione, e |)romovendo alacremente le scienze, le 
lettere e le arti, è appunto ciò die si ha a compire 
e compiesi da alcuni saggi princi[)i dell'età nostra. 
Ed ora, interessando moltissimo il ricordare i 
nomi di quei regnanti che non ebbero mai a schifo 
ì*t lettere, come usavano i nobili dei passali tempi, 
ma clic le amarono e le coltivarono singolarmente, 
passeremo in rassegna la maggior parte di loro, 
godendo sommamente av^-rli voluti risplenderc nelle 
biografie dei dotti, piiilloslochè nella inulile ed in- 
gloriosa genealogia delle famiglie. 

Il primo re, che a mia cognizione si presente- 
rebbe ad essere accennalo come autore, sarebbe 
quello lauto celebre dei Giudei, Salomone, del quale, 
come quasi di tulli coloro che seguono in questa 
rassegna, il grande ingegno era offuscalo da gravi 
peccali. Non occorrerà che io faccia parola delle 
divine opere di questo sommo Salmista, perchè cose 
a tutti note-, come è proverbiale la sua sai)ienza e 
giustizia, di cui si bramerebbe vederne risplcndere 
un raggio in certi regnanti di questi tempi, che 
non possono vantarsi d'imitarlo altrimenti che nello 
colpe. 

Dionigi, il vecchio, l'abborrilo tiranno di Sira- 
cusa, hi poeta, or più, or meno lodalo. Chi avrebbe 
credulo mai che in un'anima che hi contaminala 
da si enormi brutture e da lauta barbarie, potesse 
albergare uno squisito senso di poesia? Egli soleva 
aspellare con ansia grandissima l'esito dei suoi com- 
ponimenti, quando li mandava declamare in Olim- 
pia su carri sfarzosamente addobbati. Consultato un 
giorno il poeta Filosseno che aveva chiamalo alla 
sua corte, sopra un suo scritto, questi lo giudicò 
francamente mediocre, per cui offcsosi il principe, 
fé' condurre il saggio alle pelricre. Richiamalo ed 
invitalo a pronunziare sopra uno nuovo, non fece 
che volgersi agl'uffiziali del re, dicendo: Ricon- 
ducetemi alle petriero ! Tal risposta non dispiacque 
più a Dionigi, e ne riconobbe il merito. Fece rap 
presentare in Alene, per le feste di Bacco, una tra- 
gedia, per la quale avendo riportalo il premio, si 
abbandonò alla |)iù smodala gioia, e quindi ai più 
laidi eccessi. Ebano vuole che praticasse la medi- 
cina e la chirurgia ; e Cicerone dice che collivava 
la musica e la storia. 

J)obbiamo al dittatore romano Giulio Cesare i 
Commentarli della guerra civile, e quelli della guerra 
gallica, di cui tuttora si tiene si gran conto. 
Svelonio dice che Tiberio, abbcnchè di perverso 



animo, praticava le lettere greilie e le latine, sce- 
gliendo jxT modello il romano ,M«'Ssala Corvino, ma 
che scolorava il suo stilo a forza d' anellazione e di 
forme bizzarre. Ej^li compose un poema lirico inli- 
lolalo: Lamenti sulla morie di fiinlio Cenare. Scrisse 
poesie greche nelle (piali imitò Euforione, Riano e 
Partenio, autori che facevano sua delizia, e di cui 
fece collocare !e opere ed il ritrailo nelle |)ubhliclie 
biblioleche, in mezzo ai più illustri antichi scrittori. 
L'im|)eralore Adriano conoscitore d'archiicllura, 
pittore e musico, ad esempio di Anlimaco, scrisse 
alcuni libri col titolo di Catacriani, e si compose 
rautohiogrHfia, che fece pubblicare come opera di 
alcuni suoi liberti letterati. Fu poeta ed astrologo, 

neir Antologia greca vi sono alcuni suoi frammenti 
di poesie. X.Wlcssamlriade che dello, non giunse rin(» 
a noi. Di lui ricordiamo questi graziosi versi, che 
componexa morendo: 

Aniniu'.a viigiiln^ blaniliil'.t 
llospes, cviuest/ue ctirpovis, 
Quiie nitnc ahibis in loca, 
l'atUdiila, /'rii^idii, itiidula, 
Nec ut soles da bis jocns ■' 

Claudio, nella sua gioventù, tentò scrivere la storia 
dei tempi che lo precedettero, incoraggialo da Tito 
Livio, ed assistilo da Sulpicio Flavo, leggendo da- 
vanti un numeroso uditorio l'incominciato lavoro, 
seguitato posleriormenle. Nel tempo del suo regno 
egli scrisse mollo, e fece leggere in pubblico sue 
parole da uno dei suoi rettori. Incominciò sua storia 
dopo l'assassinio del.dillalore Cesare, e passò quindi 
ad epoca più recente, cioè alla fine delle guerre ci- 
vili, quando vide che le continue querele di sua 
madre e del suo avo l' impedivano di scrivere libe- 
ramente sugli anteriori tempi. — Quanti non sono gli 
scritti che per simili ragioni si tralasciano, guar- 
dandosi pur lro[)po assai più alle convenienze pri- 
vale che all'utile dei più?— Lasciò però due libri 
della prima di questo istorie, e quarantuno della se- 
conda, oltre ad altri olio sulla sua vita, ed un'apo- 
logia di Cicerone in risposta ad Asinio Gallo, senza 
contare quello sui Tirrenesi e sui Cartaginesi. 

L'imperatore Marco Aurelio scrisse alcuni Com- 
menlarii sopra la propria vita, che andarono perduti. 
Delle opere di questo gran principe non rimangono che 
le Hlllessioni morali in greco, e le Lettere a Fron- 
tone, pubblicate da MaT. Fu sommo filosofo, e provò 
altamente che sentiva l' importanza della diffusione 
della sua scienza con renderla famigliare a sé ed 
insegnala ai popoli. Ben dicova pertanto G. B. Casli 
quando sclamava : 

Filosofia djll'opi>icssor l).indil.i, 

1 D.illa stiper.>li/.ioii |ipis<j:uilala, 

I Dall' allciii ignoranza o^nor sclicriiila, 

i 'rciiiuta dal tiranno ed odiala, 

' K [icrfin <ia color clic l' lian s(;;nila 

j Scontidiralla soTonli e slÌ!;nr..la ; 

j Clic ove in prrgio niajjgioi* fu già lonula, 

L'oslracisino cbl»c ìu pirniio e la ci< ula; 



8CRI.TA BACCOLTA 01 UTILI B 8VARIATB NOZIONI 



67 



Aslrclla solto ciul>lcmi ad occultarsc, 
A Irar vigili nulli alla lucerna, 
Profuga a gire errando e a ricovrarse 
Iti solilaria innspite c.iverna ; 
Filosofia pur una volta app-irse 
Di poter cinta, e di grandezza eslernn, 
E ritiralo il piò d^T fango immondo * 
Il più eccelso occupò suijlio del mondo. 

Ed era veramente il piij eccelso Irono quello di 
Marco Atireiio a cui alludeva il poeta, che sposava 
a gran potere gran scienza. 

Dell'imperatore Giuliano abbiamo le Lettere, lo 
Satire degl imperatori romani ed il Misopogon. 

li legislatore ottomano, Maometto, 1' uomo che 
compì la più grande e sorprendente rivoluzione re- 
ligiosa di cui facciano menzione gli annali del mondo, 
dopo quella di Gest'i Cristo, ha dettalo il notissimo 
libro dell'Alcorano, che per l'importanza può ben 
stare a confronto della quantità di molti altri. 

Sverro re di Norvegia, morto nel 1202, è creduto 
l'autore dello Specchio reale , voltato poscia in da- 
nese ed in latino, contenente un trattato di astro- 
nomia e di fisica pratica con descrizioni poetiche e 
particolarità curiose sui vulcani d'Islanda. Fece inol- 
tre un trattato di Diritto pubblico. 

Due imperatori greci furono pure celebri pei loro 
scritti. Il primo, Leone VI, soprannominato il Sa- 
piente è autore d'una Tattica ricca dei più preziosi 
dettagli per la storia dell'arte militare di quell'e- 
poca. Volle inoltre sedere sul tripode di Delfo, e det- 
tare oracoli che i malaccorti di quei tempi non la- 
sciavano senza applicazione. Il secondo, Costantino 
VI, detto Porfirogenilo, lasciò varie opere di rilievo. 
Questo principe, che lo zio Alessandro, la madre, 
ed i di lei favoriti avevano allontanato lungo tempo 
dagli affari pubblici, lavorò, e fece lavorare sotto i 
suoi occhi per ottenere i tanti estratti delle opere 
lasciate dagli autori greci. Il più imporlanlo di que- 
sti estratti, ai quali appose il suo nome, è quello 
in cui raccolse in cinquantalrè libri tutto ciò che 
aveva ritrovato di più rimarchevole negli scritti degli 
antichi. Smarritasi però quella raccolta, ci restano 
tuttavia del medesimo due libri, di cui uno ha per 
titolo; Excerpta legationum , l'altro Della virtù e 
dei rizii. Gli siamo -inoltre debitori di due Ibri as- 
sai curiosi sulla descrizione geografica delle Pro- 
vincie dell'impero greco, di un trattato sull'Ammi- 
nistrazione, di un altro sulle cerimonie della corte 
Bizantina, della Biografia del suo avo l'imperatore 
Basilio, d' un' istoria della famosa immagine d'Edessa, 
e di un frammento di tattica. E non solo ebbe me- 
rito di distinto scrittore, ma anche di valente pittore 
e di abile conoscitore in scultura ed architettura; 
e persino nel fondere metalli e nel costruire navi. 
Di più amando appassionatamente la musica com- 
pose varii canti religiosi. 

Tamerlano è dichiarato l'autore degli Statuti 
politici e militari, stamj^li nel 1787. 



Giacomo I di Scozia, assassinato nel 1437, pub- 
blicò in Edimburgo varii scritti sotto il titolo: Avanzi 
poetici di Giacomo /, fra i quali è notevole un poema 
su Gioanna figlia del conte di Somcrsct, che jdopo 
fece sua sposa. 

Enrico Vili d' Inghilierra era tenuto per uno dei 
più eruditi teologi della cristianità, e scrisse varii 
libri, sia centra Lutero, che conira i Cattolici. 

Massimiliano I imperatore di Germania è autore 
di molti trattati, su quasi tutte le umane cognizioni, 
cioè sulla morale, sulla religione, sull'educazione, 
snll'artc militare, sul mantenimento dei cavalli, sul 
deposito delle armi, sull'arte di coltivare i giardini, 
e sull'architettura. 

E poiché il regnante Guglielmo di Prussia seppe 
attirare sopra di sé gli sguardi ammiratori di tutta 
l'Europa in questi passati mesi, non posso astenermi 
dall' interrompere per un momento l'ordine crono- 
logico propostomi in questi cenni per dire come 
questo glorioso re vada ora distinto non solo per 
aver giltato le prime basi d' una Costituzione, che 
vuoisi credere vorrà compire, ma per essere uomo 
dottissimo nelle scabrosissime scienze metafisiche ed 
in varii altri rami d'umane cognizioni, come ne diede 
già pubbliche prove. Re veramente d^gno di occu- 
pare un posto nelle belle pagine della storia moderna, 
e nel caldo cuore degli amanti suoi sudditi e di tutti 
i buoni. 

Quindi vediamo sempre più come non è soltanto 
di gran giovamento ad un sovrano un bel tesoro di 
dottrina per ben governare, ma che è tenuto ognor 
più indispensabile, sia per la massima importanza 
di quel possesso in sé, sia perchè è passato il tempo 
della vantata ignoranza del grandi, i quali, siccome 
andavan predicando, non avevano bisogno di serii 
studii per vivere e regnare. 

(Continua) Giusto Boglione. 

MIRABILE FORTEZZA DELLE DOBE CAROLINIANE 

PER L'INDIPENDENZA DELL'AMERICA 

In mezzo alle vicende e lotte miracolose che gli 
Americani sostenevano nello scorso secmo per sottrarsi 
al giogo tirannico dell'Inghilterra, la Carolina Meri- 
dionale, dopo sferzi inauditi, fu vinta ed occupata 
dagli Inglesi. 

Il vincitore diede fuori nn bando col quale pro- 
metteva beni e libertà ai prigionieri di guerra, se 
questi rinunziavano alla causa dell'indipendenza e di- 
ventavano sudditi britannici. Alcuni pochi cedendo 
ai tempi e non soffrendo loro l'animo di abbandonare 
le proprietà e di ritirarsi in lontane regioni, piega- 
rono la volontà ai nuovi signori. Ma i più prefe- 
rendo tulle le miserie della vita e la morte istessa, 
andavano esuli o rìmanevan prigionieri colla speranza 



6« 



mtsBO «4:iRNTiru:f» . i.rttriiaiiio rd «RTMiiro 



di esserne poi lll)crati dai frnleMi già liberi e iiulì- 
pendciui. 

Il vincilorc invelenito usava ogni sorla di strane?./.*' 
e di crudeltà contro i beni e le famiglie dei fuorusciti 
e dei prigionieri. Sequestrava e guastava le propriel;i 
dei primi, e ne lagliegginvn le famiglie come di ribelli; 
strappava i secondi dalle braccia dei parenti e li con- 
fìnava in lii(>glii disagiosi e mortali, f.c loro robe 
erano messe a bottino o calpestate dai soldati, veniva 
loro negata ragione dai tribunali, erano battuti, bis- 
trattati, fatti bersaglio ad ogni sfrenala e bari)ara cu- 
pidità, cacciali in prigioni strette e pestilenti. 

• In mezzo a cosi fiera catastrofe (scrive ammirando 
l'illustre storico della guerra americana) le donne ca- 
rolininne diedero l'esen'pio di una fortezra più clic 
virile: e tanto amore dimostrarono di r|uclla patri.i 
americana, die per me non saprei se le storie si auli- 
che die moderne ci abbiano tramandato la memorili 
di uguali, non che di maggiori. Non solo non tene- 
vano a male, ma e si rallegravano e si gloriavano 
all'essere chiamate col nome di donne ribelli. Invece 
di andarsene per le adunate pubbliche, dove si face- 
vano le feste ed i rallegramenti, concorrevano a bordo 
delle navi ed in altri luoghi, in cui erano tenuti pri- 
gioni i consorti loro, i figliuoli e gli amici, e qiii\i 
con modi pieni di cortesia gli consolavano e conforta- 
vano. 

•^ — State forti (dicevano), non cedete al furore de' 
tiranni; devesi anteporre la prigione all'infamia, la 
morie alla servitù. L'America lutla vi guarda e vi 
ammira; sperale; i vostri mali devono fruttificare, 
produrre, confermare la nostra inestimabile libertà 
contro gli attentati dei ladroni d'Inghilterra ; voi siete 
martiri, ma martiri di una causa sacra agli uomini e 
grata a Dio. 

«Con tali detti ivano queste valorose donne disa- 
sperando i mali dei miseri prigionieri. Allorché i con- 
quistatori nelle festevoli brigale e nei lieti concert i 
convenivano, non era mai che volessero le Carolinianc 
intervenirvi; e quelle poche che si facevano, n'erano 
presso le altre disgraziate. Ma come prima arrivava 
prigioniero un uffiziale d'America, tosto il ricercavano, 
e con ogni sorta di jiiù onesta cortesia e con ogni 
segno di osservanza e ris|)etlo il proseguivano. Altre 
nei luoghi |>0 secreti delle case loro convenivann, e 
quivi addolorale lamentavano le sventure della patria 
Altre i mariti loro incerti e titubanti riconfortavano, 
sicché preferirono essi all'interesse ed ai comodi della 
vila un disagioso esiglio. INè poche furono quelle \v 
quali, venute per la costanza loro in odio ai vinci- 
tori, furono dalla patria bandite, ed ebbero i beni 
posti al fisco. Queste, nel prender l'ultimo congedo 
dai padri, dai figliuoli, dai fratelli e dagli sposi loro, 
non che alcun segno dessero della fralezza, non so se 
nel presente caso io mi debba meglio dire maschile o 
femminile, gli esortavano e scongiuravano, fossero di 
buono e saldo proponimento, non cedessero alla for- 
tuna, e non soffrissero che I' amore che portavano alle 



famigli»! loro tanto in essi potesse che dimenticassero 
(|ucll() di che erano alla patria debitori. Quando poi, 
come accadde poco dopo, furono comprese in un liando 
dato ai libertini, abbandonate colla medesima co- 
stanza le natie terre, ed esulando anch'esse, i mariti 
loro accoTnpagnorono In lontane contrade od anche 
sulle felMe e scbife navi gli seguitarono, che a quelli 
8er\ ivano di prigione. Ivi ridotte in somma povertà, 
nutrendosi di vilisslmi cibi, andavano con miserabile 
speltacolo mendicando il pane. Molle, eh' erano nate 
ed allevale in iiicz/o alle ricchezze, non solo ai solili 
agi rinunziarono della passala \ita, ed alla speranza 
della condizione av\enire delle famiglie loro, ma an- 
cora ai più grossi lavorìi ed ai più umili servigi le 
disavvezze mani accomodarono. Tutte queste cose 
facevano, non che con fortezza, con allegrezza; l'e- 
sempio loro confermò gli a-llri, e da questa fermez/a 
delle carolinianc donne stette principalmenle che non 
fosse spento alTatto nelle meridionali provincie il de- 
siderio ed il nome della libertà. Da questo conobbero 
ancora gl'Inglesi, che avevano alle mani un' inipre.'»a 
più dura di quello che prima si fossero fatti a cre- 
dere. Imperciocché il più manìfeslo icfjno della fjetir- 
ralc opinioue e. dilT ostinazione dei popoli in qtuilciic 
pubblica facendn loro, quello sia, che le donne ne siano 
venule a porle, ed in questa abbiano ponto la loro im- 
magina.iione, la quale se più dvboVè e più variabile di 
quella deqli uomini qnand' è in calma, è bene molto piit 
tenace e forte quando è mossa ed nrrrxn ». 

<:. 

BREVK NOTIZIA 
DE'PHJ' CELEBRI LNTAGLIATORI IN RA.ME 

( Conlinuax, e fine, •'. pag. 02. ) 

SCUOLA FRANCESE' 

Se no i principii , cerio la perfezione di quesM 
scuola si debbo a Giacomo Callot, nato a Nancy del 
1593, e morto nella fresca età di quarantadue anni. 
Intagliò per lo più all'acqua forte, e si compiacque 
singolarmente di picciole figurine, delle quali soleva 
inlrodurre nelle sue slampe un numero sterminalo. 
In fatto nella Fiera dell Impruneta, che è il capo- 
lavoro di quest'artefice, egli ne accumulò tante, che 
è nulla del volerle numerare tulle. Le caricatvre del 
Callot sono passale in proverbio. 

Claudio Melai! inventò quel modo d'incidere a un 
taglio solo, che ebbe imitatori due Veneziani, il 
Pilleri nel secolo scorso, e il Giacconi a' dì nostri. 

La migliore delle sue slampe è il San Pietro 
Noìanco, recato in cielo da due angeli. 

Anche Giovanni Morin fu autore di un nuovo 
modo d'incidere, che è quello dello a granilo; nel 
che ebbe di molli imitatori; ancora che questo me- 
todo non sia dei più lodevoli, il Morin però seppe 
condurlo a tanta eccellenl^ , che la slampa della 



SCELTA RACCOLTA DI l'TILI K 8VAKIATR NOXinM 



CO 



ììeata Vergane col fìambino , che egli cavò da un 
quadro di Tiziano, è (ale, che il Marsand la giudica 
forte la sola, che (inora, sopra quante altre ne furono 
intagliale, ei dia una giusta idea del dipingere del 
Vecetlio. Essa non duvea quindi mancare alla rac- 
colta del signor (ìaudio; hi come non vi mancano e 
la Fuga in Egitto di Francesco Poilly ( disce[)olo 
del sopraddeilo Uloemaerl), e la Sacra famiglia di 
Niccolò Piiaii. inlaglialore che avanza il Poilly, si 
come mostra questa sola stampa, che il Walelel 
non teme di contrapporre alla Sacra famitjlia del- 
TEdelinck. Sono pure ornamento di questa sceltis- 
sima collezione e la Cena in Emaus di Antonio 
Masson, volgarmente detta la Nappe, per il fine ar- 
tificio con cui è lavorala la tovaglia di quella cena; 
e le due slampe del celebre Sebasiiano Le Clero, 
il Trionfo di Alessandro e ì'Àceademia delle Scienze, 
l'una delle quali ha la testa del AJacedone in pro- 
filo, e all'altra manca lo scheletro al cervo e la te- 
stuggine; dal che si argomenta la rarità delle prove. 

Ma epoca gloriosa fier la Francia e per 1' arte 
segnò Gerardo Audran, nato in Lione del 1640, e 
morto in Parigi dei 1705. Egli si occupò quasi 
sempre ad intagliare le <t|)ere di Lebrun, il quale se 
oggi va celebralo per tutta Europa, assai più il debbe 
al bulino dell'Auiiran, che a' suoi proprii pennelli. 
Tutti conoscono le quattro battaglie di Alessandro, 
ma pochi ne hanno prove si fresche come quelle del 
signor Gaudio, che ha del medesimo autore il mar- 
tirio di San Lorenzo , tratto da un bel quadro di 
Eustachio Le Sueiir. 

Seguitano due bellissime stampe, l'una che è la 
B. V. col Bambino , lolla da un quadro del Cor- 
reggio, e intagliala da Francesco Spierre ; e l'altra 
le Tre Marie al Sepolcro di G. C, tratta da un 
dipinto di Annibale Caracci, e intagliala da Ciò. 
Luigi Koullel. 

Dopo l'Audran è da collocarsi Nicolò Dorigny. 
Nato in Parigi del 1657, fu da prima- avvocalo, 
poscia pittore, da ultimo incisore; visse gran 
tempo in Italia e Inghilterra, e morì in patria nella 
grave età di novanlanove anni. Le due più celebri 
opere del suo bulino sono quelle ch'egli esegui su 
due capolavori di KalTael da Urbino e di Daniello da 
Volterra, che si ammirano in Roma ; ciò sono la 
Trasfigurazione di G. C. e la sua Deposizione di 
croce. Ambedue queste slampe furono poi ritoccate, 
giuntovi al nome dell'incisore il titolo eques, che 
mancamlo alle due prove del Gaudio, le fa quindi 
più rare. 

Celebre per finitezza e soavità di bulino è Pietro 
Drevel (il tiglio), la cui slampa, la Presentazione di 
G. C. al tempio, posseduta dal signor Gaudio, giu- 
dica il Marsand che sarebbe la piti bella slampa del 
mondo, se il dipinto, ond' è tratta, fosse di migliore 
composizione. 

K pur nome celebre quello di Giovan Giacopo Ba- 



lechou, le cui stampe furono si agramente censu- 
rate da' maestri, e si smaniosamente ricerche dagli 
amatori; il Gaudio ne possiede le tre principali, che 
sono la Santa Genovefa, la Tempesta e la Calma. 
Chiude questo onoralo registro V Educazione di 
Achille, bellissima Ira le slampe, di Carlo Clemente 
Bervic, nato in Parigi del 1756, e quivi morto del 
1820. Fu scolare del Wille, e forse superò il mae- 
stro per la maggior facilità nel condurre il bulino. 
Noi Italiani il dobhiam ricordare, non pur con onore, 
ma con riconoscenza, uscito essendo dalla sua scuola 
il più illustre intagliatore italiano della nostra età, 
Paolo Toschi. 

SCUOLA INGLESE. 

Benché l'arte dell'intaglio sia entrata tardi in In- 
ghilterra, vi fece però in picciolo tempo tali pro- 
gressi, quali non fece appo le altre nazioni nel giro 
di molti secoli. Giovanni Payne, nato in Londra del 
1606, e morto del 1648, è salutalo come il fonda- 
tore della scuola inglese d'intagliare a bulino: al 
modo medesimo che Giovanni Smith vi recò a molta 
eccellenza l'arte d'intagliare a fumo. Suo capolavoro 
in questo genere è la Sacra Famiglia (traila da un 
quadro del Maratta), di cui possiede il sig. Gaudio 
una rarissima prova. 

Guglielmo Ryland venne di poi, e s'esercitò in 
varii generi d'intaglio, riuscendo in tutti felicemente. 
Mori in Londra del 1752 nella età di cinqtianl'un 
anno. Nella nostra raccolta v'ha YAntioco e Sirato- 
nica, V Edgar ed Elfrida e la Magna Charta. Queste 
due ultime non furon potute compiere dall'autore; 
ma due illustri artefici, per giovare la vedova di 
Ryland, posero l'ultima mano agi' interrotti lavori 
di lui, avendo il Sharp compiuto Y Edgar a bulino, 
e il Barlolozzi l'altra a granito. 

Ma tulli questi intagliatori debbono cedere a Gu- 
glielmoWoollet massimamente ne' paesi, dov'è dif- 
ficile che altri lo arrivi. Nove ne possedè il Gaudio, 
e ne descrive il Marsand; a' quali si aggiungono 
altre due stampe, le quali ben mostrano quanto va- 
lesse il bulino di Woollel eziandio ne'grandi soggetti 
di storia. Sono esse la Morte del generale Wolf, e 
la non mai lodata e ammirata abbastanza Battaglia 
de la Hogue. Le fa riscontro la Battaglia della 
Boina dell'illustre Giovanni Hall, né vi perde al 
confronlo il Pilade e Oreste di Giacomo Basire, uno 
de' principali lumi della scuola inglese. Non manca 
alla nostra raccolta il capolavoro dell'arie d'incidere 
a fumo, la famosa Tigre di Giovanni Dixon, che il 
Grigolelli ripeteva anni fa, e con molto valor, sulla 
pietra ; né vi manca la Morte di lord Manners, la 
migliore delle stampe di Giovanni Shervvin, a cui 
intera lode basterà il dire, che vacalo l'ufficio d'in- 
tagliatore del re d'Inghilterra per la morte del 
Woollet, egli solo fu slimato degno di succedergli. 

Anche di due opere di Guglielmo Sharp volle il 



'.0 



MUIKO «CIRNTIPUIO, I.BTTKIIAIIIO SU AIITI»TM:0 



8Ìgnor Gaudio arricclnre la scella sua galleria, ciò 
sono: la Satitit Cecilia, e V omhra di .Samuele; 
nella prima delle quali si ha un saggio della dolceiza, 
nell'aura della forra di questo celebro artista ; il 
quale, educalo dal West al disegno e dal Barlolozzi 
all'intaglio, venne in s> onoralo grido, che ogni 
nazione (|»er usurpare le parole del Marsand ) pò 
Irebbe rallegrarsi di avergli dato la culla. 

Qui finisce l'opera del professore padovano, e qui 
finisco ancor io questa breve scrittura, che dell'opera 
stessa si può considerare un estratto. Ma io non 
finirò, senza emellere un voto, e questo è: che la 
facile litogralìa, venuta in tanta voga oggidì, non sia 
per pregiudicare all' antica e benemerita calcografia ; 
come il facile giornalismo è da pregarsi che non sia 
mai per nuocere all'antica e soda lelteratiira. 

P. A. Paravia. 

CE^\0 SILL" ESPOSIZIONE DI BHILK .\i;TI l.\ BOLCGW 

NEL NOVEMBI\E .847 

A rORTUNATO HOSSI 

Io mandava non ha guari alcune pagine della di 
vina istoria, dalla quale sovente attingo erudizione 
e morale dilollo, come dal libro perfetto per eccel- 
lenza , e rileggeva quel brano di essa che narra , 
come Abramo chiamalo a sé il [)iù antico servo 
della sua casa, che primo era sugli altri, ad esso 
imponeva di recarsi alla terra che dato gli aveva i 
natali, e a'suoi parenti, onde ad Isacco suo trovar 
donna: volendo da esso un giuro sul suo femore, 
che non avrebbe scelto per quello fanciulla de' cana- 
nei fra quali. abitava. Giurava il servo: e presi seco 
dicci camelli, partiva verso Mesopotamia per alla 
volta di Nacos. Ivi giunto e fatti giacere fuori di 
città i suoi camelli, si pose vicino ad un pozzo es- 
sendo l'ora del vespero nella (piale le fanciulle di 
quel luogo avevano costumanza di venire ad attin- 
gere acqua; e volse a Dio una prece |)erchè gli fosse 
d'aiuto dicendo: «Signore Iddio del mio padrone 
« Abramo, sii misericordioso al mio signore. Ecco 
« io sto vici 'O alla fonte, e le figlie degli abitatori 
« di questa città esciranno per trarne l'acqua. Ora 
«la fanciulla alla quale dirò: Inchina la tua idria , 
«affinchè io possa bere, e che risponderà, bevi, 
« aggiugnendo, e perchè non darò pure a bere ai 
« tuoi camelli? sarà colei che tu, o Signore, pre- 
« parasti in isp .sa al tu* servo Isacco. Con che 
« intenderò che avrai fallo misericordia al mio si- 
« gnore Abramo ». t^saudiva Iddio la preghiera del 
servo di Abramo, mentre poco stante esciva Ue- 
becca, figlia di Baluele, colf idria sulle spalle che, 
giusta la prece a Dio del servo d'Abramo, richie- 
stane, offeriva bevanda ad esso e ai suoi camelli 



Dopo di che, addimandala di cui fosse figlia, e udito 
«sser llebecca di Kauiele figliuolo di Nacor fratello 
di Abramo, la donò di orecchini, e smanigli d'oro. 
Questa lettura mi riduceva alla memoria il tuo bel- 
lissimo dipinto, o Fortunale, che nell'ultimo decorso 
novembre appresenlavi al pubblico nell'annuale espo- 
sizione di belle arti della noiitra Accademia, nel quale 
figurasti con tanta verità, con tanto magistero Kebecca, 
appunto neiralteggiamenlo di mirare con giovanile, ti- 
mida e innocente gioia il dono di colui che inlese, ren- 
dendo grazie a Dio del miracoloso avvenimento, essere 
il servo d'Abramo. Oh ! come era mirabile il tuo di- 
pinto, quanta bellezza nel volto, quanta grazia nella 
persona di Rebecca, come dolce era lo sguardo della 
vergine* sotto il maestoso arcato sopracciglio, qual 
venustà nelle morbide guancie, nei torniti omeri, e 
braccia, come vaghissima appariva in ogni parte la 
figura, e l'attitudine di llebecca. E come essa era 
l'eletta di Dio così, tu, di celestiale bellezza la ve- 
stisti. Accresceva poi vaghezza al tuo lavoro l'aero 
diafano, vaporoso, di che avevi cinta la tua Hebecca 
conveniente ai caldi climi dell'Asia^ e il servo d'.4- 
bramo in disparte pieno di riconoscenza in Dio con- 
templante con compiacenza la giovinetta tulla g'u- 
liva pei ricevuti gioielli. La quale tua opera mi 
rassembrava di tale piacevolezza, da rallenermi 
ogni dì, che alle aule dell'esposizione mi recava, 
lunga pezza a mirarla e a commendarli, conferman- 
domi vieppiù nel giudizio essere dessa una delle 
meglio pennelleggiate fra le esposte. 

Ma siccome queste mie rozze parole che l'invio 
per le slampe accadrà sieno lette da altri, ove glielo 
consenta pazienza, cosi, onde niuno giudichi essere 
stala scarsa di opere belle quesl' anno l'esposizione 
nostra, non li sarà discaro che alcun cenno aggiunga 
delle principali, mentre scrivere di lutto, che mol- 
tissime erano, riescirebbe soverchio al mio potere 
e per una lettera. 

Laonde dirò magnifica essere stala la grandiosa 
lela del valentissimo dipintore e poeta prof, (tesare 
Masini, figurante l'Ascensione di Cristo, che, rag- 
giante di gloria in mezzo ad uno splendore di Para- 
diso, al Cielo innalzavasi, mentre in diverse sublimi 
attitudini il miravano dal suolo i circostanti Apostoli, 
dei quali non sapeva desiderare più belle e conve- 
nienti figure. E tizianescamente colorila da lui era 
anche una Madonna , da alto personaggio commes- 
sagli. Bella mostra di sé faceva una copia del famoso 
Cristo di Guido Keni (altra commessione come sopra) 
eseguita dal professore Alberi, il quale aveva pure 
con sommo magistero colorila ed ombreggiala una 
Sonnambula nell'atto che attraversa su periglioso 
calle le gorgoglianti acque che danno molo ad un 
mulino, come è figurato nel melodramma che il cigno 
siciliano di sublimi e mai smenticabili armonie ve- 
stiva. Nella qual dipintura l'Alberi traeva un mira- 
bile partito dal raggio di una lucernetta , che posta 



fCBLTJI BACCOLTA 01 VTILI K tVABIATB NOZIONI 



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nelle mani della Sonnambula, gli rifletteva nel Tolto 
e nel seno. 

Con indicibile amore e gentilezza pcnnelleggiava 
(ì tulio Ferrari, Agar, la schiava di Abramo, allora 
quando cacciala dalla casa del suo padrone, nelle 
vicinanze di Bersabea, vedea moribondo per ardente 
sete il figlio Israi'Ie, che l'Angelo di Dio salvava, 
additando all'atnilla mcidre la fonte, coirac(]ua della 
(piale poteva porger ristoro al pericolante giovanetto. 

Altamente commendalo era il quadro, nel quale 
(ìuardassoni ritraeva 1' alìeltuosa storia di Tobia , 
che faceva rilorno ai palrii focolari col farmaco, che 
render doveva al padre suo la vista perduta. In esso 
regnava un ordine, un'armonia, un'intonazione, una 
gradazione di tinte da non desiderarsi maggiore, 
menlre tulle le diverse figure erano in sì convenit-nle 
guisa unite e alleggiate da permettere che ottima- 
mente campeggiassero le principali. 

Vaghissimi pure erano, o Rossi, i due puttini che 
maestrevolmente ritraevi dal vero, dal vero, dico, 
poiché da molti eran delti ritraili da originali viventi. 

Benissimo colorilo era un allro quadro di Monle- 
bugnoli rappresentante lo sole due figure di Tobia, 
e di Anna, in tale aileggiamento da stipporre che il 
lontano figliuolo attendessero. E maestra appariva 
la mano del Basori in una tavola di discreta di- 
mensione, nella quale avca robustamente colorilo 
alla sua foggia Isacco benedicendo il piccolo Gia- 
cobbe, presentatogli dalla madre. E porrò termine 
al dire dei quadri a figura , menzionando due stu- 
|)endi lavori di Andrea Besteghi , gentilissimo arti- 
sta che accresce decoro a questa nostra patria, 
dei quali annovera una bellissima baccante, e l'altro 
il ritratto del lemplario Brian, di cui narra gli avve- 
nimenti nell'lvanoe il famoso romanziere scozzese. 

Vaghissimi erano molli paesaggi, pinti da Giovanni 
Barbieri, dei quali alcuni in piccola dimensione più 
che ad oglio, per la elegante loro grande finitezza, 
delti li avresti gentilissime miniature. Ottimi due 
grandiosi paesaggi del marchese Tanoni, lodevolissimi 
altri di Ferrari Caslelvetri; inimitabili i disegni a 
penna del conte Matteucci che più li credesti ese- 
guili da valente bulino: squisito un ritratto dell'im- 
mortale Pio I\, eseguilo a ricamo in seta bianca e 
nera dalla signora Tartarini Manzi : commendevo- 
lissimi gl'intarsii in legno del Bonadè. .Ma non darei 
termine a questa lettera ove tulli! lavori meritevoli 
di menzione annoverar volessi, mentre olire i suddetti, 
avrebbero ad essa diritto quelli a maliia, a miniatura, 
in plastica, in scultura, ecc. Tra gli ultimi dei quali 
mi è forza dire valentissimi è l'Arnoaldi, il Putti, il 
'-belli; sicché cesserò aggiugnendo solo, essere siala 
l'esposizione del 1847 copiosissima di opere belle. 
Copiosissima, dico, contandosi ben oltre diicenlo opere 
esposte, numero grandioso per una città di provincia. 
Manifesta prova che Italia è siala ed è tuttora il nido 
delle arti belle. Né questa sola è la gloria cui oggi agogna 



Italia : oggi che propizie spirano per lei aure di libertà 
e d'indipendenza : oggi in cui i principali Sovrani di 
essa veri padri dei popoli, conoscendo la santa mis- 
sione che Iddio loro affidava, con ogni potere, danno 
opera a far si che gli abitanti di questa classica terra 
rialzino la fronte in faccia allo straniero, e valgano 
a provare ad esso, che l'antico italiano valore non 
è spento, e che dall'alpe al mare, cessata ogni stra- 
niera tirannide, non dovrà sventolare altro vessillo 
che il nazionale. 

Unione, coraggio, e fermezza, o Italiani, e come 
nelle arti belle avele sugli altri popoli il primato, 
c<dle forze, e colle armi pure le avrete, mentre 
21 milioni di voi, potranno certamente imporre a 
quanti barbari vanno orgogliosamente calpestando 
questo nostro divino, almo paese. 

A te artista e italiano gradiranno certamente 
questi miei sentimenti che varranno ad aumentare 
la tua amorevolezza per me, che mi dico 

Bologna, 1" febbraio 1848.' 

Tuo (iff.mo 
Ottavio Pasckbasi. 



-•Oo- 



L'UCCELLO FUGGITO 

OSSIA 

STRANA VICENDA D'UN GUAND'UO.MO 

Era un giorno di gennaio dell'anno 1600. In fondo 
d'una torre, dentro un chiusino squallido, freddo 
e non rischiaralo che da dubbio lume, slava un uomo 
rinserratovi per delitto di stato. 

Era assiso sopra uno stramazzo, colle braccia con- 
serte al seno; sulla faccia scarna e pallidissima gli 
spiccava il nero d'una barba folta e scarmigliala 
e di due occhi sfolgorami. I pensieri pungenti, l'an- 
goscia delle speranze magnanime limgamente ali- 
mentate e per sempre perdute, aveano rapita la fre- 
schezza della sua omerica fronte e vi aveano sosli- 
luito un non so che di triste e di strano. Era sulle 
soglie di un avvenire tremendo, pure non sembrava 
lasciarsi vincere dal travaglio della morte, perocché 
ad ora ad ora gli spuntava sul labbro un sereno 
sorriso; quasiché ^e più floride immaginazioni e le 
più soavi rimembranze gli illuminassero la mente 
ed il cuore. 

Un rumore di catenacci e il suono della chiave 
entro la toppa lo riscuotono. Si spalanca l'uscio e 
precipita dentro una donna cui teneva dietro un uomo 
portante sul dorso un cassone. 

— Mio sposo ! gridò ella con voce in cui era tutta 
la gioia di un'anima appassionata e felice^ e in cosi 
dire, oppressa e spossata dalla foga della dolcezza, 
lasciavasi cadere abbandonatamente fra lo braccia 



•73 



MdSRnSCIRMTIPICO.I.RTTRHARIO KH 4IITISTir(t-4(:RIT* HAirOIT* DMITII.I R RVARIATR NOXMmi 



del inarilo, il quale con mcsla aliegreiza chinava il 
labbro su quella fronte adorala e vi stampava un bacio. 

(•iuscppiiia ora bella : avea capigliatura bionda, 
occhi cilestri, carnagione bianchissima, dolcemente 
colorala; ma in quel momento una cara sollecitu- 
dine ditToiideva sul suo volto un raggio di recondita 
bellezza e non sembrava cosa mortale. 

Colle lagrime e colle preghiere ella era da molto 
tempo riuscita neh' intento di visitare a quando a 
«piando il marito e portargli insienie un cassone di 
libri e vesti. Il carceriere dovea lasciarle libero 
l'ingresso, ma avea obbligo severissimo di rovistare 
ne' libri e scuotere le vesti tanto uelT andata che 
nell'uscita. Ciò fece più volte, e nulla avendovi mai 
ritrovalo, lasciava talvolta passare il cassone senza 
aprirlo. 

(•iusep|)ina fu presa da un pensiero: lo palesò al 
marito, il quale, facendo aiti di peritanza, parve 
dapprima non annuirvi, l iiialroenle spinto e infìam- 
malo dalle fervide suppliche di lei, scosse ogni dub- 
bio, si rinfrancò e gillossi dt-nlro H cassone. 

Ciià aveano varcata la soglia della torre, già per- 
corsa la corte e già stavano per uscire dalla porta 
del carcere, quando si udì una voce sguaiata gri- 
dare all'uomo del cassone: 

— Ehi ! brullo ceiTo, a pian passo; poni giù quel 
cassone. 

Giuseppina si senti intenebrare gli occhi e vacil- 
lare le ginocchia ; nondimeno esortò con parole con- 
citate e dimesse il portatore a studiare il passo. Ma 
invano, perchè le si piantò innanzi sbuilaodo e mi- 
nacciando il carceriere colla sua fronte stiacciala, 
co' suoi occhi grifagni e colia sua pancia badial»*, 
sostenuta da una larga cintura di cuoio, dalla quale 
pendeva un grosso mazzo di chiavi. 

Tutto era perduto e il cassone era già deposto a 
terra, quando ad un tratto si fece sentire una voce 
stridula ed acutissima: 

— Papà! papà! la Silvia è caduta nel fuoco. 

— Mia figlia ! — urlò il carceriere con una cera da 
spiritato, fuggendo quasi fosse portalo dalle verziere. 

(ìiusep|)ina si sentì tornare l'animo, alzò gli occhi 
al cielo, lo ringraziò, aiuiò il portatore a ripigliare 
in fretta in fretta il cassone, e il marito fu salvo. 

Giunti a casa, ella volle che di subito fuggisse-, 
e il marito ubbidi versando una lacrima di vivissima 
tenerezza e dandole un breve e caldo abbraccia- 
mento. Salita sulla (inesira, a misura che egli si 
allontanava, Giuseppina con accento di suprema al- 
legrezza, sclamava : 

— L'uccello è fuggito! l'uccello è fuggilo! 
Passati alcuni minuti , giunse il carceriere con 

quattro sgherri , avea sulla bocca la schiuma e sul 
volto il colore del ramarro: 

— Ahi strega maledetta! Tu m'hai assassinato! 
assassinalo ! ma pagherai caru il iio. 



Cosi dicendo le ghermì con alto l>rutale il braccio 
e la strascinò alla prigione. Fu presentala ai giu- 
dici: ma qual è l'animo che non sia vinto dall'a- 
spetto della virtù?... Essi ammirarono il magnanimo 
e pietoso coraggio della donna e la lasciaron libera. 

Chi era quest'uomo il quale per delitto di sialo 
dovea lasciare la vita sul patibolo? 

Era il più grande splendore dell'Olanda, il prin- 
cipe dei letterali del suo secolo, Ugo Grozio, del 
quale <ìerardo Vossio ebbe a dire che dovunque egli 
mirasse nulla Irovava che il ciefo avesse creato di 
più dotto. Il IJmni'o asserisce ch'egli solo avea 
l'erudizione di cento eruditi raccolti insieme. Alla 
tenera e coraggiosa sua consorte, Giuseppina Maria 
Reygersbergen, dovrebbe innalzarsi un monumento, 
perchè sj-nza la [via sua frode, Ugo non avrebbe 
dato compimento a quelle opere che spargono in- 
torno una si copiosa luce e lo fanno cittadino dell' 
universo. Egli fu il primo, dice il re Lodovico di 
Baviera, che scrìsse intorno ai drritli dello stalo, e 
dopo due secoli e mezzo il suo giudizio in silTalte 
materie forma ancora aulorilà. il solo suo trattalo 
Ve' dùilti (li (juerra e di pace, scrillo in lingua 
Ialina, come le altro sue opere poetiche, teologiche 
e storielle, basta a sollevarlo al più allo seggio dei 
dotti. Oliale benefizio farebbe alla repubblica delle 
lettere chi imprendesse a tradurlo ! La reli^iione 
fu il sole della sua vita, la Bibbia fu tutta no' suoi 
giudizii, ed è ditlìcile il dire s'egli fosse più distìnio 
come uomo o come lellcralo. — Nacque a Delfi 
nel 1575, morì in Boslock nel 16 45. (J. 

Alrwe postille di Bernardo Davanzali 
a Cornelio Tacito 

— I soldati fanno come i cavalli, obbediscono a chi 
li govehia e liran de' calci al padrone. 

— Ogni cosa fa sua girnln, e tornano come le sta- 
gioni, i costumi; né tolte le cose antiche sono le mi- 
gliori. Anche l'età nostra ha prodotto arli e glorie 
che saranno imitale. Prendiamo pure con gli antichi 
le gare oneste. 

— I versi di Bibacolo e di Catullo Irafiggcano gli 
iniporalori ; eppure Cesare ed Augusto, i di\iiii, e 
gli patirono e lasciaron leggere (dire non saprei con 
<|iiale maggiore Ira modestia o sapienza); perchè 
queste cose sprezzale svaniscono; adirandoti, le con- 
fessi. Adirarsi è come tagliar rcibe maligne Ira le 
due terre, che rimettono più rigogliose. Il vero ci 
ammenda, il falso non fa vergogna. 

— Basta vincere, non si dee stravolere. Quanto 
costò la statua del duca d'Alba posta in Anversa ! 



PIKTUO COHEM.I, Pireltorr. 



Stahillmpiito tipogralQco Ji A FONTANA iu Toriuo. 



iO. 



MVSXO SCI£JNTiriCO, eco. — AKIfO X. 



(Il marzo I8i8) 



PRINCIPI AUTORI 

iCoiitinuaz. « fine, y. pug. 69.) 




(Ritratto di Leone X, trailo da un dipìnto di RafTjello nel Valicano) 



Luigi XI è credulo con fonJamenlo uno dei prin- 
cipali autori della spiritosa, ma un po' lìcenziosella 



raccolta intitolala: Le cento nuove notelle, ripetuta- 
mente Stampala. Egli medesimo scrisse poscia un 



71 



MCSKO SCIKNTIPICU . LBITBRAKIU BD AltTI^TlOO 



Irallato di morale e di politica, col lilolo di Hosuio 
delle guerre, die diresse a suo figlio. l'er cerle sue 
crudellà (|iiesli fu appellato il Tibi^rio della Francia. 
Quante volle non ci tocca mai di vedere il mostruoso 
accozzo di virtù^di «lolilti, d'ingegno e di stolleitza ! 
A Parigi, nella Uiblioteca del re esiste un m.s. 
delle poesie di Francesco I, ed oltre una lettera che 
(|uesto principe diresse ad una delle sue amanti, si 
trova un' egloga col titolo di Admeto, ed un gran 
numero di |)ìccoli scritti che non mancano né di gu- 
sto, nò di delicatezza. Eccone, per esempio, lo squar- 
cio d'uno, da noi tradotto: 

Il mal d'nmore v assai |iìii ^r.'llllic^ f |ii->a, 
Più che noi crrdc chi I ha tidllo iliic; 
CIÒ «he allro\e ci par leggera oITcsa, 
SI tiene in amislà crudo niarlirc; 
Ognun si lagna e geme, 
Ed ha un dolor che II preme ; 
Ma giunto quel doU-issImo moìncnio, 
.. " Ogni pena scompare, ogni tormento. 

Suo nipote Carlo IX era d'ingegno assai versa- 
tile. A lui la cetra d'Apollo ed il martello di Vul- 
cano erano uguaJmente e pienamente famigliari. J)a. 
rpianto si scorge nel libro del signor di Uon^^ard egli 
era felice verseggiatore , avendo composto molle 
stanze f>iene di venustà, e quel che è pit'i, all' im- 
provviso. In quei giorni che il tempo gì" impediva 
la sua solita passeggiala, egli mandava pei pii^ celebri 
poeti, onde trallenersi a lungo seco loro nel suo ga- 
binetto. Piallasi fabbricare una fucina, l'ontleva canne 
tl'archibugio, ferri da ca\allo, monete d'ogni me- 
lallo e d'ogni conio, al pari del miglior fabbro, e 
prendeva piacere a mostrare i prodotti della sua of- 
(ìcina. 

La piij belia e piti sventurata regina, Maria 
Stuarda, edotta in molte lingue, fornita di ampia eru- 
dizione, ingenlilila da cosi nobili passioni, fu dislinla , 
poetessa. I suoi scrini spiranti dolcezza , dolore 
l'd amor patrio sarebbero slati di molto accresciuti, 
ove non l'avessero di continuo agitala e dislolla le 
accanile guerre che lo si muovevano dalla violenza 
dei parliti, e dalla barbara persecuzione di Elisabetta 
d'Inghilterra di trista memoria. L'Antologia francese 
li ha raccolti, e rifulge tra essi maggiormento il suo 
Addio alla Francia, composto da (pieila martire per 
esalare il grandissimo dolore. 

Enrico IV scrisse alctme canzoni e qualcbe poesia, 
raccolte per far siùguilo agli Amori del Grande Ales- 
sandro, che com[)o*e parimenti. .Nella (Collezione dei 
Dociunenti iiìeJiti furono inserite le leltere di ()>ie- 
slo principe, occiq)anii due volumi in-4". 

Leone X (dio. de' .Medici) fu degno dtl secolo in 
mi rifulse (1500), e pareggiabile in grandezza quasi al 
sommo Pio. Le egregie sue opere sono il ristauro 
delie lettere, delle scienze e delle arti, the sollevò 
e diresse nfwravigliosamenle. Larghissimo prolellore 
e famigliare dei sommi che illustrarono con lui il 



gran secolo, potrebbodi quasi appellar lui medesimb 
autore delle tante opero d'ingegno che allora furono 
dettale. 

Urbano Vili, dello l'epe attica, lasciò scrillo il 
libro: Maffei Barberini jincmata, pregiabilissimo per 
la bellezza e leggiadria del verso; e molli epigrammi 
Ialini e versi ilalroni, cioè 72 sonetti, due inni, ed odi. 
Vittorio Rossi dice (-lie le sue odi, soprattullo sono 
purissime ed elegantissime, e pieno di grazie poe- 
tiche. Egli detestava i mediocri scrillori, osi narra 
di luì, come un cerio Kustico avendogli offerto una 
grossa opera che 1 aveva annoiato, gli applioosse spi- 
ritosaiTienle questo verso parodiato da Orazio: 
De^picit ÌJrbanus qiiac Ruslicus edit ineple. 
Compose i Parafrasi sopra alcimi salmi e cantici 
dell' antico 'J'eslamenlo. Questo papa ottenne |)ure 
molti encomii dagli storici per aver soppresso le 
Gesuitesse nel 1650, riiolliplicaté in Italia e nei Paesi- 
Bassi come le zanzare e le cavallette. 

Benedetto XI V^ (Prospero Lambert ini) fu appas- 
sionato per lo studio delle scienze esalte, per le slo- 
riche e per le archeologiche, ed ebbe commercio di 
leltere con tulli gli uomini insigni del tempo. Fu 
grande ammiralore del dotto Benedillino, il |)adre 
Monlfaucon, il quale diceva avere il (Iran Pontefice 
due anime, una per le scienze, l'altra per la so- 
cietà. E non fu solo uomo saggio ed illuminato, ma 
pititoso, sincero e cosliunalissimo. Caraccioli nella 
di lui Vita loda mollo i suoi discorsi ornali di grazia, 
di arguzia, di spirilo e di famigliariià% Egli scrisse 
varii libri di canonica e d'ascetica, dei quali, il più 
imporlanle è quello dei Sinodi, il più opporUmo ed 
ulilc per l'istruzione degli ecclesiastici e la direziono 
•lei vescovi. Voltaire scriveva di lui questo distico: 

La/iiOciliiiiis hic est, lìniu/n; Jecits el pater oibis,' 
(Jiti iiiundum scripùs Uncuit, vii-lalibits ornai. 

Egli ebbe inoltre il vanto d'aver riformalo i Gesuiti 
che ammorbavano con maggior predilezione il Por- 
togallo colla loro pesle, e di condannare come Cle- 
mente XI i loro riti cinesi, di scandalosa memoria. 
Il duca di Savoia Carlo Emanuele 1°, regnante 
nel secolo xvii, alla tanta valentia nelle armi di 
cui fece prova, univa larga dote d'ingegno letterario, 
che pot(^ baslatilemente spiegare in quei momenti, 
in cui, calmando il bollore dello spirilo guerriero per 
le tregue the di tempo in t«unpo succedevano a quelle 
forti scosse, ond'era travagliala quell'e|)oca di poli- 
tiche turbolenze, raccoiilieva al Parco ed a Miralìore 
queir eletta d'ingegni italiani che in allora fiorivafio 
per poetici componimenti ; quali erano il Tasso, il 
Chiabrera., il Marini ed il Tassoni. Se s'intratteneva 
col sire di Porcier, versi francesi scaturivano dalla 
sua facile musa; se era con San Martino d'Agliè, 
fiorivano versi italiani, e se Irovavasi con monsignor 
Giovanni Bolero la faceva da storico. Egregianicnle 
<'sperlo nella liii'-."ia spagnuola, verseggiava sovenli 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B STARUTS NOZIONI 



75 



anche in quoIT idioma. E non solo fu poela e lelle- 
ralo, ma ebbe famigliare la scienza delle materna- 
Uche e la siafisUca, ciò dimosirando con dcUare un 
libro inlilolalo: / paraltUi. 

Cristina di Svezia studiò ed apprese felicissima- 
mente lo lingue antiche, la storia, la geografia, la 
politica e le belle lettere, e quantunque talvolta biz- 
zarra e piena di fastigio e di contraddizione, fu non- 
dimeno ammirata ed avuta come donna dotta. Questa 
regina lasciò non pochi scritti, e citeremo: V opera 
tCoziOy o Massime e sentenze; lii/Iessioni sulla vita 
e sulle azioni di Alessandro; Le memorie della mia 
vita dedicate a Dio, nelle quali si giudica con nota- 
bile imparzialità; L' Endimione, favola pastorale in 
italiano. 

Il suo nome, fatto celebre per tante belle doli d'in 
gegno, decantale maggiorn»enle perchè alberganU 
in femminil pello, andrebbe certamente più glorioso 
nelle istorie, ove non fosse stalo macchiato dall' o- 
micidio dell'italiano Moscaldeschi suo grande scu- 
diere, trucidalo nel palazzo di Fcmlainebleau nel 
1657, dove ella si trovava allora. Tali delilti sono 
tanto più esecrabili in un sovrano, quando non vi 
hanno in terra tribunali che li vogliano o li possano 
giudicare. 

Luigi XIV sebbene non fosse stalo molto coltivalo 
dalla madre e dal cardinale Mazzarino, nell'educa- 
zione letteraria, nondimeno alcuni bei scrini a noi 
tramandati attestano bastantemente i suoi talenti in 
quella sfera. Una scella fu falla in Parigi nel 1806 
con buon discernimento. I a prima e la seconda 
parte si compongono di memorie storiche, politiche 
e militari; la terza' contiene una Raccolta di lettere 
particolari; la quarta gli opuscoli letterarii, e la quinta 
infine le addizioni ed i documenti giustificanti. Le 
quali cose, degne in vero della mano che le ha pro- 
dotte, racchiudono molli rimarchevoli tratti. 

Il tanto celebre Federico II di Prussia, che era 
in islrelta relazione con Voltaire, stampò varie poe 
8ie, corrispondenze e memorie istoriche. Fra i suoi 
lavori si distinguono le Memorie per servire all'isto- 
ria della Casa di Brandelburgo; L'istoria del mio 
tempo (1740-1745) e L'istoria della guerra dei sette 
anni. 

Stanislao Leczinski, re di Polonia, lasciò varie o- 
pere in polacco ed in francese concernenti la mo 
rale e la politica, sotto il titolo: Opere del filosofo 
benefico, appellalo egli pure per riconoscenza con 
questo bel trlolo ; e trattò pure di storia e di econo 
mia politica. 

Caterina II scrisse in russo ed in tedesco alcune 
opere, oltre la sua corrispondenza col precitato Vol- 
taire, e sono'- Antidoto o confutazione del Viaggiò 
in Siberia dell'abate Chappe ; e Oleg, dramma sto- 
rico, tradotto in francese dal russo. 

L'infelice Luigi XVI pubblicò giovanissimo una 
descrizione della foresta di Cempiègne, come era 



nel 1765, coli' annessa guida. Nel medesimo ani») 
stampò le Massime morali e politiche tratte dal 
Telemaco. Più lardi compilò totalmente le istruzioni 
date a Lapérouse, che furono poi inserite nella Re- 
lazione della spedizione di questo ultimo. Gli si at- 
tribuiscono ancora altre proluzioni, fra le quali, la 
traduzione d'una gran parie dell'opera più impor- 
tante del Gibhon, e quella dei l>ubbii istorici sulla 
vita e sul regno di Riccardo III. 

A Napoleone siamo pure debitori dì considerevoli 
scrini, come sarebbe a dire La lettera del sig. Buo- 
naparte al sig. Matteo Buttafuoco; La cena di Beau- 
caire; La storia della Corsica, e Le memorie per 
servire all'istoria di Francia sotto Napoleone ; e.l 
inoltre le molle lettere raccolte, i proclami, i mes- 
saggi e le parole dettate in ultimo al signor Alont- 
holon, al dottore O'.Meara e ad altri. 

Valenti verseggiatori dei passati tempi furono pure 
"Enrico II, Alfonso X d'Aragona, dello l'astrologo ed 
il savio, e Riccardo Cuor di Leone suo figlio, e dei 
moderni Luigi di Baviera di singolare ingegno, au 
lore di non pochi ed applauditissimi versi. 

E se alcuno vi fosse che a lodi volendo aggion- 
ger lodi, ammirazione ad ammirazione, andasse fru- 
gando in alcun angolo della privala Biblioteca del 
Gran Re nostro, per trovarvi qualche sua produ- 
zione letteraria, non di pubblica ragione, rimarrebbe 
egli soddisfatto? Certo che sì; perchè egli vi ve 
drebbe, fra le varie cose non note, una Raccolta di 
novelle da Lui stampale, avute in gran pregio da 
quelle persone che ebbero la ventura di leggerle. 

Quest'illustre schiera potrebbe ancora accrescersi 
di varii altri o più o meno chiari principi scrittori, 
ma per ora bastino gli annoverati; e niuno, per certo, 
non vorrà concedermi essere più prezioso e più com- 
mendevole il genio, l'amore e lo studio delle ameno 
scienze e leltere ih un regnante, di quanto e mag- 
giormente il possa essere in un privato, per ragioni 
che sarebbe superfluo di addurre. 

.Coloro adunque che furono o balestrati dalla for- 
tuna, collocati dal volo della nazione al più eccelso 
grado dell'umano potere, e che furono per di più 
dolati dal cielo di ferace ingegno, e corredati d'am- 
pia dottrina, dovranno pur sempre pensare che noti 
invano Iddio accumulò sul loro capo cotanti bene- 
fìzii, e che hanno strettissimo obbligò di valersene 
a benefìzio dei loro popoli. Chi sia sul Irono, se non 
progredisce, o corregge, o riforma sapientemente 
ed animosamente, guidando il tutto alla via della 
perfezione, non vive, ma vegeta; ed il vegetare di 
colui che si asside sul trono, è assai più inglorioso 
e deplorabile di quello di chi regna nella polvere. 
Noi intanto apprezziamo ed anaiarao grandemente 
coloro che, come il veneralo Rp nostro, spendono 
a prò dei governali quanto hanno quaggiù di più 
raro e di più caro. 

Giusto Bocijone. 



7A 



MUSSO sriRnTiPirn. i.rttrrario rd artistico 



LA GUARDIA CIVICA lEMMIINILF. ^'^ 



AIXX DONNE 

Si i sì ! ho vediilc, ho rivedulc quelle caricnliirc, 
mie grazioso lejigilrici. Ma clic volole? malgrado la 
mia indole alquanto cavalleresca, io non voglio pormi 
al cimento di rompere questa volta una lancia por 
voi. Mi potrebbe cadere tra capo e collo la balisarda 
colla quale siete stale troppo poco pietosamente fe- 
Hlo voi stc^sso; e vi 6 pur nolo die regna in tulli 
i mortali una certa divinila chiamala Io, la quale 
•> un po' bisholica e. più che bisbetica, avara e te- 
nera di sé. Credetemi: noi altri uomini non siamo 
sempre i più generosi verso di voi ; e quando vi 
cadono in mano certe matasse arrulTate, torna assai 
meglio che ne cerchiale il bandolo voi stesse. Se. 
quelle caricature vi hanno veramente scollala Ip 
pelle, fatevi innanzi e dite a quel vostro scortese 
assalitore: — Messere! molli uomini dabbene hanno 
scritto che la donna, quando è compresa del pieno 
sentimento della sua missione, è la forza elevalrice 
che spinge a nobili imprese. Tulle le grandi causo 
agitate sulla gran scena del mondo-, trionfarono 
quando presero impulso dalla donna. Mettendo a di 
leggio il suo coraggio voi mostrale d'ignorare che 
l'onore e la fama risplendono sul sepolcro di molle 
le quali furono illustri per arti , per lettere e per 
scienze, e che una Giovanna d'Arco seppe cacciare 
dalle viscere della Francia lo straniero aggressore, 
e morire sopra un rogo con coraggio pari a quello 
col quale avea comballuto. Le donne Caroliniane, 
le quali ebbero una parte così stupenda e maravi- 
gliosa nel trionfo dell'americana indipendenza, erano 
anch'esse e madri e figliuole, eppure i vagiti de' 
pargoletti e le miserie de'piccoli fratelli non le im- 
pedirono di alzare tuonante la voce in mezzo all' 
universale silenzio, di sfidare tulli i dolori, lutti i 
travagli della vita e la morte stessa, di riaccendere 
il coraggio de'pro[)rii cittadini, d' inspirar loro quella 
forza e quella suprema pertinacia di yolere, che è 
una scintilla della virtù creatrice, e che simile ad essa, 
sa cangiare la faccia del globo e traslocare a suo 
talento, secondo l'espressione del più grande intel- 
letto dell'Italia moderna, le moli della montagna. — 

E quante altre cose belle e piene di verità voi 
potrete dire a quel caro messere, e dirle con mag- 
gior garbo, con maggiore leggiadria di me, povero 
Bcrittorello, perchè voi in mezzo alle domestiche 
cure, sapete ora trovare il tempo di studiare nei libri 
tanto quanto abbisogna a vestire con proprietà e 
chiarezza i concetti dell'anima vostra e a rendere 
più viva la fiamma delle schiette parole e de'subiti 



(I) V. Mondo illustrato, anno II, pajj. 89. Schizzi piltorici, 
che hanno per iscopo di mellerc in dileggio lo spirito mar- 
ziale rbe 5i manifesta anche uelle donne d'Italia. 



moli. E le cose che direte acquisteranno maggior 
pregio di verità per l'esempio che porgete oramai 
a tutta Italia (lolla riverenza in che tenete le più 
severe abitudini della vita, per la diligenza che po- 
nete nel fuggire quelle sdolcinature, quella cascag- 
gine patrizia che tanto oscurava per lo passalo il 
lume di vaghezza che orna la vostra persona, pel 
diletto che provale esercitando le membra ne' mo- 
desti esercizi ginnastici, per la cura insomma che 
usate nel fuggire l'ozio come malo contagioso, nel 
non pregiare di soverchio le bellezze del corpo, nel 
porre in rima ad ogni cosa le doli dell'anima, nel 
non lasciarvi vincere dall'orgoglio soffocatore delle 
più gentili e generose inspirazioni , nel desiderare 
eHìcacemenle di divenire un bisogno al vivere civile, 
dischiudendo la sorgente di tulli quegli alTelti che 
nobilitano, illuminano e avvalorano l'umana natura. 

Ed io tanto mi fido nella potenza delle vosin; 
parole che non dubito punlo che quel messere non 
abbia a deporre immantinente quel suo piglio troppo 
cinico e farvisi amico per non dire cortigiano. 1)' 
altra parie se egli non è di vena così dolce, e se ha 
fermo il chiodo che voi siale inelle ad alle cose, 
poco deve importarvi, mentre avete il plauso di 
quanti sanno che la nazionalità non è un nome 
vano, e che quando il sentimento di essa scende nel 
vostro cuore opera prodigi. Le donne Palermitane 
ne hanno fallo, non ha guari, solenne ed amplis 
sima testimonianza. Intanto potete accertare il mes- 
sere che, convenendo sotto le tende soldatesche, 
voi non cagionerete grande carestia di vino, nò av- 
verrà ciò che a' tempi di Lucano accadde in Olimpo, 
dove per la immensa moltitudine degli Dei diluviali 
da ogni parie, venne una silTalla carestia di am- 
brosia e di nettare che si vendevano niente meno 
che due filippi il boccale. La quale certezza con- 
solerà non poco il messere. 

E poi, mie graziosissime leggilrici, diciamola 
schiena, non è forse un' ingiustizia il voler che un 
cervello qualsivoglia la pensi a modo nostro? Per- 
chè dobbiamo noi volere che le fantasie, le quali 
frullano nel nostro capo, abbiano pure a frullare nel 
capo degli altri? Io per esempio, la sera dell' 8 feb- 
braio, balzai fuori dalla mia cameretta forsennato 
per l'allegrezza e corsi quasi volando in Piazza 
Castello dove mi diedi a urlare con quanto avea 
nella strozza e con tutta la forza de' miei polmoni, 
che credo non esser piccoli: Viva il Re! Viva il 
padre della patria! Viva la Costituzione! Una con- 
tessa, alla quale alcuni dotti soglion fare riverenza 
perchè essa li invita a'suoi banchclli per passatempo 
e alla quale io, per non so quale mio peccalo, mi 
trovavo d'accanto, mi si voltò un po' velenosetla 
dicendomi: « Signore, potreste urlare con più discre- 
zione. — Madama, se vi spaventale degli urli, stasera 
Piazza Castello non ò il vostro campo. Carlo Al- 
berto ha dalo a'suoi figliuoli il più stupendo, il più 



SCKLTA t%r(X)I.TA 01 OTILI R SVARUTK NOZIOIII 



77 



sublime de' bencfizii, e volete che noi possiamo fre- 
nare lo slancio della nostra riconoscenza?... — Lina 
froda dì IVdesclii (soggiunse non senza un'aria di 
sprezzo) vi farà pigliare il volo come colombi ai 
sopravvenire improvviso d'uno sparviero. — Cbi sono 
i Tedescbi? la dimandai con ingenuo sorriso. — 
Come? voi clie mi sembrale recitare la persona di 
lelleralo, non sapete chi siano i Tedeschi? .Non leg- 
gete la gnzz'ella d'.Xngusta? Non ve li dipinge essa 
come uomini di statura alta alla, con hraccioiii lunghi 
lunghi, con volti abbronzali, con occhi viperini!'... 
— V'iva la Costituzione ! io urlai con più forza di 
prima cacciandomi in mezzo al popolo che s'agitava 
come mare in tempesta. 

Mie valorose leggìtrici, noi ci piglìeremmo di 
certo un'assai. bruita briga se volessimo costringere 
gli altri a pensare a modo nostro. Chi non sa che 
la Costituzione è il supremo dei beni di un popolo 
civile? Che essa è uita forbice ben arrotala, la quale 
recide e fa saltare in aria con bel garbo gli ariigli 
quando si lasciano troppo crescere? Ma le cose 
belle e buone non paiono tali agli occhi di lutti. Non 
dimenticale il lalTeruglio che si levò al semplice 
comparire delle Riforme. Esse erano un lavoro bello 
e buono, perchè ci spianavano la via alla grand' o- 
pera del nostro pieno risorgimento; e|>pure non 
sembrò tale a pna iuOnila moltitudine di prelati, di. 
titolati, di patrizi e d'altre innocenti creature le quali, 
senza troppo arrabbaltarsi-e stillarsi il cervello, go- 
devano di pingui Prebende e di mille care onorifi- 
cenze. Per la qual cosa quelle riforme che erano 
per noi l'aurora d'un bel giorno, erano invece per 
essi una nuvola foriera di tempesta; quindi lo stre- 
pitare, l'infuriarsi, il garrire come piche... Chi vede 
lungo, chi vede breve-, ed io sostengo essere ingiu- 
slizia il volere dar carico a un poverello perchè la 
natura gli fu avara di virtù visiva, né gli riesce di 
guardare più in là del suo naso. 

Ora io vi dimando, se al messere delle vostre ca- 
ricature non fosse dalo di vedere f)roprio più in là 
del suo naso, perchè gliene farete colpa? perchè 
volete fargli il broncio? perchè martellarlo? perchè 
alzargli il patibolo nella pubblica opinione? 

Ad ogni modo, se non vi piace di ripetere le pa- 
role di Socrate quando in pubblico fu percosso di 
un calcio da un mascalzone, unitevi, schieratevi, 
alzate la vostra durlindana e fategliela anche sonare 
sul groppone, lo non c'enlro, io non voglio entrarci, 
io me ne lavo le mani. Fate voi sole. Ho già qual- 
che ruggine con questi disegnatori arroganti di cari- 
cature. Sapete voi dove osarono cacciare quel vec- 
chio formidabile Eroe, che non ha guari minacciava 
d'ingoiarsi tutta flalia come fosse un uovo?... nien- 
temeno che in un pollaio !!... Recatevi al Calle Na- 
zionale, e vi accerterete cogli occhi vostri di quanto 
vi dico. Ora se io mi collocassi alla vosira testa 
e bandissi un fulminante Ordine del giorno cotitro 
il vostro messere, costui potrebbe farsi imprestare 
una scintilla dello spirito de' suoi confratelli e cac- 
ciarmi. ..in un chiusino da colombi. Vi ripelo dunque: 
io non c'entro, io non voglio entrarci, io me ne 
lavo le mani; fate voi. 

P. CORBLLI. 



DELL' ECO]\0iMIA POLITICA 

Ciascuna epoca ha un carattere proprio; senza di 
ciò ella sarebbe senza nome, e non potrebbe rivivere 
nella storia. 

L'epoca attuale porta il suo carattere visibilmente 
scritto in fronte : essa cerca di fondare fermamente 
la libertà dei popoli sulla base del ben èssere ge- 
nerale; di consolidare le franchigie civili e politiche, 
dando alle' stesse l'appoggio degl' interessi materiali: 
tale si è il suo utile scopo e tale la sua legge. 

Inutilmente, per distornela, dei gretti spirili vanno 
ad arte spargendo ch'essa preparasi a subire un 
giogo ignominioso, che s' inchinerebbe poscia ver- 
gognosamente davanti al vitello d'oro-, ma essa ò 
sorda alla voce di colesti pusillanimi o ciechi mo- 
ralisti; troppo sente in oggi che la grand' opera da 
cui altenJesi il ben essere materiale, è tanto van- 
taggiosa al flsico quanto al morale. Un infallibile 
istinto le rivela che la via in cui è ora entrala la 
condurrà ad un punto ove, invece di cedere alla 
materia, né sarà la trionfante ed assoluta dominatrice. 

L'Italia nostra ch'ebbe g>à un tempo il primato 
Mvile e morale su tulle le nazioni del mondo, come 
dimostrò sì incontrastabilmente il sommo Gioberti, 
sebben da più anni snervala dalle intestine gare di 
municipio, ed intorpidita dal giogo straniero, non 
trovossi però adesso tull'alTalto priva di energia mo- 
rale, come ciliari falli cel provarono, per rigorosa- 
mente sostenere l'eroica lotta alla quale venne, non 
ha guari, chiamala. Nx>, il genere umano in massa, 
e l'Italia in particolare, possiam ora saldamente 
sperarlo, non ritorneranno più, senza fallo, al bru- 
tale materialismo di certe età trascorse. I popoli 
resteranno fedeli al culto di quella libertà di spirito, 
che rinnovella adesso quell'entusiasmo nazionale, 
che da più secoli giaceva assopito; di quella li- 
bertà positiva, ordinata, ben regolata, che loro ven- 
gono d'accordare, con acconci Statuti, saggi e previ- 
denti SovRAM Riformatori per ridonarli all'antico 
splendore e Iloridezza. Ma affine di completare l'o- 
pera della loro rigenerazione, la moderna società 
deve applicare la potenza del suo spirito e de' suoi 
capitali, penosamente accumulati colle precedenti fa- 
tiche, a soltomeltere la natura. In tal modo si af- 
francherà da se stessa dall'umiliante giogo dei bi- 
sogni materiali e dall' oppressione eh' esercita la 
miseria. Col mezzo dell'industria 4'uomo diviene real- 
mente il re della creazione, il padrone dell'universo. 
Vincolala al sentimento della religione, senza il quale 
pella società non vi è felicità e salvezza, l' industria, 
creatrice e dominatrice degl'interessi materiali, di- 
spenserà ad essa intorno ogni sorla di godimenti 
fisici e morali, e sarà la benefattrice del genere li- 
mano, l'n degli uomini più elevati dell'ultimo scorso 
secolo, Fontenelle, diceva ben a ragione, che tutte 
le ricchezze^ comprate quelle dello spirito, provengono 



7.S 



MUSRO gClRNTiriCO, LRTTKRARI» RD ARTISTICO 



tlal commercio, ciocchò ovidentemciltO ccì provano 
infalli II" più iminslriose e cominerrionli nazioni (h'I 
mondo. 

Il secolo prcscnU; avrà dunque la ma rinomanza 
dagli inlere<i8i maloriali come avanti Irallati. Ala 
riescirà pc^li^^ indispensabile la ferma applicazione 
allo studio di quella scienza, le di cui leggi reggono 
tali interassi; che insegna com'essi nascono, s'in- 
grandiscono e s'organizzano. Tuie sublimo scienza, 
che occupasi specialmente della creazione, conser- 
vazione e distribuzione delle riccbe/ze, si ò l'Eco- 
nomia Politica, la «piale , chiamala a sostenere la 
prima parte nell'amministrazione degli alfuri degli 
Stali, delle provinrie, de* paesi e degli individui, 
reodesi assolutamente necessario che le sfa accor- 
dalo anche un principal posto nel pubblico inse- 
gnamento. 

In ogni dove, coH'andar del tempo, il corpo so- 
ciale si Irasforma, e (juesla trasformazione operasi 
iu alcuni luoghi tempeslosamenle, in altri più Iran- 
quillamente, ma comunque ella è infuie universale. 
Le leggi ed i regolamenti che riflettono gli interessi 
materiali, sono sottoposti ovunque a delle mutazioni, 
lo une inevitabili, eventuali le altre; ciocché è oj>- 
porluno di conoscere. I fatti che influiscono |)iù sugli 
interessi maleriali si sviluppano in numero ed in 
potenza con una rapidità magica. 1 canali navigabili, 
le strade ferrale, la navigazione a vapore, le banche 
commerciali di sconto, la difl'usione dei lumi per 
mezzo del pubblico insegnamento, le molteplici ap- 
plicazioni allearli delle scienze meccaniche, chiu)i- 
che e fìsiche rinnovellano tutti i procedimenti dei 
lavori manifatturieri ed anche di quelli agricoli. Da 
ciò ne derivano degli elTetli compalli, di cui si risen- 
tono senza dubbio direttamente o indirettamente sì 
le fortune dei privali, che la ricchezza dello Stato. 
Sotto tale influenza i rapporti da paese a paese, dq 
mestiere a mestiere, da persona a persona, da supe- 
riore ad inferiore si modificano incessantemente. La 
economia interna degli Slati, quella della gloriosa no- 
stra £uro|)a, quella dell'orbe intero, subisce una com- 
pleta rivoluzione. Ieri le corporazioni ed i privilegi 
politici, og^i la libertà del lavoro e l'uguaglianza in- 
nanzi alla legge. L'America, col mezzo delle odierne 
celeri comunicazioni, non è più che a venti giorni 
circa di disianza; le Indie orientali, l'Oceania, e la 
China, impero quest'ultimo che non ha mollo poleasi 
dir favoloso, ci spalancano ora le loro porte, ed 
operala che sia, per mezzo di canale o di strada 
ferrata la gran congiunzione del mar Rosso col Me- 
diterraneo, presenteranno più agevolmente ai nostri 
arditi industriali, mercati varii di trecento e più mi- 
lioni in complesso di produttori o consumatori (1); 
ai fìlosofi moralisti, ed istoriografi, un campo illimi- 



(I) Tavola sDilisiira drli'Asia nolla Crncrart» eenomlo di 
Adriano Balttì. 



lato di sludii, un'immensa società (juasi interamenic 
sconosciuta; ed agli uomini di Stalo il più vasto sog- 
getto di s|)eculazi()ni politiche e d'intraprese sublimi. 

Questo movimento universale, che tiene ora, dirò 
quasi in sospeso dai più grandi interessi ai più pic- 
coli, dal più umile operaio al più potente dei so- 
vrani, dal più meschino villaggio alla più grandiosa 
capitale, non è già opera del capriccio o iM caso, 
ma bensì la naturale conseguenza del maturato e 
profondo studio di sublìmi leggi dettale dalla Prov- 
videnza fin dall'origine del creato, poiché, diciamolo 
pure, non v'ha alcun princi|)io nuovo nel mondo. 
I principii fondamentali della società sono vecchi 
quant'essa, e non saprebbon-^i cangiare, mentre la 
natura umana rimane sempre la medesima. Ciò che 
varia, sono le applicazioni di tali principii, le com- 
binazioni che ne conseguitano; ciò che rinnovasi, 
sono le sanzioni materiali di più in più am|)lincate, 
che agli uomini riesce di dare a simili salutari pria- 
cipii. A 'parlar propriamente, il progresso non è 
già l'inaugurazione di principii nuovi , ma consiste 
piuttosto nel perfezionamento od accrescimento suc- 
cessivo delle conoscenze umane, e nella fecondità 
progressiva delle arti, le quali rivendicano il bene- 
ficio dei principii supremi che splendono sulla terra 
dall'aurora della civilizza.zione. 

Ora dunque, dove esistono delle leggi naturali im- 
mutabili, anche sotto un aspetto disordinato, hannovi 
degli elementi d'ordine susceltibili di esser regola- 
rizzati ed ulilizzali; da questi si può dedurne una 
scienza certa, che imporla di stabilire su basi posi- 
tive; e che conviene di apprendere e propagare in 
lutti gli stali, dacché la slessa aver deve la principal 
parte negl' interessi vitali della società. 

L'Economia politica pertanto, si é una scienza che 
riesce indispensabile venga coltivala da tulle le na- 
zioni civilizzate, fra le quali non ultima annoverasi 
l'Italia nostra. Non contenderemo noi che i feno- 
meni che le competono sono moltiformi e diffìcili 
ad osservarsi; che l'applicazione delle sue regole, 
quando anche ben conosciute, esige un'occhio eser- 
citato ed una mano destra e franca ad un tempo. 
Ma più una scienza è diflìcile, più si rende neces- 
sario di consecra'rvisi con indefesso studio. Più il 
pubblico ò sotloposlo ad errare sopra un soggetto, 
più diviene essenziale d'illuminarlo in proposilo colle 
nozioni le più posilive ed estese. 

L' Economia politica puossi beh asseveiiUf, oser 
al corpo sociale, ciò che la fisiologia è al corpo 
umano. Nel modo slesso che quest'ultima per dive- 
nire scienza certa, avrebbe d'uopo che la fisica, la 
chimica e l'anatomia fossero estremamente avanzate, 
così l'Economia politica, per sortire più facilmenle 
dall'ideale ed incerto, e passare allo stato positivo 
di pratica, bisognerebbe che i mezzi d'osservazione 
e di azione che le sono proprii, fossero portati al più 
alto grado di perfezione. Sarebbe sialo quindi prin- 



8CKLTA «ACCOLTA 01 OTILI B SVAaiATI llOtlO«l 



79 



cipalmenle necessario che il commercio avesse fallo | 
ptilblicamente lo sue vasle operaiioni, duranle al- 
meno un cerio lempo; che l'esperienza manifailrice 
fosse slata vieppiù avanzala; che l'agricollura ugual- 
mente falli avesse maggiori progressi, e più prove 
nei suoi mi'lodi di lavoro, ed inlìne che lulli gl'in - 
leressi relativi fossero siali più universalmente co- 
nosciuti ed csjierimenlali in pi«'no giorno. 

Opiniamo inoltre, che nella guisa stessa che uti- 
lissimo sarebbe a ti ognuno pella propria conserva- 
zione di esser famigliare colle principali regole del- 
l' igiene, cosi pure ad ogni industriale, agricoltore, 
manifalluriere o commerciante, ed a chiunque infine 
investito sia di qualche funzione amministrativa, per 
condursi a dovere nella gestione de' suoi affari, sa- 
rebbe immcnsamenlo vantaggioso di possedere gli 
elementi almeno dell'Economia politica. Accenne- 
remo qui di volo, credendo superlhio di ragionare 
estesamente su d'un punto di cui abbastanza debbesi 
apprezzare Pi-nporlanza da chi parlicolarmente gì' 
inlercssa, quanto simil scienza sia poi indispensabile 
di conoscersi a fondo da coloro lulli chiamati all'am- 
mìnislraz'onc delle cose pubbliche, i quali, non tro- 
vandosi in. grado d'inlervenirvi utilmente, finiscono 
per incagliarne il buon andamento, e non polendovi 
apportare il tributo di conoscenze filantropiche, van- 
taggiose e positive, vi contribuiscono con retrograde 
idee di egoismo, con grossolani pregiudizi e para- 
dossi inauditi.... se Iddio non permeile di peggio. 
Ben si sa che gli nomhii d'affari non nascono tali, 
ma si formano col mezzo di appropriata educazione, 
e questa edui'azione comprender deve specialmente 
l'insegnamenlo dell'Economia politica. 

Conchiuderemo pertanto che l'istruzione pubblica 
non avrà ferme e solide basi, e la società non 
marcierà mai d'un passo deliberato e franco verso 
il vero e ben inleso progresso, che allorqiiando si 
iieneralizzerà lo studio delle scienze di applicazione. 
La filosi'Oa, le-belle lettere e lo studio dei classici, 
cerlamenie non debbonsi trascurare nell'educazione; 
desse fornrano il cuore, e rappresentano una delle 
più belle glorie della patria nostra, ma da sole non 
basterebbero a compiere tal' edi|cazione, della quale 
lEconomia politica vuoisi considerare come l'ultimo 
gradino per cui l'uomo entrar debbe istruito nel 
gran mondo. Se si continuasse a mantenere, anche 
in parie, l'è. hu azione |)ubl)lica in disaccordo coi do- 
veri di ogni buon ciitadino, e colle esigenze della 
-giornata, sarebbe cosa per noi Italiani oltre ogni dire 
biasimevole. Converrebbe credere in simil caso, che 
ben lungi dal progredire e procurarci abbondante 
frutto dalle sflggie riforme dai nostri Principi gene- 
rosamente concesse, si vorrebbe retrocedere invece 
e ritornare nelle miserande tenebre del medio evo. 
Guai a noi se ciò mai accadesse!... ci toccherebbe 
allora sorle eguale a quella di Mosè; avremmo avuta 

la forljuia somma di vedere jl bramato riscatto della 
nostra TtiitRA promessa, ed al par di lui il dolore 
di non poterci approfittare dei sospirali benefizi, che 
costarono ai padri nostri ed a noi tanti anni di pene 

e di umiliazioni. C. Grondona. 



BIAINCA CAPELLO 

Tiaijnlia nuovissima del professore Prina 
rappresentala la sèradel26rebb.alTealro<iM»itfe««MÌ" Torino. 

Chi fosse Bianca Capello podii ignorano. — Bel- 
lissima di volloe di persona e di grazie molliformi, 
fuggiva l'anno 1563 da Venezia sua^ patria con un 
Pietro Bonavenluri, giovine fiorentino attendente ai 
negozi di cambio, e recavasi in Firenze per nascon- 
dere il fruito de' suoi amori e sottrarsi alla collera 
formidabile dei parenti e di tutta la veneta nobiltà. 
Quivi, soggiogala da rea ambizione e fattasi adul- 
tera, gellavasi fra le braccia di Francesco, signoro 
di Toscana, il quale ne fu preso di un amore cosi 
violento e forsennato, che non gli rifuggi l'animo, 
per possederla, di torre di mezzo con atroce assas- 
sinio il povero Bonavenluri, consapevole lei slessa. 

Ingolfatisi entrambi nel lezzo de' loro innamora- 
menti, e, postergalo ogni pudore e dignità, diedero 
turpe spettacolo di sé all' intera Toscana , la quale 
vide fra non molto la Capello seduta sul trono du- 
cale, cinta di corona, al fianco di Francesco che 
proclàmavala sposa in mezzo al canto vuoto dei 
poeli, alle pazze salutazioni del popolo, alle straordi- 
narie magnificenze della reggia e al corteggio pom- 
poso degli ambasciatori e senatori veneziani che ve- 
nivano a salutare in Bianca la più splendida gemma 
della loro repubblica, mentre poc'anzi l'aveano per- 
cossa di tulli i loro anatemi e chiamatala il vitupero 
de' palrizii ! ! 

Gli amori anziché venir menò; si rinfocolavano, 
tanto che il Graiid.uca Francesco interrogato da un 
suo intrinseco perchè in tanta felicità di stali e 
potenza di cose fosse sempre malinconico e tristo, 
rispose : Certo clC io dubito che queila mia moglie 
non mi abbia fatto qualche malia o a/fatturament-) 
comecché , separato da lei , vivere e posa avere non 
posso. E quasi per ristorarsene, il poveraccio atten- 
deva, dice il Galluzzi, a fabbricare con grande pas- 
sione porcellane elegantissime che poi mandava in 
dono ai principi e a grandi baroni, e si esercitava con 
uiia compagnia di mercanti nel commercio del pepe. 

Ai diecinove di ottobre 1587, Francesco venne a 
morte. « Bianca appena lo seppe, scrive il con- 
ci temporaneo Giovanni Vittorio Foderini, cacciò il 
o capo sotto le lenzuola del letto dove giaceva anche 

• ella inferma, e fraslagliando parlò: Conviene anche 
« a mi morire col mio signore^ e mandalo un so- 
« spiro interno per entro il cirore, non fiatando più 
« fino alle (luindici ore e me/za dell'altra mattina, 

• S|)irò: e come imdici ore prima trapassò il marito, 
«similmente luidici ore dopo morì la moglie, fa- 

• cendo comparire con s.imili accidenti un atto di 
M commedia in doppia tragedia nel sopraddetto spa- 
« zio breve dall' uno all' altro ». 

Il Buonlalenti, al quale era stalo dato il carico di 
dar sepoltura ai cadaveri, domandò al granduca Fer- 
dinando successore di Francesco, se doveva lasciarsi 
vedere la Bianca incoronala come il marito. Ferdi- 
nando con un mezzo sogghigno e con certa slizz» 
repressa, ris|)0sc : Costei s' è f/ià t>isla, ed ha portala 
I la corona pure assai. — Serenissimo, ripigliò ilBuoa- 



!UlSi:0 «.'IKNTiriCU. I.KTTKIIAIIIO RI* ARTISTICO . SCRI.TA RACCOITA DI UTILI R SV ARIATB NOZIONI 



lalcnli , dove volete voi che la *»' àtfppelltsca ? — 
Dove volete toi, messere ; non la vogliavw fra i 
nostri. — Il Bnonlalenli senza più, involtala in un 
lenzuolo, Ja f«' goUare alla rinfusa nof carnaio, elio 
è la lomba ma^igiore generale della plebe. 

Un popolo che applaude a simiglianli sozzure può 
egli chiamarsi late?.... E di vero, in (|uel tempo i 
destini della ro[)iibblica erano già di lunga pezza 
sepolti. (Cosimo, padre di Francesco, aveva sollocala 
o spenta tra le sue braccia parricide la libertà fio- 
lenlina. Egli accasciò la vigoria dei Toscani e ne 
ruppe la genorosili, creando il silenzio e l'wrrore del 
sepolcro in quella 'terra dove prima folleggiava l'ila- 
rità e splendeva la luce più schietta di Dio. Il suo 
solTio, simile a quello dello straniero che allora divo- 
rava Milano, Napoli, Sicilia, volò por tutta Italia come 
tuia tempesta di fuoco , e ne sterjtò ed arse quasi 
lutto le piante gentili. Fece cosa, di cui pochissimi 
liranni possono vantarsi: creò nei popoli la sete della 
schiavitù. Tanto che lo stesso Hernardo Davanzali , 
il quale pure avrebbe dovuto ritemp«'rare V anima 
all'incudine dei concelti dt-l lìerissimo Tacito, non 
ebbe vergogna di dire Cosimo mite, benigno, pio, 
clenti'iUissimo,a diminuire te pubbliche gravezze stu- 
diosissimo sempre, e così alacre cultore della giu- 
stizia, che qttella amò piti di se stesso. E quando 
uomini collocali cosi alti dalla pubblica fama non 
abborrono dallo sguazzare in cosi jìulrido slagno, 
che dovrem dire di quelli, nei quali la naturale vi- 
goria degli animi non poteva essere avvalorata né 
dairesem|»io venerando degli antichi, né dall'aspello 
presente di una straordinaria virtù ? 

Mal fece dunque il Prina a scegliere il suo argo- 
mento tra queste vergogne e miserie italiane, e se 
i benefizi del magnanimo ed immortale Carlo Alberto 
comparivano un anno prima, egli l'avrebbe rigettato 
come troppo indegno della sua mente e del suo cuore, 

Difalto, quale alFello può destare in noi questa scap- 
pata di Venezia, questa adultera e uccidilrico di le- 
gittimo consone, questa violatrice di quanto ha di 
più sacro la terra? Poteva forse allignare un solo 
germe di patrio amqre in donna fradicia di lussuria 
e guasta dalla più turpe ambizione, la quale, per 
brama di vedere sul trono un suo qualsiasi rampollo 
fece un così infame mercato e guazzabuglio di cose 
eli' io vergogno accennarlo? 

Ma lasciamo questo, e vediamo se, violando la sie- 
rica verità, Tauiore ha sapulo schivare l' inverosimi- 
glianzadeldisognoel'imperfezionedelconcelto poetico. 

Egli finge Bianca Capello reggente e luiriee di 
una sua figliuola lasciata erede dello sialo norenlino 
da Francesco. Ernando, fratello del defunto gran- 
duca, non vuole riconoscere la erede e dimanda lo 
scettro per se. Bianca, come ò ben naturale, riliula. 
Ernando, deposta ogni principesca dignità, la assale 
di oltraggi. JJianca fa lo slesso e gli comanda impe- 
riosamente il rispetto alla persona di lei vestila del 
sacro carattere di regina. Ernando ne ride e fa ra- 
pire la erede in pieno giorno, nel mezzo della reg- 
gia, Ira la folla de' satelliti devoli a Bianca. (Costei 
percorre forsennata le vie di Firenze, sveglia il pò- 
))olo a romore, e riesce a strappare la figliuola dagli 
artigli del cognato, il quale alla sua volta riesce 

Stabilimento tipo{:rafìco 



di .nuovo a impadronirsi della eredo, finché sfidando 
le grida procellose del popolo the vuol vedere sul 
Irono la sognata figliuola di Francesco, fa scannare 
Bianca in piazza e proclama se slesso re di Firenze. 
In soccorso di Ernando viene un Orsini il quale 
riproduce in sé la'fiirlanleria mascalzana e scamiciala 
della più abbietta bordaglia e si fa l'assassino di 
Hianca. In soccorso della (Capello viene un Bidolfi 
proscrillo il (juale si es|)one a pericoli di mori»; 
per condurre Bianca al disegno magnanimo di li- 
berare dalla liramiide la patria; e, non riuscendo, 
dimeiilica la virilità del suo concetto, dimentica i 
compagni suoi, che, malgrado la proscrizione, ven- 
nero seco a Firenze per far risorgere la causa della 
libertà, e si fa il difendilore dei diritti di Bianca 
che vuole il Irono e sprezza la libertà come adultera 
matrigna. 

Al lettore i commenti!! Noi venendo alla 

parte che più ci piace, diremo che il Brina, in 
mezzo ai grandi Uifelti di questo suo lavoro, si ma- 
nifesta in più parli gagliardo e vivacissimo poesia. 
Le scene se non sono sempre ben preparale, sono 
per l'ordinario tralleggiale con forza. Di rado lan-' 
guisce il colorilo, e se ciò avviene, egli sa presto 
ravvivarlo colle debile gradazioni. In non pochi luo- 
ghi rifulge quella franca semplicità nella quale è ri- 
posta la vera bellezza ; e l'abbondanza de'pensieri, 
la naturalezza del dialogo e il bollore degli alTetti 
generosi ed opporluni trassero più volle il pubblico 
ad applaudire energicamente l'autore. Aggiungasi a 
ciò il sottile magistero, non concesso agli ingegni di 
poca lieva, dell" esporre e ben ordinare i pensieri, 
il linguaggio vario e ardente di quelle figure che il 
popolo, e non il retlorico, sa creare, la grazia rara- 
mente scompagnala dalla forz»a, molli di que'con- 
celli che mostrano in chi. li es^)rime un animo ab- 
borrenle cosi dall' adulare i fortunali, come dal ma- 
ledire le relìquie dei vinti, e ognuno dirà che la lode 
è debita al Prina più come tributo che come conforto. 

E noi tanto più volentieri gli diamo questo Iri- 
bulo in quanto che vediamo in lui un ingegno al- 
tissimo ad aiutare il risorgimento del teatro italiano 
la qual cosa deve stare in cima a'pensieri di lutti 
coloro, che, sapendo l'efricacia grandissima dell'arie 
drammatica a sollevare le menti dal lezzo delle ter- 
rene passioni, gemono e vergognano del viliq)ero 
in cui la vedono sepolta e fanno voli che popoli e 
re diano mano a lavarla dal fango che la copre e 
a -circondarla della primiliva bellezza. 

Coraggio dunque, egregio signor Prina ! La giovi- 
nezza e la forlima vi sorridono, la poesia vi viene 
incontro Coronala di rose, e i disinganni non son<i 
ancora sovraggiunti a trallenervi dallo sperare e dall' 
amare. Le pastoie sono rollo, il genio italiano ha 
deposto il lutto, le sublimità de'cìeii sono per noi... 
Inspiratevi ai grandi falli d'Italia, inspiratevi al 'a 
storia che v'insegnerà la verosimiglianza e la profon- 
dità de' sentimenti, portale il vostro pensiero negli 
inlimi penetrali dell'anima umana, studiate quella filo- 
sofia che é ingrata agli impostori, ma bellissima. ai 
pochi iiiiellelli che cercano e non temono il vero, e 
scrivete !... P. Corelh. 

di A. FoirTAHA in Torino. 



11. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — Amo Z. 



(18 marco I8i8) 



ATTO-Dl-FEDE IN SICILIA L'ANNO 172^4 




Incredibili sono gli atrocissimi falli dai quali fu 
conlaminata nei secoli trascorsi la religione per opera 
di ministri sacrilegi e parricidi. I Gesuiti, nel primo 
loro nascere, per guadagnare e vincere al tutto gli 
animi della moltitudine , si adoperarono a frenare 
quelle esorbitanze. Ma quando cotesloro, certi di a- 
vere aflatturate le genti, cominciarono a stabilire 
priocipii, a sparger massime, a stillare afTetli in- 
compatibili colla dignità, coi diritti e colla riverenza 
della Chiesa madre, allora Irovaron gusto a mani- 
polare quegli impasti che tutti conosciamo, i quali 
hanno del Nerone e deirAnlioco, del Giuda e del 
Caino; allora si presero ben guardia a imbrigliare 
ì* infernale burbanza di chi voleva far trionfare la 
religione di Cristo tra i martorii delle membra la- 
cerate e tra le fiamme spaventevoli dei roghi; allora 
crebbero gli Atti-di-fede: allora la terra e il cielo 
furono funestati dalle grida e dal sangue di mille 
vittime innocenti. 

Affinchè il lettore veda come si costumava proce- 



dere in questi alti barbari e selvaggi^ noi ripor- 
tiamo le parole degli storici napoletani che videro 
quello della Sicilia nell'anno 1724. È impossibile 
il leggerlo senza un fremilo di orrore e di racca- 
priccio. Ognuno maraviglierà al vedere il popolo 
assistere a tali carnificine, come a gradito spellacolo: 
ma ciò era comandato da im' atroce superstizione. 
E a chi spettava il diradicare le superstizioni se non 
che ai ministri di quella religione che è tutta man- 
suetudine e carità? 1 Gesuiti invece che facevano?... 
Le puntellavano con nuovi cavilli, con nuovi irapro- 
perii, con nuove ipocrisie. Vediamo intanto che fa- 
ceva, un secolo e poco più, queir Uffizio, chiamalo 
Santo, pel quale i reverendi figliuoli di Loiola nu- 
trivano tanta venerazione, e che mettevano opera a 
far di nuovo risorgere nelle noslre belle conlradi*. 
« Andarono soggetti al Santo Uffizio, l'anno 165)9, 
fra Romualdo laico Agostiniano, e suora Geltrude 
bizzoca di san Benedetto; quegli per quietismo^ mo- 
linismo, eresia > questa per orgofjlio, vanità, teme- 



82 



MOSSO 8CIKNTIPICO. LBTTKRARIO BD ARTISTICO 



rità, ipocrisia. Ambo folli, però che il frale, con 
le molte seolcnzo contrario a'dogmi o allo pralichc 
del crislianesimo, diceva ricever angeli messaggicri 
da Dio, parlar con essi, esser egli profeta, essere 
infallibile; o la Geltrude, tener commercio di spi- 
rito corporale con Dio, essere pura e santa, avere 
inteso dalla Vergine Maria non far peccato godendo 
in oscenità col confessore-, ed altri assai sconvolgi- 
menti di ragione. I santi inquisitori ed i teologi 
del Santo Uffìzio avevano disputalo più volto con 
quei miseri, che ostinali, come menlecatli, ripete- 
vano delirii ed eresie. Chiusi nelle prigioni , la 
donna per 25 anni, il frate per 18 (attesoché gli 
altri selle li passò a penitenza ne' conventi di san 
Domenico) tollerarono i marlorii più acerbi, la tor- 
tura, il ilagello, il digiuno, la sete; e alla per fine 
giunse il sospirato momento del supplicio. Avve- 
gnaché gl'inquisitori condannarono enlrambo alla 
morte, per sentenza confermale dal vescovo di Al- 
baracin, stanzialo a Vienna, e dal grande inquisi- 
tore della Spagna -, dopo di che il devolo imperatore 
Carlo VI comandò cjie quelle condanne fossero ese- 
guilo con la pompa dell'Allo-di-Fede. Le quali sen- 
tenze amplificavano il santissimo tribunale, la dol- 
cezza, la mansuetudine, la benignità de'sanli inqui- 
sitori; e incontro a sensi tanto umani e pietosi le 
malvagità, la irreligione, la ostinatezza de'due col- 
pevoli. Poi dicevano la necessità di mantenere le 
discipline della sacrosanta cattolica religione, e spe- 
gnere lo scandalo , e vendicare lo sdegno de' cri- 
stiani. 

Il dì 6 di aprile di quell'anno 1724, nella piazza 
di Sanr Erasmo, la maggiore della città di Palermo, 
fu preparato il supplizio. Vedevi nel mezzo croce altis- 
sima di color bianco e da'Iali due roghi chiusi, alto 
ciascuno dieci braccia, coperti da macchina di legno 
a forma di palco, alla quale ascendevasi per gradi- 
nata; un tronco sporgeva dal coperchio di ogni rogo: 
altari da luogo in luogo, e tribune riccamente or- 
nate stavano disposte ad anfiteatro dirimpetto alla 
croce; e nel mezzo, edifìzio più allo, più vasto, ric- 
chissimo di ornamenti per velluti, nastri dorali ed 
emblemi di religione. Questo era per gì' inquisitori; 
le altre logge per il viceré, l'arcivescovo, il senato; 
e per i nobili, il clero, i magistrati, le dame della 
città ; il terreno per il popolo. A' primi albori le 
campane suonavano a penitenza; poi mossero le pro- 
cessioni di frali, di preti, di confraternite; che, tra- 
versando le vie della città, fallo giro intorno alla 
croce, si schierarono all'assegnalo luogo. Popolata 
la piazza sin dalla prima luce, riempivano le tribune 
genti che, a corpi o spicciolale, con abili di gala, 
venivano al sacrifizio: era pieno lo spettacolo; si at- 
tendevano le vittime. 

Già scorso di due ore il mezzo del giorno, mense 
innumerevoli ed abbondanti cuoprirono le tribune, 
cosi che la scena preparala a mestizia mutò ad al- 



legrezza. Fra' quali tripudii giunse prima la misera 
Gcllnide, legata sopra carro, con vesti luride, chiome 
sparse e gran berretto di carta che diceva il nome, 
scritto con dipinte ilammo d' inferno. Convoiavano il 
carro, tirato da bovi neri e preceduto da lunga pro- 
cessione di frali, molli principi e duchi sovra ca- 
valli superbi ; e dietro , cavalcali a mule bianche, 
seguivano i tre padri inquisitori. Giunto il corteggio, 
e consegnata la donna ad altri frati domenicani e 
teologi per le ultime e finte pratiche di conversione, 
ricomparve corteggio simile al primo per il frale 
Romualdo: ed allora gl'inquisitori sederono nella 
magnifica ordinala tribuna. 

Compiute le formalità, bandito ad alla voce l'osti- 
nato proponimento de' colpevoli, Ielle le sentenze in 
latino, prima la donna sali al palco; e due frati 
manigoldi la legarono al tronco, e diedero fuoco 
alle chiome, imbiotate innanzi di unguenti resinosi 
acciò le fiamme durassero vive intorno al capo; 
indi bruciarono le vesti, anch'esse intrise nel catrame, 
e partirono. La misera rimasta sola sul palco, men- 
tre gemeva e le ardevano intorno e sotto i piedi 
le Gamme, cadde col coperchio del rogo; e scom- 
parso il corpo, rimasero ai sensi degli spettatori i 
gemili di lei; le fiamme, il fumo, che andavano ad 
oscurare l'alta croce di Cristo svergognala. Così 
fra Romualdo morì nel altro rogo, dopo aver visto 
il martirio della compagna. Tra gli spettatori no- 
tavasi un drappello sordido, mesto, di 26 prigioni 
del Santo Uffizio, voluti presenti alla ceremonia; 
soli fra lutti che piangessero di quei casi, percioc- 
ché gli altri, sìa viltà, o ignoranza, o religion 
falsa, erfipia superstizione, applaudivano l'infaffle 
olocausto. Erano i Ire inquisitori frali spagnuoli; 
degli allegri assistenti non dirò i nomi, però che ì 
nepoli, assai migliori degli avi, arrossirebbero, 
ma sono in altre carte registrali ; che raramente 
le pubbliche virtù, più raramente i falli rimangono 
nascosti. Descrisse quell'atto in grosso volume 
Antonio Mongilore e dal dire e dalle sentenze si 
palesò divolo e partigiano del Santo Uffizio; egli, 
lodato per altre opere e sopratullo per la biblioteca 
siciliana, chiaro mostrò che la dolcezza delle let- 
tere umane era stala in lui vinta degli errori del 
tempo, e dalla intolleranza del suo slato ; era cano- 
nico della calledrale. » C. 



Mentre che la natura é in sul rivestirsi di una 
rigogliosa vegetazione, a ninno rincrescerà, spero, 
di lasciare per poco i frequenti portici dell'augusta 
Torino, per condursi meco sugli ameni poggi di 
Biella. 

Biella, posta appio delle Alpi, nella parte più set- 
Icntrional del Piemonte, seguì le sorli della maggior 



I 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



83 



sua vicina Vercelli; sin che dell* 826, essa e il suo 
dislretto furono ceduti da Ludovico e Lotario a quel 
conte Bosone, che l'anno appresso dovea tenere a 
Torino, sì come messo imperiale, uno di que' Pla- 
citi, ne' quali si agitavano le ragioni della giustizia 
e gl'interessi dei popoli (Murai. Aniich. ital. I. 481.). 
Quando i re Carolingi per debilitare l'autorità dei 
baroni, ampliaron quella de' vescovi, e quando i suc- 
cessivi imperadori aiularon la potenza de'vescovi 
per abbassare te pretensioni de' Comuni ; i vescovi 
di Vercelli ebbero ad esercitare una specie di alto 
dominio sulla città di Biella e il suo territorio, sin 
che il vescovo vercellese Uguccione, che atea gran 
gusto (come serbe il Corbellini) del luogo di Biella 
per la soavità dell'aria e per la statua di Maria 
Vergine di Oropa, ottenne da Federigo Barbarossa 
(1152) di poter fabbricare un castello sul colle so- 
vrastante alla picciola città di Biella, la quale allora 
si distendeva modestamente sul piano. Eretto questo 
castello sul luogo, che dicesi il Piazzo, non lasciò 
il vescovo, mercè di privilegi e larghezze, di tirar 
molti e molli a fabbricare colà intorno le loro case ; 
e per tal modo si venne in quelle alture a formare 
una nuova città, i cui abitanti, con le consuete forme, 
si chiariron ligi del vescovo vercellese. I vantaggi, 
di cui godevano questi novelli vassalli del vescovo, 
e quello massimamente di esser difesi dalla sua au- 
torità conlra le ofTese nimiche, furon cagione, per 
che presto s'accrebbe quella montana città con pre- 
giudicio dell'altra che rimanevasi al piano: sin che 
relazioni di traOìchi e ragioni di comodità le acco- 
staron per modo, che se n'è oggi formata una sola 
ciltà. Gli avvocali della Chiesa vercellese furon 
quelli, sopra gli altri, che ottennero da' vescovi in 
quel di Biella giurisdizioni e dominii ; e cosi gli 
Avogadri; che tuttavia Ooriscono in tante altre parti 
d' Italia, non lasciarono di propagarsi eziandio nel 
Biellese, dove sopra a 16 famiglie di questo nome 
noverava del 1778 lo storico Mullatera ; alcune delle 
quali tuttavia vi fioriscono per isplendor di uffici, 
di lettere e di virtù (1). Ma questa dependenza di 
Biella dai vescovi vercellesi tale non era da farle 
perdere le sue immunità e i suoi diritti ; essa eser- 
citava la giurisdizione sì civile, si criminale, salvo 
i casi più gravi, la cognizion de' quali era riserbata 
al vescovo; nò questi potea porre a castellano del 
Piazzo altri che un Biellese; e alla morte del pre- 
lato a' consoli di Biella si dovean rimettere claves 
castri et porlarum. Molto più si assodarono questi 
diritti di Biella, quando essa e il suo territorio, in 
quelle perpetue lotte fra la Chiesa e l' Impero, do- 
veller guernirsi di mura e castella, e quinci scher- 



(i) Quando io scrivea queste cose era ancor vivo l'e- 
gicgio cav. abate Gustavo Avogadro di Valdengo, che una 
precoce e improvvisa morte dovea togliere alla coltura de' 
più nobili studi e all'esercizio delle più rare virtù. 



mirsi dagli assalti nemici , e massime da' conti di 
Valperga, i quali come seguaci imperiali avrebbon 
voluto far costar cara a' Biellesi la loro devozione 
alla Chiesa. Conseguenza di quelle lotte stata essendo 
la cresciuta autorità de' Comuni, Biella, poiché vide 
cader per terra le sue mura, pensò a fortificarsi, 
non più con mura che crollano, ma bensì con leggi 
che durano; e però del 1245 ordinò il suo statuto, 
che fra le altre saggie provisioni portava l'annuale 
elezione di quattro consoli , ì quali nello spazio di 
quell'anno che duravano in ufficio governar doves- 
sero la cosa pubblica. Ma il principal diritto, che 
Biella fu sempre studiosa di mantenere, era quello 
di difender la sua religione e il suo vescovo. Del 
che diede pruova nell' aiutar che fece con danari e 
con armi la crociata, mossa contra l'eretico fra Dol- 
cino, il quale accampatosi fra Masso e Trivero, terre 
ambedue del Biellese, quivi patì quella stretta di neve, 
di cui parla Dante, e che unita alle arme crociale 
conferì allo sterminio di quella banda di eretici ; i 
quali furono sostenuti nella torre del castello Biel- 
lese (1307) prima di esser condotti al supplizio; e 
in Biella, secondo la feroce legislazione di quelle 
età, fu tanaglialo e arso Longino Cattaneo, e spar- 
sene al vento le ceneri. Quanto è poi a' suoi vescovi, 
non lasciò Biella di dar loro, non che ospizio, difesa 
in tulle le più diffìcili congiunture; e vi abitò l'ar- 
civescovo di Milano Ottone Visconti (1275), quando 
dovè cedere il campo a' Torriani, suoi emoli; e vi 
stanziò il vescovo vercellese Aimone (1285) per fug- 
gire nella sicura quiete di quel castello l'incerto 
scontro delle armi nimiche. E quando i Visconti, 
fautori de' Tizzoni, entrarono a Vercelli, il vescovo 
Oberto da Collobiatio, riuscito a fuggir di colà dis- 
guisalo, non ad altre mani si confidò che a quelle 
de' suoi Biellesi, i quali non pur lo raccolsero con 
reverenza, ma con virtù lo difesero. Ed alle armi 
ricorsero altresì per difendere un altro loro ospite, 
il vescovo Lombardo della Torre, quando si rifugiò 
in quel castello, come in luogo di salute. Se non 
che ben presto ebbero i Biellesi a pentirsi di questa 
ospitalità, data con tanto lóro pericolo, ad un pre- 
lato che la meritava sì poco; dacché egli, in luogo 
di porgersi liberale e benevolo, accampò non so 
quali sue pretensioni di voler succedere a qual de' 
Biellesi venisse a morire senza testamento e senza 
prole maschile. Dovettero i buoni Biellesi sborsare 
2m. fiorini d'oro, se vollero acchetar le voglie del 
vescovo ; il quale ben potè riscuotere, ma non già 
fruir quella somma, poiché poco stante morì. 

Le inquietudini, che suscitò a Biella il vescovo 
Lombardo, furono un cenno verso di quelle che i 
Biellesi ebbero a patire dall'altro vescovo vercellese 
Giovanni Fiesco da Lavagna. Aspirando costui al 
temporale dominio di que' paesi che obbedivano alla 
spirituale sua verga, ed essendogli ito a voto l'in- 
tento sopra Vercelli, in grazia de' Visconti che vi 



k 



84 



MC8B0 BCIBNTIFICO, t.BTTKRARlO BD ARTISTICO 



eran troppo autorevoli ; fermò su Biella i tuoi am- 
biziosi disegni, confidando di poterla dominare da 
quel suo castello del Piazzo, dove si chiuse con buon 
nerbo di armali (1349). Ma i Hiellesi fecero testa, 
perchè il vescovo vedendo di non poterci riuscire, 
si ritrasse nel castello di Masserano, e su Biella 
fulminò r inlcrdello. Si richiamarono i Biellesi all' 
arcivescovo di Milano perchè qucll' interdetto fosse 
tolto, si richiamò il vescovo alla Santa Sede, perchè 
fosse rifermalo; e l'uno e l'altra decretarono che 
si levasse ; ma il vescovo repiignando a questa e a 
quel di obbedire, si apparecchiò a mantenere il ful- 
minato interdetto con le armi. E lo armi presero 
pur essi i Biellesi, occupando il castello del Piazzo; 
il vescovo vagò fra qtielii di Masserano e Zumaglia, 
ma non istimandosi ancor sicuro, ne rizzò un terzo 
nella terra di Andorno, falla oggi sì celebre dalla 
eroica fede del Micca. Erano lacrimabili queste con- 
dizioni di un popolo, astretto a pigliar le armi contro 
del proprio vescovo , ma esse anche provano qual 
fosse la violenza di un uomo, che recava il suo 
|>opolo a estremità sì crudeli. Biella in questi litigi 
a\ca il vantaggio dal Fiescof lutlavolla per vie più 
sicurarsi dalle costui insidie, implorò la prolezione 
di un potente signore, qual era l'arcivescovo di 
Milano, Giovanni Visconti; e l'ottenne (1553). Ma 
le ostilità non cessaron per questo, se anzi per ciò 
non s'accrebbero; il vescovo continuava a trattar 
Biella da nimica ; e i Biellesi a negargli le rendite 
e a ragunargli contro soldati. Si ebbe finalmente una 
tregua, della quale profiitarono i Biellesi per impe- 
trare la protezione del conte Verde ; e questi a con- 
ceder loro (1355) che «potessero andar sicuri e li- 
• beramenle per tulio il suo paese, chiamandoli suoi 
«buoni vicini e cari, ed ordinando a' suoi uffìziali, 
« che come tali fossero graziosamente trattati (Mul- 
latera , f. 58). Se i Biellesi furono lieti di questa 
onorevole protezione, il loro vescovo era in altra 
guisa protetto dalla fortuna. Conciossiachè essendosi 
formata da papa flrcgorio XI una lega conlra i 
Visconti, potè egli, per via d'inganno, insignorirsi 
della città di Vercelli (1575), dove non fu laida e 
crudele opera, che dalle sue genti non si commet- 
tesse. E prima avea pur tentato d' insignorirsi di 
Biella, ma i deputali dei Comuni chiaramente gli 
dissero, che essi si lascerebbero toglier la vita e 
arder le case, innanzi di sopportare il suo despolismo. 
Bisogna mostrar di accordarsi con quelli che si 
dispera di vincere; e così fece il vescovo, che calò 
agli accordi con Biella. Ma quale accordo poteva 
mai frenare la irrequieta ambizione del vescovo? 
Sin che i suoi interessi nel lencvan lontano, Biella 
era quieta; vi riponeva il piede? Si empieva di vio- 
lenze e di scandali. I poveri Biellesi non sapean più 
come disfarsi di questo nimico; non gli ascoltava 
il Papa perchè era trop|)0 lontano, non gli aiutava 
il conte Verde, perchè in guerra allor con Saluzzo ; 



nella disperazione del soccorso degli altri, pensarono 
di operare da sé; o por torre il qiale dalle radici, 
secrelamentc ordirono d'imprigionare il vescovo. Era 
il princi|)iar di maggio, (piando ecco nella stanza del 
Fiesco, che tranquillanuaUo dormiva, irrompere i 
congiurati, e lui e la sua gente chiuder nella torre 
del castello, 'dove erano sostenuti alcuni uomini di 
Cavaglià e Crevacuore; i quali, come potete ben 
credere, cedettero rispettosamente il luogo al vescovo 
che vi entrava. Incarceralo il vescovo, se ne posero 
a ruba le stanze; ori, argenti, pecunia, tutto fu preda 
dì queUa gente indegnata. I Biellesi voleano scusare 
quel fatto, ma al tempo stesso non ne volevan perder 
gli efletli; lo notificarono adunque si al Pontefice 
e sì ad Amedeo; ma in pari tempo condussero ai 
loro stipendi la compagnia del valoroso Iacopo del 
Verme. Cercarono i parenti del vescovo di liberarlo 
da quella ignominiosa cattività ; ma che pelea mai 
fare un pugno di Genovesi mandati per questo fine? 
Non altro che mettersi in via, capitar sotto Biella 
e fuggire. Intanto a peggiorar le condizioni del pri- 
gioniero, varie terre del Vercellese si dedicarono al 
Conte Verde, fra cui San Germano e Sant'Agata, 
volgarmente dello Sanlià. Ma egli non era cosi lieto 
di sitTatti acquisii, che più non fosse attristato della 
prigionia del vescovo ; mandò quindi a Biella un 
conte di Chalant per procurarne la liberazione; ma 
questi altro non ottenne che di tirarlo dalla torre del 
Piazzo, e tenerlo per islalico in uno de' suoi castelli, 
sin che giungessero le decisioni del Papa. Il quale 
avendo mandalo a Biella un suo nunzio, questi, udite 
quinci e quindi le parti, stese nel luogo di Verrezo, 
ai 25 di ajìrile 1378, un compromesso, del quale 
non vuol tacersi il principio: «Noscat praesens aetax 
et posterilas successiva, quod existenlihus maximia 
guerris, quaestionibus . et debaltis inter reverendtim 
episcoputn Vercellensem lofiannem de Phlisco, et ho- 
mincs et cominune Bugellae,volensque ipsereverendus 
Episcopus suos errores corrigere qui posilus est ut 
aliurum errores corrigat et evellat, ecc. » Uscito del 
carcere, ma vietalo di stare a Biella, ed altresì nelle 
terre di Zumaglia e di Andorno, troppo ricordevoli 
de' violenti suoi falli, si ritrasse nel suo castello di 
Masserano, dove avea disegnato di spiegare le an- 
tiche sue pretensioni ; ma se ne tolse presto, per 
lo timore di una seconda prigionia. Biella, liberala 
in tal modo dal suo interno nimico, dovea però sem- 
pre temere le violenze e le insidie dell'uno o dell' 
altro di que' tanti signorotti che, sparsi per l'Italia, 
codiavano le occasioni di aggrandirsi a spese dei de- 
boli. Laonde essa stimò d'inviare i suoi sindaci al 
conte Verde, pregandolo che gli piacesse di pren- 
derli, egli e i suoi successori, sotto la sua. valida 
protezione per lo spazio di anni trenta, vi aderì il 
Conte (1379), e quindi ne furono slese e ratificale 
le condizioni. Amedeo si rendè poscia a Biella, e là 
in quel castello, che era slato testimonio e teatro 



SCELTA ft ACCOLTA DI OTIU B ITAKIATK NOZIONI 



85 



delle violenze del Ficsco, nn principe, troppo da lui 
diverso, ricevè il giuramcnlo di fedeltà da' Hiellesi, 
i quali da quel tempo in su rimasero alla Casa di 
Savoia perpeliiamciilc devoti. 

1*. A. Paravia. 

f 

IL BISOGiNO RIFORMATORE 

Il bisogno fu sempre la molla dei più grandi co- 
nati , quindi quando un popolo risorge a vita novella 
bisogna conchiudere che venne spinto da una ne- 
cessità, da una l'orza sovrumana che, facendogli tor- 
nar noioso lo stato presente, lo slancia in un altro 
diametralmente al primo opposto. Cosi l'uomo che 
solo si trovò sulla terra, potentemente sentì la ne- 
cessità di essere ragunato in famiglia, di stabilire 
delle regole, di migliorare la nativa condizione. Se 
non che questo imperioso sentimento non fu sempre 
nell'uomo costante, onde ogni qual volta in lui venne 
meno, invece di perfezionarsi , di crescere più svi- 
luppalo, deteriorò, diede indietro. E che questo sia 
vero ce ne convinceremo agevolmente svolgendo le 
pagine della storia, la quale ci rappresenta l' aquila 
romana vittoriosa fìncliè si tenne in uno stato di 
attività, battuta e coll'ali tarpate allora che si tulio 
nelle orientali elTeminatczze. 11 bisogno fa d'uopo sia 
sentito dai popoli più di qualunque siasi cosa, poiché 
da lui si deve ripetere ogni progresso politico e 
civile. Qual fu lo sprone che spinse tante fiate Fi- 
renze a cacciar la casa Medici , se non l' urgente 
bisogno di vivere una vita libera, immune da ogni 
tirannide, se non il bisogno di procedere in quella 
via della libertà che vedovasi segnata nell'Evangelo? 
E, per ultimo, chi diede il crollo a quei gran colossi 
de' Visconti, degli Scaligeri '? I feudi del medio evo 
a poco a poco si convertirono in principali monar- 
chici, i poteri divisi si accentrarono, quasi raggi, in 
un sol punto, quando furono sospinti dalle genti le 
quali erano comprese dal bisogno di rendersi forti, 
ma d'una fortezza riunita. 

La nazione è un individuo che solTre e che tace: 
che solTre e che tace moderatamente aspettando chi 

10 svegli. E quella voce che lo deve ridestare non 
tarda oltre il dovere , ella giunge spinta dal biso- 
gno, matura, non precoce. Italia forse non ne diede 
or ora l'esempio? Erano già molti anni che alcuni 
genii, quanto più pochi altrettanto più valenti, predi- 
cavano che la patria abbisognava d' una morale , 
politica, civile rivoluzione, eh» la patria doveva la- 
sciar l'antico cammino; pur questi genii, che si ele- 
vavano oltre la sfera comune, non venivano esauditi. 

11 bisogno non s'era esteso , non s' era introdotto 
in tutti i ceti, era limitato a pochi, quindi gli faceva 
d'uopo alcun tempo ancora per generalizzarsi, farsi 
amico d'ogni persona, e così compiere felicemente 
la metamorfosi. Ma non solo era forza dargli un tempo 



pella dilTusione, ma ben anche diffuso, un altro poi 
concedergliene , mercè cui i popoli potessero per- 
suadersi della santità di questo bisogno, mercè cui 
le fazioni si ravvicinassero, mercè cui le forze in- 
dividuali si fossero concentrate e fuse in quella so- 
ciale che è la potenza delle nazioni. Moltissimi po- 
litici rivolgimenti caddero senza effetto appunto pella 
irrequietezza di coloro che n'erano alla lesta. Che 
fatto avrebbero gli autori delle Speranze d' Italia , 
dei Primati se, fattisi capi rivoluzionari , avessero 
voluto in un giorno mutar faccia alla patria ? Le 
abitudini di un popolo non si cangiano come le vesti. 
Pietro il Grande ebbe a predicar molto e poi molto 
per radere la barba ai Moscoviti. 

La diversità dei partiti , le divisioni della forza 
sociale non sono da altro agente prodotte che dalla 
discrepanza dell'opinione; ma questa discrepanza 
scaturisce da ciò , che una parte bisognevole crede 
una tal cosa e l'altra non; ora se le due parti, se i 
Torys ed i VVhighs andassero a rilento nelle loro 
discussioni, facessero d'imitar la Provvidenza nelle 
pue azioni tarda anzi che no, il tempo, che è in 
questo un gran farmaco, il tempo che puossi dire una 
condizione del vero, deciderebbe la questione ravvi- 
cinando, coiristillar nelle parti il senso del bisogno, 
del più utile, gli animi divisi. Ma questo grande 
processo poche nazioni lo compirono prosperamente. 
Fra queste poche, primo luogo a le conviensi, o Ita- 
lia: la voce del bisogno ebbe agio a spargersi pei 
tuoi figli , a farsi udire dal potente e dal pusillo , 
dall'adulto e dal fanciullo, per cui insieme avvinti a 
te giurano l'amore 

Di vergine pietosa al suo fedel. 

E chi avrebbe osato vent' anni fa profetare così 
vicina la rigenerazione dell'Italia? Allora che al nome 
di riforma tristi idee si associavano e più tristi falli? 
Nuli' ostante era inevitabile questo cangiamento; i 
semi erano gettati ed attendevano l'acqua feconda- 
trice. Romagnosi osserva che le età che succedono 
ai magnanimi conati non ponno non ritrarre dalle 
antecedenti: epperò i voti dei Leopardi, degli Al- 
fieri non potevano cader infruttuosi. E cosi ora inau- 
gurati e dilTusi dal gran Gioberti, da questo sole 
dell'Italia, anzi dell'Europa politica e morale, otten- 
nero lo scopo. Questi fu , che mirando colla forza 
comprensiva della sua mente, le rovine tutte del pa- 
trio edifizio, ci porse i mezzi di raddrizzarlo; questi 
fu che fece scorrere il bisogno di nuova vita fra i 
popoli, i quali erano combattuti da una lotta infer- 
nale, utile però, poiché gli fece conoscere le proprie 
forze. Di qui ne viene che l'uopio deve assogget- 
tarsi alla legge provvidenziale della tardanza per 
aggiungere il fine prefisso, cioè della maturità. La 
nazione pertanto incorporata e rappresentante l'as- 
soluto bisogno di una metamorfosi ottenne le riforme, 
alle riforme seguì la Costituzione, e la Costituzione 
fece svanir ogni bisogno riformatore rendendoci po- 
liticamente potenti. CosTANio Benzi. 



■osto ICIBNTIPK», LBTTRRARIO RD ARTISTICO 



COME DIVENNERO GRANDI 
I NOSTRI PADRI 

Leggendo le storie ilalianedci mezzi tempi, ognuno 
si sento comprendere da straordinaria meraviglia al 
vedere a quale allo grado di forza, di potenza e di 
grandezza siano giunti i nostri padri. Ma cesserà la 
meraviglia quando si studi il loro genere di vita, e 
rome essi abborrissero da tutte quello dilicaturc, 
splendidezze e cascaggini che sono frutto di una de- 
crepila civiltà, o meglio della schiavitù, la quale 
abbrutisce la mente ed il cuore e accascia la vigoria 
naturale delle membra. 

Una delle principali cagioni per cui salirono i nostri 
padri a così grande altezza fu la parsimonia e la 
rozzezza delle vivande, le quali erano tanto distanti 
dalla delicalezza de' nostri tempi, quanto noi siam 
lontani dalla squisitezza e dal lusso delle cene ro- 
mane ai tempi di Lucullo e di Apicio. 

Riportiamoci col pensiero all'immortale repubblica 
Fiorentina e sentiamo ciò che dice a tale etTelto ij 
medico Antonio Cocchi. 

• La cena fiorentina di que' tempi è tanto nota 
pel suo addobbo di frutta e d'erbaggi, che è andata 
quasi in proverbio sino di là dai monti. Né si sa come 
l'abborrimenlo al cibo vegetabile si possa ora essere 
sparso popolarmente Ira noi, quando a chi ben ri- 
guarda lullQ le circostanze apparisco che la città 
di Firenze ^ appunto una delle più sane del mondo 
per <]uesta principale cagione che la plebe per la 
sia povertà è pochissimo carnivora, ed al contrario 
per la natura del nostro suolo ella ha il modo di 
acquistare a vii prezzo alcune sorti di erbe e di 
frutte, che in altre contrade sono delizie non mai 
godute dagli ultimi artisti. • 

Grandissima era allora la temperanza nel popolo, 
la quale non avea dilTicollà di mangiare quelle carni 
slesse che ora tiene a schifo, le carni cioè di pe- 
cora. E tale temperanza manifeslavasi anche presso 
i grandi e facoltosi. 

Francesco Sacchetti, dipintore leggiadrissimo de' 
tempi suoi, descrive nella sua novella 87 una cena 
dala dal Gonfaloniere della Repubblica ad un medico 
celeberrimo e lume amplissimo della scienza di Ippo- 
crate; la qual cena non consisteva in altro che in 
un ventre di vitella, starne lesse e sardelle in umido. 

Volendo poi darci una grande idea della squisi- 
tezza della cucina di quell'età, il medesimo Sacchetti 
rappresenta per un manicaretto da ghiotti un'oca 
ripiena con agli o mele cotogne, o meglio con allo- 
dole ed uccelletti ; e stima un grandissimo banchetto 
quello dove il padrone di casa fa un man(jiare di 
quattro taglieri bellissimi. 

Ma una più giusta idea della parsimonia de' nostri 
avi ci viene offerta da uno statuto pubblicato nel 1472 
dai signori Priori di libertà e dal Gonfaloniere di 



giustizia, nel quale sono ordinate per la mensa le 
norme presenti : 

« La mensa delta Signoria sia libera ed usi quali 
vivande e quante essa voglia per sé e per altri che 
da essa siano convitali, eccetto che per sé per l'or- 
dinario i pinocchialr, morselletli e zucche confette 
o allrtf confezioni non siano di maggior peso di oncie 
due. 

•• Ciascuna persona privata in casa colla sua com- 
pagnia usi cibi e vivande che gli piace, ma se ha 
alcun altro che non è di sua famiglia, non usi più 
di due vivande, il lesso e l'arrosto. Giorno di magro 
duo sole vivande di pesce. 

« L'arrosto può essere di quattro sorla d'animali, 
inlendcsi [lerò che tutte le sorla di carni lesse, come 
tulli gli arrosti siano in un medesimo [>iano, in due 
al più. 

« Del pesce se ne posson fare due vivande, cioè 
in due diversi modi. 

« Non son computale per vivande nò proibite le 
uova, cacio e latte, o altra cosa fatta delle sopra- 
detle, benché vi sia alcun condimento di grasso, 
spezieria, zucchero o altro. 

« Nemmeno son computali i frulli, gii agrumi, 
cialdoni, berlingozzi, zuccherini, pere guaste con 
aranci, acqua rossa, zucchero bianco, pane impc- 
pato, bericoccoli, spezierie, savori, salse, sape, er- 
baggi d'ogni sorta, animelle, granelli, milze, lam- 
predolli, zampe di vitella. 

« Il vino e il pane sono in arbitrio di ciascuno. 

« Alle nozze si possono innanzi e dopo il convito 
usare di ogni sorla di confezione e pezzi di confe- 
zioni del peso di oncie due. 

« Gli aranci imbrattati, ovvero confetti e cannella 
confetta sono una sola confezione in alcun convito 
di sera. 

«Da calende d'ottobre fino a tutto aprile di cia- 
scun anno non ò lecito nelle case de' privali usare 
alcuni lumi di candele di cera, salvo che doppieri 
alla partenza de' convitati per accompagnarli alle 
loro case. 

«Per onorare qualche forestiere si può usare ogni 
sorla di vivande e di confezioni, ma deve prima 
giurare quel tale, che dimanderà tale licenza, che 
tale onore fa a' suoi ospiti a magnificenza della città 
di Firenze e non per altra causa. 

« Chi passa tali ordini, deve pagare al Camerlingo 
dell'arme del comune di Firenze per ogni convito 
fiorini 10 larghi. 

« Convito 6 desinare o cena o colazione. 

In altro statuto: « Chi trasgredirà in alcuna me- 
noma parte di quanto si è dello ò subitamente con- 
dannato in pena di fiorini 25 larghi.» 

Alla privazione di ogni lusso vano e superfluo 
(dice il Lasca, il quale riporta il sovrascrillo statuto), 
dovettero i Fiorentini lo stimolo ofTicacc per la gloria 
della patria, la loro virtù, la grandezza delle im- 



SCRLTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



di 



prese felicemcole condotte, le amicizie cogli stali 
|nù potenti d'Europa, nutrite dai grandi imprestili 
di danara, e la magnificenza delie fabbriche tanto 
pubbliche quanto private. 

Gli italiani presenti non sdegnino di farsi imita- 
tori de' loro avi. Pensino che la mollezza fu la pre- 
cipua cagione della servitù die per tanti secoli si 
aggravò sul loro capo, e che.il solo mezzo d'inspirare 
rispetto e venerazione si è il sapersi vestire di tutta 
quanta la dignità di uomo. C. 



IL PREMIO ALLA VIKTl' DEL PEKDONO 
ANEDDOTO 

Una delle passioni che più fortemente agita e 
trasporta il cuore dell'uomo fino a renderlo capace 
di orrendi delitti, da agguagliare, superare anzi in 
ferocia le- belve istesse, è la veudella. Questa pas- 
sione per la quale fu ahi ! troppo spesso iusangui- 
sala la terra , è stala ed è sempre combattuta dai 
principii della religione , e dalla sua filosoGa. E 
mezzo salutane a correggerla, e a reprimerla è in- 
dubitatamente commendare agii uòmini la virtù del 
perdono. E siccome ad incitarli al bene, a confor- 
tarli alla virtù, oltre le parole è polente slimolo 
l'esempio, cosi avviso buon consiglio di narrare 
un avvenimeulo consenlaneo a questo princìpio che 
mi era dato di leggere nella storia del Gran Capi- 
tano che riempiva il mondo di sue stupende vittorie 
nel principio del secolo presente. 

Correva l'ottobre dell'anno 1805, in cui Napo- 
leone apriva una nuova guerra alla Germania , che 
intera contro di esso erasi confederala; guerra che 
in un manifesto indiretto al suo esercito il 29 set- 
tembre appellava della terza lega. Nel giorno primo 
del mese più sopra indicalo, raggiungeva egli le sue 
truppe, che nel sesto entravano nella Baviera, te- 
nendo la via lungo i fliimi che intersecano la valle 
del Danubio, ove alle sponde del Lech ebbero il 
primo scontro coli' inimico. E quantunque tornasse 
acconcio, anzi necessario alla difesa dei Tedeschi 
d' impedire il varco di quel Gume ai Francesi sul- 
l'unico ponte che lo permetteva, così una forte 
mano di essi, vi soprastava a tal uopo. Ma fu in- 
darno « perchè soli dugento dragoni della cavalleria 
capitanata da Murat, al comando dei quali era pre- 
posto un colonnello Watlier, sbaragliarono i difensori, 
e se ne resero padroni. 

Una mischia si imponente, e sostenuta col più 
forte accanimento, riusci in istraord inaria guisa tre- 
menda; perchè oltre- i pericoli che seco trae la 
guerra, fu combattuta sopra un ponte di legno, man- 
cante in gran parte di ripari sui fianchi, che per 
vetustà, nell'ardore della pugna, sconessi furono e 
rolli dall'urlo delle falangi pedestri, e dei cavalli; e 



delle artiglierie che vi traevano contro; sicché uo- 
mini e cavalli facilmente precipitavano nel fiume. 
Fra quelli cui toccò si malaugurata ventura fu un 
capitano dei Dragoni, unica truppa napoleonica che, 
come ho detto, prendesse parte nell'azione, il quale 
perchè imperilo di nuotare, correva ben presto pe- 
ricolo di perdere fra i vortici delle acque misera- 
mente la vita. Infatti era di già scomparso e ricom- 
parso più di una volta alla sommità, sbalzalo quinci 
e quindi dai cavalloni delle onde, e ninno osando 
arrischiare per essola vita, era in procinto di anne- 
gare. Quando uno fra suoi, italiano, nativo di Pie- 
monte cognominato Manenti, mosso in cuore da pie- 
toso sentimento per il pericolante, slanciavasi ar- 
mato nel fiume, e pieno di fermezza lottando colle 
onde si accingeva a trarlo a salvamento. Non è a 
dire a qual pericolo si esponesse quel generoso ca- 
dendo in un luogo che la copia, la profondità, l'im- 
pelo delle acque scorrenti che urtavano contro i 
sostegni del ponte, rendevano terribile a chi doveva 
attraversarlo ; cui arroge la facilità d'esser ferito, 
o morto dalle palle che i combattenti d'ogni parte 
ad offendersi vicendevolmente scagliavano. Nulla di 
meno superati gli ostacoli che gli opponevano ebbe 
la forza di avvicinarsi al misero suo capitano che 
moribondo, privo di sensi era ludibrio della corrente, 
di cingergli di un braccio le reni, mentre si serviva 
dell'altro per fendere le acque, e farsi strada fra quelle 
ad afferrare la sponda. E siccome un tanto amore per 
il suo simile meritava il soccorso celeste, cosi Iddio 
gli fu largo di sua assistenza, e gli concedette di trarre 
a salvezza il suo capitano, che poscia, mercè le cure 
prodigategli, riacquistò ben presto l'uso delle forze 
smarrite. Dopo di che Manenti anche inzuppalo d' a- 
cqua, nulla curando il sofferto disagio, e solo pieno in 
cuore del debito che corre a valoroso soldato, si 
avventò contro l'inimico, scagliandosi ove più fer- 
veva la pugna, e seguì a battagliare senza desi- 
stere un istante, finché si ottenne su di esso una 
compiuta segnalala vittoria. Col qual fallo Manenti 
acquistò gloria per sé, rese opera grata all'umanità, 
salvò un buon soldato al suo principe, un difensore 
alla patria. 

Né ciò è lutto, di ben maggiore encomio fu perciò 
riputato degno Manenti, additalo modello di virtù, 
e convenientemente guiderdonato, mentre è a sapersi 
che desso da brigadiere che egli era, pochi giorni 
prima di questo fallo, per non so quale mancanza 
disciplinare, era sialo dal capitano medesimo, cu» 
forse aveva resa salva la vita, pubblicamente degra- 
dalo-, punizione troppo grande, e forse ingiusta per 
un militare quale egli era: per cui, ove avesse nu- 
drilo desiderio di vendetta, poteva, senza incorrere 
in Uccia veruna, lasciarlo perire. Ma invece usando 
della virtù del perdono esppse se stesso per la sal- 
vezza di lui. Tanta virtù, tanta filantropia fu ben a 
ragione premiala ; perchè giunto lalc avvenimenla 



«8 



MOSBOKnRNTIFlOn.LRTTKMRIORD ARTISTICO -ICRLTA RA4.<:OI.TA 01 UTILI K HVARIATR NOZIONI 



a notizia del (Iband'homo, il giorno 8 ollobre 

=« Passando l'Impcralore in rassegna nel villaggio 
di Zusinarshausen i dragoni, volle fosso a lui |»rcsei»- 
talo it dragone Alanonli.... Napoleone insigni questo 
bravo dragone dell'Aquila della Legion d'onoro, ed 
egli cosi rispose: « lo non feci, o Sire, altro più 

• che il debito mio. Il mio capitano mi aveva de- 
li posto per qualchu colpa di disciplina, ma egli 

• sa mollo bone che io fui sempre un buon sol- 
M dato(l). » 

Esempio luminoso che la virtù del perdono è 
sommamente encomiala, e premiata. 

(). Panceuasi. 

(i) Storia di N.ipolconc di Laiiient de l'ArdècIie, rul- 
lala in iUliiino da Lissoni. Manenti fu anclie solicvulu al 
grado di maresciallo d'alloggio; crcdcsi che morisse uffi- 
zi.ilc in Ispagna. 



Il giorno selle del corrente mese giungeva in 
Moncalvo un uomo di aspello muliebre e di grave 
portamento, rappresentante in ogni suo allo un 
À(fnus Dei. Per pagare gli abitatili dell'ospitalità, si 
diede subilo a distribuire alle zitelle libri, abitini, 
scapolari ed altri somiglianti allettativi; nel che 
fare usava di certe smancerie e di certe soie che la era 
una meraviglia. Ma que'cittadini che non sono né 
bindoli né zughi, senza molto annasare, sentirono 
che costui sapeva di cattivo, e circondando in gran 
folla il luogo dove voleva deporre i suoi fardelli, si 
diedero a cantare a piena gola: 

Sterpiani la fjiami^iiu, ecc. 

con quello che segue, mandando lunghissimi evviva 
a quel Grande clic insegnò a tulli gli Italiani un 
mezzo sicurissimo per discernere a prima giunta la 
scabbia gesuitica. 

In quel caldo alTacccndarsi, a taluno venne il ca- 
priccio di sventrare uno scapolare, e sapreste voi 
indovinare, quale grimaldello ne balzò fuori?... una 
cosa innocentìssima-, unacarlolina con queste parole: 
Viva Gesù ! Mia cara. 

Niente di male infin de' conti! eppure qùe' citta- 
dini, che han proprio fama di- non essere baccelli, 
invece di farne le più larghe e rumorose risale, si 
sentirono pizzicare le mani in modo che stettero 
lì li per faro assaggiare le legna de' loro boschi a 
quel sant'uomo che, per non so quale stregheria, 
potè quella nolle bellamente sottrarsi alla tempesta. 

Taluno ebbe l'ardimento di supporre che lo stre- 
gone salvatore sia stalo un certo messere del con- 
vitto, già alunno, anzi prefetto del convitlo del Car- 
mine di Torino, e cacciato, dicesi, l'anno scorso 

da Chivasso per febbre gesuitica Ma, alto là, 

signori nialdicenli ! Non siale cosi lesti a gridare 
la mannaia sul collo agli uomini posti in allo. 
Dunque, perchè quel certo messere militò alcun 
tempo «otto i vessilli del gesuitismo, dovrà cre- 
dersi ch'egli ne sia un cagnollo? E chi vi assicura 
ch'egli non siasi purgalo d'ogni macchia nella mi- 
stica piscina? Guardatevi dalla calunnia! E ae vi 

Stabilimento tipografico di 



par duro l'osservare scrupolosamente tulli tulli i cen- 
cìnquanla coinandamenli del galateo, non gillalene 
dietro le spalle almeno i principali. 

Non sapete voi che l'odore di un Gesuita si sente 
ora mille miglia lontano? Chi ò che non ne conosca 
il ritrailo che AnnibaI (]aro ne faceva, volgono oramai 
tre secoli, per avvertire i mal cauli? 

Il Gesuita, diceva egli, alle tante trasfigurazioni 
che va facendo polrebbe-cssero che fosse un Proteo, 
perciocché non è uomo né bestia, ed è l'uno e 
l'altro: e lull'insieme è composto di venerabile e di 
mostruoso, ila un ingegno diabolico e pronto, un |)ro- 
ceder lardo, un avviso subilo, un ritrattarsi in sul 
fallo, che nun gli è prima messo un fascio innanzi 
che v'ha truovala la sua ritortola. Ila esca e zim- 
bello per ogni sorta d'uccelli; e non ha prima squa- 
dralo uno, che gli trova il suono secondo la sua 
tarantola. Ila un volto fatto a un modo che non vi 
si conosce né vergogna, né paura, né qualsivoglia 
altro alTetlo, la bugia gli diventa in bocca verità; 
le parole che dice son tutte perle. Nella prima giunta, 
con quelle sue moine, con quel collo loYlo e con 
l'arte della sua cabala, fa quasi credere a chi il co- 
nosce, ch'egli non sia lui; ma egli é pur desso. — 

Or come volete che questi acutissin>i cervelli de' 
Moncalvini abbiano dimenticato questo ritratto? Come 
volete che essi siansi lasciati cogliere alla ragna di 
chiamare nel loro convitlo un Gesuita? Oibò! questo 
non é possibile: io non ci credo: io non voglio cre- 
derci... È calunnia! mera calunnia ! 

Il Gesuita non può più camufTarsi ; il capellone 
che portava gli ha lasciato sulla fronte un marchio 
che non può cancellarsi o che lo a<ldila-ai meno 
veggenti. La giustizia di Dio lo ha segnalo all'ab- 
bomìnio di tutte le generazioni. Tulli i genitori sanno 
ora che, commettendo l'educazione de' loro figliuoli 
ad un Gesuita, si renderebbero rei di morale par- 
ricidio: sanno che il cristianesimo del Gesuita è un 
deforme fantasma di religione : sanno che il Ge- 
suita sotToca e spegne gli impeli generosi, strascina 
gli ingegni all'abbiezione e alla servitù, uccide il 
nerbo, il candore, la schiettezza, l'ingenuità degli 
animi, plasma gli inlellelli ad un uso abbominevole 
e funestissimo, quale è quello della cieca ubbidienza, 
della dilazione, delle trame e delle frodi; sanno in- 
fine che il Gesuita (e i falli parlano allissimamenle) 
santifica la calunnia, si fa proclamatore di massime 
combattènti la civiltà e la beneficenza, frappone osta- 
coli ai miglioramenti sociali, mette ogni opera a far 
risorgere i tempi orribili del fodero e della gleba.... 

Ma a che rimescolo io questi vecchiumi? A che 
ripeto queste cose dette e ridette con splendore di 
favella e colla prestanza d'invincibili argomenti da 
uomini di sovrano intelletto? Chi è the ignori ai no- 
stri di le mene, i tranelli, le macchinazioni, le cor- 
ruttele di questi Padri faccendieri? E dovrem cre- 
dere che in Moncalvo, dove son uomini, che sanno 
riversare il ranno in capo a chicchessia, vogliasi af- 
fidare la tutela de' giovani. Che sono la speranza 
e la forza della patria, a chi è corrotto e vizialo 
dal mal costume Gesuitico?.. . Oibo! non è possi- 
bile: io non ci credo, io non voglio credere è 

calunnia! vera calunnia! P. Corrlli. 

A. FoifTANA in Torino, 



19. 



mrsEo scisiiTiFico , ecc. — Ajnro x. 



(24 marso .S-W) 



ALFONSO LAlHVRTiNE 




Nel momenlo in cui l'Europa lienc fìssi gli sguardi 
nella grande Ggiira di Laniarline, ministro degli af- 
fari esteri della nuova Repubblica di Francia, giun- 
geranno assai gradile a' nostri lettori le notizie che 
noi diamo di questo sublime poeta, illustre storico 
o integerrimo cittadino, raccolte dagli scrittori 
francesi. 

Alfonso di Lamarline nacque a Macon nei primi 
mesi dell'anno 1791. Il suo avo erasi acconciato al 
servizio della casa d'Orleans, poi se ne ritirò. La 
rivoluzione percosse la sua famiglia, come tutte 
quelle clie favoreggiavano l'antico regime per la 
nascita^ per la riconoscenza e per le opinioni. L'in- 



fanzia di Lamarline fu assai triste ; i suoi pensieri 
volano tuttavia alla prigione dov'egli visitò suo padre. 
I suoi congiunti, che ebbero la ventura dì sfuggire 
alla scure del carnefìce, vissero conGnati nell'oscura 
terra di Milly. 

Quivi egli passò colle sue sorelle una lunga e in- 
nocente fanciullezza, libero, tustico e vagante, in- 
formalo a una squisita morale e a quella perfezione 
di cuore che lo caratterizzano da una madre ammi- 
rabile, di cui egli, dicesi, è 4'immagine viva. 

Non abbandonò questa vita rusticana che per re- 
carsi a Belley, nel collegio dei Padri della Fede. 
Assai meno avventuralo che a Millv, trovò nondi- 



90 



vfSBo saEirriPico, lettxsabio so aitmuco 



meno nel collegio di Rellcy amici ch'egli sempre 
dilesse, e guide indntgonli e racili che vegliarono 
sulla sua educazione con una afTabililà lulla paterna. 
Dopo il collegio, verso il 1809. Lamarline recossi 
n vivere a Lione, donde fece un primo e breve 
viaggio in Ilaiia. Venne poi a Parigi dove si Ijisciò 
andare, benché con temperanza, ai prestigi fascinanti 
della giovinezza, distrallo da' suoi principii religiosi, 
intorbidato talvolta nelle sue credenze, ma non ntai 
empio, nò scrmoneggialore sislemalico. 

Da quest'epoca egli faceva assai versi; ma il suo 
genio, momentaneamente sviato dblla sua vocazione, 
non era ancora entrato nella palestra <lov' egli dovea 
trovare una gloria così sacra e pura. La ristorazione 
operò grandi cangiamenti nel destino di Lnmarline. 
Egli non volle mai servire il governo imperiale, 
ma nel 18H enlrò in una compagnia delle liuanlie 
del cerpo; poi vennero i Cento Giorni, dopo i quali 
egli non riprese più il servigio. Sepolto, nel mezzo 
di Parigi, in una profonda solitudine, egli non ebbe ! 
più fuorché una passione della quale rese immortale 
il celeste oggetto sotto il nome di Elvira. Frattanto 
là Provvidenza gli preparava una terribile prova : 
Elvira trapassò dopo una lunga e crudele malattia: 
e il poeta, affranto dalle fatiche e dai dolori, cadde 
come lei sopra \m lello d'agonia, formando il voto 
di non più rialzarsi. Un sacerdote fu chiamalo al 
capezzale del moribondo. Ignorasi con quali parole 
questi giunse a far rientrare nell'anima del poeta la 
rassegnazione, il pentimento e la speranza: ma I a 
marline promise di vivere e di consacrare la sua 
lira alle lodi di Dio. 

Uno dei primi atti della sua convalescenza fu di 
giltare nel fuoco una raccolta di poesie che erano 
già un pegno certo d' immortalità sulla terra, ma 
che sarebbero stale per avventura un argomento di 
rimprovero davanti al Cielo. Da quel dì la lira di- 
Lamarline fu l'arpa degli antichi profeti, grave e 
pia, ripiena di ammaestramenti, di lagrime e d'ar- 
monie, quando lamentevoli come il salmo di Gere- 
mia, quando melanconiche come il canto dello ver- 
gini sulle sponde dell'Eiifrate, quando trionfanti come 
l'inno della Hedenzione; ma sempre religiose e pure 
come i concerti degli angioli, di cui egli sembra 
la seconda voce; e se talvolta i sospiri dolorosi e le 
ricordanze pungenti della creatura morta vengono 
a mescolarsi agli splendidi omaggi ch'egli innalza 
al Creatore vivente, sgorga da tale contrasto una 
preghiera più lacerante, un grido più rassegnato, 
una lezione più sublime. 

Le Meditazioni poetiche, primi accenti di questa 
musa santificala, comparvero al cominciare del 1820. 
Era un'epoca strana e difficile a definirsi, torbida, 
incerta, inquieta come tulli i tempi di transizione. 
Allora, governi, leggi, belle arti, poesia, letteratura, 
lutto insomma vacillava e cercava di pigliare un 
equilibrio. Tna sola cosa stava ritta e salda: la Re- 



ligione: un solo faro brillava nel mezzo di questa 
notte tempestosa, il t?egno della redenzione degli uo- 
mini ! Ed è appunto a questo segno divino che si 
volsero a loro insaputa tulle le intelligenze e tulli 
i rili. Le Meditazioni poetiche furono un raggio di 
luce che fece comprendere ai poeti e agli artisti i 
veri loro bisogni ; fu Io stendardo che raccolse in- 
torno a sé l'esercito sbrancato; Hi la risposta vitto- 
riosa della fede al grido di anatema, col quale lord 
Byron impauriva il mondo. iVon vi fu che una voce 
per applaudire, e, dopo // Genio del Crisi ianesimO', 
il secolo non era stato testimonio di eguale successo. 
L'autore non'avcva apposto il suo nome alla prima 
edizione; nondimeno nel periodo di pochi mesi qiie- 
slo nome percorse tulle le parti della Francia, e 
per tulio fu collocalo Ira la schiera dei nomi più 
gloriosi. Gloria tanto più soave, omaggi tanto più 
cari in qtianto che immacolata erane la sorgente, 
e il poeta polca vantarsi insieme e della bellezza 
della sua opera e dell'impulso rigeneratore ch'egli 
dava alla lelteraliira della sua nazione. 

La Morte di Socrate, le Nuove meditazioni, l'ul- 
timo canto di Childc-Harold tennero dietro a queste 
prime poesie. La moliiludine non ne vide il pro- 
gresso ; ma le intelligenze elette lo compresero; 
compresero che nello spirilo del poeta opcravasi 
una rivoluzione, la quale dovea condurlo dall' elegia 
al poema, dall'inno puro ^kW^^ meditazione vera. 
Questi prescniimenli si avverarono nelle Armonie, 
pubblicale nel giugno dell'anno 1850. Quivi il genio 
di Lamarline, libero da tulle le pastoie, apre le ali 
e poggia in allo gagliardo e maestoso. Quivi l'ele- 
gia, la scéna circoscritta, le particolarità individuali 
non esistono più: non vi si intende fuorché una voce 
generale che canta per tulle le anime irraggiale 
di poesia e di cristianesimo. Questa voce canta la 
bellezza della notte, l'ebbrezza verginale del mat- 
tino, l'orazione melanconica della sera; essa diventa 
la soave preghiera del fanciullo al suo svegliarsi, 
l'invocazione in coro degli orfanelli, i geniii la- 
mentabili delle ricordanze d'autunno, le magnifiche 
querele dell'angiolo dopo la distruzione dell'intero 
mondo. Questa voce non sembra esprimere fuorché 
un pensiero solo: gloria a Dio! Ma questo pensiero 
veste una forma sempre varieggiala; natura é sem- 
pre la slessa, ma non mai monotona. 

Si può dunque legare la carriera letteraria di La- 
marline a due principali evenimenli: Le prime Me- 
ditazioni e le Armonie. Le jìrime Meditazioni sono 
il canto del poeta vincolalo dalla giovinezza e dalle 
passioni, che porla già al cielo tutte le cose della 
terra, ma che non può ancora seppellire il suo spi- 
rito nella contemplazione piena dell' Eterno e del- 
I l'clernità; le Armonie sono il canto del poeta dive- 
' nulo libero di tulle le sue ricordanze e fralezze, e 
1 che non appartiene più alla terra fuorché pel suono 
' della sua voce. Tulli i jìoemi di Lamarline publli- 



KBLTA RACCOLTA DI UTILI B STARIATE NOZIOm 



91 



cali Ira questi due libri non possono renir consi- 
derali che come Irangazioni, come risultali acciden- 
tali della grand' opera di ricomposizione che faceasi 
in lui. Non pretendiamo dire che questi pezzi siano 
inferiori di forma e di pensiero a quelli che li hanno 
preceduti o seguitati ; vogliamo dire soltanto che ci 
paiono avere una meno grande importanza nell'esi- 
stenza generale del poeta. 

Dall'anno 1821, Lautartine, docile ai desiderii 
delia sua famiglia, avea accettata una carica nella 
legazione di Firenze; prima della sua parlila, con- 
trasse un matrimonio conforme a'voli del suo cuore. 
Tornò a Parigi, dopo selle anni di assenza, per far 
la sua entrala nell'Accademia Francese e per ren- 
der di pubblico diritto le Armonie. Alcuni mesi 
avanti sua madre mori soflbcata nel bagno; sua 
madre, quest'angiolo proleggilore di tutti i suoi anni, 
al quale avea innalzalo nel suo cuore un aliare 
vicino a quello su cui egli ardeva incensi così puri 
in lode dell'Elerno. Lamarline non potè essere di- 
stratto dal suo profondissimo cordoglio per lo spet- 
tacolo degli omaggi che gli pervenivano da tulle 
le parli a celebrare il suo ritorno. Questi omaggi 
aveano nondimeno dirillo di maravigliarlo. Prima 
di lasciare la Francia, il suo genio era stalo assa- 
lilo dall'invidia, le sue opere lacerate dal livore; 
egli non aspettava di trovare al ritorno la sua fama 
così grande, cosi unanime rammìrazione. Apparec- 
chiavasi a tornare in Toscana, quando scoppiò la 
rivoluzione di luglio che gli lolse la carica di mi- 
nistro in Toscana, e lo richiamò alla vita privala. 

f.amartine si ritrasse in provincia e visse per due 
anni in una profonda solitudine. Pubblicò in questo 
intervallo un' Ode al popolo, sul processo degli ul- 
timi ministri di Carlo X, dove i pensieri più nobili 
sono espressi nei più" splendidi versi » una risposta 
all'autore di NémesiSj che avealo assalilo con enorme 
scandalo, e un opuscolo intitolato: Della politica 
razionale. Si presentò come candidalo alla deputa- 
zione nella sua terra natale; ma la città di Macon, 
che dovea menare sì gran vanto di aver dato il 
giorno al primo poeta di quell'epoca, non avvisò di 
fidargli il mandato di deputalo. 

Nel 1852, Lamarline mise finalmenle ad elTetlo 
un disegno che da lungo tempo accarezzava; parli 
colla moglie e colla figliuola per la Grecia « per 
l'Oriente. Un vascello, ch'egli slesso avea noleggialo, 
lo condusse al Cairo: quivi pose piede a terra e vi- 
sitò aila lor volta l'Egitto, la Terra Santa, la Siria 
e l'Asia minore. A Smirne una sventura terribile 
come la morte di sua madre lo percosse; perdette 
la sua figliuola, la sua unica tigliuola, fanciulla di 
dieci anni. Neil' istante che questa figliuola adorata 
rendeva l'ultimo sospiro, nuove di Francia gli ao 
nunziarono che una città del dipartimento del Nord 
Io eleggeva a rappresentante. Ma che mai gli importava 
allora questo tardo omaggio prestalo al suo genio 



e al siio cuore? Colla morte Dell'anima fece seppel- 
lire la figliuola ; e lo slesso vascello che aveva por- 
talo in EgiUQ la figliuola e il padre, riporlo in Francia 
la figliuola sola e morta. La sua tomba fu condotta 
a Sainl-Poinl, nella campagna dov'era nata. Lamar- 
line non polendosi piif occupare intorno agli studii, 
pei quali aveva intrapreso il suo viaggio, si affrettò 
di tornare in Francia. Comparve nella camera dei 
deputati nel principio dell'anno 1834. Non andò 
guari che pubblicò l' istoria del suo viaggio in 
Oriente, le cui pagine non sono meno calde d'in- 
spirazione di quelle che Chateaubriand scrisse in 
Gerusalemme. 

Ciò che ha di ammirabile e singolare in questo 
genio, si è che nulla ritiene dell'epoca in mezzo 
alla quale scrisse. La sua poesia appartiene a tutte 
le età; è qualcosa di grande, d'universale, di pri- 
mitivo, come la Bibbia, Dante e Omero. Si disse 
con ragione che Lamarline avrebbe alzalo la voce 
e sarebbesi levalo nel mondo così raggiante come 
lo vediamo, ove anche tutti i libri conosciuti fossero 
stati distrulli prima della sua nascila. Ciò avviene 
perchè si abbevera alle grandi fonti: l'Eternità di 
Dio, l'Immortalità dell'anima! 

Il Globe, uno dei migliori giornali francesi di 
critica, ci spiega conr.e Lamarline pervenne a coa- 
seguire l'immensa popolarità di cui gode: 

« Lamarline per ciò stesso che ordina umilmente 
la sua poesia alle verità della tradizione, che vede 
e giudica il mondo e la vita come fu appreso a noi 
di giudicarli e vederli dall' infanzia, risponde mara- 
vigliosamente al pensiero di tulli coloro che hanno 
conservato le impressioni primitive, o che, aven- 
dole rigettate, più tardi se ne rammentano con do- 
lore mescolalo a tenerezza. Egli s'inganna allorché 
dice che i suoi versi non s'indirizzano fuorché a un 
piccol numero. Di tutte le poesie de' nostri di, non 
ve n'ha alcuna che più della sua signoreggi il cuore 
delle donne, delle giovinette e degli uomini sensivi. 
La sua morale è quella eh' è seguitala da noi; egli 
ci ripete con una leggiadria, con un vezzo al tulio 
nuovo ciò che ci fu detto mille volley ci fa riprovare 
con lagrime soavi ciò che abbiamo già sentito, e 
ognuno meraviglia, ascollandolo, d'intendere se stesso 
gemere o cantare col'a voce sublime di un poeta... 
Niuno sforzo, niuna riflessione tratta cogli argani 
per giungere dove ci porla la sua filosofia; egli ci 
piglia dove siamo, cammina qualche tempo coi più 
semplici e non s'innalza che verso quelle parti ào\e 
il cuore soprallutlo può levarsi. Le sue idee sull'a- 
more e sulla bellezza, sulla morte e sull'altra vita, 
sono tali che ciascuno le presente, le sogna, le ama... 
È una specie d'originalità ben rara e desiderevo'e 
quella la quale si acconcia così agevolmente colle 
idee ricevute, coi sentimenti consacrali ; la quale 
parla della morie come ne pensa la femminella che 
prega, come se oe parla da tempo immemorabile 



MUSBO SCIRNTIFICO. LRTTRRARIO RD ARTISTICO 



nella rliio<a o nella fumiglia, e la quale Irova, ripo- 
lemiono queste doUriiie, una sublimila senza sforzo 
V inaudita sino a! tempo prc<«nte...» 

I. amari ino pubblicò l'anno scorso la Storia dei 
(tirondin'y la quale ò splendida e ma^avi^liosa por 
la sublimila de* concetti, per fa sapienza e l'ampiezza 
delle vedute, pel calore dell' inspirazione e per la 
grandezza d«-lle coso tratteggiale: in due soli giorni, 
nella sola Parigi, più di 6,000 copie no furono 
smerciale. 

Nelle camere egli favoreggiò il trono, finche que- 
Rlo non si fece strumento di corruzione; ma (piando 
si rese colpevole d'una cieca ed insana perfidia, 
egli lo rinnegò solennemente e slese la destra r.lla 
nazione, sul cui capo un re protervo ed un ministro 
cieco ponevano il piede sacrilegamente. Le sue pa- 
role tuonarono nell'animo dei tristi come un suono 
funereo, e ravvivarono nel cuore de* buoni la spe- 
ranza, il coraggio e l'ardimento... Egli trionfò, e la 
Repubblica di Francia gli dona un premio che i più 
splendidi genii hanno di rado conseguito sulla lerr-, 
— una venerazione universale. 

// Direttore. 



DON GIOVANNI D MSTRIA E MICHELE CERVANTES 

ALLA BATTAGLIA DI LEPANTO 

In questa prodigiosa battaglia i cristiani salvarono 
il [lalladio della fede minacciata orrendamente dai 
Turchi. Tutti, e singolarmi nle i Veneziani, combal- 
lerono da giganti. In p che ore uccisero meglio di 
trentamila Turchi, liberarono dodicimila schiavi cri- 
stiani, «icquistarono cento diciassette cannoni, diie- 
ccnlo cinquantotto pezzi d'artiglieria minore e di- 
ciassette petrierc, fecero prigioni circa quattromila, 
raccolsero un* immensa e quasi incredibile copia di 
danaro, di armi, di arnesi e di vesti doviziose: poi- 
ché i Tur.hi estimando mettere in fuga i cristiani 
colla sola vista, comparirono alla battaglia ornati 
di magnifici abbigliamenti e circondali di tutte quelle 
delizie che erano avvezzi a godersi nella sicurezza 
della città. 

Supremo conduttore de'cristiani era Don Giovanni 
d'Austria, fratello naturale di Filippo ii di Spagna. 
Nel calore della zuffa, combattendo egli più che da 
eroe, so\ rappreso dall'impeto de' nemici, dovette in 
dietreggiare. iMa sia che il piede gli sdnicciolasse 
sopra l'intavolato lubrico di sangue, o qual altra ne 
fosse la cagione, cadde accennando di precipitare 
supino nel mare. Ma un soldato spagnuolo, che uhi 
gli si era mai dilungalo dal fianco, lo abbrancò for 
temente con la destra per la cintura, mentre colla 
sini.-.lra si atteneva al sarchiamo del vascello. Se 
non che ud colpo nemico gli tronca d'improvviso il 
braccio, e tutti e due stanno per precipitare «cnza 
rimedio nell'acqua. Allora il soldato affeira coi denli 



un cavo e quivi si tiene gagliardissimamcnle finché 
accorse pronto l'aiuto e i due valorosi son salvi. 

Chi era quel prode spagnuolo? — Udiamolo dal 
labbro del Guerrazzi. 

« La notte, dire egli, Don Giovanni, consiglialo 
dalla egregia sua indole, volle prima di tulio si prov- 
vedesse ai feriti... Egli stesso, non indulgendo a fa- 
tica, così senza- prender cibo si recò a visitare i 
giacenti. Poco invero poteva egli giovare effettuai - 
mente a quei miseri, ma la presenza am>ca, la maestà 
dello aspetto, una parola di refrigerio rese a qual- 
cheduno di loro m«^no acerbo lo spasimo delle pia- 
ghe, più tolleranda la morte. Ora accadde, che pas- 
sando presso a un giacente sopra un mucchio di pa- 
glia. Don, Giovanni sentisse con molta famigliarità 
chiamarsi : 

— Buona sera, don Giovanni ! 

E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma 
su quel subito non ricordava di quale si fosse, rispose 
nel paterno sermone, come appunto favellava il gia- 
cente : 

— Dio vi guardi, prode uomo, e la Santa Vergine: 
voi, a quanto pare, siete rimasto offeso; sopportale 
pazientemente ; fo voto a Die per la vostra salute... 
A poco prezzo avete acquistato una fama immortale... 

— Il prezzo non è poco; ma non im|)orta. Don 
Giovanni, voi avolo sembiante di non ravvisarmi... 

— Mi sembra!. ..Ma sarebbe impossibile!... Don 
Michele?... 

— Cervantes Saavedra, lutto vostro per la vita e 
per la morte. 

— Ah! Don Michele mio, datemi la mano... 

— lo ve l'ho data, don Giovanni; se potesse cre- 
scermi di nuovo, io di nuovo ve la darei, in fede 
di Dio.... 

E il giacente mostrava per l'aria scura il braccio 
mutilato involto di panni sanguinosi. Don Giovanni 
allora riconobbe in lui il soldato che lo sostenne 
precipitante in pericolo di vila : tacque, e se il buio 
non era, noi vedevamo piangere lo invillo capitano. 
Scorso un lieve spazio di tempo, don Giovanni ri- 
prese con voce lulla commossa : 

— E quando siele arrivato? E perché non vi mo- 
straste ? 

— Tardi venni, perchè da Genova a Napoli, mercè 
il santo collegio dell» muse(l), di cui mi confesso 
sacerdote indegnissimo, non mi trovai danaro siiflì- 
ciente da pagare cavallo e vettura, e Dio sa se io 
me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; 
ma, come piacque alla Nostra Signora, mi trovai alla 
mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva statuito 
mettermi nella battaglia al vostro fianco, disposto a 
difendere colla mia vila il fortissimo campione della 

fi) Apollo, lua merco, tua mercè, santo 

Ccllcgio «Ielle Muse, io non mi trovo 
Tanto per voi, eli* io possa farmi un manto. 

.\riosto, Satire. 



•CRLTA lACCOLTA DI UTILI B STAIIATH NOZIONI 



Oì 




crìslianilà, e il sangue più nobile di Spagna-, la for- 
tuna amica per questa volta mi assentiva pieno il 
disegno; ed io devo ringraziarla, se avendole data 
la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno. 
Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè se 
la morte mi risparmiava, avrei potuto stringere la 
vostra destra onorata, e rallegrarmi della vostra 
gloria-, se all'opposto era destinalo ch'io soccom- 
bessi, ignorandolo voi, non ne avrebbe sentito cor- 
doglio l'animo vostro amorosissimo, e se finalmente 
dovevamo morire ambedue, ci troveremmo addesso 
alla presenza di Dio... 

Queste parole semplici e nonostante maestose di 
grandezza ci empivano di maraviglia, quando uno 
Spagnuolo interruppe il silenzio religioso, osser- 
vando: — Chi mai avrebbe creduto incontrare tra 



i guetrieri di Lepanto il nostro poeta ! — Alla quale 
considerazione don Michele sem|)re pacalo rispose: 

— Cavaliere, voi cessereste dallo stupore, ove po- 
neste mente che tutto quanto apparisce grande, forte 
e magnifico, è poesia. Don Giovanni nostro deve sa- 
lutarsi come l'altissimo poeta della Spagna... di due 
ragioni vi hanno poeti — quelli che operano le cose 
beile, e gli altri che le cantano. — Don Giovanni ci 
ha dato l'argomento del poema — addesso chi com- 
porrà per lui la nobile epopea ? Ah ! signore... non 
io... che non mi sento da tanto. 

Così s' incontravano i due più eletti spiriti che 
abbia mai partorito la Spagna: entrambi grandissimi 
e infelicissimi, e tenuti in piccolo conto in quella 
contrada, che tra i posteri avrà fama principalmente 
perchè patria di loro. 



LA LEGA LOMBARDA 

SPECIALMENTE NELLE SUE RELAZIONI COL PIEMONTE 



NelC ora » in cui gli eroici Milanesi stanno per 
strozzare l'aquila tedesca ,' la quale per tanti se- 
coli si è impinguata del sangue italiano, e si ma' 
strano al tutto degni figliuoli di que' grandissimi 
che hanno giurato a Pvntida e combattuto a Le- 
gnano, giungerà oltre misura gradito ai nostri let- 
tori uno scritto Mei cav. prof. A. Paravia sulla 
Lega Loìibardà, la quale fu il primo grand' atto 
nazionale dell' Italia cristiana. E noi, nel dargli 
luogo in queste colonne, non vogliamo omettere 



l'occasione di ringraziare il ch.'>"> Professore degli 
articoli di cui fa dono al Musco, articoli dove alla 
rara spontaneità, parsimonia e originalità di »tiU 
è sempre congiunta m-Ala sapienza di erudizione . 
gagliardia di concetti e certo calore che *i solleva 
alla mente e scende al cuore. Il Direttore. 

Morto rimperad'ire Corrado (1152), gli successo 
Federigo I, detto Barbarossa, il quale recando nello 
vene il doppio sangue de' Ghibellini e de' Guelfi, 



91 



MMBO tCIKirriPICn. LRTTM.tllO BO ARTWTICO 



parca dio esser dovesse il pegno di pace fra (incile 
due razioni , che già slraziavan 1' Italia, quand'egli 
non fece elio accrescere le iiimislà dello une e 
quindi le sventure dell'altra. So ne slava egli nella 
calledralc di Costanza , per occasion della Dieta, 
quando ecco due Lodigiani gli si rappresentano in- 
nanzi con in mano le croci, gli si buttano a' piedi, 
ed esponendo con molte lagrime le ingiurie patite 
dai lUilanesi, no richieggono all' imperadorc salisfa- 
zione e giustizia. Alterato egli a questo racconto, 
manda un suo legato a' Milanesi , confortandogli a 
ristorare i Lodigiani dei danni soll'erti; ma i consoli 
della Milanese Uepubblica, ben lungi dal piegarsi a-qiie- 
sti conforti, fecero in pezzi e calpestarono le imperiali 
lettere che si contenevano , e al legato medesimo 
avrebbon poste, in quel primo impeto, lo mani ad- 
dosso, se questi col ripararsi da prima in un mo- 
nislero, e fuggir quindi col favore delia notte, non 
avesse impedito a Milano un misfatto e un'oiVesa a 
se stesso. Rapportata ogni cosa a Federigo, questi 
giurò vendicarsene, e del suo giuramento fu troppo 
buono mantenitore. Entrò in fatto (1154) con grosso 
esercito in Italia, attraversando il Tirolo, e giù ve- 
nendo pel lago di Garda. Nello scorcio di ottobre, 
tenne la consueta Dieta in Roncaglia, là nei prati 
del Piacentino, ed entrò poscia nell'odierno Pie- 
monte. Celebralo il santo Natale in Vercelli, lo ac- 
colse Torino fra le sue mura, ma per piccolo tempo, 
perchè era suo intendimento struggere quelle re- 
pubbliche, che profittando della lontananza degl'im- 
peradori, del favore de' papi, della debolezza dei 
baroni e della connivenza de' vescovi, s'erano quinci 
e quindi consliluite, con tanto pregiudicio della im- 
periale autorità , a cui pur dicevano di mantenersi 
sem|)re fedeli. Una di queste repubbliche era quella 
di Asti, salita in poco tempo a tale potenza, che 
guastatasi con Guglielmo, Marchese di Monferrato, 
ebbe virtù da guerreggiarlo e ventura da vincerlo; 
se bene non fu solo nel merito di quella vittoria ; 
perchè pare che sia corso in suo aiuto la città di 
Chicri, che sin dal princìpio di questo secolo, scossa 
la potestà episcopale, s'era constiluita, del paro che 
Asti, in repubblica. Ora questi due potenti e liberi 
Stati erano un continuo pruno negli occhi del su- 
perbo marchese di Monferrato , che vie più imbal- 
danzito dalla sua cognazione coll'imperador Federigo 
(avendone impalmala una nipote), colse la opportunità 
della Dieta di Roncaglia per rappresentarsi all' Au- 
gusto congiunto, e chiedergli la rivendicazione di 
non so quali diritti, che Asti e Chieri gli avevano 
a prova usurpati. L' imporadore accolse i suoi ri- 
chiami, o interpellò i due Comuni a rispondere; ma 
dacché essi non comparvero, e' gli chiarì entrambi 
ribelli, e per recargli alla obbedienza, statuì, secondo 
la crudele giustìzia di que' barbari tempi, di sler- 
ininarli. Egli adunque venuto, come io diceva, sul 
principiar dell'anno (1155) a Torino, varcò- il Po 



ove era più povero di arcpie, e quindi ripiegò verso 
Chieri, i:ìitd (jrande e forte, come la dico egli slesso 
in una lettera che scrisse a suo zio, il celebre Ot- 
tone di Fresinga. I Chieriesi , all' appressarsi del 
l'odiato nemico, ripararono nei propincpii colli, ma 
votando le case, lasciaron colme le dispense e le 
cantine -, sì che entratovi il Tedesco , non ad altro 
attese che a rimpinzarsi ed a bere , e solo allora 
che fu sazio e briaco, strusse le torri, arse le case, 
e volò sopra Asti. E gli Astigiani a fare il medesimo 
the i. Chieriesi; e il buon Tedesco a far lo slesso 
che a Chieri -, cosi rimasi in Asti alcun tempo a di- 
lello, i barbari vi misero il fuoco, e corsero sopra 
Tortona. La facea nimica a Federigo la sua aderenza 
co' Milanesi, i quali come seppero che egli s'appa- 
recchiava a espugnarla, vi spediron lor genti a di- 
fenderla, ma troppo lardi, perchè Federigo, che già 
vi slava a oste, ne impedi loro la entrata. Incominciò 
l'assedio a' 14 di febbraio di quell'anno 1155, bra- 
vamente difendendosi quei di dentro, e agli Impe- 
riali e Pavesi, che duramente gli strìngevano, reii 
dendo (come scrive il cronista Torlonesc pubbli- 
cato dal Costa) pan per focaccia. Noialo il superbo 
Rarbarossa di questa opposizione, e lornatagli vana 
la pruova di avvelenarne le fonti, deliberò ai 14 
di aprile di darla scalata; durò quella mischia, con 
molta occisione da entrambe le partì, sino al mezzo 
della notte; dopo il qual tempo, e gli uni e gli altri 
attesero a curare i lor feriti, a seppellire i lor morti; 
e i Tortonesi per giunta a risarcir le mura sfasciale. 
Il giorno appresso l'imperador fece lor la chiamala; 
ma non avendo essi voluto rispondervi, egli cacciò 
oltre le sue genti, e con tanta felicita, che potè in- 
signorirsi di molti borghi, tutti menando a fil di 
spada^.... non guardando (dice il Cronista) né a età, 
ne a sesso. Oh! come è bello il vedere una italiana 
città far testa essa sola a uno straniero esercito, a 
(ine di mantenere la propria independenza, e procac- 
ciarsi così la splendida testimonianza della storia! 
Ma i Tortonesi, come che arTorlificati dalle risarcilc 
mura, e dal non mai caduto coraggio, avevano, oltre 
al Tedesco, im altro nimico da combaltere, non già 
straniero ma domestico contro a cui non ù m.uro 
o braccio che tenga, io dico la fame e la sete; cinti 
dalle quali, delìberaron di arrendersi non senza però 
lunghe diete e consigli, e con l'unica condizione, 
che fossero salva la vita, e che ognuno s'avesse in 
|)roprio quanto recar polea sulle spalle. « Uscirono 
« (dice r ingenuo Cronista) i cittadini con le povere 
« mogli e figliuoli, vidue et orfane, squallidi e mn- 
« cilenlì, con tanti pianti et omei , che bene erano 
• degni dì compassione. Sì vedea taW padri e madri 
« con otto o dieci figliuoletti piccoli, li poveri vecchi 
« e vecchie che parca che fossero slati sepolti ; le 
« vergini a Dio sacrate, abbandonate da tulli, -che il 
« stridor loro andava sino al Cielo. Usci ullimamenh; 
« il Vescovo con tutto il Clero e la croce con molte 



SCELTA MACCOLTA DI UTILI K SVARIATR NOZIONI 



95 



« reliquie, il qual andò a ;;il(arsi a' piedi di Federico, 
t. e genuflesso gli domnndò gralia , che poi clic la 
a cillà doveva esser posta a sacco, che almeno non 
• fossero minale le case, le chiese, né li monasteri, 
« nò luoghi sacri ; et tra 1' altre raccomandandogli 
3 la chiesa maggior, dove sono tanti corpi di Santi, 
« a ciò che dopo il sacco potessero ritornare. Ma 
« Federico kiesorabile, non solo non gli fa gratia, ma 
« né anco gli dà risposta ». E seguita narrando come 
i fedeli alleali di Federigo, i Pavesi, si rallegrassero 
di questa vittoria, e volgessero in gioco le calamità 
dei Tortonesi, qual se calamità italiane non fossero; 
e narra, come volata al fin la città, e uscitine insino 
a' feriti, e chi non poteva andare era portato^ furono 
i Tedeschi i primi ad entrarvi e a metterla a. sacco, 
qual durò tre giorni interi; v'enlraron poscia i Pa- 
vesi, I quali finirono il sacco ^ buttandone a terra 
le mura, rappiccandovi il foco, in modo che restò de- 
solatissima. Ma quella desolazione durò poco; imper- 
ciocché i Milanesi, commossi alla vista degl' infelici 
abitanti di Tortona, rimasi senza averi e senza tetto 
per non altra colpa che quella di esser loro alleati, 
deliberarono di rifare ad essi la patria^ e come che 
disturbali da' Pavesi, da questi spergiuri Italiani che 
aveano Aendulo anima e braccio allo straniero, giun- 
sero però a capo di colorire in breve tempo il loro 
generoso disegno. Né Federigo parve accorgersi di 
questa resurrezione di Tortona, sollecito com'era 
di condursi a Roma per farsi coronare dal papa, e 
frenar così i rubelli con la veneranda autorità della 
Chiesa ; parato poi sempre (e fosse il solo !) a disco- 
noscer la Chiesa sempre che gli fosse d'intoppo alle 
violenti sue imprese. Preceduto adunque dal grido 
di lanle mine e bagnalo di tanto sangue, capitò Fe- 
rigo a Hora?, dove per conseguire la desiderata co- 
rona, non fu atto di sommessione a cJi non iscen- 
dcsse verso il pontefice Adriano IV, sino a mettergli 
nelle mani il famoso Arnaldo da Brescia, il quale 
con le fiamme a cui fu dato il suo corpo, e con le 
acque in cui si gillaron le sue ceneri, espiò la in- 
cauta idea di rizzare sulle mine del pontificalo la 
maestà de' consoli e l'autorità de' tribuni. Ma tutte 
quelle dimostrazioni di ossequio, per ciò che erano 
interessale, esser dovean passeggiere; che il papa 
volea francare la sua autorità dalla giurisdizion del- 
l' impero ; l' imperadore volea distendere i suoi do- 
minii con pregiudicio della Chiesa; quindi gelosie, 
pretensioni, litigi, che dovean condurre a una inevi- 
tabile guerra. La quale, non già sopita, ma fu anzi 
raccesa dall'altra Dieta che tenne in Roncaglia Fe- 
derigo nella seconda sua calala in Italia (1158). Quivi 
infatlo da' Deputati delle città italiane in numero 
di venlollo, e da quattro giureconsulti dello studio 
di Bologna [che all'uso dogli crudiii guardavano 
sempre al passato, e mai al moderno) si fermarono 
solennemente le ragioni dell'alta sovranità dei re 
di Lombardia . ma quesle ragioni bisognava riven- 



dicarle da chi le aveva usurpale, bisognava man- 
tenerle contro a chi non volea riconoscerle ; ecco 
adunque un pomo di disconlia gìltato Ira la Chiesa 
e l'Impero, tra Federigo e Milano; ecco mattirarsi 
i sensi di una delle più terribili, e a un tempo 
slesso delle più importanti guerre, che siansi mai 
vedute ardere in Italia; sì come quella (dice il Leo), 
nella quale «s'aveva a decidere, se i Tedeschi do- 
« vesserò essere astretti a rintniziare a qiie'diritti, 
« che possedevano da tempo immemorabile in Italia, 
« e che ultimamente avevano confermati con una 
« legge concordata da tutti, o veramente se l'Italia, 
« e la nuova vita politica ed intellettuale che comin 
«clava in essa a mostrarsi, dovessero essere immo- 
« late alla sicurezza di un cavaliere alemanno, sulla 
« cui fronte posasse una splendente corona. • 

Celebrala questa seconda Dieta, Federigo svernò 
nel paese di Monferrato, e proprio in quel borgo 
di Marengo, dove tanti secoli appresso un generale 
italiano dovea piantare quella libertà, che un impe- 
radore tedesco attendeva oia a distruggere. Soprav- 
venne intanto la mqrte di papa .\driano (1159); a 
cui successe Alessandro IH; elezione, che spiapquc 
al Barbarossa, il qual vi oppose un antipapa. Vit- 
tore IV; che fu dal vero e legittimo papa scomuni- 
cato, del pari che l' imperador che lo elesse. Men- 
tre che la Chiesa di Cristo era aftlitla da questi 
scandali e da questi scisma, la infelice Milano, 
sempre avversa all' imperiai dispotismo, era sotto- 
posta (1161) ad uno de' più memorabili assedii, di 
cui si abbia nelle storie notizia; assedio stretto con 
tal vigore e condotto sì a lungo, che i poveri Mila- 
nesi, parlili dalla discordia e dalla fame slimolati, 
ebbero a gran mercede di arrendersi. Si rappresen- 
tarono al superbo imperadore da prima i consoli 
a giurargli fedeltà, poscia trecento cittadini a olTe- 
rirgli i vessilli e le chiavi; da ultimo lutto il popolo, 
scompartito in cento schiere, con funi al collo, cenere 
sul capo, in mano la croce, e tulli chiedenti mercè, 
d'immolò un diluvio di piova, sin die fini il desi- 
nare imperiale; allora solo furono per grazia intro- 
messi; tanta miseria, tanta umiltà, tanto dolore 
mosse tutti i cortigiani alle lagrime ; il solo Federigo 
(dice Burcardo) mantenne una faccia di pietra-^ eb- 
bero mercè della vita ; tutto il resto fu licenziato 
alle fiamme. 

Pare che a ristorar gli animi, adJolorali per tulle 
quesle ruiiie, abbia il Nostradamus immaginato un 
fallo, che essendo avvenuto in Torino, io sarei di 
ragione rimproveralo se lo tacessi. Dice egli adunque 
che in quell'anno medesimo che ardeva la inft-lice 
Milano « Raimondo Bcrlinghieri conte di Provenza 
• essendo venuto ad abboccarsi in Toriao con Fe- 
« derico I imperatore, traesse seco una gran turba 
■ di poeti provenzali; e che lo stesso imperatore 
« Barbarossa, dilettatosi mollo de' loro canti, non 
a solo onoralo gli abbia di ricchi presenti, ma che 
«nella loro lingua componesse un epigramma. » 
(Sauli, Condiz. degli studi^ ecc.) Ma un feroce prin- 
cipe, com'era il Barbarossa, non meritava di goderò 



96 



Mi'SRf» &l:lK^T:Fl^.o. i.KTTKH.\nio r.i) \iiTiSTif:n— m:rlta NtcciiiTA di utili bkvarutr nozioni 



il consorzia gentil Oolle Muse-, e infallo lo Schlegel 
gli nega ogni poetica virlù, benché a comporre qnell' 
epigramma, che di lui ci resta, ce no volesse assai 
poca. Al che si agi^iiinga, che i duo gravi storici della 
Liguria, il T.alTaro e H (liuirredo, nun dicon pur 
verbo di questo corteggio di trovatori e giullari che 
accompagnava il conte di Proven/a; nò di queste 
canzoni ed epigrammi, onde risonava di que' giorni 
Torino; narra anzi il OiolTredo • come, appena 
« varcale Io Alpi, il vecchio Berengario amnìalassc 

• nel borgo di San Dalma/zo, e cmne venuto a vi- 
« sitarlo lo slesso Imperatore, giungesse al letto di 
" lui nel punto medesimo in cui slava per esalare 

• l'ullinto fiMo. (Id.) • Or come credere che l'Im- 
peradore, percosso dallo s|)etlact»lo di questa morte, 
avesse animo qua in Torino di ascoltare le canzoni 
de'pocli |>roven/alii e che se ne dilellasso il giovine 
conte IJerengario, a cui la recente perdita dello zio 
inspirar doveva, se no per alì'cllo, almeno per de- 
cenza, un troppo diverso contegno? 

ISIa tornando a MiJa'io e alle sue himanti ruine, 
male immaginò l'imperiale dispotismo di rizzar sovra 
essi il suo irono, se da quelle ruine medesime do- 
veva più che mai sorger vivo il sentimento della 
nazionale indipendenza. Al che davano anche cagione 
le violenze dei ministri imperiali, neh' esercizio 
dei loro impieghi ; e vi dava ansa la reveienda 
autorità di Alessandro III , che dai sinodi di Lodi 
e di Tolosa era sialo riconosciuto ponlefice, in con- 
fronto degli antipapi , che Federico non trala- 
sciava di opporgli. Né a questa scontentezza, anzi a 
questo molo di Lombardia reslò indilTerenle la vene- 
ziana repubblica, siccome quella che lasciando cre- 
scere smìsurniamenle l'imperiale potestà, beavedea 
che si sarebbe indfbolila e forse annichilila la pro- 
pria ; ond'ella non penò ad entrare nella Lega Lom- 
barda , e vi tirò col suo esempio Padova, Vicenza, 
Verona e Treviso. Al grido di questa italica confe- 
derazione l'imperatore tornò in Germania per rifor- 
nirsi dì genti; quindi scese in Italia (1166), e ilo a 
Homa, fu colà dall'antipapa Pasquale coronalo impe- 
ratore; se non che il cielo per nioslrare la illegalità 
di quel! allo, mandò un di quei flagelli, con che suol 
castigare e popoli e re ; fu esso un micidiale conta- 
gio, che entralo nelle file del tedesco esercito, così 
in pochi giorni le diradò, che se Federigo non volle 
vedersele tulle morie in sugli occhi, gli fu mestieri 
torsi quindi improvviso, e riparare frettolosamente 
a Pavia. Ma in questo mezzo l'italiana indipendenza 
avca giuralo il suo patto. In Ponlida, monislero del 
territorio bergamasco , si stabilirono le condizioni 
della famosa lega, o concordia come la dissero allora, 
lombarda; e ù stabilirono l'anno 1167 , il di 7 di 
aprile; mese, che dovea esser fecondo per 1' Italia 
di molle glorie , perocché ai tre di aprile si smarrì 
Dante nella misteriosa sua selva; ai 6 di- aprile in- 
namorò il Petrarca della pudica sua Laura ; ai 7 di 
aprile si giurò in Ponlida di combattere e sterminar 
lo straniero. Questa lega si ratificò in modo vieppiù 
solenne il giorno primo dicembre di quel m«'desimo 
anno; i)erchè veggendo l'imperatore come si facesse 
ogni di più rigorosa e polente , slimò bene di op- 
por\Ì3Ì con forze proporzionale ; al ipiale elVello si 

Stabilimento tipografico 



ricondusse in Germania , ma scender di poi, quanì 
torrente devastatore, in Italia. 

Ora in queslo fremilo, anzi in questa sollevazione 
delle ilaiiclie cilià contro all'autorilà imperiale, voi 
sarete vogliosi di sa|)ere da «piai parte pendesse il 
conte di Savoia, Lmbcrlo. Mi pesa il dirvelo, ma egli 
era tutto dedito agli interessi iniiH^riaH; anzi fu egli 
forse uno di coloro che ptsrsiiasero l'arsione dell'in- 
felice Milano ; arsione, che fu bensì dallo straniero 
vohHa, uia fu dall'italiano operata. E che anche dopo 
il solenne giuramento di Ponlida perseverasse il conte 
Uniberto nella fazione imperiale , mei proverebbe il 
vedere, che Federigo passò gran parie di quel verno 
(1107-68) nelle terre di lui. Certo è, ch'egli era a 
Susa, (piando avvenne casoi per cui hi posta a ubo- 
raglio non pure la libertà di Federigo, ma la stessa 
sua vita. Sino dai primi moli della Lega aveva egli 
chiesto e ottenuto degli slalichi dalle città lombarde, 
quasi arra di una fede che esse eran preste a vio 
lare; e questi slalichi o conduceva seco, o li dava 
a guardare a' suoi fedeli; era un di questi il conte 
di Riandrate; perchè i Milanesi ne osteggiavano il suo 
castello, lo presero e ne cavarono gli ostaggi, mei 
tendo a tìl di spada i soldati tedeschi che lo puer- 
ili vano. Alteratosi Federico per questo fallo, elesse 
uno stalico bresciano, e per rappresaglia lo fece 
impcndere a Susa; ma i Susini^ che sino dai tempi 
del terzo Amedeo s'erano constiluili in libero reg- 
menlo , e avevano però quella altezza di sentire 
che procede dall'independenza del vivere, mal com- 
portarono di vedere bagnata la loro città di quel 
sangue innocente; pochi , ma animati , si levarono 
in armi, largaron gli schiavi, e corsi alla stanza da 
letti» dell'imperatore coll'intenzione di affogarlo, l'a- 
vrebbono anche effettuala , se Federigo non avesse 
posto a giacere in suo luogo un soldato tedesco, che ■ 
molto Io assomigliava, e che pagò con la vita il hi- 
neslo privilegio di questa rassomiglianza; mentre lo 
scaltro Fedecigo, di terra in terra varcando, si ri- 
duceva, con molla difficoltà e slenti, in Germania. 
E chi sa che in quel suo fuggire disguisato e pauroso 
egli non abbia fallo riscontro di sé col suo emulo , 
papa Alessandro, che travestito esso pure aveva do- 
vuto ricoverarsi in Benevento, per campar dalla rab- 
bia tedesca? (Continua) P. A. Paravia. 



Nell'idlimo numero del Museo, nel nostro articolo: 
Un gesuita in Moncalvo, noi abbiamo lasciato correr»; 
alcune parole che potrebbero per avventura offuscare 
la riputazione di un probo e integerrimo sacerdote. 
A ciò fummo indullida lettera autentica di chi mostra 
di fare professione d'on«^slà. Ora noi ritrattiamo con 
vivo piacere quelle parole perchè sappiamo da fonie 
sicurissima che il rettore del convillo di Moncalvo, 
al quale erano rivolto le nostre voci, è uomo ornato 
di ogni più gentile virlù, abborrenle per indole e per 
cuore da lutti gli aggiramenti e tranelli gesuitici, e 
inlento a dare alla gioventù quell'educazione evan- 
gelica e forte, che si addice a'tempi che corrono. 

P. Gorelli. 

di A. FoHTAnA in Torino. 



i:i. 



MUSCO SCIXlfTZFICO , eoe. — Aimo X. 



(I aprile 1848) 



IL CARROCCIO 



!,!!■;• r-n;T-;minil!;^r'n:icii])iirF; 



o 




Ecco il disCi^no che splende in Ironie s«l giornale 
di Casal-Monferrato, il Carroccio, il quale corre 
valorosamenle pel cammino della civile e santa li- 
bertà italiana. 



Niun momento è più propizio del presente per 
oiTrire agli occhi dell'Italia l'antica gloriosissima 
insegna della sua indipendenza. La mano di Dio 
scrolla e atterra redifìzio della tirannide^ qucH'edi- 



98 



MWBO •CISHTIPICO. LBTTBflAlllO SD ARTISTICO 



fiziò che da tanli secoli pesa sullo idee dei popoli, 
Slille inspirazioni della virtù, sul gemito dei poveri 
e sul sangue dei generosi. I troni sono spiantati 
come un fuscello, le corone portate, via dal vento 
come foglie ingiallite. La repubblica francese esce 
bella e luminosissima dai principii della giusiizìa e 
della libertà. La razza teutonica ha gittata la sua 
cappa di bronzo e sente rinfiammarsi le Iarde vene 
dalla luce di quella libertà che è proclamata dal 
Vangelo, senza la quale i diritti degli uomini rimar- 
rebbero cternamenle sepolti sotto la clava della 
forza brutale. L'Italia si è ricordata che i suoi fi- 
gliuoli furono sempre i conquistatori degli uomini 
del cielo; al suono della voce che parte dal Va- 
licano risorgo più splendida .e più terribile di prima, 
e vuole di nuovo che il suo CAitnoccio a|>i>aia a'suoi 
nemici l' insegna dello sterminio e della morte. 

Ma questo Cabboccio non devo più essere il sim- 
bolo dell'indipendenza dei soli Lombardi, ma sib- 
bene quello di tulli gli Italiani. Guai a noi se un 
vincolo di eterna fratellanza non stringe i pensieri, 
i cuori, le braccia di tutti ! Guai a noi se ci lasciamo 
sedurre dalTorgoglio di parziali vittorie ! Guai a noi 
se non adoperiamo la scure contro l'arbore malefica 
della nostra antica discordia! 

Il CABnoccio sia dunque il segno del riscatto uni- 
versale d' Italia; alla sua ombra noi ritorneremo il 
primo popolo del mondo, e potremo con vera gloria 
dire che Iddio ci diede la virtù della spada e del 
mondo antico congiunta alla .virtù della carità e del 
mondo rigenerato. 

Ma chi fu l'inventore del CAnnoccio? In quale guisa 
comparve esso sui campi immortali di Legnano?... 
Lasciamolo dire dal nostro amico, il benemerito pro- 
fessore De-Agostini redattore del giornale delle Pro- 
vincie, il quale in ogni suo scritto sa manifestare 
sapienza civile, splendore e vigoria di concetti, ca- 
lore e prestanza di stile. P. Gorelli. 



Hic olim dccus, et popuiis venerabile sacrum 
CoRfius crai. 

FiHBETi, /i6. IV. Pocm. (le Scali- 
gerorum origine. 

Era l'anno 1135, e Federigo Barbarossa scrivea u 
papa Adriano IV:— « Io, re de' Germani e de' Fran- 

• chi, sono ad un tempo legittimo Signore d'Italia, 

• perchè successore dei Cesari, e logillimo possessore 
« dei loro diritti: — strappi ora chi può la clava dalla 

• mano di Ercole: *• —e gl'Ilaliani, accettata la sfida, 
e collcgatisi, veni' anni dopo, intorno al Carroccio, 
nelle terre Lombarde, giuravano di vincere o di mo- 
rire, afTronlavano Federigo nei campi di Legnano, e 



(•) Le parole di Federigo, con»»sciule da pothl, sono riferile 
dal diligenlissiniu Cibrario nella sua Sloria della Monarchia di 
Savoia, voi. I." p. 154. I.eijilimus possessor smn. .irri/iiat f/M«, 
»• potasi, clavam demanu llcrntlis. Luiiig Codcx.ltal.dipl. I.IO. 



gli mostravano, colla più gloriosa battaglia della nostra 
istoria, che la clava dì Ercole in mano d'un Impera- 
tore non bastava ad abbattere la Liberiti.— 

Salute dunque al Carroccio! ed investighiamone un 
istante l'origine. — 

Era già da oltre un secolo che gì' Italiani pensavano 
a scuotere quella pesante dominazione Tedesca, a dis- 
giungere dalle ragioni dell'impero la corona d'Italia, 
a dare al Paese un ordine più giusto e più nazionale 
di cose. — Ma se erano forti ì voleri e bellicosi gli 
spiriti, erano divise le forze, divise da turbolenze e da 
ire intestine, divise da infiniti piccoli principali di 
baroni, di marchesi, di conti, di signoroni d'ogni co- 
lore, lutti vassalli in apparenza all' impero, e suoi 
luogotenenti — ma tulli despoti in realtà, e gelosi di 
conservare la signoria e d'accrescerla. — Come dunque 
mettere insieme uno sforzo bastante ad affrontare il 
colosso imperiale, a portare il colpo alla radice dei 
mali della patria, a sottrarre finalmente gl'Italiani dalla 
pratica codarda ed iniqua di dare il regno a chiunque, 
in lontane contrade, fosse da barbare genti sollevato 
all'imperio? 

In tempi cosi luttuosi e di tanto disordine politico, 
ciò non polca essere l'opera ne di pochi giorni, né di 
pochi anni ; — ma non per questo dobbiamo essere 
ingrati alla memoria di Eriberlo, arcivescovo di Mi- 
lano, che, pieno di generosi spirili, eccitava ne' suoi 
concittadini il sentimento della nazionale indipen- 
denza, osava mettersi alla loro testa colla spada e colla 
croce, osava misurarsi col prepotente Straniero per 
islrappargli dalla fronte l'usurpala corona, e ricac- 
ciarlo nelle sue terre germaniche. — 

La sedia Imperiale era quell'anno (1038) occupata 
da Corrado il Salico, il quale, intesa la cospirazione, 
scendea tosto dall'Alpi, terribilmente in anni, e ve- 
niva sopra Milano. 

Fu allora che il prode Eriberlo, per formare nelle 
sue milizie un centro che ne accrescesse I' unione e 
nell'unione la forza, inventava il Carroccio -r carro di 
straordinarie proporzioni, gradinalo a foggia di palco, 
copcrlo riccamenle di panni, e portante, come in 
trionfo, le insegne della Patria e della Religione. — 
Sventolava dunque nel mezzo la bandiera del Comune 
raccomandata ad una picca altissima che finiva in un 
crocifisso doralo; accanto sorgeavi un'ara a celebrarvi 
i cristiani misteri ; — e fra l'una e l'altra era inalberala 
una campana per convocare i soldati, e dare i segnali 
delle operazioni militari. — Oltre al Cappellano dell'e- 
sercito, otto trombettieri, ed allrellanle guardie po- 
polavano il tavolalo anteriore del carro, che su quattro 
ruote era tirato da due, da tre, o da più paia di buoi, 
coperti anch'essi di ricche gualdrappe, e guidati da 
un uomo, di conosciuto valore, che il Comune forniva 
di stipendio e di una compiuta armatura.— 

Tale era il Carroccio inunaginalo da Eriberlo 

l'anno 1038, e da lui felicemente adoperalo nel rin- 

I tuzzare gì' impeli di Corrado dalle mura di Milano. 



SCRLTA BAGCOLTA DI OTILI R STARIATE NOZIONI 



»9 



Dopo quell'avvenimento, il Carroccio veniva adot- 
talo da tulli i liberi Comuni, quasi segnacolo di re- 
denzione, quasi Arca dell' Italica alleanza, e, come 
tale, era custodito ne' templi maggiori delle maggiori 
ciuà. — Ivi esso parlava continuamente agli occhi e al 
cuore dei cittadini, ivi nutria la fìamma della carità 
della Patria, e, sol quando era imminente una guerra, 
Iraevasi sulla pubblica piazza, indizio ai cittadini che 
si tenessero pronti alle armi. — Cn fervore indicibile 
eccilavasi allora in tutto il Comune ; tutti voleano 
essere, ed eran soldati, voleano lutti difendere prò 
arit et focis il loro Carroccio, che, nel dì stabilito, 
messo in capo all'esercito, e circondalo dal nerbo dei 
migliori e più perfetti guerrieri, usciva contro il ne- 
mico fra lo squillare delle trombe e delle campane. 

Guai intanto a chi lo perdeva! — Un'infamia inde- 
lebile lo veniva a colpire in faccia alle altre città. — 
Perciò, anziché cedere o darsi alla fuga, resistevano 
tutti disperatamente al nemico, operavano prodigi di 
valore, pronti al sacrifìzio per non sopravvivere all' 
oppressione e al disonore di se e della Patria. — 

A questa religione verso il Carroccio è dovuta gran 
parte dell'entusiasmo e della devozione dei popoli a 
quei grandi principii di Libertà e di Nazionalità, che, 
scalzando a poco a poco le fondamenta della potestà 
reale ed imperiale in Italia, le portavano fìoalmente 
l'ultimo crollo nella haiinglia di Legnano, e in sua 
vece innalzavano l'edilìzio, per que' giorni maravi- 
glioso, delle Italiane Repubbliche. 



Salute dunque nuovamente al Carroccio! — e salute 
a quelli, che noi vedranno ora di mal occhio risorto, 
e messo alla testa del nostro Giornale! — 

Che se alcuno mal potesse discernere per che 
modo la guerriera immagine del Carroccio possa 
conciliarsi col pacifico uffizio del nostro Foglio set- 
timanale, noi gli risponderemo per ora, che, anche 
sol riguardalo come simbolo d'unione e di centrai 
resistenza, non può tornare inopportuno a' dì nostri, 
che tante guerre, soppialte e palesi, ancora si mo- 
vono per arrestare il vittorioso avanzamento de' po- 
poli, e che tante cagioni comandano che ci fortifì- ] 
chiamo nel centro de' grandi principii per render 
vani gì' impeli degli avversari, e fare tanto più su- 
blime e salda e gloriosa l'Italia, quanto più venne 
sìnora contrastata, straziata e depressa. — 

Faccia dunque il Pubblico lieta accoglienza al sacro 
Carro dell'Arcivescovo di Milano, e sia esso augurio 
di liete sorli al Paese dove prima comparve, e stette 
contro antichi nemici. — E chi di noi non desidera 
che su quelle forti terre Lombarde torni a splen- 
dere la luce vivificatrice dei popoli? — Chi non fa 
voti, perchè le tombe de' nostri Padri siano final- 
mente sottraile all'abbominazione di essere ancor 
calpestate dal piede del soldato Straniero? 

P. Db -Agostini. 



Quella luce vivificatrice che V italianissimo nostro amico desiderava con tanto ardore veder splendere 
sulle terre lomlnirde è finalmente spuntala! e noi rapiti di entusiasmo fei maravigliasi e quasi unici 
fatti del popolo Milanese^ non possiamo trattenerci dalV aggiungere le seguenti parole. 

GLORIA AI MILANESI ! VIVA ITALIA ! 



Sì! ripetiamo mille volte questo grido: gloria, 
gloria ai Milanesi! Essi hanno redenta l'Italia intera 
dalla vergogna secolare d'una infame schiavitù! essi 
soverchiarono d'un trailo tulli que'miracoli di valore 
per cui le storie de'noslri più lontani maggiori ci 
sembravano favolose! Essi hanno mostralo che la 
volontà d'un popolo concitato gagliardamente dal 
pensiero della propria libertà, è onnipotente come 
la fiamma della virtù creatrice, e trasloca a suo 
talento le montagne. 

Vivaddio! Il sole della giustizia compare finalmente 
sull'orizzonte, e al folgorare della sua luce si dile- 
gnano le tenebre degli oppressori. 

La Tirannide tenia invano di ricalcare sul proprio 
capo le corone sanguinose; il sodio di Dio le divora. 
Coloro che hanno voluto incatenare le braccia e i 
pensieri de'popoli, abbrutirne la ragione e spegnerne 
la dignità, fuggono tremanti dalle loro reggie, per 
tema di esserne sepolti Ira le ruine ; errano per le 
vie sfolgorali dalle maledizioni di tulli i cuori, di- 



mandando al passeggiero un cencio che copra la 
loro nudità, un pane nero che acquieti lo strazio 
della loro fame, incerti se l'otterranno. 

L'Austria, questo vivente abbominio del secolo, 
nella quale erano personeggiati l'orgoglio, l'odio, la 
rapina, l'omicidio, la paura, tulli insomma i com- 
pagni dell'oppressione, l'Austria, dico, sta per essere 
sepolta eternamente, e sulla sua lapide sederanno 
il vitupero e l'esecrazione dei secoli. 

La parola del Santo che Iddio ha collocato sulla 
cattedra di S. Pietro, ha irradiati tutti gli intelletti, 
ha mosse tulle le volontà. Essa fu il sole che ri- 
scalda, feconda e abbellisce ; fu il fulmine che atterra 
l'orgoglio, la crudeltà e la prepotenza-, fu il ferro 
benefTco che sterpò le radici dei mali-, fu il balsamo 
che allenì e ristorò le piaghe degli oppressi. 

L'Italia ha compresa la voce di Pio; essa ha squar- 
cialo alteramente il lenzuolo del suo sepolcro ; ha 
conosciuto non esser cosa sulla terra più grande, 
più stupenda, che la salda risoluzione d'un popolo, 



100 



MOtBO SCIBNTiriCO, LBTTBRARIO BD ARTISTICO 



il (jiial»? raminina sollo roccliio di Dio alla corKjiiisla 
de'proprii ilirilli, sfidando i pericoli, lu forile , lu 
vigilie , il sonno, la Tame, la morte, e gridando : 
elio è ciò? I.a giustizia o la liberlà son degni di 
ogni più lonilMle Iravn'^lio. 

l.'llalia ha oomprosa la voce di I*io: l»a conosciulo 
che la ginslizia «> la mosse e il pane de'popoli; che la 
libertà ò la loro ricchezza, il loro riposo, la loro gloria. 

1/ Italia non larderà a udire dal labbro di !*io 
queste parole: — Poiché lu hai amato più di ogni 
cosa la liberlà e la giustizia, io li prometto che le 
lue contrade splendide e fecondissimo di messi o 
di uomini, non saranno più il retaggio dei barbari; 
li proHK'lto che le tue vesti non saranno più divise 
come quelle di Cristo. Ripiglia la tua corona e il 
tuo Pianto, e siedi per sempre al banchetto della 
giustizia e della libertà. 

Milanesi! tutta l'Europa figge gli sguardi sopra 
di voi, meravigliando e ammirando. Oh sommamente 
prodi! in cinque soli giorni voi avete sorpassali i 
gradi che vi disgiungevano dalla più abbietta e pro- 
fonda schiavitù alla più bella e la più santa delle liberlà; 
misuraste quei gradi ad uno ad uno fra il sangue e 
la morte, e per tulli passaste con miracolosa prestezza. 
Voi avete condotta d'un subito la patria comune a 
questo slato di virtù, del quale i lunghi nostri errori 
e gli sforzi infernali dell'Austria ci aveano perduta 
perfino la speranza. In poco d'ora vi siete innalzali 
sovra le cime d'ogni umana altezza : avele dato alla 
storia esempi sconosciuti eh' ella dovrà registrare 
ne' suoi annali con caratteri d'oro, e a cui le età fu 
Iure a gran slento presteranno fede. 



Milanesi ! Il nostro nemico fa ancora romoreg- 
giare le sue armi disonorale sui nostri campi santi- 
ficali dal sangue dei martiri italiani. Ma l'ultima ora 
ò suonata per lui ! Voi avete 8v<»glialo in tutti i fi- 
gliuoli d' Italia il desiderio di emularvi. Noi tutti 
sappiamo non essere in qualsivoglia terra nò libertà, 
né sostanze, nò vila, nò anima, se la nazionale indi- 
pendenza è in catene ; e noi tutti siam parati a ver- 
sare fin l'ultima slilla di sangue, perchè la libertà e 
rindipenden;ra siano la nostra sola corona... Mirale 
scendere dalle Alpi, dagli Api)ennini, dal Monferrato, 
dalla Dora, i vostri fratelli come torrenti impetuosi, 
vaghi tutti di sgozzare la belva austriaca, che nella 
ultima agonia fa le sue più atroci prove e s'inebbria 
tuttavia del sangue e del vino italiano. La spada di 

("Ahi.o AlbeÙto ^ là! Essa non ha poJuto 

essere spuntata da quei tristi o ind)ocilli che l'inso- 
lente fortuna lascia per ora impuniti. Quella spada 
sarà il turbine che spazzerà al tutto l'Italia dalla bei- 
Iella immonda e insanguinata. 

Milanesi ! raccogliete in vasi preziosi le reliquie 
degli eroi che moriron come indomili leoni, fiaccando 
la cervice degli oppressori ; la gloria loro è gloria 
d'Italia. Nel giorno che, vincolali in un solo amplesso, 
intuoneremo il cantico della vittoria, e liberi e felici 
mireremo la faccia del bello e del buono, quel giorno 
noi vi domanderemo di vedere quelle reliquie per 
adorarle; e i vostri sacerdoti dovranno dall'altare 
olTrirle ai nostri baci. 

Milanesi ! di ciò vi scongiurano gl'Italiani. 



P. Gorelli. 



LA LEGA LOMBARDA 

SPECIALMENTE NELLE SUE RELAZIONI COL PIEMONTE 

(Continuaz. e (ine, V. pag. 93.) 



Liberala dalla odiala presenza di Federigo, la lega 
Lombarda ricevè nuovo vigore dall'aderirsi, che ad 
essa fecero le città di Novara, di Vercelli e di Asli; 
a nulla dir di Tortona, la cui riedificazione era slata 
opera de' Milanesi. Se non che i Pavesi la tribola- 
vano di continuo; né meno la tribolava il marchese 
di Monferrato, il più fedol vassallo, anzi il più umile 
mancipio, che avesse l' Imperadore da queste parli. 
Perchè ne' Milanesi sorse la n(»bile idea di rizzare, 
proprio sui confini del Pavese e del Monferrato, una 
novella città, che fosse perpetuo freno alla loro in- 
solenza. Concorsi adunque in buon numero, il di primo 
maggio 1168, Milanesi, Piacentini e Cremonesi 
in un'ampia pianura, che siede tra Asli e Pavia, 
colà dove la Bormida mette nel Tanaro, gillaron 
le fondamenta della nuova città, che dal nome del 
pontefice, tanto benemerito della causa italiana, dis- 
sero Alessandria; e perchè in quella fretta, e in 
difetto di embrici, dovettero ricoprir le case di pa 



glia, i. Tedeschi la dissero -per ischerno Alessandria 
della paglia; uno di que' tanti scherni, che tornano 
però a grande onore; perchè nel terreno d'Italia non 
germogliò mai lauro alcuno, che le abbia frullato 
più gloria di quell'umile paglia. Sorta cosi, quasi 
per incanto, la città di Alessandria, i Pavesi, per 
antivenir maggiori sventure, entrarono nella lega ; 
promettendo di recare all'uopo le armi contro a 
queir imperadore medesimo, delle cui laide opere 
erano stali sino allora insligalori o ministri. E i con- 
federati si fidarono a quelle promosse-, non consi- 
derando, che i proposili dalla paura inspirali, con 
la paura scn vanno. Rimaneva il marchese di Mon- 
ferrato^ ma que' della Lega, corsi sopra il suo Castel 
di Mombello, se non ebbero virtù di farlo uno del 
loro numero, ebbero però quella di vincerlo e di 
fugarlo. 

Disfatti i loro nimici, poterono i Milanesi Iran- 
quillamcTìte altenderc a rifabbricare e munire la lur 



SCELTA RACCOLTA DI .UTILI E SVAKIATE NOZIONI 



IO! 



I 



I 



ruinala città -, apparecchiando così una valida oppo- 
sizione a quegli eserciti, che l'instancabile Federigo 
andava adunando in Germania, e co' quali calò nuo- 
vamente in Italia del 1174. Sceso a pena del Mon- 
cenisio, la sua prima impresa fu l'incendiar Susa, 
per vendicarsi delle ingiurie, che avea ricevuto da 
essa. Attraversata quindi la nostra città, che gli a- 
perse facilmente le porte, pose l'assedio a quella di 
Asti, che in capo a poclii giorni capitolò; e così 
gli Astigiani sì spiccaron per forza dalla Lega, si 
come per fraude vi sì eran già tolti i Pavesi. Aiu- 
tato da' quali nuovi alleali, e dal suo fedelissimo 
marchese di .Monferrato, sullo scorcio di ottobre passò 
a stringere .Messandria, di cui stimava facile la con- 
quista, perchè non ancor guernila di mura; ma le 
vere mura di una città sono il cuore e il braccio 
de' suoi cittadini; e queste mura non mancavano alla 
novella Alessandria; perchè Federigo, disperando di 
poterla avere con la violenza, ricorse alla seconda 
arme de' tiranni, la frode. Fece egli lavorar sotterra 
una mina, che dal suo campo sboccava in città ; e 
quel lavoro fu condotto con tal segretezza, che non 
fu anima in Alessandria che se ne addesse. Corre- 
vano ì giorni della settimana santa, giorni consa- 
crati da sì pietosi riti e da sì venerandi misteri; 
in riverenza de' quali l'accorto Federigo volle con- 
cedere agli assediali una tregua sino al lunedì dopo 
Pasqua. Fidatisi alla religione di quel patto, cele- 
brarono essi divolamentc le cerimonie del giovedì 
santo, e quindi si ridussero alle lor case per dor- 
mire. Quand' ecco, per quella mina che io vi diceva, 
irrompere nell'assonnata città dugento de' più valo- 
rosi soldati di Federigo, con animo d'insignorirsene; 
ma accortesene le scolle, fu subito un gridare all' 
armi, un levarsi di popolo, un menar furioso di mani; 
feriti, traboccati ed oppressi ì male arrivati Tede- 
schi, escono gli Alessandrini dall'assediata città, e 
come onda impetuosa gittatisi sull'oste nimica, parte 
uccidono e parte mettono in fuga. Carlo Arienti, che 
fu chiamato da Re Carlo Alberto a tener vie più 
desto fra noi il sacro fuoco delle arti, colori, per 
volere di lui, questo glorioso fatto italiano in un' 
amplissima tela, dove si veggono e biadri eccitanti i 
lor figli a ristorare il danno del genitore caduto, 
e spose accorrenti centra il tiranno per vendicar 

e monaci, che sventolando la 
confortando ì feriti, si porgono 

ad un tempo; e da quel viluppo 
di azioni, di alTetti, di genti, eceo emergere, con 
felice pittoresca licenza, lo slesso imperador Barba- 
rossa, che assiepalo dagli scudi e dalle armi de' suoi 
fedeli, si apre a stento fra* nimici ferri una via, e 
minaccia d'in sugli arcioni; minaccia, ma fugge. 
E qui tornando alla storia, noterò come agli usciti 
e vittoriosi Alessandrini sarebbe stato agevole di 
proseguir la vittoria, assaltando il campo tedesco, 
che era attendato in un villaggio detto Guignella ; 



l' ucciso consorte ; 
bandiera guelfa e 
religiosi e cittadini 



ma tanto potè in essi la maestà dell' impero ; tanto 
la osservazione di quella cosi frequente e così fune- 
sta lor formula: salca tamen Jmperatoris fidelUaie; 
che essi tornarono indietro, aspettando di esser di 
nuovo assaliti per pigliar dì nuovo le armi. Ma ben 
altro che assalirli poteva l'Imperadore, spossato 
com'era di forze e caduto dì credito. Diede egli 
adunque facile orecchio alle parole di pace, che gli 
porsero alcuni savi e discreti personaggi ; nel qual 
numero, ci è bello incontrare il conte Umberto di 
Savoia, che sottoscrisse altresì il compromesso di 
pace, stipulato fra l' Imperadore e la Lega ; com- 
promesso, le cui condizioni furono statuite da sei 
arbitri, tre da ogni parte; da quella di Federigo è 
Guglielmo da Piossasco, capitano della città di To- 
rino; il che mostra che es.sa e il suo conte tenevano 
per l'Impero. Ma questo desiderio di una tregtia, 
se potea essere sincero da parte della Lega, non lo 
era già da quella dì Federigo; i! quale non intese 
con ciò che di guadagnar tempo, sin che gli venis- 
sero di Germania novelli aiuti. E questi vennero 
infatti; ma trovati chiusi i passi dell'Adige, fu loro 
forza svoltar pei Grigioni, e penetrar quindi in Italia 
per la banda di Como; città, che s'era tolta dalla 
Lega Lombarda per quella mobilità, che fu sempre 
all'Italia cosi dannosa e frequente. Federigo, tutto 
lieto per la giiinla del nuovo esercito, si mosse alla 
sua volta; ma i Milanesi per impedire questo accoz- 
zamento delle imperiali milizie con quelle che venian 
di Germania, gli tagliarono il passo, accampandosi 
tra Legnano e il Ticino. Ora accadde che un tre- 
cento militi, i quali precedevano l'Imperadore, si 
scontrassero con settecento cavalli, che i Milanesi 
inviavano per ispiare le vie ; s'accese fra loro una 
mischia, che fini con la fuga de' Milanesi per l'op- 
portuno sopravvenir di Federigo con le sue schiere; 
se non che questi, inseguendo i fuggiaschi, percosse 
nell'esercito della Lega, che s'era stretto intorno 
al Carroccio; azzufTatosi, n'ebbe in sul primo il van- 
taggio, il qual però dovea tornare in suo danno ; 
poiché ì Tedeschi inseguendo, per avidità di bottino, 
le schiere Bresciane (che furon le prime a fuggire), 
cosi assottigliaron le fila imperiali, che venute alle 
mani con quei della lega, ne andaron disperse e 
sconfitte. Invano l'Imperadore si consumava per ran- 
nodarle; caduto egli stesso di sella, fu colto da sì 
fatto spavento, che dileguatosi dalla mischia, non 
s'ebbe più notizia di luì; onde fu tenuto per morto; 
degl'imperiali qual fu uccìso, qual prigioniero, quale 
annegato; i vincitori incrudeJirono massimamente 
negli spergiuri Comaschi ; e, come osserva lo storico 
Rosmini, se fu mai scusabile la cmdeìtà, quello era 
il caso. Fra i prigionieri di maggior conto si noverò 
il duca Bertoldo, un nipote di Federigo, e il fratello 
dell'arcivescovo di Colonia ; lo scudo, il vessillo, la 
croce e la lancia di Federigo furono ì trofei tfella 
j>tù bella batlafjlia di nostra sloria, come la chiama 



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MOSSO ICIBKTIFICO.LBTTBBARIO BD ARTISTICO 



il Balbo; la qual ballaglia fu dala e vinta dagl' Ita- 
liani, addì 29 maggio 1176; giorno ed anno, che 
sapuli una volta da noi, non ci usciranno di memo- 
ria mai più. Quanto al luogo, dove fu data^ chi, 
varcalo il Lago Maggiore, vuole condursi alla opu- 
lenta Milano, trova a mezzo la via un grosso vil- 
laggio, con bella chiesa parrocchiale, architettata dal 
Bramante, entrovi pitture del piemontese Lanini. 
Or quello è appunto Legnano, quello ò proprio il 
luogo, dove i concordi Italiani (o il fossero stati 
sempre!) volsero in fuga l'orgoglioso Tedesco. 
Or qual è Italiano, che per colà transitando, non 
voglia fermare i suoi passi, e baciare religiosamente 
un terreno, che fu testimonio di tanta gloria e |>a- 
lestra di tanta virtù? E chi è soprattutto, che in 
quel solenne momento ringraziar non voglia l'ot- 
timo Iddio, che gli diede per concittadini quo' prodi, 
quel terreno per patria? 

Ma quel Federigo, che dopo sì memorabil batta- 
glia, si piangeva per morto, apparve alquanti giorni 
appresso in Pavia alla propria moglie, che già ne 
aveva preso il corruccio. Ma se egli viveva ancora, 
era però caduto di animo, onde non si rendette dif- 
Hcile a quelle proposizioni di pace, che gli si rin- 
novarono in sì duro frangente. E meno ancora vi 
si rese diffìcile papa Alessandro, che non solo per la 
qualità del suo ufficio era alieno dalle fazioni di 
guerra^ ma che per quelle sue lotte con Cesare 
dovea viver lontano da Roma, dove pur era il cen- 
tro della sua autorità e lo splendore della sua sede. 
Già, innanzi ancora della giornata di Legnano, Asti, | 
Como, Torino s'erano spiccate dalla Lega; il che 
faceva men ardue le trattative di pace. Per meglio 
condurle, il Pontefice s'era recato a Ferrara, e Ce- 
sare a Chioggia ; ma poiché nò l'un luogo, né l'altro 
parvero abbastanza acconci per la conclusione di si 
importante negozio, fu a ciò scelta la città di Vene- 
zia. E qui gli storici veneziani, ed altri che veneziani 
non sono, non dubitarono di tessere una tela di fatti, 
uno più favoloso dell'altro; cioè che il, Papa, misero 
e fuggiasco, capitò a Venezia in persona di cuoco ; 
che quindi a poco riconosciuto, fu raccolto con tutti 
que* segni di riverenza, ch'erano dovuti alla sua 
dignità e alla sua sventura; che la Repubblica inviò 
due ambasciadori a Pavia, per richieder l'impera- 
dorè di pace -, che questi la negò, sino a tanto che 
non gli si desse nelle mani il Pontefice; il che non 
facendo, li minacciò di piantar le sue aquile sul 
pronao di S. Marco (minaccia che fu poi da ur>o de' 
suoi successori adempiuta); che a questo annuncio 
i Veneziani ingaggiaron battaglia nelle acque di Pola 
con la flotta imperiale, capitanata dallo stesso fi- 
gliuolo di Federigo; che questi n'ebbe la peggio; e 
che solo allora il superbo Jmperadore si accostò ai 
consigli di pace. Ma queste le son favole, che la 
storia non sempre veridica può aver registrate ne' 
suoi libri ; che la pittura può aver rappresentate 



nell'antico Palagio de' Dogi; che le inscrizioni me- 
desime possono aver fatto opera di eternare; ma che 
la severa critica, anche a' dì nostri, e per opera stessa 
di Veneziani, ha vittoriosamente rifluiate. Quello 
che v' ha di certo in questo fallo si é, che invitato 
rimperadore da'V^encziani a condursi nella loro città 
por segnare una tregua, egli tenne l'invilo; e a' 24 
giugno dell'anno 1177 {annum, come lo dice il Ba- 
ronie , placabile Domini) fece in Venezia la sua 
entrata, la quale ognun può credere che fu degna 
non meno della grandezza di tanto ospite, che della 
magnificenza di tanta città. Come giunse sull'atrio 
delia chiesa ducal di San Marco, gli si fé' incontro 
il Pontefice, a cui si prosternò Federigo per baciargli 
il piede; ina il Papa lo rialzò cogli occhi caldi di 
lagrime, e gli offerse il bacio di pace (Leo). È dunque 
una novella, che il Papa in quell'umile atto gli 
calcasse il collo, ripetendo le parole del salmo : 
Super aspidem et basiliscum ambulabis, ecc., e che 
Federigo gli rispondesse: Non libi, sed Petra; e il 
Papa a soggiungergli: Et mihi et Petro; sia pure 
che queste fiabe, come scrive il Balbo, accennino i 
costumi e le opinioni del tempo ; ma fiabe restano 
sempre. No; se l'Imperadore fu a bastanza devoto 
alla Chiesa, per prostrarsi all'augusto suo capo, il 
Pontefice fu a bastanza reverente all' Impero, per 
levarlo di terra e stringerlo al petto; ma quel rim- 
beccarsi di scortesi e dure parole, quella' superbia 
nell'uno di calcare il collo del vinto, quella viltà 
nell'altro di lasciarselo calcare, sono atti troppo in- 
degni, e quindi inverosimili in dge personaggi, che 
erano pur sempre (dice il Leo) » due uomini più 
potenti e i due più elevati intelletti di quella età. 
Dopo molli dibattimenti, si conchiu8e,al primo agosto 
1177, una tregua, che fece la via alla famosa paco 
di Costanza del 1183; e la dico famosa, sì come 
quella che diffìni un funeslo e scandaloso litigio, che 
da sì lungo tempo affaticava l' Impero e travagliava 
la Chiesa. E chi sa che, ad espiazione dei tanti guai, 
che la sua smisurala ambizione apportò a tanti po- 
poli, non siasi risoluto il Barbarossa di abbandonare 
i suoi stati (llUO), e di recarsi in Palestina per 
estirparvi le armi lurchesche? Ma chi avea in lauti 
modi otTeso Cristo nel suo vicario, degno non era 
di liberarne il sepolcro. Le acque di una oscura ri- 
viera della Siria furon cagione e teatro della pre- 
coce sua morte; e lui felice, se quelle acque gli sa- 
ranno state lavacro delle tante ingiurie recate alle 
due predilette figlio di Dio: la Chiesa e l' Italia I 

Ma dalle spiagge della Seria riconducendo la mia 
lezione nel nostro paese, noterò, come in que' trat- 
tati di Venezia alcune città dell'odierno Piemonte 
appariscano di parte imperiale, altre invece confe- 
derale colla Lega Lombarda-, ma ciò che debbo far 
maraviglia si è, che Alessandria, questa città co- 
strulla in odio della parte imperiale, questo propu- 
gnacolo della Lega, non pur calasse a un particolare 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI R SVARIATE ROZIOIII 



103 



accordo con Cesarc^ma per rispello di lui consenlisse 
a cliiamarsi Cesarea. Sebbene a che l'arno le maravi- 
glie? Di quesla iniilabilità di pensieri e di opere piene 
sono pur troppo le nostre istorie; e volesse Iddio, 
che dopo una sì lunga esperienza, vergognata e rin- 
savita l'Italia, veggendo come da quella sua perpetua 



mobilità altro non le venne mai che debolezza e 
sventura, imparasse ad esser ferma una volta, per 
esser poi sempre potente e felice ! Vìù glorioso pe- 
riodo di storia io credo che non si possa chiudere 
con più utile documento. 

P. A. Paravia. 



DELLO ST\1ÌILI1IE\T0 DI SCUOLE SERALI GRATL'ITE IN CESOIA 



La fdanlropica idea di stabilire delle scuole se- 
rali a benefizio dei giovani e adulti della classe la- 
boriosa, di cui lessimo il manifesto nel N.° 17 del 
Corriere Mercantile di Genova, di' quest'anno, è 
cosa cotanto commendevole e generosa in se slessa 
che non dubitammo tosto menomamente del bene- 
volo accoglimento che le sarebbe stato fatto dal 
colto Pubblico Genovese, già abbastanza conosciuto 
per somma pietà e filantropia, di che ne sono suflì- 
ciento e valida prova i tanti pii stabilimenti fondali 
negli anni trascorsi nella superba Genova, che de- 
stano lutto giorno l'ammirazione dello straniero che 
da lontane terrosi porta a visitarla. Infatti nel N.^ 
•11 del suddetto giornale vedemmo esser in parte già 
assicurala la felice riuscita di un tal progetto che 
forse otterrà fra breve il pieno suo eseguimento; 
tuttavia, mentre porgiamo intanto la dovuta lode a 
quei benemeriti nostri concilladini promotori , che 
di lanl'opera si assunsero il non facil carico, dando 
cosi in ciò pei primi un nuovo nobile esempio del- 
l'alio sentire veramente italiano, che parie sempre 
da quella grandezza e generosità d'animo che in 
c^ni tempo distinse in sommo grado i gloriosi an- 
tenati nostri, vogliamo qui brevemente ragionare 
degl' indubitati vantaggi di simile insliluzione, cre- 
dendo utilissimo per attivare vieppiù il compiuto 
olleniraenlo del proposto scopo, di render maggior- 
mente palesi le buone ragioni che militano in fa- 
vore dell' insliluzione medesima , col quale mezzo, 
nella insufficienza nostra, crederemmo almeno di 
aver pur noi olferto un debol attestalo di simpatia 
alle gentili persone che si dedicarono al benefico 
ufTicio di cui siamo per fare fievole |)aroIa. 

Essendo universalmente conosciuto che i mag- 
giori vizi nella plebe derivano quasi tulli dalla roz- 
zezza e dall'ignoranza, stimiamo pertanto esser 
principal dovere della società, ond' ovviare i mali 
che da ciò provengono di promuovere l'istruzione 
delle classi laboriose. D'altronde l'istruzione svi- 
luppando l'intelletto, renderà le braccia agili, ed 
unita a leggi consoni che assicurino la libertà del 
lavoro, e ne conservino il frullo, costituirà il mag- 
gior capitale di dette classi. K bensì vero che l'o- 
peraio dev'esser il primitivo, se non il solo artefice 
del suo ben essere, e col mezzo di un giusto spi- 
rilo di previdenza procurar sempre di migliorare 
durabilmente la sua condizione materiale, ma egli 
non sarà mai capace di tanto, se in aiuto delle sue 
buone intenzioni e disposizioni non avrà una con- 
veniente educazione, che lo ponga in grado di co- 
noscere altresì la sua vera posizione nella società 
a cui pur egli appartiene, e sappia fargli apprez- 



zare al preciso punto l' importante parte che è de- 
stinato a rappresentarvi. Disgraziatamente tali prin- 
cipii così veri e saggi furono ognora da noi poco 
curali, ed anzi parve alla pluralità delle persone 
che le arti meccaniche non abbisognassero di verun 
teorico ammaestramento, e che potesse alle mede- 
sime soltanto bastare la semplice tradizionale pra- 
tica. Con simili erronee massime, in primo luogo 
si condannarono così le arti meccaniche ad un quasi 
stazionario stato; secondariamente si esclusero co- 
loro che le esercivano dal poter forse divenir utili, 
cogli slraordinarii lumi che in talun d' essi sareb- 
bersi sviluppati col possente mezzo dell' istruzione, 
alla società, che deve ad ogni costo ognor cercare 
gl'ingegni, di cui tanto abbisogna, in qualunque 
classe il destino possa averli falli nascere. 

Gli avvantaggi morali e materiali che risultar 
devono dall'istruzione della bassa classe, brillano 
già per anticipazione di tanta luce, sia che vogliansi 
desumere da alcuni pochi casi che tratto tratto si 
ebbero tra noi, di genii sublimi sollevatisi dall'o- 
scurità in cui li avea posti la sorte, oppur dalla 
comprovata esperienza di altre nazioni più di noi 
avanzate nel progresso, che sarebbe superfluo il 
vol.erli qui a lungo enumerare. Lasciamo agli spirili 
ammalali od antiprogressisti la trista soddisfaziono 
di studiarsi a nulla vedere, o di appigliarsi a qualche 
rara eccezione, contro la quale hanno essi, forse, 
per colpa propria, inciampalo. Tuttavia, è necessario 
di non lasciar campo agli errori, per piccoli che 
siano, quando si pretende d' imporne alla generalità; 
il più maestoso vascello corre rischio di atlbndarsi, 
se talora un benché piccolo tarlo comincia a roderne 
i fianchi. Onde in appoggio dell'opinione nostra ag- 
giungeremo ancora, che lo sviluppo dell'intelligenza 
e della capacità produttrice, è il primo, il più grande 
interesse economico dei popoli, e si è ciò che forma 
e riproduce incessanlemente i capitali. Or come vo-. 
rehbesi pervenire a tale importante risultato senza 
r istruzione di coloro che attendono particolarmente 
alle arti industriali ?... Chiunque è abbastanza infor- 
malo, che ogni benefizio industriale risulla dall'azione 
felicemente combinata di tre forze produttive, cioè: 
l'intelligenza che prepara, organizza e dirige; il ca- 
pitalo che provede la materia prima , e la mano d'o- 
pera che eseguisce. Ma se di questi tre agenti manca 
r intelligenza oppure non è sufTicìenle a soddisfare 
appieno al bisogno, cessa l'equilibrio indispensabile 
fra di loro, e rovina quindi l'edifizio industriale. 

Persuadiamoci adunque fermamente che fra le 
cure di cui necessita un popolo pel suo morale mi- 
glioramento, e la sua dignità rimpello alle altre uà- 



lOt 



MISKO 4(:iKNTiri<:<), I.KTTKKARH» RI> ABTISTICO . SCELTA RACCOLTA DI UTtLI R SVARIATE NOZIONI 



rioni, una delle principali dev'esser j|iiella deirislni- 
lione della bassa classe: «Versale rislm/.ioiie sulla 
lesla del popolo, voi gli dovete queslo ballesimo». 
Ogni sforzo dev'esser rivolto perlaiilo a ricercare ed 
organizzare incessanlemcnlc lullo quanto può accre- 
scerla, e ad allontanare lutto ciò che potrebbe porvi 
ostacolo. Persuadiamoci ancora, che prezioso frullo 
della desiderala istruzione, sarà quello di veder pro- 
sperare l'economia domestica, lo arti, ed il com- 
mercio, e che nel far partecipare alla classe labo- 
riosa dei godimenti morali, si riuscirà così, a sot- 
trarla per sempre dall'influenza degl'ignoranti osti- 
nati, dei retrogradi, ad ingentilirne i modi ed i 
costumi, end iniziarla nell'adempimento de' suoi 
doveri religiosi verso Dio, e civili verso la colta 
società che avrà si potentemente cooperato al suo 
reale ben essere, ed adempito veramente in tal 
guisa « ad imo dei più essenziali bisogni dell'età 
nostra » (*). C GnoisDONA. 



(*) Le iillime parole in raraltcri distinti, sono quelle 
stesse memorabili che dal ministro cav. Des Ambrois, già 
Primo Segretario di Sialo degli Affari interni, venivano in- 
dirizzate con sua lettera 14 novembre ultimo scorso ai 
Socii soscrittori pel suddetto Stabilimento, nell' appro- 
varne il magnanimo pensiero. 



GLI EROI DEL i746 IiN GENOVA 

Gli alli eroici operati in Genova nel gloriosissimo 
1746 han pochi esempi nella storia, e tulli gli Ita- 
liani debbono ripeterli a se medesimi per far tesoro 
nel petto di nazionale virtù , e per sapere ad un 
bisogno non mostrarsi dissimili da quelle ardile e 
liberissime anime , che cacciarono con immortale 
trionfo il comune nemico. 

1 Lombardi, i quali hanno ora emulale, e forse 
superate quelle virlù, ci sapran grado di presentare 
alla loro ammirazione il nome e i falli di alcuni dei 
principali eroi genovesi, i quali spennarono e insan- 
guinarono l'aquila tedesca. 

BAIJXX.A 

Gli Austriaci insultavano, taglieggiavano, ucci- 
devano e constimavano i Genovesi , perfeltamente 
come usavano fare ancora pochi giorni sono coi 
Lombardi. Non contenti a ciò vollero eziandio invo- 
lar loro le armi apprestate dai loro maggiori per 
sussidio e difesa della liberlà. E intpossibile il dire 
l'indegnazione, la rabbia, l'orrore che si manifestò 
nel minuto popolo per la barbarie di (piesl'allo. 

Correva il cinque di dicembre dell'anno 1740*. Gli 
Austriaci poco dopo il tramontar del sole, strascina- 
vano im mortaro a bombe pel quartiere di Porloria, 
quando ad un tratto, forse per divina provvidenza, 
si «fonda la strada sotto il di lui peso, e il trasporlo 
ne resta incaglialo. Gli Austriaci vogliono sforzare 
alcuni p<>polani, quivi accorsi, a dar loro aiuto per 

Stabilimento tipograGco 



sollevarlo. I popolani se no ritraggono con fremilo, 
e i soldati usano il bastono contro alcuni di essi. Grida 
di rabbia e di vendetta I(!vansi in un subito per ogni 
parte; e fu qui che il Balilla, giovanetto tintore, si 
china a terra, e dato di piglio ad un sasso voltasi ai 
compagni gridando: che Cinse? oh ch'io la rompa: 
parola, dice lo storico, che in (piella tronca ed ener- 
gica lingua genovese, sigmlica a un dipresso, 0/*, che 
sliam facendo:' che non rompiamo la testa a costoro:' 
e senza più trasse il magico sasso, il quale fu foriero 
della tempesta veramente spaventevole, che doveva 
in cinque giorni esterminare tulli gli spietati e stu- 
pidi Golia. 

PITTAMDX.X 

Cinquanta granatieri riparatisi in un'osteria, non 
volevano cedere alla forza dei Genovesi che da ogni 
intorno li circondava. Settecento Austriaci alloggiati 
in Bisagno faceano sforzi inauditi per entrare in cillà 
per la porta Bomana, e correvano al soccorso dei gra- 
natieri. Essi orano anVonlati da fronte, dai Iati e atta 
coda, e fulminati tempestosamente dalla batteria di 
Sanla Chiara. Eppure seguitavano a fare grande re- 
sistenza. Quand'ecco ilPillamuli, un ragazzo di dieci 
in undici anni, slanciasi avanti a tulli gridando: Tm- 
sciate pur fare a me. E presa da una mano una 
pistola, dall'altra una fascina accesa, corre contro 
l'osterìa, pianta una palla in petto al primo Tedesco 
elicgli si para avanti, poi, entralo con altri ragazzi 
dentro, pon fuoco a tulli i sacconi dei lelli. 

I granatieri confusi, sbalorditi, acciccali dal fumo 
e assalili dalle fiamme si danno a sallare qui e qua 
come grilli, poi a gridare come indemoniali di vo- 
lersi arrendere; infine gettano per le finestre armi, 
vestiti, se slessi. Allora tulli gli altri corpi di Ale- 
manni che travagliavano la cillà da levante, impau- 
rili e disordinali si danno in balia del popolo vinci- 
tore, che ne fa una grande e lietissima festa. 

GiovAnruri cabjbokts 

La vittoria era conseguila. — Fra coloro che vi si 
erano gagliardissimamente adoperali col senno e colla 
mano, compariva pel primo Giovanni Carbone, gio- 
vine di venlidue anni, servitore nell'osteria della 
Croce Bianca. ÌNiuno fra i celebrati amatori delle loro 
patrie meritò una più splendida corona di lode. 

Avute in mano le chiavi della porta di San Tom-, 
maso, da lui prese, quando a viva forza e con gra- 
vissimo pericolo della propria ne cacciò gli Alemanni, 
si condusse a nomo del popolo al palazzo dove erano 
adunali il doge e i collegi, e levatosi il suo berrettino, 
e inginocchiatosi umilmente a terra, coi panni tulli 
rosseggianli per una lunga ferita fallagli dal ferro ne- 
mico, presentò le chiavi dicendo nel suo dialetto le 
seguenti parole: 

— Signori, queste sono le chiaviche loro signori 
serenissimi hanno dato ai nostri nemici, procurino 
in accenire di meglio custodirle. 

Terribile ammonizione (dice il nostro storico) data 
da IMI umile garzone di osteria a tanti patrizi di an- 
tico e chiaro sangue. P. Cobelli. 
di A. Fontana in Torino. 



14. 



MUSEO scixirTinco, ecc. — Aimo X. 



(8 aprile 1848) 



r^4^ c^^:Mti^^^r*,TT\,^fr\ ^.^^:^^<c;^^^ 



t 




Non senza ragione poniamo in fronte di questa 
pagina il disegno della statua di Balilla del valoroso 
Cevasco. I fanciulli d'Italia fanno 9 gara per emu- 
lare la gloria del fanciullo genovese che avventò 
pel primo il sasso fatale contro il colosso dai piedi 
di creta; essi furono iniziatori della guerra santa. 

La sera del giorno 9 marzo scorso, trecento ragazzi, 
il maggiore de' quali avca 14 anni.recavansi festevoli 
baldi innanzi al palazzo vice reale, in Milano, gri- 



dando : Viva Pio IX! Viva la Repubblica ! Si fac- 
ciano avanti i nostri nemici! 

Erano i mcssaggieri di quel Dio che crea i ga- 
gliardi dai deboli e arma gli agnelli contro i leoni. 

Gli oppressori in su quel subito ne presero sgo- 
mento, ma poi vedendo che ogni cosa tornava nella 
calma primitiva, alla quale succedeva un silenzio 
grave e profondo, si rinfrancarono e sorrisero. Vi- 
dero in quel silenzio l' avvilimento d' una nazione 



lOS 



MD8B0 SCIBNTiPICO, LBTTRRARIO RD ARTISTICO 



inHacchila nell'ozio tra le dollzic; videro II terrore 
e la srrvilù, figliuoli primogeniti dell'inerzia... Scia- 
gurati I quel silenzio era foriero delia più orribile 
delle tempeste perchè pregna della collera di Dio. 

Passarono alcuni giorni e la tempesta scoppiò... 
Era Dio che combatteva , Dio eh' ò il padre della 
vino e della libertà; Dio che disse all'Italia boc- 
cheggiante, sorgi, combatti e vinci! 

L'eloquenza degli uomini verrh meno nell' esal- 
tare le nuove e quasi divine opere de' Milanesi, i 
quali smorzarono nel sangue la ferocia austriaca e 
di tanto intervallo avanzarono i popoli che seppero 
frangere le proprie catene e vendicarsi in libertà. 
Udite: 

Otto fanciulli, il maggiore de' quali non ha varcalo 
il decimo anno, mettono in fuga un drappello di bar- 
bari. — Una donna, Luigia Ballistotti, strappa il mo- 
schetto dalle mani di un cavaliere, si pone alla testa 
di molli giovani, combatte per quattro interi giorni 
con instancabile e miracoloso coraggio, difendo un 
caseggiato abitato da 580 popolani e vola sul nemico 
come folgore omicida. — Un giovinetto di appena 
13 anni combatte avanti al castello tra la schiera dei 
più animosi; una palla lo coglie alla gamba; egli 
siede, sconficca con un coltellino dalle carni la palla, 
fascia la gamba colla sua pezzuola e torna a com- 
battere. — Un cittadino avventasi dove è più fitto il 
tempeslaro delle palle e più certa la morie: i com- 
pagni ne lo vogliono ritrarre: Avanti! Avanti! ri- 
sponde egli: Non può cadere chi ha il segno di Pio JX 
sul cuore. — Un popolano, padre di molli figliuoli, 
è colpito da una palla nel petto; se la fa strappare 
da quelli che lo circondano, e, nel versare l'anima 
•valorosa, prende in mano il piombo, dicendo: Ecco 
l'eredità de' miei figliuoli! ... 

Ma chi può dire gli atti infiniti della grandezza 
dei Milanesi ? Essi tulli furono eroi; e tulli i popoli 
tra i quali ò penetrata la luce della civiltà verranno 
un giorno a baciare le pietre della santissima Mi- 
lano, facendo a gara nel tributarle l'omaggio della 
loro più fervida ammirazione e del loro più riverente 
alTelto. 

Essi furono grandi nella battaglia, grandissimi nella 
vittoria... Raccoglievano i prigionieri e gli ostaggi 
con pia mansuetudine, ristoravano gli stanchi,' sana- 
vano i feriti, parlavano l'accento della pietà e della 
pace, largheggiavano ogni maniera di cure e di 
lautezze. 

Eppure questi prigionieri, questi ostaggi avean 
poc'anzi commesse ncfandigic di cui tutti gli annali 
della razza umana non offrono esempi... Furon tro- 
vate intere famiglie inchiodate alle pareti^ bamboli 
lacerati per mezzo; prigionieri mutilali a brano a 
brano; strappate dai cranii le cervella, di cui si 
fecero intingoli; alcuni sventrarono, altri corocifis- 
sero, altri abbrustolirono, ad altri cavarono gli occhi... 
Ma a noi rifugge l'animo dall' enumerare questi 



atti che cancellano per sempre il suggello di Dio 
dalla fronte di quel popolo che li commise. 

Solo vogliam dire che l'intera Europa deve so- 
lennemente protestare contro il delirio sanguinoso 
dell'Austria: tutti i popoli cristiani devono gettare 
sovra lei la loro pietra di maledizione. Ella ha se- 
minato il sangue; raccolga il frutto che dal sangue sì 
fruttifica ; sia strappata dal ruolo delle nazioni che 
sfregia e vitupera colla sola sua presenza 

Al grido dei Milanesi, gli Italiani sorsero, come 
un sol uomo , frementi d'impazienza , di coraggio, 
di ardimento: uno stesso pensiero li comprendeva; 
una slessa fianjma, come ferro rovente, li abbra- 
ciava: tulli tulli chiedevano armi e volavano sulle pia 
nuro lombarde pel trionfo dell'indipendenza e della 
libertà. I primi a por piede sulla sacra terra erano 
i Lomellini, i Liguri, i Monferrini, e i Piemontesi. 
Essi cominciarono a minacciare e impaurire i bar- 
bari coir arma potente di Pier Capponi — il suono 
delle campane; poi s'avventarono coi popoli lombardi 
sull'aquila bifronte e furono in tempo di strapparne 
le penne. 

Carlo Alherto, trasportalo da quell'entusiasmo 
sacrosanto, sorse coli' ardimento di chi si sente forte 
della propria potenza e della benedizione di Pio IX, 
e, gittata a terra la vagina della sua spada, giurò 
di non ripigliarla finché il Iricolorito stendardo d'I 
lalia non splenderà sulle eccelse velie del Voralberg. 

Pio IX, l'eroe della verità e della giustizia, balzò 
dal suo trono, gridando: Viva Dio! ecco la guerra 
santa ! 

I suoi popoli, invasati dal suo slesso spirilo, gli 
si fecero intorno procellosamente sclamando : Armi\ 
armi! Padre santo! E il supremo Gerarca giubi- 
lando armava immantinente 12 mila de' suoi figliuoli, 
e, fortificatili della sua santa benedizione, li inviava 
alla Crociala. Un sacerdote, il Padre Gavazzi, gitta- 
vasi in mezzo alle file di que' valorosi con una croce 
velata di negro, gridando : — Fratelli, questa croce 
io la scoprirò dinnanzi agli occhi vostri quel dì 
soltanto che Italia sarà libera. Il colonnello Fer- 
rari annunziava ai volontarii che il Pontefice, nelle 
presenti strettezze, non poteva loro assegnare fuor- 
ché lo stipendio di quindici baiocchi al giorno. Il solo 
pane! il solo pane! risposero i volontari. No! ri- 
prese il colonnello commosso, dieci baiocchi ed il 
pane! Ciciruacchio, il grande popolano di Roma, com- 
parve tra la prima fila armalo di tutto punto. Non 
toglieteci il nostro rappresentante, la nostra salute! 
grida il popolo affannato. Noi potremmo esser vittima 
di occulti scellerati. — No! disse il Padre Gavazzi. 
Tu sei lo scudo contro il quale si spuntano le armi 
dei nemici di Roma e d Italia. Devi restare; giu- 
ralo! Il popolano colle lagrime agli occhi, Ebbene, 
sdima, partirà il mio figlio! partirà il sangue mio! 
e giura di non partire. Il padre Gavazzi ne raccoglie 
sulla croce la sacra promessa. 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI K SVARIATE NOZIONI 



107 



Che» dirò poi delle sponlanee oblazioni del popolo 
romano al governo pontificio, per provvedere alle 
bisogne della guerra? Nobili, ricchi, impiegali, mer- 
eiai, pizzicagnoli, Uilli accorsero ad ofTrirc il loro 
obolo alla patria. Furon viste fanciulle strapparsi 
gli anelli dalle dita, popolane togliersi dal capo 
l'ago d'argento che ne frenava le treccie, preti dare 
l'orinolo di tasca-, un umile cappuccino gitlare di 
soppiatto uno scudo, poi fuggire per non essere ve- 
duto.... Non ci pare di essere trasportali «i lempi 
più gloriosi dell'amica Roma? 

E così fecero i Toscani, così i Napoletani, così 
i Modenesi, così i Reggiani , così i Piacentini. Ma 
non così i Parmigiani L' Italia rifugge dal cre- 
derlo. Si accerta che quel Duca sia slato condotto 
in trionfo per le vie della città, si accerta che gio- 
vani ben azzimati con coccarda tricolore sul petto, 
sìansi anelati essi medesimi in vece dei cavalli alla 
carrozza di colui.... Noi ci sentiamo fremere e sa- 
lire i rossori sul volto scrivendo queste parole. 
Sarebbe possibile? Parma, la città gagliarda che 
slette sola contro le immani forze dello svevo Fe- 
derico li, e lo costrinse a fuggire domo e tremante 
dalle sue mura (*), Parma sarebbesi ora posta sul 
capo questa corona d' infamia? Avrebbe incatenala 
se medesima al carro di colui che pochi giorni 
prima la metteva al bersaglio delle bombe? che la 
vendeva obbrobriosamente al nemico derno degli 
Italiani ? Che ha sempre putlaneggialo colla Donna 
di Vienna?... Noi non osiamo crederlo; non osiamo 
pensare ch'ella abbia contaminato il nostro santo 
risorgimenlo di una macchia così enorme.... Ma se 
ciò fosse, Parma diverrebbe fra noi il sìmbolo del 
vitupero, perciò dovremmo alTretlarci a cancellarla 
dall' italica famiglia. 

Gli Italiani cercano nelle pianure lombarde un 
altro vessillo, quello di Ferdinando di Napoli. Che 
fa egli ? Perchè non si pone alla testa della sua 
bèlla armata? Perchè non viene a lavarsi nelle onde 
del Po del sangue di Sicilia e di Cosenza? Ignora 
egli forse che nella bilancia di Lombardia sta ora 
riposto l'onore, la gloria, l'indipendenza, la liberta?... 
Questi sono i giorni delle grandi prove dei'principi. 
Guai se stanno sordi all'appello dei popoli!... 

Non s'illudano di soverchio gli Italiani! L'Austria, 
finché avrà un soldato ed un cannone, li manderà 
in Italia per non perdere questa preda che da tre 
secoli impingua le sue vene. Più di un Legnano in- 
contreremo sui piani lombardi. E dovere sacrosanto 
di lutti gli uòmini nati dal Cenisio al Lilibeo di ac- 
correre quivi colle armi per cacciare oltre l'Alpi 
l'oppressore e ripurgare dalla lue austriaca questa 



(■) Daremo in altro numero notizie particolareggiate 
di questo fatto di cui Parma dcbbe tanto onorarsi. 



terra dalle celesti armonie, dai grandi concedi e 
dalle grandi memorie. 

Sacerdoti, mostratevi degni di quel Sommo che 
oltre dal Vaticano gli esempi di ogni sapienza civile 
e religiosa; Egli ha benedetta questa Crociata; ar- 
matevi della sua stessa arme, la Croce; ponetevi 
tra le file de'combattcnti infìammatidoli con quelle 
parole che Cristo ha registrale nel suo codice eterno. 

Madri, rammentatevi che il sole che riscalda le 
vostre Fronti è quello di PIO IX. Additale ai fi- 
gliuoli vostri l'arena militare dalla quale deve sor- 
gere il trionfo degli oppressi e la redenzione del- 
l' intera Italia: non dite loro di quelle parole che 
vanno troppo diritte al cuore e muovono gli affetti 

molli Sospìngeteli alla più bella, alla più santa 

delle guerre 

Donzelle d' Italia, abborrite dal portare i vostri 
sguardi sulla fronte di colui che fugge i pericoli 
della lotta; il vostro amore sia la corona del valo- 
roso che non teme di spendere la vita per liberare 
la patria comune dalle battiture di una signorìa vio- 
lenta, ladra e barbara la quale vien gridando che 
i popoli sono povere greggie procreate a ludibrio 
per ogni più astuta e atroce ambizione. 

In bando i troppo teneri affetti! Facciam alla pa- 
tria il sacrificio dei figliuoli, degli averi, di tutto. 
La vita è un' ombra che fugge. Innalziamo a noi 
medesimi un monumento eterno nella memoria dei 
secoli avvenire. Poniamo per sempre un piede sulle 
faville di quel fuoco che accende i gretti e volgari 
odii municipali. La podestà del Vaticano, quella che 
già protesse la forte libertà dei nostri Comuni e 
ruppe le catene dei popoli, torna a folgorare in tùlio 
il suo raggio primitivo... Essa acciecherà l'esercito 
degli oppressori !.... All'armi dunque !.... Al campo 
dove la ragione comballe contro la forza, la giu- 
stizia contro l'iniquità, 1' arcangelo Michele contro 
satana!... Alla Guerra Santa! Alla Guerra Santa! 

V. Gorelli. 



GIUSEPPE ZANOJA 

11 secolo decimotlavo ricchissimo di fatti memo- 
rabili, che colla celerilà del fulmine gli uni succe- 
devano agli altri, produsse pure delle grandi mu- 
lazioni nello stato politico, scientifico, letterario dei 
popoli. Nel turbine infatti di guerre accanite, mici- 
diali, che dopo la Francia, riuscirono più chea qua- 
lunque altra nazione fatali all'Italia, sorsero per- 
sonaggi potenti per ingegno ad illustrare, ad accre- 
scere co' loro scritti la gloria di quella terra, che 
Àpcnnin parte e il mar circonda e l'Alpi. 

Né ultimo tra questi collocare certamente si deve 
un nostro novarese, il celebre Giuseppe Zanoja da 



108 



MUSSO SCIENTIFICO. LETTERARIO ED ARTISTICO 



Omogna, filologo profondo, architello valente, imma- 
ginoso poela, oralore dislinlissimo. 

Trovandosi Camillo Zanoja colla moglie Angiolina 
Roberti in dcnova per alTari di commercio, gli na- 
cque il 19 febbraio 1747 un figlio, cui venne im- 
posto nel battesimo il nome di Giuseppe. Allevato 
con ogni sollecitudine dai genitori in Omegna, ed 
apprese per tempo dal sacerdote Barlolommeo Co- 
moli le intricate regole gramalicali , passò da un 
fratello di sua madre in Piacenza, alTine di studiare 
sotto egregi professori l'arte retlorica e la poetica. 
L' indolo soave e l'aperto ingegno del giovinetto gli 
conciliarono ralTerione di tulti, e principalmente 
di Roberti , sicché piangenti lo videro dopo due 
anni partire da loro, onde recarsi nel rinomato col- 
legio di S.Alessandro in Milano, a correre lo stadio 
dell'eloquenza sublime e della filosofia. I^ssendo 
in questo mezzo pressato dai parenti di scegliersi 
uno stato, vesti l'abito clericale, e con tanta assi- 
jduità ed interesse dcdicossì alla sacra teologia che, 
lasciali dietro di sé gli altri compagni, fu nella poca 
età di quattro lustri proclamato dottore in quella 
diflìcilissima facoltà. Sapendo poi il Zanoja che i 
titoli accademici non formano per se stessi gli uomini 
saggi, volle addentrarsi nel diritto canonico affinchè 
la minima parlo non gli mancasse di quel sapere 
indispensabile ad un vero ecclesiastico. Meditabondo 
per natura e poeta, stupiva dinanzi alla dignità dei 
templi, alla maestà de'palagi, onde Milano è bellis- 
sima, e sospinto da prepotente inclinazione consa- 
crossi per intero alle scienze esatte ed alla solida 
architettura. Da principio suo padre, per timore di 
perdere un pingue beneficio, cercò di rimuoverlo 
da quel proposito, ma Giuseppe inviandogli il disegno 
di uno stendardo polla chiesa di Omegna ottenne da 
lui soddisfattissimo e del lavoro e dell'argomento, 
di potere liberamente consacrarsi alle arti liberali. 
Ordinato quindi sacerdote, venne chiamato ad occu- 
pare in pa.tria un'esedra canonicale di suo padronato, 
e in quella carica egli seppe mantenersi sempre 
con sì rara modestia che a buon diritto riscosse 
l'universale approvazione, né valsero menomamente 
ad insuperbirlo l'onore che dalla curia arcivescovile 
venivagli conferito di consultare nelle gravi contro- 
versie che di quel tempo insorgevano tra la Chiesa 
ed il foro secolare. Personaggi distintissimi venivano 
dalla vicina Lombardia, da Novara per conoscerlo, 
per conversare con lui, ma l'umile quanto dotto mi- 
nistro del santuario accoglieva ciascuno con gentile 
compiacenza, e senza punto far pompa di dottrine, 
edificava i forestieri con modi officiosi, urbani. Ar- 
gomento continuo de' suoi discorsi con essi, n'era 



la grotta memor8l)ilc ricordata dall'Amoretti nel suo 
viaggio ai tre laghi, congiunta alla di lui casa; grotta 
la quale estendendosi per lungo tratto nel Mergozzolo 
mostra che quel monto grandioso posa sovra uno 
strato immenso di arena disciolta da qualche anti- 
chissima alluvione. Il vescovo Balbi» Bertone, cono- 
scitore profondo del vero merito, offerse a Zanoja 
un canonicato in una delle due basiliche di Novara 
per adescarlo a rientrare nella sua diocesi, ma egli 
credette bene di non accettare l'onorevole offerta, 
e diedesi alla sacra predicazione, e a celebrare lo 
lodi dei Santi della Chiesa. I panegirici da lui fatti 
di S. Filippo Neri, di S. Francesco di Sales, e di 
Santa Giovanna Francesca di Chantal mostrano di 
quanta eloquenza fosse l'oratore nostro fornito, e 
l'elogio funebre dell' imperatrice Maria Teresa, de- 
clamato alla presenza dell'arciduca Ferdinando, e 
universalmente applaudilo per la robustezza e libertà 
de' concetti, gli fruttò un canonicato nell'ambrosiana 
basìlica di Milano. Appena il Zanoja divenne mem- 
bro di quel venerando collegio combattè da valoroso 
le pretensioni de'monaci che salnr>eggiavano nell' 
istesso tempio, e in breve furono da lui rivendicali 
i diritti e le prerogative del Capitolo. Fra mezzo alle 
gravi occupazioni dell'arduo suo ministero, non si 
ristette però dal coltivare con felice successo eziandio 
l'amena letteratura. Le commedio che scrisse, e 
principalmente la Capricciosa peritila ebbe l'onore 
di essere più volte replicala sui teatri di Milano e 
di Venezia, e i suoi sermoni vengono per comune 
consenso aggiudicati siccome veri capi d'opera del 
genere satirico, e scrittori dottissimi non dubitarono 
di attribuire uno di essi all'autore del Mattino, fin- 
ché Vincenzo Monlì provò che a Giuseppe Zanoja 
e non al Parini apparteneva il vanto di aver rega- 
lalo all' Italia il carme sulle pie disposizioni testa- 
mentarie. 

Con forza veramente oraziana scagliasi l'ottimo 
poela contro quegli sciagurati, che, sordidi ed avari 
nella loro vita, credono poi di comperarsi con lascili 
pii una fama immortale nel mondo, il paradiso nel- 
r eternità. Né men pregevole è il sermone contro 
la bruttezza dell'evirazione e l'ingiustizia di coloro, 
che a' suoi giorni pagavano splendidamente quegli 
esseri di genere neutro, i quali mandavano per yron 
foce di bocca un fil di voce. Nella pittura eziandio 
colse il Zanoja un bel lauro dipingendo all'acqua- 
rello Eloisa al sepolcro di Abelardo, un Trappisla 
che si cava la fossa, e finalmente una Casa assalita 
da' masnadieri. Ma il suo genio più che a qualunque 
ramo artistico porlavalo a collivare con passione 
straordinaria l'archilctlura, e le decorazioni nel pa- 



tCBLTA «ACCOLTA 01 UTILI B SVARIATS N(»Zlom 



irò 



lagio de'Borromei in Milano da lui disegnale, ed 
altri bellissimi lavori teslimonìano la valentia del 
Zanoja in quell'arte nobilissima. 

Fondata da Napoleone un' accademia di belle arti 
in Milano, il nostro novarese fu creato professore di 
architettura teorica, segretario dell'accademia stessa, 
ed architetto stipendiario della fabbrica del Duomo. 
I discorsi, che egli nella qualità di segretario pro- 
nunciava nella distribuzione der* premii, ammiravansi 
tulli dallo scelto uditorio e per la forza de' pensieri 
e delle prove messe in campo dal facondo oratore, 
onde provare l'argomento da lui preso a trattare. 
Essendo i pfincipali professori dell'arte architetto- 
nica chiamati a presentare un disegno per l'esecu- 
zione della facciata del Duomo, fu dalla Commissione 
a tal fine riunita, data la preferenza a quello del 
nostro novarese. Insliluitasi poscia in Milano la ma- 
gistratura degli edili, fu pure chiamato il Zanoja a 
far parte del dotto consiglio, ed egli il primo di- 
mostrò la necessità di dirizzare le vie tortuose della 
vasta metropoli Lombarda. Fra le opere però archi-, 
tettoniche innalzate da quel multiforme ingegno, 
tiene senza dubbio il primato la Porta Nuova di 
Milano, monumento, a dir vero, grazioso, sorpren- 
dente. Anche Novara possiede lavori del suo_Zanoja, 
siccome sono la Cappella di S. Agapito in Maggiora, 
e l'altare di S. Lorenzo nella nostra chiesa ma- 
trice. Sebbene mostrato non siasi mai il Zanoja adu- 
latore de' grandi, veniva cionondimeno con piacere 



ammesso alle loro conversazioni, e la slima e l'ami- 
cizia godeva del conte di Breme e del generale Sa- 
vran. Infermatosi nell'anno settantesimo della sua 
età, spirava in Omegna il giorno 16 ottobre 1817, 
ed era onorevolmente sepolto in un oratorio di suo 
patronato. Un amico del cuore, il signor Paltoni, po- 
nevagli un marmoreo monumento con questa epi- 
grafe : 

lOSEPHO • ZANOJA 

VEMEMENSI 

AMBROSIANAE . BASlLICAE 

PATRI AEQ VE . COLL . CANOMCO 

ORDIMS . CX)RONAE . FERREAE 

EQVITI 

LONGOBARDORVM . ARTIVM . ACCADEMIAE 

CANCELLARIO . PROFESSORI 

THEOLOGO . ORATORI 

A-RCHITECTORI . POETAE 

EXIMIO 

KAROLVS . AKTOMVS . PATTOM . CAN. 

AMICVS . AMICO 

P. 

VIXIT . AN. LXX . MENSES . VIII 

OBIIT . XVIII . KAL. 

NOVEMBRI S . MDCCCXVII. 

Felice Battioni. 



Non è verno che non ami conoscere le più minute particolarità di Pio IX, di questo eroe della 
bontà e della riconciliazione., che crea dagli umili i forti e mette la Croce alla testa del progresso 
e della libertà dei popoli. Riportiamo perciò con vivo piacere alcuni aneddoti della vita di quel Sommo, 
tolti dal libro BOMA E PIO IX del benemerUo Alfonso Balleydier (1). 

POLIZIA OCCULTA DI PIO IX 



PIO IX infiammato dell'amore del suo popolo, non 
lascia indietro venina particolarità del suo governo. 
Egli veglia e pensa a tutto, conducendo le più 
piccole e le più grandi bisogne, senza che le une 
rechino nocumento alle altre. La sua vìva e costante 
sollecitudine si stende sui più poveri dei suoi sud- 
diti e soprattutto sui poveri vergognosi. Creò a bella 
posta per essi una polizia occulta, della quale tiene 
in mano tutte le file, governandole con mirabile 
sapienza. 



(1) Di questo libro leggiadramente tradotto sta per 
uscire dallo Stabilimento Tip. di Alessandro Fontana la 
terza edizione con aggiunte importantissime di anonimo 
italiano sino alla Costituzione Romana. 



Uno dei suoi segreti agenti, attraversando il ghetto, 
vide lina bella giovinetta sguizzare misteriosamente 
nella bottega di un ebreo, e potè seguirne tutti i 
movimenti senz'essere avvisato. Essa vendette una 
croce d'oro alla quale senza dubbio dava un gran 
prezzo perchè la sua mano tremava nel riceverne il 
danaro e i suoi occhi si bagnarono d'una lacrima. 
Dovea ben essere infelice per spogliarsi in tal gtiisa 
d'un ornamento sacro por tutte le donne romane. 
L'agente secreto si trovava sulla traccia d'una bella 
avventura pel suo augusto signore e determinò di 
condurla a buon fìne. La giovinetta uscendo dalla 
bottega dell'ebreo corse immantinente presso un 
fornaio a comperare un grosso pane che nascose 
sotto il grembiale, poi ritornò, sempre correndo, 
nella via deserta ove abitava. L'agente non l'avea 



no 



«OMO sasiiTirico. lbttsbaiio id akintico 



perduta di vista, o le tonno dietro liin;];o una scala 
oscura e tortuosa di' ella saliva senza dubitare di 
essere spiata. Giunta sul pianerottolo, ella apri un 
usciolo che, nella fretta, non pensò di serrare. Quivi, 
in una camera nuda, una vecchia donna infermo, 
lan^iuiva di fame. 

— Prendete, mia buona madre, le disse la figliuola 
entrando, ecco del pane, mangiate. 

— E tu, mia fanciulla, le risposo la vecchia divo- 
rando il pezzo di pane che riceveva, perdio non 
mangi mai? 

— Oh! io, è dilTercntc; ho desinato in casa di 
una delle mie compagne, e non ho fame. — Con- 
tenta della sua ingegnosa menzogna, la povera fan- 
ciulla, morendo anch' ella d'inedia, aggiunge: 

— Rincoratevi, mia madre, si dice che il lavoro 
diverrà abbondante; Pio IX, nostro buon padre, ha 
dato ordini per tale elTetto... Voi non avete più fame; 
via consolatevi; Iddio buono non ci abbandonerà, 
Pio IX veglia su noi. — Avea appena finito queste 
parole, che una moneta d'oro coli' effigie di Pio IX 
cadde a' suoi piedi; ella si slanciò verso l'uscio, 
ma l'agente protettore era scomparso. — Voi vedete, 
mia madre, che Iddio si commosse a pietà di noi, 
ripigliò ella facendo brillare a' suoi occhi la moneta 
d' oro , ci vengano ora dire che non si fanno più 
miracoli ! — Quest'avventura divertì assai Pio IX, 
il quale volle conchiuderla egli stesso.. 

Fece ricomperare la croce venduta la sera avanti 
e la rimandò alla giovinetta con cinque monete d'oro 
accompagnale dalla presente lettera : 
• Mia cara figliuola, 

«Voi aveste ragione di sperare in Dio. Egli non 
« abbandona giammai la pietà filiale. Voi avete ra- 
«gione di sperare in Pio IX; egli veglierà affinchè 
• vostra madre e voi non moriate di fame ». 



PIO IX — GIULIA E BEPPO 

Pio IX dissuggella egli slesso tutte le lettere in- 
dirizzale a lui. Un mattino gli pervenne la seguente: 

« Santissimo Padre, 
• Simile a Dio buono, di cui siete il degno mini- 
stro. Voi possedete nel cuore un tesoro di miseri- 
cordia. Ed è appunto al vostro cuore che io giovi- 
netta infelice, ardisco oggi indirizzarmi. Sono cinque 
mesi che io, povera fanciulla, ebbi la sventura di 
credere a parole che non avrei dovuto mai ascol- 
tare-, ma la bocca che le pronunziava era così bella, 
cosi dolce ! Una sera, abbandonai Napoli, mia patria, 
che di cerio non rivedrò più. Mia madre, avvezza 
a portarmi ciascun mattino i suoi baci al mio de- 
starmi, mi ha senza dubbio maledetta allorché Irovò 
il mio letto vuoto e deserto. Epperciò io vengo a 
dimandare il vostro perdono, quello di Dio e la 



grazia di seppellire la mia vita in un convento di 
Roma nello lacrime del pentimento e nell'espiazione 
della penitenza.» ^ 

«fiICLU.» 

L'indirizzo della giovine era in calce di questa 
lettera portante in più luoghi la traccia di molte 
lacrime. Pio IX mandò subilo a cercar Giulia. La- 
grimando e occultando I» faccia tra le pieghe del 
suo velo nero, la giovino Napolitana comparve di- 
nanzi il sovrano Pontefice. 

Pio IX dandolo coraggio, disse: — Non ò un giu- 
dice che vi ha fatto chiamare; è un padre clic vi 
perdonerà se, come l'avete scritto, voi siete since- 
ramente pentita. Alzate il vostro velo. 

La Napolitana alzò il suo velo e lasciò vedere una 
sembianza sfolgorante di bellezza, malgrado le la- 
crime e la disperazione che la oscuravano. 

Il Papa si fece narrare la sua storia: era quella 
di tutte le giovani le quali, ascollando la voce del 
loro cuore e non quella del dovere e della ragione, 
sacrificano la vita al capriccio di un desiderio, al 
sogno di un' immaginazione ardente e passionala. 
. Il fallo' che aveva commesso era enorme, im- 
menso, non irreparabile tuttavia. Pio IX, lo com- 
prese, appena ebbe scandaglialo con un colpo d'occhio 
la grandezza del malo e la profondità della piaga. 
Il giovane che avea rapilo la fanciulla Napoletana 
non era assolutamente colpevole; egli apparteneva 
a una famiglia nobile, ma di poche fortune, la quale 
soggetta, come tutta la nobiltà napoletana, ai pre- 
giudizii di ciò che chiamasi cattivo parentado, ne- 
gava il suo assenso all'unione del proprio figliuolo 
colla figlia d' un plebeo, ricco bensì, ma senza titoli 
e senza gradi. 

—Dove abitate mia figliuola? le chiese il sovrano 
pontefice. 

— Abito in una stanza mobiliata che abbiamo ap- 
pigionala nel Corso. 

— Sola? 

— No, santissimo Padre. 

— Con lui, di certo. 

La giovine non rispose, ma il suo silenzio equi- 
valeva all'aflermazione. Il Papji ripigliò: 

— L'amate voi? 

— Meno che Dio forse, ma più di me slessa. 

— Avete fiducia in me? 

— Più che non n'ebbi per mia madre. 

— Allora voi non tornerete più al Corso, io vi 
farò condurre al convento per qualche giorno sol- 
tanto i quivi pregherete Iddio affinchè vi perdoni 
come io vi ho perdonala. 

La sera, allorché la giovine più calma e più ras- 
segnala entrava nel convento, Pio IX interrogò 
Heppo, sconsolato come Giulia, dell'ostacolo insor- 
montabile che opponevasi al suo matrimonio. 

— Amate voi Giulia? gli chiese il Papa. 

— Quasi come Dio, rispose Beppe. 



SCKLTA lACCOLTA DI OTILI B tTABUTB NfltlOIII 



III 



r 



— Per un giorno forse? 

— Pel lempo e per T eternità. 

— Senlilc in voi la forza di renderla felice ? 

— A spese della nìia propria felicità. 

— Lo promettete? 

— Lo giuro. 

— Sul vostro onore ? 

— Sopra questa croce, gridò Beppo accennando 
la croce d'oro del sovrano PonleGce e gettandosi 
a' suoi piedi. 

11 Papa alzandolo gli dimandò il nome della sua 
famiglia e lo congedò, dicendogli di tornare fra otto 
giorni. 

Passati gli otto giorni, all'ora slessa, egli trova- 
vasi al cospetto del sovrano PonteGce il quale pìepio 
di allegrezza gli disse: 

•• L'ostacolo che opponevasi al vostro matrimonio, 
•• sparì. Ogni cosa è possibile a Dio, il quale non 
• riconosce altra nobiltà fuor quella die la virtù 
« stampa nei cuori. Ilo ottenuto il consenso della 
« vostra famiglia. Fra quindici giorni voi sarete lo 
«sposo di Giulia. » 



Nel punto istesso, Giulia inviala al Quirinale, si 
presentò davanti a Pio IX. Poco mancò che smar- 
risse i sensi alla vista di Beppo. 

« Calmatevi, le disse il sovrano Pontefice. Voi pò- 

• tete guardare oggi senza arrossire colui che tiene 
■ la cima de' vostri afTelti, perchè questi affetti sa- 
pranno ben tosto legittimati. Ho ricevuta una lettera 
« di vostra madre , ella vi ama sempre e vi perdona 
« il dolore che le avete cagionato. La sua dispera- 

• zione la trasse quasi al sepolcro, ma ora sta bene. 
« Voi la vedrete fra quindici giorni, perchè ella deve 
« venire a Roma per assistere al vostro matrimonio 
«che avrà luogo a tal' epoca con Beppo. I suoi pa- 
« renti acconsentono a riconoscervi e ad amarvi 
a come la loro propria figliuola. » 

Giulia rientrò nel convento e Beppo nel suo ap- 
partamento del Corso per trovarsi quindici giorni 
dopo, alle ore quattro del mattino, nella Chiesa della 
Madonna degli Angeli. Quivi nella cappella della Ver- 
gine, e in presenza de' loro più inlimi parenti, ricevet- 
tero dalla mano d'un sacerdote la benedizione nuziale. 

Il sacerdote era Pio IX. 



FRA CSIROliAlUO SATOMAROIìA 

STORIA DEL SECOLO XV di PIETRO GORELLI 

Essendo imtninenle la pubblicazione di questa storia, il lettore ci perdonerà se, vincendo per questa 
tolta quella modestia che non deve mai scompagnarsi da uno scrittore, noi osiamo pubblicare in questo 
giornale, di cui siamo il Direttore^ la prefazione di questo nostro libro (1). 



il lettore assennato, nelKaprire questo libro, non 
si sgomenti del- nome di romanzo. La storia, quella 
che veramente merita di essere chiamata con que- 
sto gran nome, è qui conservala religiosamente 
intatta. 

Vuoisi lodare la generazione presente che ama 
tale specie di libri; perchè anche l'austero Foscolo 
sapientemente gridava che un romanzo può alta- 
mente iniziare i men dotti nel santuario della storica 
filosoGa. Ma lo scrittore che pon mano a colali 
opere, deve tremare dal travisare i fatti; la verità 
li raccolse sotto le sue grandi ali ; sarebbe rea in- 
sensatezza il toccarli. 

Da questa sacra legge non mi sono dilungalo nel 
descrivere i casi di Oliviero Capello; cosi fo nel 
Savonabola ; e cosi farò Anche la fortuna mi la- 
scierà correre questo arringo con forte e corag- 
giosa libertà. 

Alcuni proclamano il Savonarola santo e martire, 
altri ambizioso ed eretico. Le tenebre che i tristi 



(1) L^Opcra è divisa in cinque volumi; e ne uscirà 
uno ogni mese. — Il primo sarà pubblicato nel aprile 
corrente. — Editore Alessandro Fontana. 



addensarono sa quel capo venerando, crebbero col 
crescere degli anni; i moderni non seppero o non 
vollero squarciarle; il Carle e il Rio con quelle sot- 
tigliezze e astrazioni caliginose che invadono ora 
eziandio i dominii della storia e dell'arie, corrup- 
pero per avventura maggiormente la verità. Lungo 
da me la presunzione di enli'are innanzi ai valorosi 
che mi precedettero in queste ricerche. Io"lascierò 
parlare i fatti ; e da questi, nutro fiducia, emergerà 
intera la luce del vero. 

Ho visitalo Firenze ! ho respiralo dieci mesi 
quelle aure nelle quali riardono ora Je faville di 
quel fuoco immortale che animò il Savonarola nei 
pericoli della gloria, negli amori della religione e 
della libertà, nell'accanimento delle persecuzioni, 
nelle angosce della tortura e nella morie atrocissima. 
Ho lungamente meditato le sue prediche, i suoi ser- 
moni e gli altri suoi scritti, in tutti i quali discorre 
spontanea, feconda e larghissima la vena deira(Tetto, 
e che l'Italia per sua vergogna lascia sepolti nella 
polvere delle biblioteche, preda ai tarli. Ho inter- 
rogato quei luoghi che echeggiarono della sua parola, 
la quale ora fu la folgore che atterra i polenti ed 
tiranni, ora l'alilo consolatore che placa le tempeste 
dei tribolati, sempre ministra del Vangelo, eh' è il 



Ila 



MUSSO gCIBNTIPIO). LBTTKKAHIU HD ARTISTICO— SCELTA lACCOLTA DI UTILI B SVARIATE ROZIONI 



codice della liborlà. Ho sospiralo visitando la sua 
cella nuda di ugni ornamento e severa come la sua 
anima islessa; ed ho pianto sedendo a lungo nella 
carroro angustissima dove si racchiusero i gigan- 
teschi pensieri di lui. Finalmente mi sentii stringere 
di raccapriccio innanzi ni quadro del contemporaneo 
o attore Mariotto Albertinelli , raUìgiiranto il suo 
supplizio (1). 

l)opo ciò, se mi riuscirà di trasfondere in chi mi 
logge una parie de' sentimenti che provai io mede- 
simo, le mie fatiche, le mio vogfie e i miei pali- 
menti avranno un nobile guiderdone, perocché allora 
oserò accogliere la certezza che l'Italia (la quale 
troppo spesso calpesta i suoi grandi, lasciandoli in 
preda alla barbara intolleranza degli appuntatori e 
dei codardi) collocherà Gnalmente Girotumo Savona- 
rola in quel seggio che gli è dovuto. 

Già lo dissi in altre mie opere; non la fama, ma 
il solo sentimento del bene mi conduce. E qual altra 
guida debbono cercare gli Italiani nelle presenti loro 
conlingenze? Tutti, postergate le invidie volgari, le 
pazze superbie e le libidinose vanità, congiunti di 
mente e di cuore, dobbiamo portare una pietra all'e- 
difìcio della nostra nazionale rigenerazione.... Il Sa- 
vonarola predicava, sono ormai quattro secoli, fra i più 
gravi pericoli di morte, la le'gge dell'amore, della 
carità e del sacrifìcio, legge barbaramente conculcata 
dagli oppressori, intenti in ogni tempo a soggiogare 
la forza e la santa intelligenza dell' uomo. Imi- 
tiamolo!... 

Oh giovani miei confratelli ! A voi mi rivolgo sin- 
golarmente. Ricordiamoci di quel Grande che apriva 
l'era novella esortandoci alle storie perchè niun po- 
polo più di noi può mostrare, né più calamità da 
compiangere, nò più errori da evitare, né più virtù 
che ci facciano rispettare, né più eccelse anime degne 
di essere liberate dall' obblio. iVicordiamoci che dal 
culto delle memorie antiche e religiose s'infìamma 
l'amore di patria , e che da questo culto, risorto per 
l'opera di caldi e generosi intelletti, più che da qual- 
sivoglia allra cagione, traggo origine quel desiderio 
di fratellanza, quel sentimento vivissimo di nazio- 
nalità, dilTuso ora per tutti i popoli d'Italia. 

i tempi ci corrono benigni. La tirannide vede i 
suol troni spiantali come fuscelli, e le sue corone 
portale via dal vento come foglie ingiallite. Le pa- 



(1) Questo quadro è pusscdutu dall' egregio pittore 
restauratore Antonio Giampieri , e illustrato con molto 
senno dal fìore delle donne gentili , Elvira Giampieri , 
madre di queirisabcllu Rossi-G abardi, a cui l'altezza del 
cuore e fomite dell'ostro, e in cui più che l'ingegno vivi- 
dissimo e potente vuoisi ammirare la bontà e quella mo- 
destia la quale, secondo il Vico, è virtù di grandi animi 
liberali ed eroici. 

Stabilimento tipografico 



stoie son rotte. Le gagliardo e sacrosanto aspirazioni 
dell'anima non sono più chiamate un delitto; non 
sono più solFocate e spento da una mano dr ferro. 
Diamoci alla vita del pensiero ; amiamo il bello, per- 
ché da osso vengono ai forti ingegni le più alle in- 
spirazioni del vero; non leviamoci in boria impor- 
tuna pel nostro sapere; non ò più sapere (grida il 
Divino che scrisse la Scienza Nuova) se non ò ge- 
neroso. 

Più di (ulte le nazioni (giova ripeterlo) la nostra 
ha bisogno di passioni magnanime, di opinioni giusto 
e non fìacche, di una carità non ambiziosa, non 
tumida, non operatrice d' inutili cose. A coloro ai 
quali si volgono le nostre parole inspiriamo una for- 
tissima pertinacia di volontà; senz'essa tutto è in- 
certo e ondeggiante; inspiriamo l'energia delle 
grandi virtù cittadine o de' sacrifìci sublimi suH' al- 
tare della patria; inspiriamo l'unione, l'unione, sem- 
pre l'unione. 

Prosterniamoci al sepolcro di Dante t Egli fu 
l'amico della patria e del vero, il poeta della storia, 
il cantore della rettitudine e della religione. Impa- 
riamo da lui che non è eloquenza senza verità e 
senza dignità, emuliamone la slorica fedeltà e la li- 
bertà del pensiero ; insegniamo col suo esempio che 
ogni letteratura è ineffìcace, anzi peggio che inutile, 
se non sgorga dal cuore, se non parla ai contem- 
poranei, se non si fa interprete solenne dei bisogni 
che premono e dei desiderii che ardono nei nostri 
petti. P. Gorelli. 



Riproduciamo volentieri il sccfuenle-sonello, il quale 
ci pare assai bello non meno per il concetto che per 
la forma, cui non rifiuterebbe lo slesso difficilissimo 
Foscolo. 

A VINCENZO GIOBERTI 

SOBTETTO 

Tu che in estranio suol coli' occhio intento 
Alla culla nalal, meglio di esperto 
Condoltier, dell'Italia il passo incerto 
Con libero guidando e franco accento, 

Fede spargesti e amore; oh fra il concento 
Di mille voci, onde si plaude al merlo 
Del sommo Pio, dell'immortale Alberto, 
Odi il grido d'un popolo redento, 

Che del tuo nome esulta: e non più il sole 
D'Italia nostra adombri un'empia guerra: 
Cile al profetico suon di tue parole 

Sciolta dai lacci in cui giaceva avvinta. 
Sorge polente alfin la patria terra. 
Libera sempre o vincitrice o vinta. 

A. Lavim. 
li A. Font AMA io Torino. 



15. 



MVSKO SCIEVririCO , e«e. — Ammo X. 



(15 aprile 1848) 



FRANCESCA E PAOLO 



GRUPPO DI GAETANO MOTELLI 




L'anno scorso all' Esposizione di Belle Arli in j sione impressa sulla fronte di (juelle anime elerna- 
Milano gran folla soffermavasi, ammirando, avanti | mente congiunte, il loro ansiarsi, i labbri vivi di 
al presente gruppo. La quasi somiglianza di esprcs- \ parola fluente, lo slancio^ l'abbandono, tutta insomma 



114 



MOtBO SCIBNTiriCO, LRTTBIAIIO RD AIITttnCO 



la |>ersona V illudono al segno che ti par veramente 
udire i versi sublimi che Dante fa loro favellaro in 
risposta al suo grido aiTetliioso. 

Quando un artista, scrive un uomo d' ingegno, 
ti pone soli'occliio una statua, la quale, perla na- 
tura del moto, per la semplicità del carattere, per 
la espressione della testa e per l'armonia dell' in- 
sieme li parla al cuore, tieni ferma o[)inione essere 
opera degna; dacché per conseguire simile intento, 
si richicggano mente arguta nel concepire e fa- 
cilità di mezzi per operare. 

E chi non chiamerà opera degnissima questa del 
Motelli, nella quale splendono così mirabilmente le 
succennale qualità? Poleasi forse meglio informare 
il sasso della fervida stampa dell'anima? Poleasi 
forse condurre quel panneggiato con più intelligenza 
e maeslrevolezza? Poleasi meglio raggiungere la 
squisitezza del nudo, eh' è pur sempre la più cara 
ma 1a più diflìcilc parte della scollura? 

Il Motelli è uno degli artisti che meglio onorano 
la scollura, arie per la quale oggi V Italia ha 
vantaggio sopra tutte le nazioni d' Europa. Egli 
ha animo disposto ad accogliere ogni più cara e 
sublime immagine di bello, e potenza a manife- 
starlo degnamente. Egli si mostra irradiato di quella 
fiamma prepotente che chiamasi amore, senza la 
quale l'arte, dict^va il Sabalelli, ò nulla. La sua 



vita è feconda d'avvenire e polente di forza. Indirizzi 
ora i suoi pensieri e i Suoi alfelti ad opere che 
mantengano non solo l'amore dell'eccellenza dell'arte, 
ma siano sprone a magnanime azioni. 

Lo arti crebbero e fiorirono anche quando la ti- 
rannide assiderava i cuori degli uomini e ne com- 
primeva lo slancio generoso. Nei secoli -di Augusto, 
del Magnifico Lorenzo, di Leone X e di Luigi XIV, 
esse adornaronsi di un'aureola il cui splendore non 
venne meno giammai. Ma a (piale altezza non do- 
vranno esse levarsi ora che il genio della libertà 
dilTond'e per la nostra terra i semi d'una vita nuova, 
varia e gagliarda !... Deh! per Dio ! manifestino final- 
mente la divinità della loro origine. Cessino dal 
prostituirsi avanti all' idolo infame dell'oro, si fac- 
ciano interpreti dei sentimenti magnifici della reli- 
gione e della patria, sì facciano compagne dei trionfi 
di quella libertà, di quell' indipendenza, di quella fra- 
tellanza che partoriscono ora i più stupendi mira- 
coli... Allora cesseranno le dolorose querele di molti 
che accusano l'arlista di poco amore di patria, inlento 
solo a riprodurre nel marmo o nella tela quella qual- 
sivoglia immagine che ha accolto nell'animo, senza 
badare a un grande utTicio: quello cioè di farsi mae- 
stro di ben operare ai viventi, d'infiammare gli spirili 
dei buoni cittadini a ben meritare della patria. 

P. Gorelli. 



il s>aa^a® (aa®aa)4isja 



11 cielo vi ha di certo somministrala la forza a 
vincere le infermità degli anni e la pervicacia della 
rea fortuna, perchè voi, prima di scendere nel se- 
polcro al quale da lungo tempo anelale, siale ralle- 
gralo dalla vista della patria comune seduta su quello 
splendido trono che le si spetta, e perchè vibriate 
ancora una volta le folgori della vostra eloquenza 
contro qne'lristi che vorrebbero sfregiarne la corona. 

I vostri concittadini, immemori della loro antica 
grandezza e virtù, si coprirono di una macchia e- 
norme in faccia all'intera Italia, in faccia a quelF 
incomparabile PIO che voi chiamate uomo stupen- 
dissimo e benefattore straordinario del genere umano. 
Essi lambirono con incredibile impudenza e delira- 
roento quella mano che stillava ancora del loro san- 
gue, e che sarebbe pronta tuttavia a strozzarli e 
venderli come vilissimo armento se Iddio, per ca- 
stigo. deNa pravità degli uomini, volesse che la forza 
brutale e l'IO dei re prevalessero ai dirilli dell'u- 
manità. Essi incoronarono quella testa, la quale non 
seppe mai altro girandolare fuorché arzigogoli e an- 
dirivieni per trarre danaro dalle borse dei popoli e 
rapire le sostanze sudale delle vedove e dei pupilli. 

Non è parola che basti a soltanto accennare il 
dolore che liilta Italia senio per questa colpa di un 



popolo che in tempi non lontani andò famoso pel 
suo fiero abborrimento contro ogni ladra e straniera 
signoria, e che è lullora celebralo fra noi per eccel- 
lenza d'ingegno, per sanità di giudizio, per libertà di 
animo intollerante d'ogni ipocrisia e per zelo sapiente 
di religione. No ! l'Italia non potrà dirsi rigenerata, 
finché la pianta malefica di un principe che la dileggiò 
ed ofiese due volte, adugge e intristisce la nostra sacra 
terra. Per colui il quale comperò dallo straniero le 
catene onde aggravarne i suoi popoli, non rimanealtra 
via fuor quella di cancellare il proprio nome da lutti 
gli stemmi della sua casa e mescolarsi sconosciuto 
tra i gregari dell'Austria.... 

Deh ! venga in soacorso de' vostri concittadini la 
vostra calda, libera e splendida parola... Se furon 
guasti e forviali da un senso angusto di grello e reo 
municipalismo o dalla fantasia predominante alla 
ragione, aprite loro gli occhi, traeteli a sanità... Ai 
tanti titoli di ben giusta gloria, aggiungete il più 
sacro; quello di redimere un popolo dall'obbrobrio. 

lo intanto, per invitarli a seguitare le vestigia 
dei loro padri grandissimi, descriverò un fallo che 
solleva Parma del secolo XIII ad un'invidiabile al- 
tezza. Non vi spiaccia di farlo leggere a quanti co- 
minciano a sentire vergogna di essersi avvoltolati 
nel brago dei sostenitori del Borbone; e Dio vi salvi! 



SCBLTA RACOILTA N UTILI E SVABIATB NOZKNfl 



115 



PARMA E FEDERIGO II 

Come lulte le citici lombarde, Parma dopo la pace 
(li Costanza si governava a repubblica, reggendosi 
ora per consoli, ora col mezzo di podeslà scelli 
nel numero dei proprii cittadini. L'anno 1203, dopo 
Rolando Uossi e Guido Lupi, sicuramente parmigiani, 
la podesteria fu conferita a Matteo da Correggio. Più 
anni dopo, cioè nel 1258, venne data a Gherardo, 
altro de' Correggeschi. 

Mal tollerando le vessazioni dell' imperatore Fe- 
derigo 11, nelle cui mani era caduta, Parma mei- 
leva ogni mezzo per liberarsi dall' oppressione 
straniera. Federigo slesso, benché maestfo profondo 
nel dissimulare, accese la favilla dalla quale scoppiò 
il grave incendio. Teneva egli nello esercito Ber- 
nardo di Rolando Rossi; cavalcando un giorno in 
sua compagnia accadde che il cavallo di Rolando 
inciampò; al che Federigo prendendo parola: Ber- 
nardo, disse, il vostro cavallo inciampa; non du- 
bitale, uno donar te ne voglio da cui temer non 
potrete mai posto il piede in fallo. L' ironia , colla 
quale vestì colali parole, fece avveduto abbastanza 
il Rossi, lui intendersi del patibolo che gli andava 
minacciando; per lo che infiammato di sdegno, si 
fuggì a Parma, e unitosi a Gherardo da Correggio, 
il quale per le sue forti e cittadine virtù erasi novella- 
mente meritata la carica di Podestà, la sollevò, to- 
gliendola alla feroce oppressione di Federigo. 

Proruppe questi in terribile escandescenza, e da 
Pisa, ove Irovavasi scomunicalo il 17 luglio 1247 
e dichiarato privo dell' impero e di ogni altro suo 
regno, si volse a Parma con tale e sì tremendo 
apparalo d'armi , che la parte guelfa formata dai 
Correggeschi, dai Rossi, dai Lupi e dai Sanvilali, 
conoscendosi impotente a resistere a tanta tempesta, 
ricoverossi a Piacenza. Federigo s'insignorì di Parma, 
e mandò i soldati di essa sotto le bandiere di Enzo 
suo figlio bastardo, che, per la eredità procaccia- 
tagli di Torri e Gallura da Adelaide sua moglie, 
avea dichiarato re di Sardegna. 

Ma i parmigiani fuoruscili in Piacenza erano con- 
citati dal desiderio ferventissimo di sottrarre la pa- 
tria dagli artigli del tiranno straniero; né andò' guari 
che la fortuna si mostrò propfzia ai magnanimi. 
Enzo, lasciato dal genitore a custodia di Parma, do- 
vette partirsene onde rinforzare l'assedio al castello 
di Quinzano, nel territorio di Brescia^ i fuorusciti 
non posero tempo in mezzo, e bene ordinati vennero 
alla volta di Parma, correndo il dì 15 di giugno. 
Li accompagnava (come accenna il Cerio nella storia 
di Milano, parte seconda) il Legato Gregorio da 
Monlelungo, il quale, per recare soccorso a Parma, 
si partì da Milano, alla lesta di mille cavalli. Volò, 
per le sollecite spie, la nuova di tal mossa al podestà 
creato da Federigo, che rapidamente con furia moltis- 
sima fece suonar all'armi. Allaccalasi la mischia al 



Borghello del Taro, furono tosto prostrali e morii il 
podeslà e gli altri suoi compagni ghibellini; e i fuor- 
uscili guelfi entrarono trionfanti in Parma. Avvertilo 
della sconfitta, il re Enzo venne al Taro col Carroccio 
de' Cremonesi, e di là volle assalir Parma; ma ne 
fu vergognosamente fugalo, come ne assicura il 
I Fiamma. 

L'imperatore Irovavasi allora innanzi a Torino, 
dove erasi condotto per la speranza di aver nelle 
sue mani il papa Innocenzo iV, della famiglia Si- 
nìbaldo Fieschi, il quale aveva rinnovato contro Fe- 
derigo la scomunica di Gregorio IX, e gli inlimava 
un consiglio generale in Leone, invitandovi cardinali, 
vescovi, e lo stesso Federigo che vi mandò legati. 

Ricevuta la funesta notizia, abbandonò il disegno 
d'impadronirsi del papa al suo ritorno di Francia, 
e venne a congiungersi coli' armata del figliuolo, già 
battuta dai Parmigiani. Ingrossavano l'esercito suo 
i Pavesi, Ugo Botleri nipote del papa (tentalo in- 
darno con lusinghe e promesse dallo zio a staccarsi 
dai ghibellini), ed Ezzelino, che raccolta vi aveva 
tutta la tiranneggiata Marca Travegiana. S'unirono 
a renderlo formidabile Modanesi, Reggiani, Toscani, 
Bergamaschi, numero infinito di Saraceni venuti da 
Puglia, il marchese Manfredo Lancia, Pietro di Ca- 
labria, Uberto marchese Pallavicino, Taddeo da Sessa, 
e Federigo di Antiochia, conte d'Alba, vicario di 
Toscana, allro figliuolo bastardo dell' imperatore. 

Il fiero esercito marciò di qua del Taro il di 2 
agosto 1247. Fissò le tende entro un vallo circon- 
dalo di fosse, e die principio all'assedio. 

Qui ebbe luogo un fatto che onora altissimamente 
il parmense coraggio, degno di offrirsi in ogni tempo 
all'ammirazione degli Italiani, affinchè questi ne 
sappiano trarre utili lezioni. 

Federigo da furiosissima ira accecato, diffuse in- 
torno lo spavento e la morte; rubò ed arse le cam- 
pagne, e insanguinò le montagne, i cui castelli, o 
per forza o per inganno, riduceva in propria podeslà. 
Premendogli di tórre a Parma ogni comunicazione 
con Ferrara e Mantova, città amiche dei ParnM- 
giani, ordinò ad Enzo ed Ezzelino di scorrere il ter- 
ritorio di Parma sino a Bruscello; e questi due ful- 
mini di guerra tanto fecero e combatterono, che 
presto l'ebbero in loro balia, e devastatolo furiosa- 
mente col fuoco, atterrarono il ponte del Po, dal 
quale veniva soccorso ai Parmigiani, imprigionando 
e sgozzando buona parte di coloro che eranvi a cu- 
stodia (*). 



(*) Così si esprime Pier delle Vigne in un'epistola im- 
periale, tom. I., lib. II., cap 37. € Debellata virililer, et 
( concremala Bruscelli, qui locus est in ripa fluminis 
€ Padi, unde ad Parmenses per Manluanos et Fcrrarien- 
e ges perscepe victualium , sah's et aliorum neccssariorwn 
€ munitio ferebatur ». 



116 



MOSBO saBNTlFICO, LBTTBRARIO BD ABTISTICO 



Per vincer Parmii, Federino non solo ronnmisc 
ogni maniera di cnulollà, ina pieno l'animo eziandio 
•i tranelli, usando ogni più bassa arie per inlro- 
diirvi spie. I ciUadini, clic venliavano dilisentissi- 
niamenle opni cosa. Irovavano nei carri di fieno e 
nelle bolli die venivano in cillh nomini nascosti, 
cui consegnavano immanlinenle a morie. 

Conoscendo non potersi abbattere l'odiata Parma, 
se non per assedio hmnliissimo, l' imperatore avvisò 
di fondare, a quattro tiri d'arco da Parma, una no- 
vella città fhiamata Vittoria. Presto fu posla in buon 
assetto, adornandola di quanto può desiderarsi in 
città perfetta, innalzando una chiesa intitolala a 
san Vittore, e ordinando si chiamassero Vittorini i 
danari fatti battere da lui. Accoglieva l'atroce spe- 
ranza di svellere Parma sino dai fondamenti, e semi- 
narvi il sale, aflìncbè più neppur l'erba vi sorgesse. 

Invelenito della pervicace e magnanima resistenza 
de' Parmigiani, lasciò un dì i quartieri di Vittoria, 
e venne coli' esercito intiero sino al ponte di Donna 
E(jidia per occuparlo. Vi accorsero coi sassi le donne 
parmigiane, e ributtando acremente il ferocissimo 
nemico, riportarono sovr'esso una vittoria immortale. 

Né per aspetto di fame, nò per quello della morte, 
e d'ogni più miserando spettacolo, veniva meno il 
coraggio nei Parmigiani. Ogni dì faceano improv- 
vise uscite dietro a Gherardo, ad Ugo de' Rossi, al 
Snnvitali e al valentissimo legato, il quale alzava 
sempre il suo padiglione rimpetlo a quello dell' impe- 
ratore. Incoraggiati dagli spessi trionfi, un giorno osa- 
rono procedere qualche tratto lontano: ma ciò fu con 
gravissima loro perdila, perchè a Fano, villa sul ter- 
ritorio di Reggio, ebbero a fronte il re Enzo ed 
Ezzelino, che li fugarono sino a Montccchio, e di là 
sino a Parma, colla morie di moltissimi, e coli' im- 
prigionamento di sessanta cavalli condotti alle car- 
ceri dell' imperatore. 

Costui, spogliatosi di ogni senso d'umanità, ogni 
mattina ne faceva condurre sulle rive della Parma, 
di là dal ponte di Donna Egidio, tre o quattro, 
parie cavalieri, parte popolani, e ordinando si tron- 
casse loro il capo dal busto, lasciavano a vista dei 
Parmigiani i cadaveri insepolti. 

Quei di Parma nelle ore meno perigliose andavano 
taciti a rapire quelle salme infelici, e onorandole 
del compianto dei valorosi, le coprivano di poca 
lerra. Federigo non avrebbe forse cessato da sì bar- 
baro costume, se i Pavesi, che erano anch' essi ita- 
liani, deposta ogni in di parie, non minacciavano 
di giltar l'armi e andarsene, gridando di essere ve- 
nuti alle mura di Parma per combattere da guer- 
rieri, e non per usurpare T ufficio al boia. 

Infine Parma trionfava, e l'imperatore se ne fug- 
giva lacero, scornato e vinto; e poco dopo moriva 
arso dal dolore e dalla vergogna di non aver potuto 
coir immensa sua potenza rompere un nodo di pochi 
ilaliani. P. Gorelli. 



I POI'OLANI DI ROMA 
E L'UNIVERSITÀ' ISRAELITICA 

Versale una lagrima di contento, generosi amici 
della civilt.'i ; versale una lagrima di dolore, atroci 
fautori del disordine, del regresso, dell'oppressione. 
Dio trionfa sempre! PIO trionfa dopo lui-, il popolo 
ama entrambi e spera nell'avvenire! 

Possano queste parole eternare il fatto che rese 
testimonianza novella del grande e generoso cuore 
dei popolani di Roma ! possano queste parole esser 
di norma a coloro, che usano le arti le più vili 
onde cambiare quell'alto cuore, soffocarne i carita- 
tevoli sentimenti , opprimerne le espansioni più 
belle ! 

Omai tutta Italia conosce il nome del celebre 
Angelo Rrunetti , il cittadino glorioso, l'amico dei 
popolani, il fratello di chiunque ami la patria. 

Or dunque quest'uomo benemerito intese con 
sommo dolore che alcuni popolani della Regola e 
di Trastevere, non considerando 1' atto-benigno del 
Ponlcfice (il quale s'era indotto a concedere qual- 
che larghe/za agli ebrei di Roma), avean falle ri- 
sorgere certe inveterale superstizioni, le quali fo- 
mentale da alcuni tristi potevano recar disordine, 
e disonore ad un tempo a quella parte della me- 
tropoli, in cui si fosse sostenuto il falso principio. 
Angelo Brunetti calmalo quel po' di rumore che 
s-'era sparso per questo fallo, invilo i popolani dei 
due rioni ad una ricreazione nella tenuta di Tor 
di Quinto, e quivi, disse loro, vedremo se vi potrò 
persuadere a desistere da questa pazza inimicizia 
per uomini, che in fin de* conti non sono né più né 
meno di noi. Lo lennero in parola, ed alle due 
pomeridiane del giorno 4, dieci e più Omnibus, 
movendo dalla Piazza del Popolo , condussero a 
riprese, meglio che due mila popolani ai prati di 
Tor di Quinto. 

Quivi, dopo un frugale desinare vennero lelli 
alcuni discorsi, primo de' quali fu quello di Tom- 
maso Tommasoni che si sforzò, per quanto sapeva 
e poteva, di persuadere quel popolo a togliersi di 
mente la falsa credenza, che l' induceva a commel- 
lere un allo retrogrado, indegno della sua dignità, o 
della grandezza del suo cuore. Aggiunse, Cristo es- 
ser morto perdonando, e non aver data missione 
al popolo che seguiva la stia sanla religione di farsi 
persecutore degl'israeliti. — Queste parole furono 
accolte con gran favore, e d'allora in poi si animò 
nei diversi gruppi dei popolani una viva discussione, 
che terminò in bene mediante le filosofiche parole 
del Zauli Sejani tendenti più sublimemente allo 
stesso soggetto. — Guerrini, il bravo e coraggioso 
poeta popolare, disse egli pure belle rime, disposte 
al fine medesimo. Quella riufiionc termina col con- 
tento di tutta Roma, che vide l'ordine e la pace 



SCfeLTA RACCOLTA DI CTlU E SYARIATR NOZK)?!! 



m 



regnare, ove pure alcun lieve disordine si poteva | 
supporre che avvenisse. Ma Dio che veglia sempre 
alla difesa dei popoli che si rigenerano, sorrise al 
nobile divisamento di quell'adunanza, e quciPadu- 
nanza fu solenne principio di un più solenne trionfo. 
Questa è slorica verità-, che se mille e mille onesti 
cittadini non attcstassero i fatti, aitpena si credereb- 
bero accaduti. 

Il giorno appresso, in sul farsi sera, un franco 
popolano di Trastevere, — il Favella — unitosi a 
quattro de' suoi amici si portò in una piazzetta nel- 
l'interno del Claiistro Israelitico, e quivi chiamando 
quanti poveri ebrei volevano condiscendere all'invito, 
li pregò ad entrare in una osteria vicina, mescendo 
a tutti generosamente del vino. Gli ebrei volevan 
pagar essi; chi conosce i Trasteverini, può imma- 
ginarsi che rispose il Favella! che anzi non tro- 
vandosi danaro in tasca, tolse su una chiave, e 
chiamò un ebreo (di professione facchino, di nome 
Abramuccio) e gli disse: fammi il piacere, ta a 
casa, apri il tal cassettino ; dentro vi troverai una 
cartata di quattrini, prendine una manciata e ri- 
torna! Chi non ha cuor di cìnico, certo a questo 
civilissimo, lodevolissimo, maraTigliosissimo fatto, 
avrà sentito venirsi le lagrime agli occhi per la 
gratitudine a quel bravo popolano ! vivano i popo- 
lani di Roma! — ma questo che si è narralo non 
è che un fallo parziale. Udite il seguilo di questi 
avvenimenti. Il giorno che tenne dietro a quello, 
in cui accadeva il belTatio di fiducia, una schiera 
di conciapelli della Regola, guidali da un bravo 
giovinetto. Luigi Caravaccioli per antonomasia, il 
Alicoccetta , entrava allegro nel ghetto. I poveri 
ebrei spaventati si chiedevano tremando : che sarà? 
daranno il fuoco? e guardavano senza dir mollo. 
Allora il Micoccetta : Allegri, che siam tenuti per 
farvi vedere che vi siamo amici, che vi rispettiamo, 
e che non diamo retta a chi vi vuol male! e via 
coir abbracciarli, e chiamarli coi più cari nomi del 
mondo. A quel generoso atto gli ebrei lacrimavano 
di contentezza e baciavano i popolani , e li rin- 
graziavano pur anco in ginocchio. Frattanto il ceto 



più elevato della gioventù israelitica (a cui in questa 
circostanza bisogna dare ogni lode per la prudente 
condotta) s'era imito a quella moltitudine ed accet- 
tava r invilo fattogli dai Regolanti d'andare nel loro 
rione a mangiare in quella sera islcssa il piatto fa- 
vorito dei conciapelli. 

Gli ebrei v'andarono, e vi rinvennero il celebre 
Angelo Brunetti, e molli cittadini, i quali seconda- 
rono l'incominciato pacificamento. Non guari dopo a 
quell'osteria vennero altri popolani della Regola 
colle lercie di cera, e con suoni, invitando la comi- 
tiva a cantare degli inni. Uscendo di quivi, tulli 
si condussero in riva al Tevere dove fra i canti e i 
suoni fu ripetuto con applausi il nome dolcissimo 
di Pio IX. In quella, Angelo Brunetti suggerì d'an- 
dare incontro al Favella, il quale in Trastevere com- 
pieva di persuadere nelT islcssa maniera i popolani. 
Accettato il partito, in ordine militare s'avviarono 
tulli inverso Trastevere, passando entro il clauslro 
degli ebrei. Allora, chi avesse veduta quella povera 
gente affacciata a cinque, a sei, a otto sulle logge, 
sulle finestre, sulle porte, sulle botteghe, in ogni 
dove, coi lumi appesi su i muri, battendo le palme 
e gridando con quanta ne avean in gola, viva la 
pace, l'unione, la fratellanza, Pio IX, la patria, Roma, 
i Rioni, i popolani, i cittadini, tutti! Chi avesse ve- 
dute pur anco le lagrime de' vecchi, il riso de' bam- 
bini, la compiacenza delle spose, la gioia delle ma- 
dri, si sarebbe maravigliato in prima, e poi com- 
mosso per la consolazione. 

I Trasteverini e i Regolanti, misti ad un numero 
incalcolabile di ebrei, si scontrarono sul Ponte quat- 
tro capi e si diedero il bacio di pace. 

Quell'istante ebbe qualche cosa di grande, di stu- 
penda, di sommo. Erano due popoli che facevano 
a gara per compiere un allo di civiltà, e davano in 
tal modo indizioni facilità nel comprendere, di de- 
siderio di migliorare, di speranza di divenire un gran 
popolo ! Dio fecondi questa mirabile iniziativa, dando 
lunga vita al sommo Riformatore eh' è fonte di lutto 
il bene che viene operalo. 
Roma, 6 luglio 1847. 



Uno Spettatore. 



STORIA CONTEMPORANEA 



IL GRIDO DEGLI ITALIANI 



Un solo grido risuona per tutta Italia; quello di 
Giulio II: fuori i barbari! fuori i barbari ' un solo 
pensiero invade prepotentemente il cuore del popolo, 
quello della guerra. E al popolo, al solo popolo deve 
ora r Italia le sue miracolose battaglie. Palermo e 
Milano diverranno fra noi il simbolo dell'onnipo- 
tenza del sentimento nazionale. Dal loro sangue lar- 
gamente e generosamente versato la patria comune 
uscirà tersa di ogni macchia antica e tulla rigogliosa 
e fiorita di gloria. Coloro che credeano di poterla 



vincere colla Provvidenza e bravare Iddio parlante 
colla voce della nazione, fuggono scornali e impau- 
riti davanti alla spada del popolo che li incalza alle 
reni e fa scrosciare sulle loro spalle quel flagello 
da essi medesimi adoperalo per sospingere all'am- 
mazzatoio coloro che aveano tosalo e venduto. 

Noi già sappiamo che Piemontesi, Liguri, Piacen- 
tini, Modanesi, Toscani, Romani, Napolitani si ver- 
sano fulminando nella Lombardia, bramosi tutti dì 
gettare la loro pietra sul capo abborrito dell' oppres- 



118 



■DSRO ICIRNTIFICO , LBTTRMARIO BD ARTIITICO 



sore e frogisi^o il petto di una santa cicatrico. Ora 
vediamo 300 italiani, valorosi di anima e di mtMitc, 
muovere pitibilando dalla Senna, immemori delle an- 
gosce dell'esilio, |)ieni solo del pensiero di giungere 
in tempo a rompere coi fratelli la stolta e sciagu 
rata cervice dei figliuoli di Attila. Ecco lo parole 
che loro indirizza l'animosa Riforma: 

• (ìiovani generosi ! Voi giungerete fra noi bene- 
detti, e dovunque approdiate, qualunque provincia 
d'Italia vi accolga, dappertutto (fuori chea Parma) 
troverete chi vi stringa la mano, chi si metta al 
vostro fianco per combattere il nemico comune. Ve- 
nite, afTrettalevi. La guerra è incominciala nel piano 
di Lombardia, e in questo momento che vi appelliamo 
alla redenzione d' Italia, ci giunge una grata novella. 
(]aklo ALBER.TO ha riportala la gloriosa vittoria di 
Coito. Affrettatevi d(uique. Voi vi movete da lontano 
paese perchè una forza arcana vi sprona: questa 
forza è la voce di Pio, la quale violenta ognuno 
che ha viscere di patria. Secondate il magnanimo 
impulso, venite a divider con noi i pericoli della 
pugna, gli allori della vittoria. » 

Anche la Corsica sente di avere nelle vene il san- 
gue d'Italia: ella pure si sente infiammata della 
vita novella che Io spirito angelico di Pio ha diffuso 
Ira noi. Quc' gagliardi isolani, invasati da impeto 
sacro, sorsero gridando a gara: Vogliamo combat- 
tere pei nostri fratelli W Italia! E se i mezzi non 
fallivano al generoso proposito, noi li vedremmo già 
far prove della loro terribile bravura all'ombra dello 
stendardo benedetto che sventola sui campi di Lom- 
bardia. 

E intorno a questo stendardo si raccolgono ora, 
colla croce sul petto, i prodi ai quali il Supremo 
Gerarca diede le armi sante. Viva Dio!... fra poco 
noi vedremo rinnovali i miracoli di Legnano^ fra 
poco la gloria de' nostri padri splenderà luminosis- 
sima sulle nostre insegne |, fra poco la forte mano di 
Carlo Albkrto lacererà l'ultimo brano della san- 
guinosa porpora imperiale. 

Ecco intanto le infiammate ed immortali parole 
dalle quali, si fa precedere nei campi lombardi il 
magnanimo capitano dei guerrieri croce-segnali. Noi 
le riportiamo per intero, perchè saranno monumento 
eterno delia celeste rivelazione del pensiero di Pio. 

ORDINE DEL GIORNO 
AL CORPO D'OPERAZIONE 

Soldati ! 
La nobile terra Lombarda, che fu già glorioso 
teatro di guerra d'indipendenza quando Alessandro 
lerzo benediceva i giuramenti di Ponlida, è ora cal- 
cala da nuovi prodi, coi quali stiamo per dividere 
pericoli e vittorie. Anch'essi, anche noi siam bene- 
detti dalla destra d' un gran Pontefice, come lo fu- 
rono que' nostri antichi progenitori. Egli santo. Egli 
giuslo. Egli mansueto sopra tulli gli uomini, conobbe 



pure che contro chi calpesta ogni diritto, ogni legge 
divina ed umana, la ragione estrema dell'armi era 
la sola giusta, la sola possibile. ij\w\ suo cuore ce- 
leste non polca non venir contristato dal |)ensiero de' 
mali che seco adduce la guerra, non poteva scor- 
darsi che quanti scendono in campo, qualunque sia 
la loro bandiera, son tulli egualmente suoi figli ; Egli 
voleva dar lempo al ravv(!dimenlo, e siill'aumislo 
labbro rimase sospesa la parola che dovea farsi stru- 
mento nella celeste vendetta. 

Ala venne il momento nel quale la mansuetudine 
si sarebbe mutata in colpevole connivenza coli' ini- 
quità. Quell'uomodi Dio, che aveva pianto sulle stragi, 
sugli assassinii del 3 gennaio, ma speralo insieme che 
fossero slato effetto di brutale passeggiera esorbitanza 
di soldati sfrenali, ha dovuto ora conoscere che l'Italia, 
ove non sappia difendersi, è condannata dal governo 
dell'Austria al saccheggio, agli stupri, alle crudeltà di 
una milizia selvaggia, agl'incendii, all'assassinio, alta 
sua totale rovina-, ha veduto Uadelzky muover guerra 
alla Croce di Cristo, atterrare le porle del Santuario, 
spingervi il cavallo e profanar l'altare, violar le ce- 
neri dei padri nostri colf immonde bande de'suoi 
croati. Il Santo Pontefice ha benedette le vostre spade, 
che unite a quelle di Carlo Alberto devono concordi 
muovere all'esterminio dei nemici di Dio e dell'I- 
talia, e di quelli che oltraggiarono Pio IX, profa- 
narono le chiese di Mantova, assassinarono i fratelli 
lombardi, e si posero colla loro inicpiilà fuor d'ogni 
legge. Una tal guerra della civiltà contro la barbarie 
è perciò guerra, non solo nazionale, ma altamente 
cristiana. 

Soldati ! È convenevole dunque, ed ho stabilito 
che ad essa tulli moviamo fregiali della Croce di 
Cristo. Quanti appartengono al corpo d'operazione 
la porteranno sul cuore nella forma di quella che 
vedranno sul mio. Con essa ed in essa noi saremo 
vincitori, come lo furono i nostri padri. Sia nostro 
grido di guerra: 

Iddio lo vuole! 

Bologna, il 5 aprile 1848. 

Il generale comandante il corpo d'operazione 
Durando. 

VENEZIA 

Ella è risorta!... I suoi figliuoli si consumavano 
nello squallore e nella miseria; il suo commercio, 
le sue ricchezze erano andate in dileguo ; il suo 
stesso mare, cosi fedele in prima, fuggiva gli ab- 
bracciamenti di lei. L'Austriaco, dopo averla falla 
correre tulli i gradi della corruzione, la calpestava 
impunemente col superbo tallone, non pensando cho 
la libertà è immutabile ed eterna di natura e che ha 
la virtù di ripristinare il passato e ravvivare i se- 
polcri... Al solTio fecondatore di Pio IX ella ò risorta 
a nuova grandezza, a più magnifici desliiu. Nò ap- 
pare vizza e cascante come allorquando era stretta 



SCELTA KACCilLTA 01 UTILI 8 SVABUTB tlOZIOm 



119 



Tra le braccia di una Tredda ed inflessibile aristo- 
crazia, ma splendida di quella giovinezza immortale 
onde il cielo corona i suoi figliuoli prediletti. Al suo 
commoversi , gli oppressori ne presero prima me- 
raviglia e poi sgomento. Vollero in queH' improvviso 
scon»piglio stringere vieppiù le catene ; ma queste 
si fransero nelle Uro mani: vollero bersagliare colle 
bombe la città, maraviglia dell'universo-, ma un po- 
vero frate, un frale di S. Francesco, scoperse e mandò 
a \uotò il disegno infernale. La potenza si fiaccò; 
il coraggio vinse b forza, la parola spezzò la punta 
delle baionette. Ogni sforzo tornò infruttuoso e va- 
nissimo, perchè l'individuo — dice il primo filosofo 
d'Italia — non può nulla contro il eorso universale 
della specie ; come l'artifizio e la forza del remeggio 
e del rimurchio non riescono a superare quelle grandi 
e impetuose correnti, che tengono largamente e 
signoreggiano' in certe stagioni dell'anno i mobìli 
campi del mare. 

Sia vediamo come la mano di Dio guidasse l'al- 
tissimo avvenimento. 

Il debile frale, lo strumento della Provvidenza, 
adocchia alcuni che di soppiatto recano materie in- 
cendiarie in una casa prossima a San Francesco. 
Ne avverte immediate la guardia cittadina, la quale 
giunge a scoprire la trama della quale teneva in mano 
le fila un colonnello di marina, certo Marinowich, 
uomo di sbrigliala e sanguinosa natura. 1 lavoratori, 
nel vederlo comparire nell'Arsenale per dare comin- 
ciamento all'orrendo disegno di sterminare la su- 
blime città, lo assalgono impetuosamente e lo get- 
tano a terra morto da una mannaia. 

Due integerrimi cittadini, due insigni difensori 
della libertà e vindici della nazione, Manin e Tom- 
maseo, giacevano in carcere. La guardia civica ne 
atterra le porle e li reca sulle braccia in trionfo per 
la città. Il Tommaseo, soverchialo dalla foga degli 
affetti insoliti e nuovi, sviene... II grido di S. Marco, 
quel grido che da cinquanl'anni era solTocato dalla 
mano ferrea e cruenta dell'Austria, sveglia di nuovo 
l'eco deserta delle circostanti isolelte... Allora il po- 
polo s'avventa all'arsenale. Un ufficiale comanda 
il fuoco conlr'esso; ma un ferro — il ferro slesso 
che era stalo santificato dal tocco dei martiri Ban- 
diera — gli piomba sulla gola e gli tronca col'a vita 
il reo còmaodo. La marina è libera. Le autorità 
austriache capitolano. Il vessillo Iricolorito vien sa- 
lutalo da mille grida; un uomo gli sovrappone il 
berretto rosso della Repubblica. Tutti traggono alla 
piazza S. Marco. Manin, trasportalo dall'ebbrezza 
del trionfo, sale sopra un tavolo e sclama: 

— Fralelli !... il pernice è vinto.... Egli fugge in- 
seguilo dalla collera di Dio... L'uccello bifronte ha 
cessalo di contaminare i nostri sacri monumenti. Qui 
sorse e fiorì una Repubblica gloriosa... Essa più non 
si addice ai lempi che corrono... Ala per ora l'addol- 
lorenio... Viva la Repubblica! Viva S. .Marco!... Una 



Repubblica, più che veneziana, italiana, precorrilrico 
di quella italica unità che presto o tardi deve venire. 

Levasi un turbine di grida, di applausi, di'evviva. 
Tutte le campane suonano a festa. La bandiera è 
portata in giro per la piazza. Dalle Gnestre si get- 
tano fiori e. altre bandiere e pezzuole dai Ire colori. 

Il popolo, preceduto dalla guardia cittadina, viene 
come torrente nel Campp di Sania Maria Formosa, 
s'inginocchia sotto le finestre del Patriarca, e leva 
in allo le bandiere. 

-^Eminenza! grida Gaetano Rosi, Eminenza, be- 
nedite le bandiere della nostra repubblica. 

Il Patriarca compare in tulio lo splendore di quella 
religione che è madre della libertà, alza la mano 
e benedice. 

Allora le bandiere sono portate in giro per lulla 
la città. Uomini, donne e fanciulli cadono ginoc- 
chioni alla visUmlel simbolo della patria risorta; e 
il popolo fra le lagrime e l'esultanza sclama : 

— Miracolo della Madonna di S. Marco: V averne 
esposta alle Ile alle \\ xè morto Marinowich. 
Alle quattro i dava la benedizione , e alle quattro 
e un quarto i glia signà Viva la Repubblica , Viva 
S. Marco. 

Intanto l' aquila maledetta era strascinata pel 
fango, calpestata, lacerala. Un Manin patrizio (dice- 
vasi) fu l'ultimo Doge; un Manin cittadino grida 
oggi la Repubblica a S. Marco. Destini!... Provvi- 
denza ! 

Islituivasi di subilo un governo provvisorio, capo 
del quale sono due uomini coronali dal raggio della 
sventura e dell'ingegno, i quali combatterono sempre 
per l'unità e pel riscatto d'Italia — Manin e Tom- 
maseo. Ecco il nobile e sublime proclama che questi 
indirizzavano, il 30 marzo, ai Lombardi: 

Lombardi Fratelli ! 

« Se noi non lodiamo con lunghe parole il valore 
di voi che, divezzi dalle armi e soli, affrontaste 
la forza e l' ire dello straniero armato e aspettante 
l'assalto, egli è pudore dell'affelto fraterno e l'ab- 
bondanza slessa della consolazione, che ratliene le 
lodi prorompenti dell'anima nostra. 

« Nei moti concordi, e alla medesima ora felici, 
delle Provincie Lombarde e delle Venete, non si 
può non vedere la mano di Dio e un pegno sanU» 
della concordia nostra avvenire. Nel medesimo giorno 
18 marzo islituivasi la guardia civica in Milano e 
in Venezia; nel medesimo giorno 22 marzo le auto- 
rità austriache in Milano e in Venezia capitolavano; 
e come se i Milanesi fossero nella piazza di San 
Marco partecipi della gioia nostra vedevano accanto 
al Leone sventolare il vessillo dei tre colori, e l'an- 
tica idea essere abbracciala in un senlimento no- 
vello più ampio ed alto. I Ire colori rappresen- 
tanti r inlierezza della comunione italiana non 
cancellano le memorie di ciascuna parte deiritaliana 



ISO 



MLSKO «CIBNTiriCO. LBTTBIABIO Bl> ABTiSTICO . «CBLTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



famiiiHa. Quanlo abbiam (ini Tatto e facciam non 
pregiudica in vorun modo l'avvi-nire; la causa no- 
stra ò aliano la vostra, è la causa di liilla Italia. 
Cassalo ormai lo discordie e le albagie municipali 
che furono causa di tanto nostre sventure, apriremo 
IVra novella con auspici di pace, forse più gloriosa 
delle antiche famiglie. 

a Invochiamo l'aiuto vostro; il nostro, lullocliè 

non necessario, v' offriamo; e ameremo intendere 

schietto da voi qual consiglio la ricca e bella e leate 

Lombardia sia per prendere sui suoi futuri destini ». 

VU'a r Italia, riva Pio IX, 

Vivano i valorosi Lombardi! 

ATTO-DI-FEDE DELL'ARME AUSTRIACA 
IN FIRENZE E IN ROMA 

A queste due eterno città giungeva la seguente 
notizia: — li genio della libertà, il genio di Pio IX^ 
ha parlalo all'eroico popolo lombardo. Milano, ar- 
mala del suo odio, si alzò terribile come il biblico 
JMichele contro i suoi oppressori, li combattè per 
cinque interi giorni, li sgominò, li vinse. Piacenza 
« Modena hanno cacciato a colpi di verga i loro 
principi, sciagurati od imbecilli cagnotti dell'Austria. 
Venezia ha levato il solenne grido della repubblica. 
Tutti i popoli calpestati dall' Austria sorgono con 
ardenza e con impeto invincibile, facendo ricadere 
sovr'essa le infamie della sua polizia, la malvagità 
del suo ministero, la sevizie e l'ignoranza de' suoi 
ministri, le battiture, i balzelli, le angherie, i sacri- 
legi, i furti, le ribaldigie e le ipocrisie di trentatrè 
anni. 'J'utli, tulli, di concorde volere, voglionp con- 
quiderla, aiTamarla, martoriarla, balzarla al di là dei 
monti Trovisi... 

A queste novelle, Roma e Firenze sorsero inspi- 
rale da un stesso pensiero. — Un atto-di-fede! «n 
otto-di -fede! — sciamavano quasi nello slesso giorno 
o nell'ora stessa; e il fatto tenne dietro immantinente 
alla parola. 

I Romani si scagliarono come folgore sul palazzo 
di Venezia, usurpalo dall'ambasciata d'Austria. Ne 
svelsero gli stemmi abbuminati, li attaccarono alla 
coda di un asino, e, dopo averli tratti per tutte le vie 
di Roma, li fecero in brani, e fra immenso schia- 
mazzo li bruciarono nella grande piazza del Popolo. 
Frattanto un Candriani Lombardo, frangeva e can- 
cellava a colpi dì maglio l'iscrizione marmorea con 
cui pretendevasi fare legillima 1' usurpazione dell' 
Austria, e un Dall' Ongaro Veneto vi appiccava in 
sull'istante un cartello colle parole: 

Palazzo della Dieta Italiana. 

I Fiorentini, pieni di quegli spirili di libertà pei 
quali andarono già sì famosi al mondo, si raggrannel- 
lano d'un tratto, levano il rumore e volano a stormo 
al palazzo della legazione austriaca, ne rovesciano 
l'arma, la legano con capestri e la strascinano sulla 
piazza della Signoria. 

Stabilimento tipograCco 



Tirtle le finestre s'iKuminarro come per irrcanto : 
ognuno fa pressa a vedere sul rogoKacpiila grifagna... 
Una (ìaccola a|)picca il fuoco e ra(juila scompare tra 
le (ìamme in mezzo alle pasquinate, alle farse, alle 
scede e alle gìullerie popolari. 

Su quel medesimo terreno, forse nel punto stesso, 
quasi (]ualtro secoli prima, la tirannide avea gittate 
sul rogo un uomo che, irradiato dalla luce del A'an- 
gelo, avea commosso il mondo col grido della fra- 
tellanza e della libertà, quell'uomo era Girolamo 
Savonarola! 

I fwìpoli ripigliarono i loro diritti, una gocciola del 
sangue (kil Mistico Agnello cadde sulla natura languida 
ed infernta e la traslKgurò: tulle le creature ch'ella 
racchiude pal|>itarono d' una vita novella, e grida- 
rono: — A terra i tiranni! a terra i loro sanguinosi 
patiboli! Vendichiamo i martiri della libertà! 

P. Corelli. 



SUL FATTO DI PARMA 

Nel momento in cui il nostro foglio sta per esser 
posto sotto il torchio, ci perviene una lettera dell'e- 
gregio signor Pietro Grazioli di Parma, in risposta 
a quanlo abbiam detto nell'ultimo nostro Numero su 
quella città. Egli ci assicura che la sua patria è 
calunniata, e si rivolge alla nostra im|)arzìalità af- 
finchè cooperiamo coi buoni a lavarla da quell' ob- 
brobrio. 

Per confortare le sue parole ci manda alcune scrit- 
ture di alcuni generosi Parmigiani, i quali si sfor- 
zano a mostrare che quel loro atto non è reo, e 
che Parma, anche conservando il suo Duca, non è 
discesa dalla sua nobile altezza. 

Noi siamo poveri ed umili espositori di fatti, pe- 
rocché al nostro foglio è vietato il santuario della 
politica, non avendo esso la consacrazione del Bollo; 
quindi non possiamo esaminare né discutere le ra- 
gioni per le quali Parma avvisa non aver male 

operato e Dio volesse che fosse innocente! Il 

nostro cuore ne sentirebbe immenso giubilo, perchè 
i buoni Italiani amano Parma, amano la sua storia, 
le sue tradizioni, il suo popolo alacre, intelligente, 
gagliardo Ma noi troppo temiamo del contrario. 

Alle parole del Grazioli e di que' generosi che 
mettono tutti gli spiriti loro a difendere Parma, noi 
|)Olremmo rispondere: Colui il quale chiamò le armi 
straniere per insanguinarle nel petto de'proprii sud- 
diti, ha cessalo di essere priucipe italiano; — 1 figliuoli 
di Pio IX debbono perdonare a tutti i lorotiemici; 
ma il perdono non deve scambiarsi colla viltà: — 
Ai Parmigiani, a uomini veramente compresi della 
propria dignità e della grandezza e santità della pro- 
pria causa, una sola via rimaneva; quella di sottrarre 
il Duca ad una tempesta popolare e proteggerne la fuga. 

Del resto, se Parma sente di non meritare l'ob-. 
brobrio che l'intera Italia, e non un semplice drap- 
pello di giornalisti, rovescia sul suo capo, iorga a 
mostrarne l'innocenza Pietro Giordani.... L' Italia 
crederà alla parola dell' uomo che nel lungo corso 
della sua vita pose in cima de' suoi afTctli la gran- 
dezza e la libertà della patria comune. 

P. Gorelli. 

di A. FoifTANA in Torìoo. 



IO. 



MUSEO scn^aTiFico , eco. — Ainvo X. 



(22 aprile 1848) 



DCIIA DOMliXAZIONE AUSTRIACA. IN mU\ù 

DAL 1814 ALLE CINQUE FAMOSE GIORNATE DEL MAKZO 184S 




■^MlAPfORi. 



( l'ojioljiio iiiiiiincsc ili guanlia «Ielle barricale, lolto dal vcio ) 



Seguiremo in questa relazione passo passo il cit- 
ladino avvocalo Coppi, uomo allamenle benemerito 
della propria patria. 

Il dì 20 aprile 1814, i Milanesi esasperali dai bal- 
zelli im|)Osti loro dai reggitori del Ilegno Italico, si 
levarono a popolo e fecero in brani il Prina, già 
minidiro delle finanze, il cui palazzo fu adeguato a 
terra, formandovi in vece una piazza che chiamasi 
di S. Fedele. 

I Milanesi stessi che non astiavano la casa di Lo- 
rena, chiamarono gli Austriaci a governarli. 

Questi diedero fuori un loro proclama col quale 



annunziavano ai popoli Lonibardi, ch'essi prendevano 
il freno di questi stali per far trionfare la giustizia 
e tor via per sempre le importabili angherie del 
cessato governo. 

L'Austria insignoritasi in tal guisa della Lombar- 
dia e anche del Veneto, formò uno stalo cui diede 
il nome di Regno Lombardo- Veneto. Francesco I, il 
quale allora reggeva i destini dt-ll' Im|)ero, creò a 
Viceré del nuovo regno il proprio fratello Ranieri, 
giudicalo uomo di nalura agevole e benigna. 

I Lombardi aspettavano con ansietà l'eseguimento 
delle promesse imperiali; ma furono in quella vece 



133 



MUSEO 8CIBNTIPIC0, LETTERARIO ED ARTISTICO 



barbaramente (radili, o con Inaudite vessazioni stra- 
scinali alla più orrenda schìaviliì. 

La coscrizione che fu causa principale della esa- 
sperazione degli animi contro il Uegnoltalico, invece 
di essere abolita, come solennemente si promise, fu 
portala ad otto anni, il doppio di prima; la qual cosa 
Retto il rammarico e la disperazione nel grembo 
dello famiglie e accrebbe orribilmente i balzelli. 

Succeduto a Francesco il figliuolo Ferdinando, i 
carichi divennero più incomportabili, e il valore 
della caria bollata ascese sino a lire austriache CO 
al foglio. « La legge del bollo (dice il Coppi) era di 
u tal natura che pareva sortila dagli infernali abissi, 
« giacché r imposto variava secondo gli atti, i con- 
« tratti, le somme e i dicasteri dinanzi cui dovevasi 
« usarne; onde i cittadini il più dellu volle si Iro- 
« vavano imbarazzali, non sapendo qual caria pren- 
o doro, e quindi inavvertentemente cadevano in con- 
a travvenzioni, s'istituivano processi e venivano con- 
« dannali a multe che la finanza, col più inumano 
« rigore, si sforzava di riscuotere. I di lei esecutori 
« oppignoravano persino i materassi da Ielle ai de- 
n bilori morosi, e qualora nulla trovavano da seque- 
o strare, eran coslretli a dover subire un giorno di 
« carcere per ogni lire 6 austriache. 

«Non parlo (seguila il Coppi colla terribile scmpli- 

• cilà del suo stile) delle esorbilanli tasse sulle intro- 

• duzioni delle derrate e delle merci estere e nazionali, 

• lidi cui imporlo veniva in gran parte ingoialo dalla 
« finanza a danno del libero commercio e della po- 
« polazione. Lasciavansi al contrario entrare nel re- 
« gno Lombardo-Veneto, senza verun ostacolo, le 
« manifallure viennesi, per cui i nostri ojìerai man- 
ti cavano di lavoro ed eran perciò condannali a ge- 
« mere colle loro famiglie nell'estrema miseria. 

« L'arbitrio poi della Pulizia era giunto a tal segno, 
u che non era più garanliia la sicurezza personale, 
« giacché dipendeva dal di lei capriccio lo sfrattare 
« dal regno pacifici ed onesti cittadini, ai (piali era 

• pers'n vietalo il reclamare. Gli arresti che si ese- 
« guivano da' suoi satelliti, senza mandalo in iscrilio 

• e senza giusto titolo, erano in gran numero, e si 

• lenevano uno o più mesi in carcere individui di 
^ • buona fama, senz^ dar ragione alcuna della lor 

« detenzione. Segreti erano i giudicii criminali, gli 
« imputati non avevano difensori, giacevano dei mesi 

• nelle carceri senza essere esaminali, lutto era un 
« mistero; al detenuto si proibiva di ispezionar la 
« denunzia, l'esame dei testimoni, e quindi l'inno- 
« cenza trovavasi sempre a mal parlilo. Voleva la 
« legge, che il giudice istruttor della causa fosse 
« anche il difensore, ciocché ripugna al buon senso, 
« essendo fuori di dubbio the chi ha interesse a sco- 
« prire il delitto, non può farsi scrupolo di lasciar a 
« parte quelle circosianze che possono favorir lim- 
« putalo. 

« La qualità di giudice d' altronde non cambia il 



« cuore dell' uomo, o quindi o per qualche segreto 
n odio, o per antipatia, o per ignoranza può niio- 
« cere all'innocenza, se non ha di fronte clii la so- 
ft sileno. Il difensore al contrario esamina tulle le 
« circostanze favorevoli al suo cliente, le confronta, 
« lo calcola, le bilancia, onde non venga in modo 
« alcuno |)regiudicato. Ma quale mostruosità non 
« scorgevasi nella legge austriaca, la quale accordava 

• un patrocinatore nelle cause civili, elio riguarda- 
« vano il mio ed il luo, e lo escludeva trattandosi 
« dell'onore e della vita. Violava il Governo Au- 
« siriaco ai sudditi di far uso de' loro talenli, delle 
o loro facoltà inlclleltuali, della loro professione, per 
« condannarli a vivere nell'ozio, e metterli in pe- 
«« ricolo di commettere delle azioni non degne di un 
« buon cittadino. I dolloTi in legge, che con fatiche, 
« sudori e dispendio acquistarono il grado accade- 
« mico, dopo di aver esaurita la pratica legale, su- 
« bili gli esami dinanzi il tribunale d'Appello, e ri- 
« conosciuti abili all'esercizio dell'avvocatura, non 
« erano ammessi ad agire. Venivano costretti ad a- 
H spellare qualche posto vacante di patrocinatore, 
« a cui non potevano aspirare, che mediante con- 
« corso, e se in pendenza volevano approfittare delle 

• loro cognizioni, sotto la firma di qualche avvocalo, 
« gli si cambiava il diploma di dottore in quello di 
« faccendiorej e gli si proibiva perfino di dar con- 
« sigli, contro i principii di diritto naturale e so- 
u ciale. 1 pubblici impieghi non si conferivano che 
« a Tedeschi die non conoscevano la lingua, e ben 
« pochi agli Italiani, ed intanto i genitori che ave- 
« van falli lanli sagrifici per istruire e collocare I 
« loro figliuoli, reslavan loro ancor di peso, e tante 
« volle, per mancanza di un' olile occupazione, si ve- 
ci devano a figurar male nella civil società. Dura e 
« riprovevole era eziandio la legge, che non accor- 
« dava pubbliche cariche ai cittadini che avevan 
« compila l'eia del quarantesimo anno, venendoli 
« così a privare d'una parte dei diritti civili, a danno 
« di loro slessi e della patria. 

Aggiungi la rea burbanza della Camera Aulica ge- 
nerale in Vienna, che avea tirate a sé tulle le attri- 
buzioni del regno Lombardo-Veneto-, e quindi im- 
menso dispendio e immensa perdita di tempo per 
coloro che dovean ricorrere a quella Camera ve- 
nerata. 

Questo giogo di ferro doveasi ad ogni molo spez- 
zare. Iddio ebbe orrore di cosi incredibile tirannide. 

Cominciarono dunque i Lombardi a non fumare 
zigari per protestare in simil guisa contro la stra- 
niera oppressione e per scemare un ramo d'entrala 
imporlanlissimo all'usurpalore. La Polizia prese 
grande meraviglia di questo scandalo, e il generale 
Kadetzki inveleniìo, fece distribuire ai proprii sol- 
dati una grande quantità di zigari, ordiiiando loro 
sul grave di fumare |)er tutte le vie della città, a 
j dispello dei riottosi Lombardi. 



SCELTA I ACCOLTA DI DflU S !▼ ARIATE NOZIONI 



123 



La fora del due gennaio del corrente anno, i sa- 
lelliii del Maresciallo escono a gruppi dai loro qtiar- 
lieri percorrendo la cillà riscaldali dal vino, ingordi 
di sangue, slimolali dall'atroce desiderio di provo- 
care gli inermi cittadini all'insulto delle loro inono- 
rate divise per aver prelesto a sgozzarle come 
pecore. 

S' indirizzano verso la galleria De Cristoforis colla 
spada ignuda in mano, mandano in franlumi i vetri 
della porta d'ingresso e quelli del Caffè, atterrano 
il consigliere d'Appello Magnanini, fendendogli la 
lesla, uccidono un giovinetto spazzacamino, e pia- 
gano di ferita mortale due poveri vecchi. 

Nella sera del tre gennaio questi eroi lornano a 
far provo del loro segnalato valore. Si abbattono 
a pochi lavoratori di carrozze, si avvenlano furiosi 
sovr' essi» alcuni stramazzano morii, altri feriscono, 
e Sì ritraggono paghi di questi nuovi allori. 

1 Milanesi si stringono fra loro con più saldi vin- 
coli, e mostrano in faccia all'oppressore un conlegno, 
che la storia registrerà nelle sue pagine come uno 
dei più nobili falli d' un popolo oppresso. 

Abbandonano il Corso Francesco, perchè contami- 
nato dalla rabbia austriaca e dal sangue fraterno, e 
incominciano a Porta Romana un nuovo corso, cui 
si dà il nome di Pio IX. 

La Congregazione municipale di Milano, scossa 
dal deputalo Nazari di Bergamo, uomo di spirili 
gagliardi e generosissimi, indirizza una supplica a 
Ferdinando 1, dove si mostrano energicamente le 
magagne della pubblica amministrazione e i rimedi 
per guarirle. 

In questo mezzo il malcontento cresceva ; i citta- 
dini faccan celebrare divini uffìzi in memoria delle 
villime scannate, e il Viceré che da trentalrè anni 
rappresentava mirabilmente la parte di ipocrita e di 
gesuita, esortava gli animi alla quiete, assicurando 
ognuno ch'egli teneva in pugno fortemente le redini 
del governo, e che i voli de' Milanesi sarebbero al 
tutto esauditi. 

Venne la risposta del benigno Ferdinando: — era 
un proclama col quale si faceva ampia facoltà alle 
soldatesche austriache di vergheggiare terribilmente 
i Milanesi, se questi mostravansi ingrati ai benefìzi 
che l'Austria avea in ogni tempo largheggiali a loro!.. 
In questa il sublime e terribile valore de' Paler- 
mitani strappava dalle mani dei re di Napoli la Co- 
stituzione. I Milanesi fanno manifesta l' ebbrezza 
della loro gioia sfoggiando il cappello alla Calabrese. 
S'infuria la Polizia e manda fuori un proclama 
col quale vieta severissimamente questa sacrilega 
foggia di cappelli, perchè segnale di ribellione. I 
Milanesi obbediscono, mettendo soltanto al cappello 
consueto una fìbbia d'acciaio. 

L'Austria impaurita grandemente da questa fìbbia, 
pubblica allora il giudizio statabio pei delitti poli- 



tici. Questa le^gc prescrive la pena di morte ai rei, 
da eseguirsi colla forca. 

La concitazione, la rabbia, l'abborrimento sono 
universali. Il benigno Viceré sgomentalo dal sordo 
fremilo che gli si leva all'intorno raggrannella alla 
|)resta la sua roba e quella dello slato, lascia Milano 
a spelagarsi da sé e s' incammina a Verona. 

Il Gabinetto Austriaco teme di avere proceduto 
troppo innanzi, e, per imbonire gli animi de' Mila- 
nesi, manda fuori, il diciotto marzo, una 4egge con 
cui abolisce la censura, e convoca gli Stali Generali 
Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni Centrali di Mi- 
lano e di Venezia pel giorno tre luglio del corrente 
anno!!!... 

Questa era l'ultima slilla che doveva fare tra- 
boccare il vaso. Verso le ore due pomeridiane dello 
slesso di, i Milanesi si levano a popolo, inalberando 
la bandiera tricolore dinanzi al palazzo Vice-reale, 
al cospetto delle baionette austriache, gridando a 
gola: Viva Italia! Viva Italia: 

L'intrepido e italianissimo podestà Casali si gella 
alla loro testa.... Corrono al Palazzo di Governo, uc- 
cidono due guardie, fanno prigioni le altre. Salgono 
le scale, irrompono nelle stanze, mandano in fran- 
tumi e calpestano specchi, tavoli, seggiole e allre 
suppellettili. 

Non sono armati fuorché di bastoni e di qualche 
arma da fuoco e da taglio.... Ma che non può il fu- 
rore santissimo di un popolo che vuol frangere la 
cervice scellerata de' suoi mortali oppressori? Er- 
gono barricate con carrozze, bolli, marmi, pan- 
chclli da scuola e da chiesa, materassi, coltri, .stra- 
mazzi; e danno avviso clicchi vuole armi corra al 
Broletto. 

I Croati (uomini abbrunili dall'Austria, la quale 
lasciali sepolti nella più fìtta barbarie per farne uno 
strumento sicurissimo delle sue orrende carnificine) 
circondano immantinente il Broletto, e, fulminandolo 
coi cannoni, ne atterrano le porte, entrano e si span- 
dono perle stanze in cerca de' cittadini che fuggono 
pei tetti. Taluno viene ucciso. I Membri del Mu- 
nicipio sono arrestati e tratti in Castello, dove sono 
buttati in luoghi sucidi, stretti di catene le mani e ' 
i piedi, tenuti in vita con un tozzo di pan nero e 
con acqua quasi putrida. 

Tre Milanesi vestiti di velluto erano già stati quivi 
strascinati. Spogliatili nudi, si sparse sulle loro carni 
acqua ragia e vi fu appiccato il fuoco, facendoli mo- 
rire fra atrocissimi e importabili spasimi. A mezza 
notte gli infelici arrestali nel Broletto son condotti 
avanti ai tre cadaveri, e loro si dice che finirebbero 
la vita in lai guisa. Né ciò è tutto. Un cittadino, 
per avere proclamato Viva Pio IX, vien spoglialo 
delle vesti e della camicia, gli si lega al collo un 
cane unto di acqua ragia al quale si dà il fuoco, 
e il povero martire muore lacerato dai morsi della 



114 



H08KO SCISNTiriCO. LBTTSIIAIliO BD ARTISTICO 



ìtesUa convellcnlesi orribilmenle, e orribilmente rìn- 
uhianlo o furiosa. 

Frallanlo i iMilanesi si vengono armando di fucili 
o di sciabole slrappale agli Auslriaci. Tulle le cam- 
pane suonano a lullo e a slormo , lo spavenlo, la 
desolazione, l'orrore e la morie son diffuse per ogni 
parie. Hadelzky, queslo scelleralo che infama il mc- 
sliero delle armi, scambiandolo con quello dell'as- 
sassino, slH'pila, grida, comanda che Milano sia volta 
in cenere. Tulle le porle e i quartieri della città sono 
in mano del nemico; il cannone bersaglia ogni casa; 
non v'ù più via di salvezza. O vincere o morire! 

I Milanesi, sublimati dallo spirilo di Dio, non ne 
prendono terrore. Un giovinetto armalo d'archibugio 
uccide una guardia nella Piazza de' Mercanti Ira l'Uf- 
ficio Notarile e quello dello Ipoteche. A questo fra- 
gore Irenla Auslriaci precipitano fuori dal quartiere 
con cannone, e spazzano colla mitraglia la via dei 
Halli. Un popolano s'appiatta col fucile ad un angolo 
del muro e uccide il cannoniere, queslo vien sur- 
rogato da un altro che ù percosso dalla slessa mor- 
tale fórluna; per Io che spauriti gli Auslriaci sì 
ritraggono. 

Molti drappelli nemici s'inncllrano nella via de' 
Cappellari; i cittadini li assalgono con sassi e colpi 
di fucili e |)istole; la tempesta è cosi rovinosa, che 
soncoslrelli a darsi prontamente in fuga. 

Un granatiere pone alla mira del suo schioppo 
un Milanese sul letto. Un cittadino lo sorprende a 
tergo, lo stende morto sul suolo, e levatogli il fucile, 
la sc-abola e la giberna, grida: Viva Pio JX! 

Si assale il palazzo di Giustizia, si uccidono otto 
o dieci soldati, e si liberano i prigionieri che doveano 
essere le prime vittime del Giudizio Statario, tra 
quali il marchese Villani, uomo di altissimi sensi. 

Si invade quasi nel tempo slesso 1' Uffizio del Ge- 
nio; gli Auslriaci dan fiato alla trombetta in segno 
di sommessione ; non se ne Gdano i Milanesi ; un 
soldato si afTaccia alla porla sporgendo in fuori il 
suo schioppo, e il popolo s' insignorisce del Palazzo, 
facendo pi;igionieri quanti nemici vi trova. 

Giovani, vecchi, fanciulli e donne combattevano 
gagliardissimamente, guidali da sacerdoti che aizza- 
vano il furor santo de' combattenti, alzando il vessillo 
di Cristo. 

Era sul Duomo un grosso drappello di soldati ne- 
mici, che fulminavano le case vicine e i passeggicri. 
Vedutisi in mal termine, fuggirono di notte tempo. 

Il palazzo Vice-reale fu posto allo sbaraglio: gli 
stemmi abbominati dell'Austria vennero calpestati, 
infranti, tratti pel fango, bruciali. 

Nella via di S. Bernardino alle Monache, un posto 
era tenuto da molte guardie di Polizia, gente infame 
che avea venduta all'oppressore anima e corpo. I 
Milanesi lo assalgono. I Poliziotti spiegano bandiera 
bianca, poi, mentre veggono i cittadini avanzarsi 



fidenti e festevoli tirano sovra loro e ne uccidono 
due. Un grido di esecrazione rompo da ogni petto. 
I citladini strìngono il poslo con animo dcliberalis- 
simo di pigliarli colle armi o colla fame... Ma la 
cosa andando troppo per le lunghe, appiccano le 
fiamme a quel nido di sciagurati, per cui molli ri- 
mangon morti, altri si danno prigioni. 

Esasperalo il popolo dagli infiniti atti arbilrarìi 
commessi dalla Polizia, ne assale la Direzione ge- 
neralrt, i quattro Circondarii, la Pretura urbana, po- 
litica ed altri Uffizi, e lutto mette a soqquadro, tulio 
frange, lacera, calpesta, tavole, sedie, scalTali, libri, 
fascicoli di cario. 

Segno all'ira do' Milanesi erano anche le spie per 
tema di qualche loro tradimento; arrestarono molle 
guardie di Polizia abbigliate femminilmente e qual- 
che donna in abito di cavaliere. • 

Pieno di armi era il Collegio S. Luca, ove si 
educano gli allievi della Scuola militare. I Milanesi 
si avviarono a questa volta e trovarono i vecchi 
Austriaci dello stabilimento dietro le schiere dei 
giovinetti, ai quali comandavano furiosamente di 
trarre contro i cittadini. 1 Milanesi risparmiarono le 
vile degli inconscii allievi e bersagliarono le lesto 
di que'scallri codardi.... In poco d'ora il collegio fu 
nelle loro mani con tutte le armi. 

Sono impossibili a narrarsi le enormezze degli Au- 
triaci. A Sambucco, in Viarenna, alla Sabietla, luo- 
ghi non protetti dal valore milanese, sfogarono la 
loro rabbia infernale singolarmente sui vecchi, sulle 
donne e sui fanciulli. 

Un bambino fu strappalo dalle poppe della ma- 
dre, e, troncatogli d'un colpo la testa, gettato ai 
piedi della genitrice impietrita dal dolore. — In una 
osteria fuori di Porta Tosa furon legali padre e figlio 
a viso a viso con grossi canapi, poi, attaccati ad un 
cannone vennero tratti qua e là per le strade. — Un 
pargoletto vagiva nella culla, ne lo tolsero rabbio- 
samente. Io inchiodarono alla parete, poi scannarono 
la madre disperala e gemente. 

I Milanesi per lo contrario si mostrarono degnis- 
simi figliuoli di PIO IX ; e prodigarono ai vinti e 
prigionieri le cure che un fratello prodiga al fratello. 

Nelle lolle accanile che avean luogo, gli Austriaci 
cadevano a frolle; pochissimi i Milanesi, quasi fos- 
sero tutelati dal braccio invisibile degli Angioli 
di Dio. 

Vedendo riuscir vano ogni tentativo per abbattere 
i Milanesi, gli Austriaci sgominati, alTrantì, laceri e 
feriti si raccolsero lutti nel castello, dove poco dopo 
ebbero ordine di fuggire da quel medesimo Radelzky, 
che avea giuralo di fare un mucchio sanguinoso 
della città e stuprarne le matrone fra le ruine. 

II palazzo di Corte fu immantinente chiamalo 
Nazionale, e la bandiera tricolore, benedetta dall' 
Arcivescovo, sventola su quel luogo slesso dove ap- 



SC8LTA RACCOLTA DI OTILI B SVAIIIATB NOZIONI 



lU 



periva la minacciosa e insanguinala Aquila griTagna. 
Si creò un Governo provvisorio, chiaro per altezza 
di mente, per energia di cuore, per esperimenlalo 
valore nel condurre le più ardue bisogne pubbliche, 
e sopraltullo per suo caldo e vivissimo pensiero della 
grande unità italiana. 

Da questo straordinario e imprevedulo avveni- 
mento (conchiude il mite e valorosp avv. Coppi) i 
capi delle Nazioni imparino a conoscere che non 
nella forza brutale, ma nel solo amore dei popoli, 
il quale si acquista col procacciare la loro felicità, 
è riposto il sostegno di qualunque Governo. 

P. COBELLI. 



Quale i miei sogni (inserti, 
O madre amata tanto, 
Ne' dì che schiava e indomila 
Hai combattuto e pianto, 
Or sì ti veggo. Brilla 
La fronte tua di gloria. 
Nell'occhio tuo sfavilla 
L'ardir della vittoria: 
Come sei bella, in arme 
Se muovi al campo il piede, 
Italia mia! Succede 
Della battaglia il carme 
Al carme del dolor. 

Innanzi a lei curvatevi, . 
O genti della terra. 
Guai a chi l'odia e provoca! 
È suo feslin la guerra. 
Seco ha il trionfo ognor. 

Italia mia, patirono 
Gran cose i fìgli tuoi : 
Or Dio sorrise, e martiri 
Non più, saranno eroi. 
L'onta di lunga etade 
In quattro di si lava , 
Nella tua polve cade 
Chi ti fé' mesta e schiava. 
Sul capo reo tu monta 
Arditamente, e il premi: 
Ogni fallir si sconta 
Un di fatale, e tremi 
Chi ti vorrà insultar. 

Lanciato dietro ai barbari 
Senta il corsier gli sproni, 
Posa non dar, non requie, 
Sempre li caccia, e poni 
In mezzo l'alpe e 'I mar. 



All'arme, all'arine fremere 

10 sento il monte e 'I piano, 
Arme brandisce il pargolo 

£ la femminea mano. 
Ve', delle trombe a* suoni 
Sorgono prodi a mille; 

11 grido delle squille 
TI suscita i campioni. 
Popol d' Italia, a lato 
Chi ti rimise i brandi. 
Il cor chi t'ha destato, 
Chi riaperto ai grandi 
Ardir d'anlica età? 

Ti veggo ne' miracoli 
Di, questo suol già oppresso, 
O prisco onor d'Italia, 
Ti sento, ti confesso, 
O santa libertà. 



O padri avvezzi a piangere 
Sul disonor dei figli, 
liscile alfin de' tumuli, 
Su noi fissate i cigli. 
La gioventù gagliarda 
Non vive d' ira e duolo : 
Libera e forte or guarda 
Il cielo e non più il suolo. 
Uscite, e ci ponete 
La destra sulla maglia: 
Domani voi vedrete 
Orribile battaglia. 
Dite : ci trema il cor? 

No, che non trema. Un impeto 
Ci spinge alle tenzoni. 
Morir, morire o vincere, 
Pugnar come leoni. 
Morti pugnare ancor. 



Come sei cara, Dalia, 

Guerriera armata in sella ! 
Qual fia portento a' posteri 
Quesla stagion novella ! 
In libertà signora 
Dell'universo un giorno, 
Glorie e trionfi ancora 
Faranno a te ritorno. 
Dai colli di Quirino 
Parti la santa voce. 
Dall'italo confino 
Già la Sabauda Croce 
Contro all'estranio va. 

O sommo PIO, distendici 
La man che benedice: 
Quest' itala famiglia 
Riposi omai felice 
In pace e libertà. 



IM 



Mono laRHTIVICO . LBTTIBAaiO BD AITIBTIGO 



TuUo le lerre l'amino 
Siccome la più bella : 
A lei gli oppressi giiardino, 
La cliìamiii lor sorella: 
Felice d*of;ni bene 
A tulli rechi ailn, 
Lor franga le catene, 
Li desti a nobii vita. 
Trionfi il suo gran nome, 



RÌspìenda al par del sole, 
Sìa libera siccome 
Dell'aquila la prole, 
Si tema (jiial leon. . 

Di monti e mar Dio cinsela, 
Fo' nostri il cielo e i campi, 
(inai chi s'allenti oITcnderla ! 
Non fia'ch'nn solo scampi 
Dall' itala tenznn. 

('OI'PINO MlCIIELt:. 



MILITE DELLA COMPAGNIA DELLA MORTE 




<mru- 



il giorno 3 del corrente aprile, nella chiesa prc- 
posilurale di San Fedele celebravanst i funerali di 
Augusto Anfossi, una delle glorie pii'i luminose della 
Kivoluzionc Milanese, degno di venire a paragone 
cogli eroi di Plutarco. Chi fosse egli e quai miracoli 
di valore operasse, udiamolo dal 22 marzo, giornale 
di Milano. 

• Augusto Anfossi nacque in Nizza nel 1812; ne 
andò esule nel 1831, reo dell'amare immensamente, 
sinceramente la patria, il popolo, la libertà ; passò 



in Francia, e di colà, dove allora era un <;ran ciarlare 
ed un far pochissimo, impaziente dell'ozio e di quel 
vano arrabbattarsi che è peggio dell'ozio, si trasmutò 
in Egitto, ove di quei giorni poco si parlava e si 
faceva mollo; militò negli eserciti di Ibrahìm bascià, 
e ne uscì colonello. Ilidollosi alle Smirne, vi aprì 
una casa di commercio, che in pochi anni crebbe a 
maravigliosa prosperità ; ed ivi, lielo del clima dol- 
cissimo e delle memorie wiicriche , avrebbe forse 
chiuso i suoi giorni , se noi venivano a suscitare i 



m:blta raccolta di utili b svariats nozioni 



m 



rcccnli casi d'Italia. Perspicace deiringcgno, quanto 
era forte del braccio, s'accorse subilo die un molo 
italiano, benedetto, anzi iniziato dal Ponlcrice, non 
poteva venir meno; e quindi si diede a secondarlo 
coir energia del pensiero e del cuore. Tornalo in 
Italia, alla grand'opera dell' italico riscatto oiTri la 
persona e le sostanze, dichiarandosi disposlo ad as- 
soldare volonlarii a proprie spese, e si mise in co- 
municazione con lutti quei generosi che nel Piemonte, 
nella Liguria e nella Lombardia aspettavano il mo- 
mento d'insorgere. In questa città nostra capitò pochi 
dì prima del cominciamenlo del nostro gran dramma, 
e subilo ebbe a so i cuori di lutti, e in particolare 
de'giovanipel suo piglio franco e militarmente severo, 
per la sua energica parola e pel calore dell* anima. 
Come ap|)ena fu deciso che noi dovevamo conqui- 
stare coll'armi la nostra libertà, egli offri i suoi ser- 
vigi, che vennero con riconoscenza accettati. Desti- 
nato ad organizzare la guardia civica, e quindi a 
comandare tulle le forze attive della noslra rivolu- 
zione, die tali saggi di capacità, di coraggio, di nobile 
dignità, elle Io fecero conoscere tosto e riverire da 
tulli. Nessuno nei giorni dell' eroica noslra lolla 
mostrò maggiore attività di lui , egli era da per lutto 
a consigliare, ad operare, ad erigere barricale a con- 
fortar cittadini, a preparar mezzi di difesa, a stu- 
diare posizioni , ora capitano ed ora soldato, ora 
meccanico, ora strategico, sempre esempio chiaris- 
del più fervente patriottismo. E da lui s'inspirava, 
ed a vicenda eragli inspiratore Giuseppe Torelli, 
datogli ad aiutante; anime degne d'intendersi, in- 
telletti degni di associarsi alla difesa di questa ca- 
rissima patria. Altri narreranno i falli particolari di 
lui : qui ci basta riferire come dagli archi di Porta 
Nuova, monumento della sconGlta di Barbarossa, re- 
spingesse un drappello di granatieri ed un cannone, 
e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e 
come nell'assalto del locale del Genio, appuntalo un 
cannoncino alla porla principale di esso, nell'atto che 
la sfondava, fosse colpito in fronte da una palla di 
moschetto. Mori, come Epaminonda, lieto della vii* 
toria de'suoi : morì invocando Dio e la patria ». 

A colanl'uomo non doveano, né dovranno mai 
mancare le più chiare testimonianze di affetto ri- 



verente e di ammirazione profonda ; e queste le ebbe 
nei funerali che gli si fecero, dove coi membri del 
Governo provvisorio intervennero gli uomini più 
celebrali per cuore, per mente e per braccio. 

Tra questi attraeva gli sguardi un grande drappell<) 
di Militi, sul cui pello spiccava l'immagine della morte. 
Capo di questo drappello era il nobile fratello del- 
l'Anfossi , Francesco Filippo, il quale ebbe facoltà 
dal Comitato di guerra di arruolare una compagnia 
cui volle denominare della Morte. 

Colale denominazione ci richiama ai tempi glo- 
riosissimi della Lega Lombarda. 

Nel gran giorno della battaglia di Legnano, due 
coorti circondavano il sacro carro, simbolo dell'in- 
dipendenza italiana; una, composta di 900 giovani 
di nobii sangue, chiamavasi del Carroccio; l'altra, 
composta di 300, dicevasi della Morie. 

Nel primo urto, che fu il più Iremendo, contro 
il nemico, la compagnia del Carroccio vacillò così, 
che poco mancò che la sacra insegna cadesse nelle 
mani dei barbari. 

É tradizione che in tal momento tre colombe , 
spiccatesi dalle cappelle dei santi Sisinnio, Martirio ed 
Alessandro, venissero a posarsi sull'alto del Carroccio. 
A colai vista, la Compagnia della Morte, ripetendo 
un suo giuramento, che era Morie o libertà, rovinò 
con sì furiosa tempesta sopra le schiere alemanne, 
che d' un tratto le sgominò, le sciolse, le costrinse 
a cedere dal campo. 

Un cavaliere di essa, saltando al di sopra de' corpi 
morti, strappò dalle mani di un capitano lo stendardo 
imperiale, gridando con voce poderosissima : Vitto- 
ria ! Vittoria ! 

Gli altri cavalieri della stessa compagnia balzarono 
di sella lo slesso Federigo Barbarossa, gli ammaz- 
zarono il cavallo, gli tolsero la clamide imperiale e 
la corona, dei quali fregi, tornando alle loro case. 
ornarono una vile giumenta per obbrobrio e scherno 
dell'oppressore vinto e atterrato. 

La nuova compagnia, non inferiore di certo al- 
l'antica, per terribile gagliardia di anima e per ar 
denza di patrio amore, giurando di votare se mede- 
sima al riscatto finale d'Italia, grida anch'essa, come 
i loro passali: Morte o libertà! 



AUTO-DA-FE D'UIN ARTICOLO DEL DOTTOR LEVI 

inserto nel numero 15° del Libebo Italiano, giornale veneto. 



Nel nostro numero scorso, o lettori, vi abbiamo 
parlalo di due Atti-di-fede operati sugli slemmi 
dell'Austria, noslra mortalissima nemica, sul cui 
capo ci parea dolce il poter far ricadere l'atrocis- 
sima ignominia di Irentalrè anni. 

Ora con non minorai allegrezza vi parliamo di un 
Atto di-fede operalo in Genova tra la tempesta delle 
grida e delle maledizioni, sopra il giornale veneto. 



Il libero Italiano, conlaminato da un articolo di 
certo dottor Levi, che sbucò d'un tratto, come un 
fungo, sui campi della letteratura italiana. 

Diciamo con non minore allegrezza, perchè i buoni 
Italiani considerano come spasimati cagnotti dell'Au- 
stria tutti coloro, i quali non hanno abborrimento di 
spargere nel sacro suolo d'Italia i germi di queir 
orrendo dissidio, che fu tra noi radice di ribellioni 



IS8 



MOSBOICIBNTIFICO.LBTTBRARIORD ARTISTICO* ICRLTA RACCOLTA DI (ITILI R 8VARIATR NOZIONI 



e di guerre civili, di rovine e di obbrobriì, e cagiono | 
per cui r Italia venne per Ire secoli interi cliiusa 
dentro un sepolcro di ferro. 

Noi sappiamo che è dovere d'ogni buon cittadino 
il protestare contro qualsiasi uso, che ricbiama le 
memorie dell'antica violenza; sappiamo che la slampa 
libera è la gran voce della patria, e che ogni ciHa- 
dino ha diritto sacrosanto di |)ubblicare ciò eh' c'gli 
pensa: ma quando questo cilladino getta il fango 
sopra un popolo; quando calpesta i principi! immu- 
tabili dell'onesto e dell'equo, quando sfregia e con- 
tamina la santità della stampa, allora non sappiamo 
dannare il popolo che si volge anche a mezzi vio- 
lenti,onde punire chi lenta per quel modo di ucciderlo. 
E diffalli, lettori, non 6 egli un volere uccidere 
l'Italia predicando la scissura, santificando il muni-. 
cipalismo, alia cui pessima uggia fu sgffocata ogni 
concordia e perduta ogni forma vera di vivere civile, 
versando negli animi il veleno della diftidenza e del 
sospetto, mettendo ogni opera a spegnere l' entu- 
siasmo che arde l'Italia per la più grande e la più 
santa delle cause? 

Volgete, o lettori, lo sguardo a Carlo Alberto... 
Egli è tranquillo, libero, felice nel suo stalo, rispel- 
lalo e temuto dallo straniero , circondalo dall'amore 
de' suoi sudditi che hanno giuralo di innalzare un 
incrollabile propugnacolo de' loro petti intorno al suo 
Irono per gratitùdine delle larghe libertà concesse 
loro spontaneamente, generosamente. 

Vede la Lombardia lacerata e insanguinata dalle 
austriache zanne. Che fa egli ?.... Commosso dal 
grido dell'umanità conculcata, pone soUo i piedi 
gli agi di ogni sorta, tronca i nervi al commercio, 
toglie le braccia all'agricoltura, si pone co"suoi fi- 
gliuoli alla lesta di quarantamila soldati, getta sui 
campi lombardi la sua corona, e dai punti più lon- 
tani del Piemonte corre, anzi vola sul Mantovano, 
proclamando altamente ch'egli nulla vuole, fuorché 
difendt-re i fratelli e gli amici, e nettare l'Italia 
dalla lebbra barbarica che da Ire secoli la insozza, la 
rodo, la uccide. 

Conscio che la patria comnne richiede, in questo 
terribilissimo emergente, una grande potenza di sa- 
crificio, sfida i pericoli di ogni maniera, espone il 
suo peltoal tempestare delle palle, combalte e vince 
con altisssimo valore la battaglia di Coito, occupa 
la sponda più importante del Mincio, quella dove la 
miracolosa potenza di Bonaparle corso rischio di 
essere fiaccata, sgomina e caccia ipiel nemico il (]uale, 
malgrado il crollo datogli dai Milanesi, riavutosi 
dallo sUipore, poteva ancora divorare la Lombardia. 
Or bene : quale tributo di graliliidine gli si porge?... 
Leggete le parole di codesto Levi, leggetele, e fre- 
merete d'indignazione. 

Egli deride e sfregia il nome santo del fortissimo 
He!!.... E in (piale momento? Nel momento che 
questo Ile sia di nuovo alle prese con un esercito 

Stabilimento tipogra(ìco 



ch'ò umilialo, ma non sbandato ; che ha perse molte 
armi, ma che molte ne conserva liiltavia, e tiene lo 
munìlissime fortezze di Peschiera, di Verona e di 
Mantova, nel momcnlo che gli Austriaci agitati ancora 
ferocemente dallo spirilo infernale di Melternich, mo- 
strano di essere pronti a non curare la loro slessa 
libertà per volare in Italia, del cui sangue hanno 
bisogno per reintegrare le vene esauste : nel momento 
insomma che la lolla sta per farsi rabbiosa, lunga, 
tremenda!... 

Che ò l'eroismo de' nostri soldati, i quali spendono 
con giubilo la propria vita pel riscatto d'Italia? Che 
è la loro costanza, la loro fortezza nel sostenere i 
più orribili disagi sotto cielo inclemente, in nn ter- 
reno uliginoso, dove debbono posare il fianco dopo 
le lolle sanguinose e le fulminee corse, e dove so- 
vente manca loro un tozzo di pan nero e un sorso 
di vino?... Che è lutto questo? grida quella strana 
creatura del Levi. Noi abbiamo [alto senza di loro. 
Appena potremmo perdonare codesto orgoglio ai 
Milanesi l Ma come lo potremo perdonare a voi, o 
signor Levi, che avete guadagnala la libertà, di cui 
fate cosi enorme uso, grattandovi la pancia?... Mal 
vi fate emulatore delle villane e fratricide braverìe 
del Canlù... 

Oh per Dio! ..cessiamo di menar vampo di par- 
ziali vittorie ! cessiamo di assordarci con vuole pa- 
role di forma!... Non diamo nuova materia di riso 
alle stranièro; non facciamogli dire che noi non in- 
tendiamo la libertà, e che il marchio della schiavitù 
di tre secoli ci ha per sempre divezzi da lei.... 

L'Austriaco ci sia lullora sul collo; noi non l'ab- 
biamo ancora balzato al di là dei monti Trovisi . 
egli siede sulle calde ceneri di Castelnovo, trastul- 
landosi col teschio degli uccisi ; il grido de' nostri 
fratelli atrocemente scannali sì spande pei campi 
d'Italia e ci rintrona l'orecchio.... 

Combattiamo colla penna , se noi possiamo colla 
spada; ma la battaglia del pensiero sia nobile, ge- 
nerosa, santa come la causa di PIO IX. Onoriamo 
i prodi che fanno il sacrificio della loro vita per noi; 
gettiamo fin l'ultimo obolo per comperare il pano 
che ò loro necessario; rinfranchiamo il loro co- 
raggio, tergiamo il loro sudore, diamo alimento al 
loro sacro entusiasmo.... Quando il cello dello stra- 
niero non sarà più, qunndo lo sue mani sanguino- 
lente più non strapperanno gli adornamenti delle fi- 
gliuole e delle nuore, allora', allora soltanto, discu- 
tiamo de'nostri destini... Di presente ogni discussione 
è improvvida, nocevoìe, pericolosissima. 

E voi, signor Levi, che per la prima volla così 
ignobilmente vi mostrale all' Italia, frangete la penna; 

essa non è per voi Impugnale la spada, se vi 

basta il cuore, correlo sui campi lombardi a lavare 
nel sangue austriaco l'onta di che vi side coperto... 
Dopo la vittoria vi perdoneremo e vi chiameremo 
fratello. P. Gorelli. 

di A. FoifTAHA io Torino. 



19. 



MITSEO SCIENTIFICO , ecc. — AaniO Z. 



r29 aprile 1818) 



STORIA (:0.ììTEMPOIM\EA 




VOTO DE'VEIU ITALIANI 



Unione ! Unione ! Unione ! 

Ecco il volo di luUi coloro die si sentono scor- 
rere per le vene sangue italiano. Nella scissura, nella 
separazione, nello spargimento risiede la debolezza. 
Guai se coloro i quali stanno ora al timone degli 
Stali non fanno sforzi ostinali e sdegnosi per svellere 
dal terreno italico l'arbore funesto del municipalismo, 
i cui rami, per non so quale maledizione, sembrano 
ora sorgere più orgogliosi che mai. Abbiamo comuni 
il cielo nativo, l'idioma, la religione, deh! perchè 
non potremo avere comunicazione di leggi e di san- 
gue, senza che fra noi, quasi per condilto di ele- 
menti ripugnami, si susciti confusione e discordia? 

Tulli, chi più chi meno, abbiamo portala una pie- 
tra all'edifìzio delia noslra grande rislaurazione; 
tulli ci siamo adoperali e ci adoperiamo con ogni 
spirilo a cacciare oltre l'Alpi quello straniero che 
da Ire secoli ci ruba la noslra povera roba, ci mar- 
toria, ci flagella, e cincischia in tulli i modi; deh! 
non perdiamo d'un tratto il frullo di tanti sforzi, 
di tante fatiche, di tante lacrime, di tanto sangue... 
Iniamoci ! Uniamoci ! Leghiamoci coi vincoli di una 
sola famiglia ! Poniamo giù l'orgoglio di vittorie par- 
ziali ! Non laceriamo da noi slessi, non gettiamo nel 
fango lo belle corone che le nostre mani Jianno in- 
trecciale. 

Non mai cosi bello rifulse, come ora, il sole d' Ita- 



lia. 11 Vaticano si fece il propugnacolo della hberlà 
congiunla alla religione. Il principato ha deposto il 
suo pauroso paludamento, e, mescolandosi col popolo, 
^li sorride, gli stende la mano, lo chiama fralello, 
amico. Che più dunque ci manca? Non più ruggini, 
non più rancori, non più sospetti, non più diffidenze! 
Sorga il regno dell'amore e -della giustizia, strin- 
giamoci in un solo amplesso. Lo straniero vegga che 
noi siamo al lutto degni di quellajiberlà che abbiamo 
saputo conquistarci colla potenza del braccio e della 
mente: egli ritraendosi impaurito, lacero e scornalo 
dai nostri campi, gridi a se medesimo, ruggendo di 
dolore: Io più non li vincerò, perchè sono uniti! 

. CHE SI FA?... 

Che si fa frattanto?... Milano e Venezia rispondono 
esse al volo, al grido del buoni, dei sinceri, dei 
liberali Italiani? 

Quesla è la dimanda che io odo levarsi da ogni 
parte; ed io, siccome umile cronichisla, riporterò 
alcune risposte che si vengono facendo. 

Milano si adacenda, si sbraccia a ordinare un'as- 
semblea nazionale per una forma politica. Ma gli è 
questo il tempo di silTatli negozi? Come !.. Mentre 
la mitraglia austriaca dilTonde ancora fra noi l'esler- 
roinio e la morie; mentre i nostri poveri fratelli di 
Peschiera, di Verona, di* Mantova e di allre terre 



130 



HI38IO SaBNTlPlCO, LBTTKRARIU ED ARTISTICO 



sono lacerali «lalla verga dei barbari: mcnlro ci scn- 
liamo ail o^ni momenlo rinlronare all'orecchio il 
rimbombo del cannone e sappiamo che il Mincio C()rro 
vermiglio del noslro sangue, noi ci alTaiichiamo, 
sparpagliamo la nostra attivila a creare assemblee 
per decidere do' futiiri nostri ileslini ?... E qtiesle cose 
facciamo davanti allo straniero, che sa di non essere 
tanto scemo di forze e di spirili come lo si vnol 
improvvidamente far credere? davanti all' L'uropii 
elicci guarda e novera ogni nostro passo? davanti 
alla sloria che, in queste terribilissime contingenze, 
contempla le nostre azioni per darle alla niemoiia 
dc'posleri e al riso del disprezzo? 

Oh ! male, male ci illudiamo se noi crediamo che 
l'Austria sia tanto stremala di vita da non avere 
più forza di levare almeno per poco il capo para- 
litico e raccogliere le varie sue membra per avven- 
tarci un nuovo e più tremendo colpo. La Gallizia 
leva ella lo stendardo della rivolta ? La Croaziii, 
malgrado le suo altiere dimando, s'è ella soUralla 
al ferreo giogo che da tanto tempo si accollò? L'Un- 
gheria, la gagliarda Ungheria, non sta ella contenta 
a tulle le franchigie che le furono largheggiale ? e 
la Boemia non ò forse invelenita dal pensiero di ve- 
dersi tronchi per avventura tulli i nervi del suo com- 
mercio? Il timore di perdere per sempre le pingui 
terre di Lombardia, dalle quali Iraggono alimenlo 
alla loro fame, non potrebbe rannodare in un sol 
pensiero queste nazioni e precipitarle sull' Italia per 
vendicare lo scorno palilo e riconquistare qnc' popoli 
nelle cui membra i padroni dell'Austria insanguina- 
rono con tanto loro vantaggio le labbra? 

Perchè dunque raccogliere assemblee, a cui non 
potrebbero neppure assistere que' valorosi che com- 
battono per l' indipendenza italiana, i quali no hanno 
per avventura maggior diritto di tutti?... Perchè in- 
viare alle quattro parti del mondo proclami, ove con 
pedanteria fastidiosa è posta immensa cura a bene 
intrecciare insieme idee puU' umanità e sulla fratel- 
lanza, a colorirle acconciamente, a dar rilievo alla 
luce colle ombre e ai colori più risentili colle mezze 
tinto? 

In faccia agli eventi presenti, in faccia alla voce 
rombante del cannone, in faccia al ferale incendio 
di (^astolnovo, alle battaglie dei nostri prodi, ai loro 
pericoli gravissimi, tutti i discorsi diventano una li- 
neatura scolorala, un secco profilo, un abbozzo in 
forme. 

Pronletza, ardimento, energia, audacia, armi si 
richiedono, non orazioni alla Monsignor della Casa, 
non filatessa di belle sentenze, di vaghe descri-zioni, 
di argomenti, non perioJi di lunj^hissima lena o di 



lena cortissima a foggia di quelli che l'autor dell' 
Osservatore chiamava singhiozzi. 

Il magistero delle transizioni, o signor Tommaseo, 
la composizione e rarchitettonica dello ideo lascia- 
mole per ora da banda. Mandiamo al diavolo gli inni 
al Leone di S. Marco, ai suoi dotti ruggiti, alle suo 
ali speniuile, alla sua coda, e che so io... Questo non 
è tempo di rcminiscen/e, non è tempo di tradizioni, 
di fastose decorazioni e di altre somiglianti ciancia- 
frascole. Operiamo ! operiamo ! operiamo ! 

Non lasciamo tutto il nerbo della guerra al solo 
esercito piemontese. Non facciamo per le vie uno 
strascico pomposo e inutile «li sciabole. Portiamo 
aiuti di viveri e di tende ai prodi di Cahlo Albkhto. 
Se non abbiamo danari, vendiamo calenelle, orologi, 
orecchini, monili, anelli, Uitto. Adoperiamo i cavalli 
de' nostri ricchi pel carreggio dei cannoni. Fabbri- 
chiamo picche, aste, spade, pugnali ; e se vogliamo 
cantare inni, cantiamoli in lode soltanto di coloro dm 
spendono la vita e la mente pel trionfo della gran 
causa italiana, in lode di coloro che fanno grandi 
sforzi sopra se slessi per vincere quell'inerzia o ac- 
cidia che lega e assidera le potenze dell'anima e che 
Cristo collocò tra le piaghe capitali dell'inferma' 
natura. 

Queste sono le risposte che i buoni Italiani fanno 
alla dimanda che abbiam posta in fronte al presenti! 
articolo, e che noi, fedeli ed umilissimi espositori 
dei falli che ora succedono, abbiamo storicamente 
riferite. 

GLORIE... 

Mentre dagli altri si ciancia o si crede di avere 
abbastanza operato, Carlo Albert»» incalza stretta- 
mente allo reni il nemico universale dell'Italia. 

Egli mostra di essere. investilo dallo stesso spirito 
dell'eroe di San Quintino, e l'Italia tien fissi inlenta- 
menle gli sguardi sopra lui come al suo redentore. 
Dieci secoli, di senno militare e civile della sua Casa 
gli stanno innanzi; e camminano con lui la fama, 
la dignità e la grandezza de' suoi antenati. Non ri- 
scosso dallo strepito delle ciancio che gli suona di 
dietro, egli va innanzi intento solo a conciliarsi la 
gratitudine di (pie' popoli che hanno senso della vera 
libertà e ad acquistare in solido la riconoscenza di 
lutla la specie umana. 

La Sloria registrerà nelle sue pagine immortali 
il fallo di Cioilo siccome una delle più splendide im- 
prese che hanno convalidato il ristauramento mira- 
coloso d' Italia. Ora noi anticipando per poco il so- 
lenne giudizio di Lei, descriveremo parlilamenle gli 



SCKLTA RACCni.TA IM ITTILI B 6VA1IUTB NOZIOril 



131 



accidenli di quella grande giornata por omaggio di 
gratitudine ai prodi che l'hanno compiuta. 

La sera del 7 aprile 1848 la prima divisione del- 
Pesército del re Carlo Alberto, spalleggiala da una 
parte della seconda giunta, si accampava tre miglia 
e mezzo circa in distanza da Goito, borgo non lon- 
tano da Mantova più di dieci miglia. 

Succedeva la notte fredda, triste e piovosa. I sol- 
dati eran privi di quanto è necessario a ristorare le 
forze affralite dalle corse e dai disagi; difettavano di 
vettovaglie e pcrOno di tabacco; ma alava con loro 
il proposito fermo, ardente e concitato di liberare 
r insanguinala Lombardia dai barbari. 

Il mattino vegnente, le trombe ed i tamburi die- 
dero prestamente r avviso che l'ora della battaglia 
era imminente. Un grido di gioia ruppe dal cuore . 
di tulli. Si avanzarono con passi frettolosi verso 
Coito coir intendimento di farsene padroni. 

Verso le ore otto la seconda compagnia de' Ber- 
saglieri scoperse il nemico anelalo a guisa di cac- 
cialorì dietro le macchie e gli alberi sulle rive del 
Mincio; erano Tirolesi. 

L' intrepido e intelligente colonnello Della Mar- 
mora capitaneggiava la compagnia divisa in due ali, 
una delle quali era condotta dal signor Testa e dal 
cav. Galli della Manlica, l'altra dal luogotenenle Giu- 
seppe Lions. 

La battaglia fu ingaggiala. Questi prodi con indi- 
cibile bravura e prestezza si avventano al nemico 
fra lo scarichìo degli archibugi e la tempesta ruino- 
sissima delle palle. L'ala guidata dal Testa e dal 
Manlica st)araglia, conquide e mette in fuga il ne- 
mico; quella governata dal Lions si scaglia animo- 
samente per la prima dentro Coito. 

Il colonnello Della Marmora invasato dall'estro 
della battaglia, seguitava a rinfiammare i soldati gri- 
dando con voce che pareva soverchiare quello stre- 
pito vasto e rimescolato, Acanti! Avanti! Quand'ecco 
un getto di sangue rompergli dalla bocca e troncargli 
la parola... Una palla nemica, percuotendolo nel 
mento, gli frangeva la mandibola inferiore e gli usciva 
prossima all'orecchio. Poco stante cadeva morto il 
Manlica versando l'anima valorosa senza articolar 
parola... 

Il Lions co' suoi pochi pianlavasi con allo bravo 
in hiogo dal quale poteva terribilmente bersagliare 
le leste austriache, e vi si mantenne con incredibile 
coManza e fortezza per venti minuti, sostenendo il 
fittissimo tempestare delle palle, uè indietreggiando 
di un passo. Il cav. Rigbiui feritogli cadeva a poca 
distanza. 

Una colonna del battaglione Real Navi viene final- 



mente in suo ftoccorso. Il valoroso vede che il ne- 
mico con terribile apparato di artiglieria sta per im- 
boccare il ponte di Coito coli' inlend mento di portare 
lo sterminio tra' suoi. Non impaurilo da questa vista, 
manda colla celerilà del fulmine la quarta parie de' 
suoi invincibili tiratori contro l' irrompenle nemico 
il quale sgomentalo dall' inspeltalo intoppo arrestasi 
alla bocca del ponte, dove si vede d'un tratto in 
faccia la colonna Beai Nati governala dal Maccarani. 

Fu qucslo un orrendo momento. Sovrastava una 
strage sanguinosissima. Erano le Termopili manto- 
vane. Il genio guerriero doli' Italia non mai rifulse 
più luminosamente come sulla fronte impavida e in- 
fuocala di questi novelli S|iarlani. 

Il Maccarani, nuovo Leonida, si avanza pel primo 
mandando grida lietissime di vittoria; ma una palla 
lo ferisce e precipita "da cavallo; gli succede imme- 
diate il capitano Bellegarde, e questi pure è ferito, 
viene avanti il soltolenenle Alfredo Wright, il quale, 
colpito nel cranio, è sleso semivivo a terra. 

Il generale d'Arvillars sta per ordinare il dietro 
fronte ; ma il grido del comando è soverchialo da 
uno scoppio immenso, infinito.- — una mina faceva 
saltare in aria il centro del ponte, e il nemico si 
ritraeva impeluosamenle dentro le case prossime al 
ponte. 

Il generale d'Arvillars, per consiglio degli uffiziali, 
faceva quivi condurre l'artiglieria e succedeva un 
cannoneggiare che durava due intere ore con orri- 
bile sparpaglio di ogni cosa, finché il nemico con- 
fuso, lacero, sanguinoso e sbigotlilo dalla rovina im- 
minente delle case di cui facevasi riparo, si dava 
alla fuga. 

La immortale colonna Real Navi, e gli accesissimi 
Bersaglieri, ai quali si attergavano parecchi della 
brigala Regina e delle guardie civiche, calcano inlre- 
pidamenle il parapetto destro del ponte rimasto in-, 
lero e seguitano il nemico facendo prigionieri 39 Au- 
striaci e 25 Tirolesi. Un j)assaggio veniva pronta- 
mente costituito sul ponte per ordine del generale 
Bava ; un cannone nemico rimaneva preda de' nostri, 
e il Mincio travolgeva nelle sue onde vermiglie molli 
cadaveri austriaci. 

Intanto venivano pietosamente raccolti i ferili. Il 
colonnello della Marmora, portato dentro rustica 
casa, al chirurgo che disse parergli che la palla di 
dietro gli fosse uscita pel menlo, rispose: 

— Io non sarò mai ferito di dietro, ma sempre 
per r avanti. Mi si porti la mia sciabola. 

Raccolti gli spiriti, sguainò il ferro e contemplò 
con compiacenza il sangue nemico rappresovi sopra. 

Il Maccarani sorreggendosi a gran stento al brac- 



I.1S 



HUSRO SCIBNTIPICO, LETTRHAnui RD AKTISTUX) 



ciò (li imo zappaloro, giunlo al cospello di Genom 
catatleria, gridò: 

— Viva Italia ! Viva il Re ! urciddcne i nemici. 

Fu salutalo da un plauso unanime e prolungalo. 

Il prode \Vrij;lil spirò dopo sei ore di agonia senza 
mai potere prorerire parola. Egli era (dice il collo 
o forte cappellano dell' esercito, dal quale sappiamo 
queste particularilà) (ìgliuulo di un inglese, capitano 
di vascello nella marineria sarda, o sua madre, una 
Uossi di Torino, lo partoriva a Vienna, ove sperava 
egli fra poco di visitare alctmi suoi parenti. 

die diremo di Carlo Alberto? Egli espone per 
intere ore il proprio petto al furor nemico. Un giorno, 
mentre le palle gli rischiavano inturno sinistramente, 
un generale gli si voltò dicendo: 

— Maestà! Ella corre gravissimo pericolo... 

— La ringrazio della sua benevolenza — rispose 
il re gentilmente e con inalterabile [tucatezza — stia 
qui con me: se viene una palla è Dio che ce la 
manda. 

Per buona sorte, Dio non ce l'ha mandala, scrisse 
dipoi il generale ad un suo amico. 

Onore a voi tulli, o valorosissimi soldati dell'eser- 
cito piemontese ! La vittoria al ponte di Goito fa 
leslimonianza al mondo che in voi rivive 1' antico 
valore de' vostri padri, e che siete altamente degni 
di cond)attere sotto i vessilli del gran Capitano che 
vuole la finale rigenerazione dell'Italia. La patria vi 
contempla con orgoglio gentile; e, nel giorno fortu- 
nato in cui avrete balzalo oltre l'Alpi il sozzo e fe- 
roce straniero e i popoli alpini, liguri e lombardi 
formeranno una sola famiglia, ella vi verrà incontro 
baciando le ferite de' vostri petti e benedicendo eter- 
namente a voi. 

VIVANO I SICILIAINI!... 

Da quesli fortissimi isolani non muovono fuorché 
esempi di italiana grandezza. Essi hanno dichiaralo 
per sempre decaduto dal trono di Sicilia Ferdinando 
Borbone e la sua dinastia, e vogliono reggersi a go- 
verno costituzionale chiamando al trono un principe 
italiano, dopo che avranno riformato il loro Statuto. 

Ijenedizione a voi, o sublimi Siciliani ! Da voi 
partì la favilla sacra che, mutatasi in incendio, ab- 
bracciò l'intera Italia; da voi move ora un esempio 
che salverà l'Italia dal contagio de' scapigliati ed 
irti duUrinanti the vorrebbero fare della nostra terra 
una minutaglia di stali, e dare di nuovo comodità 
all'atroce ed avaro straniero di assalirci e divprarci. 

P. CORBLLL 



fili DIZIO DI L\ME\.\IS SCILE COSE D" ITALIA 

Dopo lunghi secoli di servitù , l' Italia ha spez- 
zato (inalmenle le sue catene. I figli (Ji quella sacra 
terra si mostrarono degni di lei, e ritrovando ad 
un tratto le eroiche virtù che fecero de' loro ante- 
nati un popolo si grande, in pochi giorni compie- 
rono l'opera di più generazioni. Mercè di una pro- 
dezza, che agguaglia gli esempi più ammirati, 
mercè di una miracolosa fermezza, hanno, senza 
esercito, vinto l'esercito a cui si appoggiava la ti- 
rannia organizzala del Cesare di Vienna, signore 
delle fortezze, de' passi delle strade, arbitro duna 
polizia sempre all'erta, con in mano tulle le suste 
di una potente amministrazione. Lo straniero smar- 
rito, tremante fugge da una terra che lo respinge; 
gli schiavi di ieri salutano la patria riconoscente. 

Gloria agli Italiani! il loro trionfo è il noslro; 
perchè noi. Francesi, siamo con essi alTralellati nelle 
viscere del cuore, ed essi formano con noi una sola 
famiglia, di cui sono i primogeniti. Ad essi dob- 
biamo le lettere, le scienze, le arti e lutto ciò che 
abbellisce la vita, innalza l'animo, ed ingentilisce i 
costumi; essi aprirono ai nostri padri i sentieri della 
civiltà, e crearono il mondo moderno. Oh, ne siano 
di nuovo uno de' più splendidi ornantenli ! 

Ma l'impresa loro non è compiuta. Hanno ricu- 
perala r indipendenza , scacciarono I' oppressore : 
hanno al lembo estremo e nel centro della penisola 
ottenuto alcune delle libertà , alle quali da lungo 
tempo aspiravano: e da Roma slessa partì il segnale 
del riscatto dato da un Papa, la cui memoria sarà 
benedetta dai futuri. Ma per quanto sian grandi 
codesti beni, non sono e non debbon esser altro che 
un avviamento a un bene maggiore, die comprende 
gli altri tulli, e solo gli assicura lo stabili- 
mento dell'unita', SENZA DI CUI NON C'fc NAZIONE. 

Sarà l'Italia una nazione? Questa è per lei la 
quistione suprema. Dallo scioglimento di essa, che 
è dall'Europa aspettato, dipendono i destini di co- 
desto bel paese. Se riman diviso, perderà la forza, 
rinduenza, il grado che la Provvidenza gli assegna, 
ed abdicherà gli alti suoi destini. 

L'Italia, ridotta ad essere un'accozzaglia di popoli 
e non un pojìolo, privala perciò delle condizioni del 
suo sviluppo e delia sua vila, languirebbe inerte 
nell'insanabile fiacchezza di un corpo imperfelto , 
in cui non potè compiersi il lavoro della formazione. 
Condannato di nuovo all'impotenza, l'Italia rica- 
drebbe sopra se medesima, e, per mancanza d'una 
sfera d'azione proporzionata al suo genio , ripiom- 
bcrebl)e nel letargo e nella nullità che esasperava il 



STBLTA RACCOLTA^ DI UTILI B SVAtlATK NOZIOUI 



I3S 



SUO giuslo orgoglio. Imporla all'inleresse del mondo 
quanto al suo die n'esca : imporla che in mezzo ai 
popoli, i quali hanno applaudilo alle sue villorie, 
ripìgli il poslo che tulli riconoscono, che tulli sen- 
tono es.«erle dovuto. 

Sì ! rilalìa sarà una nazione, si ! l'Italia saprà 
consolidarsi nell'unità che è la sua vita. Trattandosi 
d'un dovere cosi santo, non si lascierà arrestare né 
da considerazioni secondarie, né da quegli ostacoli 
che s'incontrano sempre nelle faccende umane, e 
che sono superate da una forte volontà. 

La risoluzione che prenderà le sarà dettala non 
dai calcoli d'una prudenza retta, e per ciò stesso 
ingannevole in un tempo, in cui s'apre innanzi al- 
l'udianìlà un sì vasto orizzonte, nò dalle viete re- 
miniscenze di un ordine antico, rhe muore, ma dal 



sentimento di quello che deve essere e di quello 
che sarà, di quello che non può essere impedito dal 
nascere. 

Non cerchi l'Italia il suo avvenire nel passalo , 
né la sua vita nelle vecchie tombe. Che mai farebbe 
essa delle ceneri che racchiudono? 

La sapienza dei tempi ordinarli non è applicabile 
a' tempi in cui siamo, tempi di completo innova- 
mento, ne' quali senza intermcdii visibili alle condi- 
zioni anteriori succedono condizioni nuove , come 
pel fanciullo, quando, al tempo fìsso dalle leggi della 
natura, si slacca dal seno materno. 

Italiani ! l'Europa vi guarda : per consumare 
l'opera che Dio le ha commesso di compiere , ha 
bisogno del vostro concorso, e ci conta: voi ooo la 
froderete della sua aspettativa. 



@^3SJ^S»© S©Sj3^=^^igS 




L'amico spirto, che al partir suo ratto 
M'ha d'acerba pielade 'I cor compunto, 
Come alle spere si vicin fu giunto 
Che udianc il suon, ma non distinto adatto. 

Mossesi Urania ad incontrarlo in allo 

Dolce, e in manto di stelle auree trapunto: 
Benché a le par per tempo esserci assunto. 
Qua! di te lungo qui appettar si è fallo ! 

Disse, e presol per man cortesemente. 

Soggiunse : Io son, ben dèi conoscer, quella 
Che delle spere son regola e mente. 

Vien meco. Il braccio egli le porse, ed ella 
Il suo posovvi, e cosi dolcemente 
Ragionando sen van di stella in stella. 



Così nel secolo scorso poetava il Ghcdino in morie 
del rinomato Fontana: e a me pare che vietandomi 
la natura dei tempi di consecrarc un carme all'e- 
stinto Donizelli, io non possa far cosa di meglio, 
e che di più si adatti alla circostanza, die citar 
così alla sfuggila codesto sonetto del Ghedino, im- 
perocché tanto il Fontana, quanto il Donizelli furono 
tolti immaturamente alla terra ; conobbero in vita i 
più reconditi segreti delT armonia di cui simbolo è 
Urania, e quaggiù rivelarono entrambi alto intelletto 
e spirito degno del cielo. 

L' Italia, che in laDlo molgimenlo di cose e io 



M4 



MUSSO m:irntipi(:o , i.rttrrario rd artistico 



tallio conflillo d'inlorossi non può forse por mcnic 
alla scpolUira elio di recenlo si ò chiusa sul canoro 
cigno clic io piango, senlirà un giorno la perdila 
Talls, e Ira i fiori che andrà versando suH'iirne dei 
marliri caduli per la sua indipendenza ne Iroverà 
({nalciino con che onorare il sasso di coloro che 
consumarono i giorni, e spesero anch'essi la vila 
per la sua gloria: imperocché la gloria come l'in- 
dipcndenza è raureola delle nazioni, e il Donizelli 
fu uno di quei pochi ingegni che nelPoppressione e 
nella servitù fecero fede agli stranieri che l'Italia 
covava nel suo seno il fuoco sacro e regnava sovr' 
essi colla potenza dell'i nlellelto aspettando il tempo 
di regnare colla potenza del braccio. 

Gaetano Donizelli nacque in Bergamo sul tra- 
montare del secolo scorso, e sortì dalla natura un' 
anima generosa ed un cuore squisitamente sensivo. 
Uidondante di alTetli e bisognoso di espanderli, so- 
migliante all'usignuolo della solitudine, egli non ebbe 
altro linguaggio che il canto, e cantò in giovinezza 
e cantò negli anni maturi e lulta la sua vita fu un 
canto. Il celebre Simone Mayr che teneva lo scet- 
tro musicale d'Italia, profondo conoscitore qual era 
degli animi in cui si appigliava alcuna scintilla del- 
l'arte, vide in quella del Donizetti quanta e qual 
fiamma celavasi, e si diede amorosamente a fomen- 
tarla e a nudrirla. Alla scuola di lanl'uomoil giovine 
cantore divenne in poco tempo maestro, e quando 
ne uscì per recarsi in Bologna a quella del Matleì 
ove perfezionarsi nel contrappunto, v'imparò la dif- 
ficil arte di assoggettare il talento alla regola e di 
temperare la fantasia colla scienza: di modo che 
non vi ebbe forse maestro che meglio vedesse nei se- 
greti del comporre e meglio sapesse nasconder lo 
studio sotto le apparenze della facilita e dell'ele- 
ganza. Quand'egli stampò i primi passi nella car- 
riera melodrammatica, imperava in sulle scene il 
prepolente genio di Rossini; quand'egli vi procedeva 
animoso rivale tirovavasi al fianco i severi ispira- 
tori del Mercadanle e del Coccia, e quando vi co- 
glieva le più nobili palme, vedovasi innanzi la pate- 
tica musa del Bellini con la sua flebile lira e le sue 
appassionate querele. Il Donizelli stelle a fronte 
di quei quattro grandi uomini, e non fu da meno 
di loro: esperio dei tempi e delle condizioni in cui 
sì trovava la musica teatrale, ei fecesi una maniera 
composta delle maniere di ciascheduno di quelli, e 
di, sì varii stili si compose uno stile di tanta effi- 
cacia e di tanta freschezza che giunse a far parer 
nuovo ciò che per avventura si sarebbe credulo 
imitazione. Merito, a parer mio, singolare, e non 
abbastanza stimato nella gran lotta che devono 



sostenere coi venuti prima i venuti più lardi. 

Nessuno fu più fecondo, più immaginoso, più 
molliforme del Donizelli: nessuno fu pos.sessorc di 
una tavolozza più ricca di colori, e di un pennello 
più disinvolto e |)iù franco. Egualmente suscettibile 
delle più veementi passioni e degli affetti più pacali 
e gentili ei passò dal serio al giocoso, dal tragico 
al comico, dalle lagrime al riso, e in tutti i generi 
seppe osservare le norme della natura e le leggi della 
convenienza e del vero. IHWAnna Ifolena all'E- 
lisir d'Amore, dalla Parigina al D. Pasquale, dalla 
Lucia alla Linda vi hanno studii sì lunghi che cre- 
dereste impossibile rinvenirvi i vcsligii di un solo 
ed istesso cursore. 

In pochi anni l'Italia fu piena dì tanti dapo-Iavori, 
che farebbe lunga opera chi lutti volesse ad uno 
ad uno schierarli. In tutti, ed anche nei dimenticali, 
poiché le musiche teatrali hanno anch'esse i loro 
destini, si ravvisa pur sempre la slessa mente mae- 
stra , la slessa disinvoltura, il medesimo brio; vi 
ha in tutti una scintilla del sole ispiratore d'Italia, 
un raggio delia bellezza del nostro cielo, una do- 
vizia della splendida nostra natura. I Francesi e gli 
Austriaci a noi lo invidiarono, ed egli corse all'esca 
dei loro onori e all'allratliva delle loro ricchezze. 
E onori ed agi non gli mancarono né in Parigi, né 
in Vienna-, ma non ebbe colà né la dolce aura na- 
tiva, né le soavi soddisfazioni del cuore. Sia l'ec- 
cesso della fatica, sia l'abuso delle facoltà morali, 
sia che a certe nature d'uomini é necessario, come 
a certe piante, il natal clima per prosperare e per 
vivere, a poco a poco il povero Donizelli intristì, 
e cadde in mortale languore, e la face di tanta in- 
telligenza si spense. Tulle le genti eh' egli aveva 
beale con tante divine creazioni furono colle come 
da propria sventura, e misurarono, per così dire, il 
vuoto che lasciava la fatale sua perdila. E più di 
tutte risentissene Italia, che in questa sopraffazione 
di gusto oltramontano, e in tanta iattura di lettere 
e di arti, aveva bisogno di uomini valenti che si fa- 
cessero argine al torrente che innonda: Sperava 
che, reduce nel suo seno, e all'ombra del materno 
suo nido, avrebbe l' afflitto ricuperala la smarrita 
salute... ma la speranza fu vana. Le sorgenti della 
vita erano in esso esaurite colle sorgenti del genio, 
e, pochi dì sono, la lerra che gli fu cuna gli fu se- 
poltura. II cigno del Serio morì, e non potè, come 
i cigni, sciogliere un canto prima di morire. Pian- 
giamolo, o Italiani, e sebbene a più gravi cure ci 
chiamino i tempi , piangiamolo tuttavia, perocché 
egli è mancato ai tempi, e quell'alto inlellello avrebbe 
trovalo concetti sublimi quali essi richiedono per 



•i:klta iaccolta di utili g svariatb nozioni 



136 



canlar degnamenlc la rigenerazione della patria e la 
libertà ricovrala. Piangiamolo, perdio veggano i 
viventi dio i generosi, qualunque sien essi, non 
scendono inonorati sotterra, e perenno conserva l'I- 
talia la rimenìbranza delle loro virtù. Quanto a me 
scrittore, non mi tengo, con questo rapido cenno, 
disciolto dall'obblìgo che mi corre come amico del- 
l'estinto; e maggior tributo pagherò all'ombra sua 
(piando le sorti d'Italia, rdicemente fermate, lascic- 
ranno alle lettere e alle arti maggior campo di quel 
che adesso non hanno. Felice Romani. 



LA CROAZIA 

Le inaudite barbarie commesse dai Croati in Lom- 
t>ardia han fatto pensare ad alcuni del nostro buon 
popolo, eh' essi non abbiano davvero forma umana, 
e che siano belve scappate dagli antri del Nord. Non 
sarà dunque fuori di proposito il dire alcune parole 
&u questo popolo. 

La Croazia è paese dell' Ungheria, che stendosi 
dalla Drave sino al mare Adriatico. Confina al nord 
colla Sch'avonia, all'est colla Bosnia, all'ovest colla 
Stiria e la Carniola, al sud colla Dalmazia o il golfo 
di Venezia. Oggi appartiene alla casa d'Austria. 1 
Croati traggono la loro origine dagli Schiavoni, e 
vennero ad occupare questa contrada Tanno 640, 
sotto il regno di Araclio, scacciandone gli Avari. 
Nel medio evo ebbero i loro re. Nel secolo xi il 
regno di Croazia con quello della Dalmazia passò 
a Ladislao re d'Ungheria; i cui successori lo ten- 
nero sempre sotto il loro dominio , malgrado gli 
sforzi usali dai Croati per sottrarsene. 

Questi popoli parlano una lingua che si avvicina 
d'assai all'idioma polonese. Nascono, per cosi dire, 
soldati, ed amano con fervore la guerra. Professano 
pressoché tutti la religione cattolica romana. Le 
loro terre sono fertilissime, ma essi ne coltivano 
quella parte soltanto che basta al loro sostentamento. 
Ne traggono eziandio vini generosissimi. 

II pensiero dell'indipendenza e della libertà bolle 
nei cuori di questi uomini; ed essi fra i popoli sog- 
getti all'Austria furono de'primi a levare il grido che 
proclama solennemente i sacri diritti dell' umanità. 
Fa quindi altissima meraviglia il vederli in Italia 
farsi carnefici di quella libertà alla quale essi me- 
desimi intendono con tutti gli spiriti. 

Ma per minore obbrobrio di questa regione, di- 
remo che i soldati slanciati dall'Austria nelle belle 
contrade d'Italia, sono quelli che formano la parte 



più abbietta e barbara della Croazia, sono quelli d:e 
l'Austria stessa traggo più vicini a sé per educarli 
col bastone alla brutale schiavitù e sterpare dal 
loro cuore ogni nobile germe onde farne uno stru- 
mento delle sue voglie omiciile. C. 

SULL' ITALIA 

Parole di N. Tommaseo, esule in Francia 
Vanno 1834. 

....Non è l'amore della patria che mi accieca. Vi 
ò sangue italiano nelle mie vene; la lingua d'Italia 
fu la mia lingua materna ; le mie abitudini, le mie 
credenze, la mia poesia, il mio sorriso e le mie la- 
crime, tutto è italiano in me; ma io non sono nato 
in Italia. Sento che la vita lontana da lei e lugubre, 
fredda e grave, partendomi da lei ho seppellite le 
mie gioie e le mie speranze, sento il mio cuore 
stringersi e il mio pensiero annebbiarsi dacché non 
posso esprimerlo in quella lingua a cui ho fidali tulli 
ì secreti della mia anima. Ma non sono nato in 
Italia, lo aveva quindici anni allorché la vidi per 
la prima volta e la giudicai siccome straniero: ho 
cominciato a non troppo disprezzare, a non troppo 
gustare; si è a poco a poco che la sua belle/za fece 
impressione sulla mia anima, come avviene di tutte 
le bellezze candide e profonde. Non è nelle sale do- 
rate, non fra i ricchi e i letterali, e neppure sopra 
i suoi monumenti che io imparai a conoscere l'Italia, 
ma nelle campagne, ma nei costumi e nel linguaggio 
del suo popolo, ma nel cuore delle sue ammirabili 
donne. Non so veramente ciò che sia originalità, né. 
come sia definita dai relori; ma se é qualcosa di 
spontaneo, di natio, di contrario airafTettaziono e 
alla pretenzione, è in Italia, più che altrove, che 
la si può trovare. Quivi si ignora l'arte di atteg- 
giarsi, di panneggiarsi, ma si sente. Vi sono debo- 
lezze, anche di vergognose, come per tutto ; ma al- 
meno non si pone studio a coprirle di bei nomi, 
a erigerli in sistema; e quegli uomini vi sembrano 
più corrotti, perchè più sinceri. Ma serbano nondi- 
meno alcune scintille di un fuoco da lunghi secoli 
estinto ; se non sono cento volte meno stimabili an- 
cora di ciò che appaiono ai nostri occhi, non è 
prova d'una rettitudine ammirabile di spirito, d'una 
grande potenza di carallere e d'amore! Oh! non 
af^f'ravate di rimproveri una creatura che soffre, 
non scagliate pietre sulla debole incatenata, fosse 
anche rea di lutti i delilli della terra: ciò apporta 
sventura. C- 



130 



Ml'SEO ICIBNTiriCO. LBTTKRAIIIO Rl> «■TIHTIIO . MtRI.TA RArroiTA DI l'TIU R HV ARI ATR NOZIONI 



STORIA DEL CASTELLO DI MILANO 

Basla la seguente storia per assicurare chiunque 
die questo castello, innahalo e prolftto dalla lirannin, 
fu sempre abbattuto appena che il popolo ebbe il 
soprappiù. Comincialo da Galeazzo secondo, signoro 
di Milano, nell'anno 13ÌÌ8, col nome di castello di 
Porla Giubia, fu dopo dieci anni condotto a termine, 
ma per poco, poiché dopo dieci anni ancora sui 
primi dì d'agosto venne ruinalo por unanime volere 
de'citladinieper comando dei capi del popolo. Succe- 
duto quindi nella signoria Giovan Galeazzo, suo figlio, 
ordinò che nel medesimo silo fosse riedificato un più 
bello e più robusto con appartamenti principeschi. 
K tale rimase fino al 14<7, quando passato all'altra 
vita Filippo Maria, ultimo de' Visconti, levatasi la 
cillà a remore, sazia com'era del dispotismo dei 
duchi, volle veder spianato il forte; onde i cittadini 
patteggiarono colle milizie ch'erano poste a difesa 
della Uocca piccola, le (]uali partitisi fra di esse i 
diciassellemila fiorini d'oro, che erano ne' forzieri 
di Filippo, non indugiarono a cederlo loro in mano. 
Ma ciò non partorì che la fatica di costruirne un 
altro, perchè poco di poi Francesco Sforza, divenuto 
padrone di Milano, tanto fece; e iaolo disse che in- 
dusse i nobili e la plebe ad eleggere sindaci per 
ciascuna porta di Milano, i quali doveano pensare 
alla riedificazione della Uocca. E fu dilTallo: e se- 
condo il disegno dato dal medesimo Duca per ogni 
angolo sì innalzò un lorracchione, di cui però due 
soli furono condotti a perfezione, e sono i due che ci 
restano tuttavia, annerili dal tempo e mozzi per metà. 

Il popolo lo odiò sempre come il più sicuro asilo 
della tirannide; volta a volta lo demolì, volta a volta 
!o dovette erigere. Deh ! l'esempio ci valga! non di- 
struggiamo oggi per riedificare domani ; e quando la 
vittoria del nostro popolo l'avrà smantellato, ricor- 
diamoci che non può rinnalzarlo che il dispotismo e 
la tirannia. Tale è il senso di una petizione firmata 
da più di mille Cilladini e presentala al Governo 
provvisorio di Milano. Abbattuta la tirannide si deve 
abbattere e demolire anche il suo nido. 



IN CHE CONSISTA LA LIBERTA' 

La liberlà non islà più nel nome di repubblica, che 
in altra forma di governo. 

La libertà sia nelle buone leggi emanalo dagli 
eletti del popolo : in leggi che assicurino uguali di- 
ritti ad ogni classe, agli uomini probi, istrutti e cor- 
«lìahncnle desiderosi del ben pubblico una premi- 
nenza sugli altri ; che assicurino ai proprietari i 

Stabilitnento tipografico 



boni da essi legalmente pos9eduli;nn Favoro hicroso 
ai nulla possidenti ; agli impotenti, slorpii ed amma- 
lali assicurino liberali soccorsi ; a lutti Tiberlà di 
fare quanto può risultare di vantaggio alla nazione, 
e nulla di ciò che può nuocere al minimo de' suoi 
membri. La libertà consiste nelle buone leggi ga- 
rantite da una saggia istituzione di giurati , falle 
eseguire da giudici inamovibili , e solo amovibili 
nel caso che mal uso facessero del sacro loro mi- 
nistero ; consiste nel proibire al poter esecutivo la 
distribuzione di onori, premi ed impieghi senza il 
consenso dei rappresentanti nazionali; consiste nella 
garanzia della libertà dell» slampa ! 

Questa vera libertà si sposa egualmente ad ona 
repubblica come ad una monarchia costituzionale. 

Filippo Ucoki. 



LO STUDENTE FERRANTE CADOLINI 

morto per una ferita riportata nel primo giorno 
della rivoluzione di Milano. 

Era un giovine di 20 anni, spigliato della persona, 
gagliardo di membra, d'ingegno fervido, di cuore 
altissimo. In Pavia, dove Irovavasi come studente, 
fece tra i primi assaggiare i colpi italiani ai nemici 
d'Italia. Tornato a Milano, sua patria, presso la ve- 
dova e amorosissima sua madre, si consacrò tulio 
al maneggio delle armi , pieno della santa fiducia 
di poter presto adoperarle contro i nostri oppressori, 
e mettere in atto i sublimi pensamenti che la lettura 
assidua delle magnanime gesle de'noslri padri avea 
suscitato in lui. 

Il 22 marzo, giorno eternamente memorando nei 
fasti d'Italia, gettatosi Ira i più valorosi, dove la 
zufTa ardeva più accanila e sanguinosa, fu collo da una 
palla, per cui venne trasportalo nell'Ospedale Mag- 
giore, ove dopo ventisei giorni moriva fra il com- 
pianto de'buoni e fra le braccia della forte e alTan- 
nata sua madre che ne raccoglieva l'ultimo anelito. 

Gli Italiani non sdegnino di dare un sospiro al 
giovine valoroso, che con tanta allegrezza si diede 
in olocausto alla patria, il quale all'altezza del co- 
raggio e ai magnanimi proponimenti univa illibatezza 
di costumi e fervore di religione. C. 



— Colui al quale si danno lodi non meritate, deve 
riceverle a titolo d'istruzione. 

— Frenate la vostra lingua: l'amor proprio è un 
pallone gonfio di vento: una quasi impercettibile scal- 
fitura ne fa irrompere delle tempeste. 

di A. FOMTAKA in Torioo. 



18. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — AVKO X. 



(C maggio 1848) 



METTERNICH 




Ov'è l'impero d'Auslria? l'impero d'Austria è 
sparito con Alelternicli. — Mellernich ! ma questo 
nome non ricorda forse quella tremenda politica, che 
distrusse Napoleone? — distrusse Napoleone, sì; ma 
|)er ciò appunto doveva distruggere se stessa. E una 
verità che si presenta sotto le forme di un sofisma, 
ma sol che si consideri un istante, la vedremo nella 
sua nudità. 

Napoleone, figlio della Hepubblica, impalmando la 
figlia d'un imperatore d'Austria, credette innalzarsi; 
ma non poteva innalzarsi senza uscire dalle file del 
popolo; egli si collocò in più alla regione, ma vi 
si vide solo. In più alla regione? no, egli è spro- 
fondalo. Il popolo non peiisò [)iù a Na|)oleone, le 
alfezioni del popolo hanno una forza estremamente 
centrifuga da un punto che è uscito dal proprio cen- 
tro. — Qut'sla fu politica di Metlernich, il quale non 
polendo domare la forza di Napoleone, dimandò a 
se slesso: — Qual è la cagione della cosini forza? 
l'opinione! Dunque, concluse subito, distruggiamola. 

Ala se .Mellernich ebbe fede una volta nella forza 
dell'opinione, se di questa si fece slrumenlo per la 



ruina di Napoleone, come mai potè credere pochi 
anni dopo, cioè all'epoca del trattalo di Vienna, che 
l'opinione del popolo fosse impotente, che si potesse 
dominare, asservire, tiranneggiare? Stolti! Non ba- 
stò a Napoleone aver condollo la Francia al più allo 
grado di gloria militare, e di prosperità materiale 
che avesse giammai goduto, non bastò la singolarità 
dell'ingegno, non l'immenso coraggio, non il pre- 
sligio de' più grandiosi avvenimenti che si accuniii- 
larono intorno a lui quanti basterebbero a far mara- 
vigliosa la vita di dieci generazioni; voi lo privaste 
dell'aura popolare, ed egli peri-, ma voi, voi che 
conforto polovalc nutrire nella vostra superbia quando 
cri deste inimicarvi sislematicamenle l'opinione dei 
popoli, e credeste d'inimicarvela impunemente? qual 
grandezza' d'anima, o superiorità di carattere, o no- 
vità di risorse invocavate per voi quando diceste: 
— Noi potremo star contro l'opinione, e vincere? — 
Non era un'inconseguenza lo spingere l'eroe a cam- 
minare sopra una terra vulcanica, vederlo consumato 
dall'ambizioso ardimento, e poco dopo voi stessi, 
voi di una libra colanlo più debole incamminarvi 



138 



MDSBO •CIKRTiriCO, LBTTBIARIO BD ABTIITICO 



sullo slesso terreno, e sperare di compiere il cam- 
mino illesi e su|)orbi? 

Cosi è: codesti omenomi clic si dicono grandi, 
perchè non si ha la pazienza di medilarh, cadono 
in errori, in cui non cadrebbero i più volgari inlel- 
lelli ; non v'ha uomo di si corta veduta, che creda 
buono a so stesso il veleno con cui sa d'avere spento 
un nemico. Se Metternich avesse domalo Napoleone 
colla forza, almeno non sarebbe stato inconseguente 
neir afTìdare alla forza la conservazione della sua 
politica; ma no; vinse la forza coli' opinione, e poi 
fu così stolto da credere vincibilc l'opinione colla 
forza. 

Venne la parola del Vangelo; l'opinione politica 
divenne religione di coscienza, e la forza cessò di 
esistere. Ov' è Melternich? —Eppure nel famoso 
trattato della sania alleanza anche l'Austria promise 
di governare secondo le massime del Vangelo!!! 

Chi avrebbe detto a Metternich promettitore di 
eserciti preservativi a tutti ì governi op|)ressori, che 
la Rivoluzione sarebbe scoppiata in Vienna? avrebbe 
arso il suo palazzo ? e lui coslrelto a fuggire ? Fug- 



gire ! e dove? Uilroverà Ktiigi Filippo per consolarsi 
dol conforme destino dopo il fallo comune? o in 
Russia, per avere ancora un angolo nell'universo 
dove non si respiri del santo anelito di libertà. 

Dio è grande nelle sue opere ! chi ardirà dimandar 
ragione delle sue folgori? Maria Luisa, il testimonio 
superstite, l'ultimo avanzo del sacrilizio, che fu poi 
consumato a Sani' Elena, sparì dalla terra pochi mesi 
prima che no S|)arisse la potenza di Melternich: 
né la sua tomba fu lacrimata. Quella lugubre suc- 
cessione dei funerali, delle vittime, dei percussori, 
e de' complici passava ornai inosservata, come l'ul- 
time foglie ingiallite dalla bruma, e dislaccale dal 
soffio d'aquilone. Il diplomatico di ottantatre anni 
forse non rammentava neppure che quelle mine ave- 
vano un riscontro con qualche giorno della sua lunga 
vita ; che quelle mine erano i tesiimonii di mia forza 
distrutta dalla opinioncy e andava tranquillamente 
accaparrando le stoltezze del ntiovo Duca di Parma. 
— Ah! spesse volte il sopravvivere ò punizione tre- 
menda. 

Cesare Agostini. 



POLIG^AC E GUI/.OT 



Il destino di questi due uomini politici fu uguale. 
Il loro principio e il loro fine si rassomigliano. 
Essi furono lo strumento di due grandi catastrofe, 
le quali hanno infrante due corone. 

Il primo, aristocratico di nascita e gentiluomo, 
ignaro dei bisogni del suo paese e del suo secolo; 
il secondo, uscito dal grembo della democrazia, ma 
altero, rigido e disdegnoso, allorché pervenne al- 
l'aristocrazia collo studio, colla scienza e colla me- 
ditazione, adoperarono gli stessi mezzi per cadere 
nel precipizio e trarre con sé nell'abisso la monar- 
chia di cui erano i rappresentanti in faccia al popolo. 
Sul principio della loro carriera, l'uno abbandona 
la causa della nazione e sì ricovera nell'armata di 
que'principi francesi che erano spalleggiati dagli 
stranieri; l'altro dopo essere stalo ullra-realisla e 
difensore delle corti prevoslali che hanno insan- 
guinata la Francia, deserto il suolo della patria per 
farsi giornalista ed encomiatore di coloro che vin- 
sero Napoleone a Vaterloo. 

Entrambi terminarono la loro vita politica con un' 
accusa di alto tradimento. 

Entrambi corrompitori, pervertirono e avvilirono 
il potere, pervertirono, avvilirono e falsificarono il 
parlamento, sostituirono all'onore, che debb'essere 
la susta dei governi rappresentativi, l'immoralità, 
la corruzione, l'impudenza, la servilità e tutti i vizi 
forieri dell' abisso dove traboccarono con loro i re 
dei quali furono censiglieri. La vendetta popolare, 
che é la giustizia degli oppressi, li travolse lutti e 
due in una temjx-sta. 



Entrambi, dopo esser slati fatalmente imprevidenti, 
dopo aver oltraggiato la nazione sotto il manto della 
sovranità che non seppero mai coprire; dopo esser 
stati ciechi allorché la luce sfavillava intorno ad essi, 
dopo essere stati i nemici della loro nazione, della 
quale sconobbero i dirilti sacrosanti, furono sfolgo- 
rati dalla santa collera d»d popolo, sepolti nel di- 
sprezzo universale, e vivranno una vita miseranda, 
flagellali del continuo dai rimorsi, funestati dallo 
spettro delle vittime che han fallo, onde servire di 
esempio a que' sciagurati che fossero tentali d'imi- 
tarli. 

11 parlamento, sordo alle tremende ed energiche 
proteste di una minorità che gli gettava in faccia la 
collera dell' intera nazione, invaso da una maggio- 
rila avara, la cui abbiettissima servilità era pagala 
coi danari del tesoro pubblico, il parlamento avvi- 
lito, corrotto e disonorato fu disciolto dalla grande 
voce del popolo. 

La nazione francese, alla vista di tante e così 
incredibili lordure, si coprì gli occhi e sdegnò per- 
fino di contem|)lare lo spettacolo commovente di una 
madre altamcnle francese per spirito e per cuore, 
la quale proponeva all'adozione della patria un fi- 
gliuolo innocente degli spergiuri dell'avo. 

È queslo un insegnamento memorando p«'r gli elet- 
tori di ogni governo ra|ipresentativo, i quali non in 
tendono talvolta abbastanza la santità del mandalo 
che è loro conferito; e allentano, più elio non pen- 
sano, all'indipendenza «Iella loro patria, scavandole 
tu» profondo aluss»». 



SCELTA RACCOi.TA l>l t'TII.I R SVARIATE NOZIONI 



110 



MAGNANIMI ESEMPI DE' BRESCIANI ALL'ITALIA 



Brescia, non inferiore dì nobiltà e dignità ad alcuna 
altra città di Lombardia, è superiore di ricchezze 
a tutte le altre, eccettuata Milano. 

Queste parole diceva Francesco Guicciardini nel 
1512. — Né mai le venne meno un solo momento 
la fama di città nubile e dignitosa , anzi seppe cre- 
scerla vieppiù sempre coli' unire in sé due qualità 
elle di rado si fanno compagnia, il senno e la pro- 
dezza. 

Se un raggio di libertà si vide spuntare tra le filte 
tenebre di servitù che per tre secoli interi si aggra- 
varono sulla povera Italia, i Bresciani furono tra' 
primi a salutarlo, a indirizzargli ì voti e le potenze 
dell'anima. Per lo che moltissimi di loro si videro 
andare esulando per estranie contrade, portando sem- 
pre con suprema dignità l'infortunio che li premeva, 
preferendo il martirio e la morte alle carezze dello 
straniero che ipocritamente strozzava l'Italia. 

In mezzo all'ozio, alle dissolutezze, ai donneschi 
trastulli, ai lascivi spettacoli e alle vanità libidinose 
che il PATERNO IMPERO dell'Austria veniva con e- 
strema diligenza promovendo in Italia per rompere 
il vigore degli animi, spegnerne la generosità, la 
franchezza, il candore e la lealtà, i Bresciani sep- 
pero, con immortale loro gloria, serbarsi illibati e 
forti. Non rimisero della sottigliezza e prontezza de' 
loro spiriti; il loro impeto nativo non si estinse; 
il loro sangue fu sempre concitalo e bollente; il loro 
animo pronto, quando bisognasse, ad urtare ed ab- 
battere qualsivoglia resistenza; la loro mente aperta 
ai principii del vero, alle forme del bello, agli esempi 
e alle norme dell'operare gagliardo e generoso. 

Per la qual cosa quella stessa versatile natura di 
Vincenzo Monti, che pur sempre si commovea da- 
vanti allo spettacolo di una sublime virtù, non potè 
loro negare l'omaggio, del quale essi debbono an- 
dare giustamente orgogliosi, dicendo di loro fìu dal 
principio del secolo corrente: 

Brescia sdegnosa di ogni vii pensiero. 

Quando l'eroica Milano, commossa prepotente- 
mente dal soffio di Dio, lavò in poche ore nel san- 
gue austriaco l'obbrobrio di più secoli di servitù, 
i Bresciani furono tra primi a rispondere a (|uel- 
r invito, e, armatisi della loro ardita e indomabile 
fortezza, infransero d'un colpo le loro catene le quali, 
cangiate in ispade, furono strumento di morte e di 
sterminio agli oppressori della patria comune. 

Ma più che per queslo valore, col quale seppero 
venire a paragone cogli eccellenti e fortissimi latini 
e greci, essi debbon essere commendati per la civile 
sapienza di cui fecero immediate nobile esperimento. 

Liberata Milano dalla lurida presenza degli Au- 



striaci, alcuni dottrinanti, dimentichi che lo stra- 
niero intento sempre a inaridire tutte le sorgenti del 
sapere civile, non lasciò mai che gli Italiani conqui- 
stassero tutte quelle virtù cittadine per le quali un 
popcdo ptiò esser re, si diedero a gridare : Viva la 
He|)ubblica ! — Non videro i malaccorti che molti 
di noi (diciamolo francamente) non si sono ancora 
spogliati dell' Hispra corteccia del medio evo, uè di 
quella ambizione e di quell'egoismo attissimi a su- 
scitare le ree faville di municipalismo e di parte. — 
Non videro che, proclamatido la Repubblica, sarebbe 
per ora egualmente che volere insanguinare la nostra 
sacra terra colle stragi civili e spalancare la via ad 
una schiavitù più grave e più obbrobriosa di prima. 

I Bresciani col loro senno pratico e luminoso scòr- 
sero immantinente l'abisso dentro il quale questi 
sconsigliati voleano traboccare la patria e prote- 
starono solennemente colla grandezza dell'esempio 
contro questo consiglio improvvido e infelicissimo. 

La prima e più calda parola di unilà mosse da 
loro ; come pure da loro mosse la prima e più gen- 
tile parola di a/fetto al fortissimo Re che, chiamato 
dai popoli, volava sui campi lombardi per trafiggere 
l'Austria nel cuore e balzarla per sempre al di 
là delle Alpi. 

Oh siate benedetti, o valorosi Bresciani!... Quando 
la nostra bella patria sarà una di voleri, di leggi , 
di lingua, di genio nazionale e di costume cittadino; 
quand'essa farà de' suoi invincibili eserciti una sola 
milizia ; quando vedrà risorta la sua potenza com- 
merciale di AmaIG, di Genova e di Venezia, e la 
sua bandiera saluterà trionfante le onde mediter- 
ranee e adriatiche, voi potrete dire con tutta ra- 
gione : La nostra voce fu la più forte e continua a 
chiamare gli Italiani a questo festino, — e gli Ita- 
liani fratelli vi sorrideranno e vi renderanno grazie. 

Questa unità vagheggiata dai buoni, salutata dalle 
più splendide intelligenze e voluta dai nostri martiri 
stessi, è divenuta ora un bisogno, una necessità per 
tutti. Guai se i terribili eventi, che non sembrano 
lontani, ci trovano disgiunti, sbrancati, raccolti al- 
l'ombra dell'albero funesto del municipalismo ! 

L' impero ottomano, prossimo al suo sfacelo, mi- 
naccia guerra. L'Austria vergognosa per le suo 
sconfitte, invelenita furiosamente per la perdita delia 
sua preda più pingue, concitala dal desiderio di re- 
dimersi dalla taccia di codarda, di pusillanime, di 
vile, sta per ripiombare siili' Italia. E l' Inghilterra, 
quella stessa Inghilterra che non ha guari ci'blan 
diva e mostrava di farsi la difenditricu de' nostri di- 
ritti sacrosanti, per bocca di un Aberdeen e di Stanley 
accusa PIO IX di aver sacriGcato la pace della cri- 
stianità e dell'Europa al fregolo di mostrarsi popò- 



140 



MUSSO fCIBNTlPICO, LBTTRRARIO BO ARTISTICO 



laresco, cliìnma unico per audacia e per illegalità 
il proctMiimenlo di Carlo AMutIo, c guarda con oc- 
chio di livore a<lcnova,a V(Mit>zia o alle allro ila- 
lichc cillà, paurosa di perdere lo sccUro dei mari. 

Ma a noi non spella il disaminare i vantaggi di 
qiiesla sospirala rnilà; le so}ilie d»'lla politica ci 
sono vietale; perciò scgiiileremo rnimìeramlo sto 
ricamente i heg'i esempi che i Bresciani offrono 
air Italia. 

Appena seppero che gli eroi piemontesi, dopo la 
più gloriosa delle loro vittorie, si trovarono scarsi 
di viveri e forzali a coricarsi sulla dura terra nel 
momento appunto che abbisognavano di maggiore 
ristoro, sentirono vergogna e dolore di questa o 
non curanza o inesperienza dei governi provvisori] 
di Lombardia, e colle lacrime agli occhi mandarono 
fuori immaniiiienle un proclama ai ;)rorfj Piemontesi, 
nel quale. Ira le parole di amniirazione, di affetto 
di cordoglio, risplendono singolarmente le se- 
guenti : 

« Ci piange il cuore, fratelli, pensando a quesl' 
apparente ingraliiudine nostra; ne arrossiremmo in 
faccia al generoso vostro re Carlo Alberto, che seco 
voi divide ogni disagio, se da parte nostra vi fosse 
colpa. Ma assicuratevi che il nostro più caldo desi- 
derio ò tulio di mostrarci grati a voi, di addolcirvi 
le vostre fatiche, di mostrarci deyni di formare un 
sol popolo con voi. 

« Le tedesche devastazioni che precedetlero la 
vostra marcia, le conhisioni del momento, l' ine- 
sperienza, la lontananza ponno solo essere slate le 
cause degli accennati disordini. Ma accellate la no- 
stra assicurazione che tulio faremo perchè non ab- 
biate più a lamentarvi di noi. Ne Io promettiamo 
nei sacri nomi di Pio IX e di Cablo Ai-broto. » 

Né ccntenli a ciò, scrissero al conte Enrico Mar- 
lini , deputalo del governo provvi-sorio di Milano 
presso l'esercito piemontese, supplicandolo a volersi 
fare l'interprete dei vivissimi sentimenti di ammira- 
zione e di gratitudine che il generoso soccorso e gli 
alti falli di (^\rlo Ai.itEBTO hanno destalo e destano 
nell'animo loro. 

« Quanto vi ha di grande nella condotta del Ile 
(dissero al conio con quel loro stile sempre nobile, 
dignitoso e ilalianissìmo) sarà scritto in una dello 
più belle pagine della storia d'Italia, né ivi sarà di- 
menticato come sugli stessi «ampi di battaglia il 
generale Buunaparle comballcva le prime guerre 
della moderna libertà, fuorviala dalle vicissitudini di 
mezzo secolo, e che era poi dato al solo Pio IX di 
nuovamente inaugurare per noi , e al solo Cablo 
Al.RKRTO di consolidare. 

« Pisciavi, signor Onte (conchiusero), aggiungere 
se parvi , quanto sia caro al cuore de'Hresciani il 
vedere uniti alU gloriosa bandiera della (]asa di Sa- 
voia i colori italiani, e noi non dissimuliamo il de- 
siderio , che , come lo sono presenlcmcnle colla 



grande opera della cacciata del Lombardi, Io siano 
in avvenire pi;n l'unita', peb la sici bkzza k pkb 

LA <i LORIA n'iTAIJA. » 

Innamorali del dello immortale di Carlo Alberto: 
Italia farà' da sèI essi fremono alla sola idea 
che armi straniere scendano in nostro soccorso. Non 
ignorano clic dai (ioli ausiliarii dell' impero e dai 
Franchi di Auslrasia sino ai Francesi dei nostri di, 
il ricorso al braccio degli stranii fu sempre la ruina 
dei popoli d'Italia: non ignorano che ninna nazione 
ha mai potuto raggiungere le cime di libertà colla 
fiducia dei pusillanimi e coi palli de' codardi: non 
ignorano inline che gli Italiani, i discendenti dei 
nati dell'atiiica Uoma , non possono, né debbono 
inchinarsi a nessuno, perchè essi sono maggiori di 
tulli : perciò i Bresciani danno opera infaticabile a 
rinforzare le membra, addestrandosi al maneggio di 
ogni maniera di armi. 

Per lale effetto lo stesso Municipio inviò al Re 
Carlo Alberto una deputazione, composta degli 
egregi cittadini Federigo Borgondio, Federigo Fe- 
derici, e Lodovico Borgheiti. 

Il Uè la ricevette con quella squisita gentilezza 
di modi che gli è propria, e diede ordine imme- 
diatamente che si scrivesse al Duca di Savoia perchè 
dal suo corpo d'armala scegliesse gli istruttori ri- 
chiesti, e li inviasse di subilo a Brescia. 

— Si compiacciano le Signorie loro (soggiunse) 
di riferir grazie al Municipio per le calde solleci- 
tudini che usa in vantaggio delta mia armata. Mi 
gode l'animo che Elleno facciano ogni diligenza per 
organizzare prontamente e fortemente la guardia 
cittadina. 1 Bresciani hanno una fama di bravura 
che appartiene alla storia', nelle presenti contingenze 
essi l'hanno accresciuta d'assai... Io non dubito del - 
fesito della grande impresa.... Ma gravissime sono 
le difficoltà che le si attraversano; e queste difficoltà 
le vinceremo, se tatti gli Italiani vorranno essere 
fratelli, e vi coopereranno validamente. 

La deputazione partiva ammirando; e il governo 
provvisorio di Brescia faceva scrivere per mezzo 
del segretario generale queste parole: 

« Carlo Alberto vien>^ a combattere per noi, 
viene a liberarci da un'abborrita signoria, a salvar 
noi, i nostri campi, le nostre case dalla devastazione, 
dall'eccidio; viene a lavarci da un'onta trentennale, 
e poi ci ringrazia, perchè l'abbiamo bene accolto. — 
Davvero «he noi non eravamo avvezzi a questo 
linguaggio!....» 

La generosità è virtù dei popoli liberi : e di questa 
virtù sanno fra tulli vantaggiarsi i Bresciani. 

Il maggior Trotti, valoroso soldato dell'esercito 
piemontese, in giorno di tregua pattuita, venne collo 
a tradimento dagli Austriaci , e strascinato nella 
fortezza di Peschiera. I Bresciani , senza metter 
tempo in mezzo, mandarono unad«'pUtazione a Carlo 
Alberto per olVrirgli 81 prigionieri di guerra, tulli 



SCELTA lACCOLTA DI OTILI R SVARIATE HnZIORI 



141 



di grado distinto , tra i quali un generale, onde ri 
scattare quel prode. Il Re fu rommosso da (anta 
generosità. La deputa/ione ritornò dal campo del 
re messaggicra di caldissimi ringraziamenti per 
Brescia e per chi la rappresenla così degnamente. 

Nel momento in cui i nostri occhi sono contri- 
stati dal fumare delle ville e delle abitazioni , e i 
nostri cuori alTIitti dal gemere de'fralelli sgozzati, la 
gioia, anche la più modesta e meno folleggiantc, di- 
viene quasi sacrilega. Invitiamo alle no.«tre parche 
mense coloro , i quali, ne'tempi di pace , ci sono 
ministri di onesti piaceri, e dividiamo con loro il 
nostro pane, affinchè non abbiano a piangere nella 
miseria ; ma non abbandoniamoci al riso , mentre 
ci sorgono intorno le strida delle donne e dei figliuoli 
rapiti. 

Il governo provvisorio di Brescia, pieno di questi 
sacri pensieri, subilo avvisò di non aprire ai sollazzi 
le sale teatrali. « Cosi facendo (egli pubblicò), ha 
creduto di interpretare il voto di tulli i buoni, perchè 
le gioie e i musicali concerti mal si addicono a questi 
giorni. Mentre la guerra si agita sul nostro suolo.: 
mentre i nostri fratelli Mantovani e Veronesi ge- 
mono sotto la più brutale oppressione, e sono mi- 
nacciati di tratlamenlo ancora peggiori ; mentre i 
prodi nostri volontari e le armate Piemontesi nostre 
alleate e liberatrici patiscono ogni disagio, i buoni 
Italiani sdegnano gli allellamenli frivoli, e dedicano 
braccia e testa e cuore alla grande causa della nostra 
liberazione. — Verrà il giorno delle gioie, e presto 
verrà, perchè Dio lo vuole, e lo vogliono Pio IX 
e Carlo Alberto. » 

In lai modo i Bresciani si rendono degni che tutta 
Italia li ammiri e li applauda. Voglia il cielo che 
il loro esempio trovi caldi seguaci in questa nostra 
terra, 'dove alcuni tristi, sedotti dall'oro insanguinalo 
dell'Austria, e dalle moine uccidilrici di nuovi ge- 
suitanli, vengono spandendo i germi di qcel dissidio 
che già avvelenò e spense le sorgenti della vita 
civile d'Italia! 

Sanno i Bresciani che quesli non sono i tempi di 
correr dietro a lurgide vesciche e a pedantesche 
digressioni di forma politica. Le vesichee le digres- 
sioni le lasciano ai dollrinarii , a questa nuova e 
stranissima foggia d'uomini, che vorrebbe ricostruire 
TediGzio dell'italiana nazionalità con frasi più o meno 
leccate e con concetti da paraninfo... Che Iddio 
benedica con un nMrlello di ferro questi pallidi sac- 
cheggiatori di messer Bembo ! 

Operare bisogna, operare gagliardamente, instan- 
cabilmente, costantemente. Dopo la lega lombarda, 
cominciata colla batlaglia di Legnano , e terminala 
colla pace di Costanza al tredicesimo secolo, niuna 
guerra puramente italiana è stala da noi intrapresa 
contro i popoli dollrcmonli. All'erta dunque! La- 
sciamo le pigre e disutili dispute: glerka! guerra! 
guerra! sia il grido di tutti. Pensiamo che l'Austria 



è trafìtla dalla vergogna di molte disfatte ; e la ver- 
gogna può concitare a una difesa disperata e rab- 
biosissima anche i barbari stessi-, pensiamo ch'ella 
ha un valore, ed è quello della pertinacia; pensiamo... 
Ma la penna mal ci sta fra le mani ; ce la toglie il 
dolore di non potere anche noi volare tra le prime 
(ile de'Croriali, e gridare combalU>ndo: Viva l'Ita- 
lia! Viva Pio IX! Viva Carlo .Alberto! il guer- 
riero DELLA LIBERTA*! 

P. CORELLI. 



1 MILITI VOLONTARII 




L'ora è giunta: già batic il tamburo: 
Slringiam l'armi: nei piani lombardi 
Su corriamo con passo sicuro 
Che d' indugi più tempo non è. 
Su, fralelli, alla sanla Crociata 

Corriam tulli, mostrando alle genti 
Che rispondono ai liberi accenti 
In Italia la destra e la fé. 
Su, fralelli! iodio lo vuole: 
Li vittoria ci darà: 
Ah non più d'Italia il sole 
Per gli estranei splenderà ! 
Oh! le madri, le spose, le amanti 
Non lauientin la nostra partita: 
A redimer la Patria c'invita 
Più potente la voce d'onor. 
Sulle rive dell'ampio Eridàno 

La vittoria ci attende o la morte: 
Ma una gioia è la tomba del furie 
Se la tomba sì copre d'allòr. 
Su, fratelli ! ecc. 



ut 



■OIM» ICMllTIVICt) , LtTTRIARK) ■» AtnfTMX) 



Che varrebbe ima vita codarda 

Hassfgnala alla verga sorvilt;? 

Chi vorrebbe esser madre d' uo vile ? 

Sposa, «mante d'un nom seii/a cor? 
Oli pensalo alla pnlria che piange 

Da tanti anni nel fango travolta ! 

Oli si can^in le sorti una volta ! 

Cessi l'onta di tanto dolor! 
Su, fratelli ! ecc. 



f) Teulòno, l'invola, l'ascondi 
Oltre l'alpe che Italia rinserra? 
Più non solTre la libera terra 
D' esser pesta da barbaro pie. 

A che sogni d'ollrag^i novelli? 
S'ò ridesta la terra de' morti: 
Vi'ìh si movon le schiere de'forli: 
L'uitim'ora è suonata [ter te. 
Su, fralelli ! ecc. 

La Riforma. 



\n-^^r\:^;3-^:;^co"^^3f^^:^ 



Mantova, antica città, siede in mezzo ad un lago 
formalo dal fìume Mincio il quale scende da (ìoilo. 

Essa è divisa in tre parli separale da due ponti, 
il superiore de' quali dà l'adito dalla città alla citta- 
della posta a tramontana , l' inferiore porta al sob 
borgo di San Giorgio situalo a levante. 

Chiamasi col nome di lag<» superiore (juella parie 
eh' è frapposta tra la bocca del (ìume e il ponte su 
periore; lago di mezzo quella eh* è racchiusa fra i 
due jwnli: lago inferiore quella che partendo dal 
ponte inferiore si distende sino all'emissario. 

Non però la città è tutta circondala da acque li- 
bero e correnti; perocché il Mincio, precipitandosi 
verso la cittadella a sinistra, lascia i terreni alla di- 
ritta, o scoperti alTalto, o velati di poche acque, ma 
limacciosi e ingombri di erbe e di canne palustri. 

Per la qual cosa da tramontana a levante è ba- 
gnata dalle acque dei tre laghi ; da ponente ad ostro 
circondala da un profondo e instabile maroso, eccel- 
luala una parte di terreno più sodo, somigliante a 
penisola dove sorge il castello del T, così chiamalo 
per la sua forma architettonica, opera cclebraiissimu 
di Giulio Uomano, nativo di Mantova ; la quale pe- 
nisola si congiunge al corpo della città per varii 
ponti. 

La palude, non essendo in vcrun modo varcabile, 
è un baluardo più forte assai del lago stesso che può 
passarsi con le barche. Perciò, onde assicurare la 
piazza là dove guarda il lago, fu eretta a tramon- 
tana la cittadella che chiude il passo a chi venisse 
da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro 
cliì volesse avanzarsi contro Mantova, procedendo da 
Portolcgnago e da Caslellara. 

Non ostante, siccome le due estremità della palude 
erano pericolose per gli argini che accennano allt; 
due porle principali della città, così furon quivi al- 
zali bastioni e molle altre opere di difesa. 

La penisola del T polendo olTrire comodo al ne- 
mico di alloggiarvisi, venne alTortiiìcala siiH' orlo 
con trincee, lerrali e terrapieni. 

Le principali difese di Mantova consistono dunque 
nella citladelia, nel furie San Giorgio, nei bastioni 
delle due |>orte principali, chiamale Pradella e Ce- 



rosa, in molli propugnacoli sorgenti tuli' all'intorno 
nel recinto delle mura, nelle trincee del T, e final- 
mente nelle acque e nella palude, le quali rendono 
ne' tempi caldi que' luoghi insani per le febbri e per 
le molte morti, particolarmente al forestiero non as- 
suefallo alla natura di quel cielo. 

Però alcune di queste fortificazioni offrono il loro 
lato debole. La ciltadella ed il forte San Giorgio 
non possano resistere lungo tempo ad un nemico 
che sappia gagliardamente e colle debile arti oppu- 
gnarli ; e chi fosse pa<lrone di questi due forti, po- 
trebbe con evidente vantaggio battere il corpo della 
|)iazza, più debole assai da questo lato che da quello 
della palude. 

Tale è sottosopra la descrizione che ne viene fa- 
cendo il grande storico italiano. 

Questa città sostenne lunghi e tediosi assedii ; due 
da lìonaparte nel 1796 e uno dagli austro russi nel 
1799. Le sue fortificazioni furono grandemente ac- 
cresciute sotto il regno d' Italia. 

Fra i molli che assediarono Mantova (scrive il 
vivacissimo lìianchi-Giovini) i Milanesi furond i pri- 
mi e forse i soli i quali osservassero che se l'inge- 
gno idraulico aveva reso Mantova una fortezza co- 
spicua, r ingegno idraulico la poteva del paro ren- 
dere inerme. 

I Visconti essendo in guerra coi Gonzaga nel 159.5, 
per es|)Ugnare la città, gl'ingegneri milanesi pensa- 
rono che il più facile e spediente era quello di de- 
viare il corso del Mincio, per cui i laghi si sareb- 
bero asciugati, la città si sarebbe trovata in mezzo 
a paludi pestilenziali e privala delle sue difese. Fu 
perciò intrapreso lo scavo di un canale da Valleggio 
a Villafranca, con cui intendevano di gettare le ac- 
que del Mincio nel fiunie Kione, e siamo assicurali 
che esistano liillora avanzi di quei lavori resi inutili 
dalla pace fra Milanesi e Mantovani. 

Si potrebbe (conchiude il succitato scritlore) ten- 
tare la stessa impresa con un altro canale che da 
Rivolta, ove il Mincio comincia ad allargare il suo 
letto, si volgesse diretlameiile al Po. Questo canali; 
potrebbe avere una lunghezza di 7 miglia; quello 
di Valleggio al Hione, di sole cinque miglia ; ma 



■CKLTA IAi:COLTA DI JITILI R SVARUTB IIOZIONI 



141 



forse il primo è soggetto a minori inconvenienti, ed 
è di più facile esecuzione. Con alcune migliaia di 
robusti lavoratori, che si possono prendere noi Man- 
tovano e nel Cremonese, o far venire dal Piacentino, 
queir o|)era sarebbe condotta a termine in poche set- 
timane, ed una fortezza che passa per inespugnabile 
potrebb' essere presa colla baionetta in canna. 

Aggiungiamo qualche parola dell' Opinione sulle 
rimanenti tre fortezze, intorno alle quali sia aliati 
cannosi il valoroso esercito piemontese. 

LEGNAGO 

Legnago (ossia Porlo Legnago), a cavallo all'Adige 
che ha qui le ripe arginale e profonde, è un esa- 
gono posto mezzo di qua, mezzo di là del fiume; 
Porto, che è sulla sinistra , ha due tanaglie e due 
mezzelune con cortine brevissime, ed è più angusto 
che non Legnago, il quale ha piccolissimi i bastioni; 
£ piazza dì poca entità , capace di un |)residio da 
1,200 a 1,500 uomini, ma imporlanle pel passo del- 
l'Adige , perchè comanda il basso Po, apro le co- 
municazioni col Veneto e coi monti Euganei, i quali, 
fortissimi in se stessi, di scarsa im|)ortanza strate- 
gica nelle guerre prettamente militari, possono e 
debbono in una guerra <\' instirrezionc formare il 
centro di riunione e di difesa delle insorte popola- 
zioni Veronesi, Vicentine e Padovane. La sorte di 
Legnago, nelle guerre fatte sinora , ha sempre se- 
guito quella dcT esercito padrone della campagna : 
ma, in una guerra quale è la nostra, l'acquisto suo 
metterebbe in diretta e sicura comunicazione i Ve- 
neti coi Lombardi, astretti ora alla sola via di Ro- 
vigo e del basso Po. 

PESCHIERA 

Peschiera , attraversala e circondata dal Mincio 
uscente dal lago di Garda, fu sempre di somma im- 
portanza. È un pentagono alquanto irregolare, avente 
il lato del poligono esterno di circa 400 metri: due 
mezze lune e due grandi opere a corno la pro- 
teggono a S. O., coperte esse stesse da quattro 
lunette inoltrate sulle strade di Ponti e di Rrescia. 
La cillà guarda il lago ad O. N. E., o per difendersi 
abbisogna di ima flutliglia., come una flottiglia ne- 
mica la potrebbe batter di lì con gran vantaggio: 
la fronte a S. E., è la più debole , ma ricevo aiuto 
dal maggior braccio del Alincio. I Francesi l'asse- 
diarono nel gennaio del 1801, e la presero dopo un 
mese di blocco ed assedio poco vigoroso, adopran- 
dovi le mine e battendola con trenta bocche a fuoco 
d'ogni specie. La ilotliglia austriaca di 12 legni, 
portava 28 pezzi ; il presidio sommava a circa 
2,500 uomini (1), ne perde solo un decimo. Diri- 
geva le operazioni degli assediati il celebre ingegnere 

(i) Altri Suo Ciislodivano i Iriiiccraincnli .ilz.ili nella 
penisola (!i Sirii.ionc. Or;i gli Austriaci non liaiino legni 
sul lag». 



francese Chasseloiip Laiibal, che slato lungo tempo 
in Italia conosceva minutamente quella fortezza. Un 
eccellente giornale dell'attacco e difesa fu stampalo 
allora da F. tlenin, capo di Stato Maggiore degli 
assediami. 

VERONA 
Prima per importanza in una guerra attiva è al 
giorno d' oggi Verona. Nelle ultime guerre , trop|)o 
cs.sendo diverse lo condizioni politiche d'Italia, Ve- 
rona soggetta ai Veneziani non era forte, durante il 
regno italico non fu alTorzala. Dopo il 1823 fu stu- 
diata dall'Austria e comprese la suprema importanza 
di questa città, che è veramente unica, costituendo 
essa la vera testa della strada fortificata che da 
Salisburgo pel Tirolo tedesco ed italiano scende sul- 
l'Adige: fìssala la cosa in questi termini, si parti 
dal supposto, che l'esercito austriaco ritiratosi dal 
Ticino si ricoveri in Verona, oppure (il che ò quasi 
eguale) che altro esercito disceso per il Tirolo vo- 
glia da Verona sboccare in Lombardia. Le opere 
fattevi sono dirette a (jiieslo scopo. I sei bastioni in 
pianura sulla destra dull'.Adige furono formali di un 
doppio muro parallelo ; lo spazio tra il primo ed il 
secondo muro è tale da lasciare libera uscita pei 
fìanchi a numerosi corpi di truppa che, schierati nel 
letto del fosso per una lunga ma facile controscarpa 
possono uscire con cavalleria ed artiglieria ordinale 
per respingere l'esercito nemico. E un misto di for- 
tezza e di campo trinceralo, ed il sistema predomi- 
nante fu desunto da quello già stabilito da Carnet 
quando volle riunire nello piazze il duplice vantag- 
gio della difesa e della odesa simultanee e lil>ere. 
Altre opere collocate nella campagna aiutano la di- 
fesa tenendo lontano il nemico Icmporariamenle: ideato 
secondo il principio delle torri Massimigliane, han-io 
il grave difetto dei fuochi eslremaraente divergenti, 
cioè oltengono un risultato alTailo opposto al vero 
scopo della fortificazione consistente nella possibilità 
di accumulare sopra il nemico un fuoco sufTicienle 
per ischiacciarlo. Verona può essere presa per bat- 
taglia, cioè dopo scoiifìito l'esercito che vi è rin- 
chiuso: la sua vastità, il presidio suo che è un'ar- 
mata di circa 30,000 uomini, i monti che lo stanno 
a ridosso, l'Adige che la taglia vorrebbero un eser- 
cito asscdiantc numerosissimo. Il blocco, essendo 
di sua natura cosa assai lunga, |>uò essere ìnterrotlo 
da un grosso corpo che venisse in aiuto, o dn una 
negligenza commessa in mal punto, a rischiodi per- 
dere in un istante la fatica di molte settimane. La 
città ò armala sin dai tempi di pace: in essa, come 
a Mantova, i viveri e foraggi scarseggiano, o le 
scorrerie non potranno pro'ungarsi guari a lungo : 
a colpirne moralmente il presidio è indispensabile 
che la strada del Tirolo venga asi^oliilamenle inter- 
cetta in modo a non lasciar più nos'^iina spcran/a di 
soccorso. Allora la smoralizzazione ed un tumulto dei 
Cittadini potrebbe rovesciar affatto le sorli ilell Austria. 



144 



MUSEO SCIKMTIPICO, LKTTBRARIO UU ARTISTICO —SIIBLTA RACCOLTA DI UTILI R «VARIATR NOZIOUI 



Qtteiìta splemliila e (jaijliarda iscrizione fu falla il 
dì 8 aprile, giorno in cui nella Chiesa addetta al 
Collegio Tolomei in Roma i PP. delle Scuole Pie 
con solenne efponizione del SS. Sacramento chia- 
marono i loro alunni a priyare da Dio vittoria alle 
armi Italiane. 



AL DIO DEGLI ESERCITI 

CIIR da' B TOCLIB I nEGM A (VI VUOLE 

SECONDO IL DEAErLACiro DELLA 1^FI^ITA SAIMEI«Z A B GIUSTIZI A 

VOTI B Sl'rPLICA'/.IUM 

blUVINBTTl 

COME LA NUVOLA DELL* INCENSO 

COME l'aRUOMA DELLE &FBBE E DI TUTTO IL CREATO 

COME VH COnCENTO IIBLODIOSO DI VOCI ED ARPE .SERAFICHE 

LA PRECE IL SOSPIRO DEI VOSTRI CUORI 

81 SOLLEVI all'eterno 

CHE INESAUDITO AON LASCIA IL GEMITO DEGLI OPPRESSI. 

ITALIA 

DOPO LACRIMATI LUNGHI ANNI Ul AMARO SERVAGGIO 

BERSAGLIO Al SARCASMI DI INESORABIL NEMICO 

nell'ozio IMPOSTOLE DA POLITICA FRAUDOLENTA 

È RISORTA DOPO LE SVENTURE Più VIVACE PIÙ BELLA 

. HEGLI .STE8:<I CAMPI LOMBARDI 

OVE MIGLIAIA Di VOSTRI FRATELLI 

AGONIZZAVANO KEI.l' ONTA DEL DISPOTISMO STRANIERO 

PERCOSSI MARTORIATI UCCISI 

msULTATI NEGLI SLANCI Pili SUBLIMI DEL FERVIDO PATTBIOT- 

(tIsMO 

ove ora la stolta rabbia teutonica 

esala gli aneliti estremi di vendetta e di sangue 

tremendo al barbari 

rimbomba il grido magnammo di giulio secondo. 

pregate! 

le italiche spade 

guidate da italico senno fulminate da italici cuori 

volino di mt10ria in vittoria 
al trionfo della religione vilipesa della oltraggiata 

(umanità' 
alla piena indipendenza della patria comune 

CHE FU K DEVE TORNARE REGINA DELLE HA/IUM: 

È (jUIVI UNA ROMA 

FARO LUMINOfD Al POPOLI INCIVILITI 

OVE PIO 

DICHE LO IMPULSO PRIMO ALLA GLORIA CHE VOtl Più PBRIRa' 

PERCHÈ INACCURATA SUL VATICANO Al PIE DELLA CROCE 

IN MEZZO Al RUDERI DELL'aNTICA GRAHDEZ'.A 

B BENEDETTA DA QUELLA VOCE 

CHE FA TREMARE I IIRANHI 

E SPEBDB SELLA POLVE GLI INSANGUINATI DIADEMI. 

PREGATE ! 

NEL 8ANGUB DEL CRISTO SUO 

RIALZÒ l'eterno GLI UOMIBI A DIGNITÀ* 

E NEI PRINCIPI E NEI SOGGETTI 

VOLLE PADRI AMOROSI E DOCILI FIGLI 

Non OPPRESSORI ED OPPRESSI. 



PLATONE 

Volete voi scorrere, poelicamcnte trattala, una 
'Jellu più notabili epoche della storia filosotica? sen- 
tire con facondia discusse le più gravi questioni 
che tormentino o che consolino lo spirilo umano? 
Volete voi nel medesimo orizzonte contemplare il 
crepuscolo delle tradizioni orientali che tramontano, 
il nuovo crepuscolo della ragiono dubitalrice che 
sorgo incerta nella sua sicurezza , sentire un' aura 
quasi lontana annunziatrìce di quel giorno che la 
verità dilTonderà sulle genti? Leggete Platone. 

Amale voi di vedere come negli intellelii potenti 
le questioni politiche e le morali e le religiose e 
le metafisiche formino tutte un gran nodo, e come 
nessuna di quelle in particolare può sciogliersi senza 
scioglierle tutte? Come la ragione umana abbando- 
nala a se stessa non sa né dominare la verità, nò 
lasciarsene dominare? e ritorni sempre agli ele- 
menti del sapere, siccome a quelli in cui risiede il 
criterio della certezza? come le cose che a noi pa- 
iono nuove, siano vecchie, e quelle che a noi paion 
vecchie, possono rinnovarsi e rinnovarci ? Leggete 
Platone. 

Piace egli a voi d'assistere a tanti be' drammi 
filosofici, imparar l'arte di dÌ!<piitare interrogando, 
di ammaestrarvi insegnando, d'insegnare ciò che voi 
slesso ignorale-, l'arte di scrivere un bel libro filo- 
sofico, l'arte miracolosa e mirabilmente difficile dello 
stile? Leggete Platone. N. Tommaseo. 



Eustachio Della Latta 
(Ielle Sciiule l'ic. 

Stabilimento tipografico 



NUOVI ESEMPI DI VIRTÙ' ITALIANA 

Il giorno 29 di aprile si vide per Milano scorrere 
uo lungo drappello di giovani con bandiera levata 
e con croce sovrappostavi : erano i Seminaristi, i 
quali, sublimali dallo spirito di PIO IX per la più 
santa delle cause, chiesero e ottennero di impugnare 
anch'essi le armi per volare sui campi dove si com- 
batte |)el riscatto finale dell'Italia, e dove la ragione 
viene a lotta colla forza, la luce colle tenebre, ii 
progresso colla barbarie. 

Questi novelli guerrieri di Aronne, preceduti da 
dodici guardie cittadine, si recarono alla piazza 
Fontana, dove dal balcone dell'Arcivescovo le loro 
armi ebbero il battesimo delle benedizioni da uno 
de' più sublimi interpreti de' concetti di PIO. 

Alla sera un nuovo dra|>pello di Seminaristi 
giungeva da Monza e mescolavasi festevolissimamente 
a quel primo, impaziente di lavare col sangue dei 
barbari l'oltraggio e l'obbrobrio fatto all'umanità e 
alla religione di Cristo. 

L' intera Milano ne fu commossa ; lunghi o con- 
citali applausi li accompagnò nel loro passaggio; la- 
grime di sublime tenerezza caddero da lutti gli occhi, 
e ognuno fu preso da straordinaria meraviglia all'a- 
spetto di questa nuova virtù. C 

di A. FOMTAMA io Torino. 



19. 



MUSEO SCIXVTIFIGO, ecc. — Ammo X. 



(13 maggio I84SÌ 




( <ìiovaiiiii de' Medici, capitano delle bande nere) 



% 



M< 



initRn SriRNTIFICO. IRTTRRARIO Rn ARTIHTIi;!) 



<;iovAi>iM ni:' iìikok:! 

CAI'ITA>() l>KI,l,i; l{\M)i; iM-.KK 



t^li apparve al mondo in Icnrìpo in cui l.i iiiili/.ia 
rra una sorta di mcsiicrc. (ìli uomini d'arme fa- 
cendo accordi a guisa di operai , arruuiavansi con 
«^radi diversi soUo le bandiere di quel cnpilnno « he 
inspirava loro mnggiore (ìducia per bravura o per 
priidenra, il quale poi, congiunto ad essi, vcndevasi 
a principi, a città, a chi avesse bisogno di luì. 

Quale gloria venisse all' Italia da queste milizie 
mercenarie ce lo dice Macchiavelli', il (piale ci assi- 
cura che la mina d'Italia non fu causata da altra 
cosa. 

Difallo quale sicure/za potevan dare queste armi 
che (come scrive lo slesso Segretario (ìorentino) le 
« inno disuiii.le, ambizione e senza disciplina, infe- 
deli, gagliarde tra gli amici. Ira i nemici vili, non 
»vean timore di Dio, non fede con gli uomini, e 
lanlo si differiva la ruina, quanto si dilTeriva l'as- 
salto? e nella pace eri spogliato da- loro, nella guerra 
da' nemici?... E la cagione di questo era che le non 
aveano altro amore, né altra cagione che le tenesse 
in campo, che un poco di stipendio il (|uale non era 
siifTicienle a fare che e' volessero morir per te. Vo- 
levan bene esser tuoi soldati mentre che tu non 
f.icevi guerra, ma come la guerra veniva, o fuggirsi 
o andarsene. ^ 

Di quale altezza d'animo dovca dunque esser for- 
nito quel capitano che, abborrendo l'universale an- 
dazzo e non as|)iraiido alla grandezza propria ma a 
quella della patria comune, consacrava il cuore e il 
liraccio alla più santa delle cause, a quella cioè di 
redimere l'Italia dai barbari, e seppe inspirare tanta 
ammirazione in coloro che seguitavano le sue ban- 
diere che, alla sua morie, si vestirono a lutto per 
testimonianza d'amore e di c<'rdoglio? 

Tale appunto fu (Giovanni de' Medici, conosciuto 
nei nostri 'annali sotto il nome di Capitano delle 
bande nere, il cui valore, per vergogna nostra, non 
fu ancora meritamente celebralo da verun scrittore. 

Eppure la sola gloria d'Italia sedette in cima ai 
pensieri di quel giovine guerriero, e il grande Mc- 
colinì, nell'ultima sua tragedia, il Filippo Smozzi, 
fa dire a tutta ragione da Maria Salviati, consorte 
del Medici, le seguenti parole: 

A lui gloria nuii era a l''r.-incia e Spagna 
Il vinder Palma a {)r<'zz(> e darne alla 
A soggiogar udì stessi. Andar polca 
Io <lc'lrioi>G suoi lieta e supciha 
Quand'egli alzato una liandicru av<'sse 
\ redìmer l' IlalÌM, e tMP invitto 
ìialcnò nella mente il t;ran penùeio. 
Olir la morie interruppe al Mincio in riv.i. 



Lungi i\.\ n>c cadeva, e il <(uo (listino 
Kr.'i (|url dill:< ])atrÌH , e n-rr insigne 
Ella cinger doveii conie quei folli 
elicgli air»ruiì educò. 

Nacque in Forlì l'anno 1498, di Giovanni di Pier- 
Francesco e di Caterina Sforza, sorella naturale di 
Lodovico il Moro, padrona di Imoli e di l'orli, ri- 
masta vedova di (ìirolamo Uiario, ammazzato per 
congiura di popolo. 

La madre, cacciata dal proprio stato dal duca Va- 
lentino, lo condusse in Firenze, dov'ogli volse im- 
mantinente l'animo al cavalcare', al nuotare e all' 
esercitarsi della persona in tutti qiie'modi che con- 
vengono al soldato. 

Non andò guari che il suo nome e i fatti, i quali 
corrispondevano mirabilmente alle parole, spaven- 
liirono i suoi nemici in modo che ciascuno di questi 
procedeva, come corre il proverbio, con l'olio santo 
in tasca. 

Papa Leone temendo per avventura ch'egli per 
la grandezza dell'animo suo non aspirasse al do- 
minio di Firenze, lo trasse in Roma con buona 
provvisione. 

I Romani, concitati ad ira dalla sua indole vogliosa 
di garbugli e di risse, lo assalirono un dì sul ponte 
di Sant'Agnolo in numero di piò di 200 con picche 
<'d arme in aste. Egli s'avrebbe potuto salvare in 
castello, nondimeno volle far prova di sé, e, con 
soli venti soldati, passò per forza in mezzo di quelli, 
con loro grandissima vergogna. 

Papa Leone pensò allora di allontanarlo anche da 
Uoma e lo mandò all'impresa di Urbino, dov'egli 
fece granile esperimento del suo valore, mostrandosi 
sempre ai nemici con loro infinito danno. 

Sorse in questo la guerra tra trarlo V e France- 
sco 1. Egli seguitò la fortuna quando dell'uno, quando 
dell'altro, educando al valore i fanti italiani che 
erano stati sino allora osciirissimi, e facendoli i pit'i 
riputali sol'lati della penisola. 

Finalmente vedendo che quell'avarissimo e sub- 
dolo Carlo V non intendeva che a divorare ogni cosa 
|)er sé, avvisò di |)or8Ì al tutto ai soldi di Francia, 
onde potere coir aiuto di <|uesla cacciare ra(juila im- 
periale, poi, fatto piTj forte, cacciare anche i gigli 
di Francia, e fare dell'Italia una terra indipendente, 
libera ed una. 

Né al magnanimo concetto gli fallivano le forze, 
perocché le sue fanterie erano cosi bene addestrate 
ed agguerrite che ogni cosa vincevano e sperpera- 
vano; e le scaramiiccic cidle quali .coleva combat- 
tere i nemici in camjto, erano dì li»nlo spavento che 



•CKLTA RACCOLTA M OTILI B 8VAKUTB ROZIwni 



147 



gli Spagnuoli e i Tedesclii (dice il Tarcagnotls) più 
U'inevaiiu di lui che di ogni più grande esercito. 

Ma la forliina, sempre nemica ali'llalia, spense 
qiiesla gloria nel momenlo m cui cominciava ador- 
narsi della sua più splendida aureola. 

Alenir' egli camminava contro tìiorgio Fronsperg, 
il quale per le valli dell'Adige calava in Ilalia con 
quindicimila Tedeschi lurchi, nudi e affamali, una 
palla di falconello gli percosse e ruppe una gamba 
alquanto sopra al ginocchio; del qual colpo mori 
poco dipoi in Mantova nell'età di venlinove anni con 
giubilo grandissimo dei Tedeschi i quali, sgombri 
dal terrore di queslo gwas diavolo, come lo chia- 
iravano essi, poterono a p'-sta loro correre, deva- 
stare e assassinare T Italia, sec>ndo la veccliia loro 
usanza. 

La sua morie fu udita dall'intera penisola con 
lagrime e cordoglio infinito, f.e sue fanterie furon 
chiamale le Bande Nere, perchè non deposero più 
i segni di dolore che vestirono iu quest'infausta 
occasione. 

Con lui caddero i destini dell' Italia (dice il (ìiovio) 
perchè mitigandosi ogni giorno il fervore dell'età 
e la ferocia dell'animo e dando indizii espressi d'in- 
dustria e di consiglio, si teneva per certo che presto 
sarebbe giunto a quei segni gloriosissimi che a rari 
e pochi furono conceduti. 

Chi vuol avere il perfetto ritratto di lui (scrive 
Massimo d'Azeglio) aggiunga due balFi castagni alla 
testa di Napoleone, e la ponga sur un corpo grande 
e robusto. 

Era molto temuto ed amato da' suoi; ordinava mi- 
rabilmente una battaglia, e dove combattè, quasi 
sempre rimase vincitore. 

Provvidissimo nel conoscere i sili de' paesi, ren- 
deva conto delle fortificazioni d'ogni sorta, e aveva 
sempre in memoria i luoghi dov' era slato una volta. 

Niun guerriero in Italia usò maggiori ingegni e 
maggiori aslu/ie nel guerreggiare per contrapporsi 
ai disegni degli stranieri nemici, per farli dare nelld 
ragna e mandarli pesti e sciancati ; sicché ne era 
odiato e fuggito più assai di una verziera. 

Egli rinnovò e favori nelle armi quel mestiere 
alla leggiera ch'era già quasi deposto e fuori d'uso, 
volendo che i suoi soldati avessero cavalli lurchi e 
giannelli, e fossero ben armati con le celale alla 
borgognona. 

Kinnovò eziandìo là milizia che allora chiamavano 
lance spezzate, la quale faceasi d'uomini segnalati 
e ben stipendiali, che seguivano sempre a cavallo o 
a pie la persona del loro capitano, senz'essere ad 
alcun altro suggelli, e che divenivan poi uomini di 
gran riputazione e autorità secondo il valor loro. 

Soleva dire, non sapere pensare cosa più utile in 
campo delle scaramuccie, posciachè con queste, se- 
condo il suo avviso, si assicurano gli eserciti, si fanno 
molli valenti uooiini più assai che non si perdono, 



si conosci no i siti e gli alloggiamenli, si tiene »b- 
bondante il cam|>o di vettovaglie e il nemico sempre 
in sospetto e molestalo, si soccorrono le terre, si 
viene a notizia dei secreti dei nemici, e fìnalmenlo 
si consegue sempre per esse la vittoria quando siano 
falle da persone prudenti e valorose. 

Era dotalo di un coraggio straordinario, paziente 
ed ilare. — Volle vedere segare la sua gamba, e, 
mentre gliela tagliavano, non volle e'jsere legalo nò 
tenuto d<i alcuno, sopportando tal martorio con p'ù 
che maravigliosa costanza. Segatala, e datogli il 
fuoco, la volle in mano giocherellando con essa. 

.Molleggiava anche mollo volentieri, ma sempre 
con braveria soldatesca, come scrive Gian Girolamo 
Rossi. 

Vedendo un soldato morto, di artiglieria grossa, 
dietro un muro, disse «'suoi: 

— Or vedete che ai codardi non Uaslano per co- 
razza le mura come altri crede. 

Essendogli domandalo chi egli riputasse de' mag- 
giori uomini del ni-'ndo, rispose: 

— Un soldato ben armato e ben arcacalto quandi 
ha vinto in una Latlaglia. 

A chi lo dimandò se volea far testamento e prov- 
vedere alle cose sue, rispose: 

— La pocerlà e le Itgtji hanno provveduto abba- 
stanza per me ad ogni cosa. 

Un trombetta venne a fargli un'ambasciata; ac- 
cortosi egli ai gesti che non sapeva fare il mestiere, 
volle che suonasse la tromba, e non la sapendo suo- 
nare, gliela fece empiere di slerco, dicendo: 

— Cosi si risponde a' pari tuoi. 

Ad un bombardiere che coglieva sempre lontano 
da dove comandavagli che tirasse, disse : 

— Io ti vorrei piuttosto nemico che amico. 
Abbattendosi per viaggio ad alcun frale l||nc a 

cavallo, glielo levava e davalo ad uno de* suoi sol- 
dati che l'avesse peggiore, e quello poi dava per 
iscambio al frale, dicendogli: 

— Padre, questo é buono per gire al capitolo, e 
il vostro per la guerra. 

Non gli piacevano nelle rassegne gli uomini pic- 
coli di statura, ripetendo sempre quel detto di Pirro: 
Dammi gli uomini grandi di corpo, che buoni li 
farò io. 

Bia^imava molto la troppa sordidezza de' soldati 
e la troppa allillalura, lodando il mezzo. 

Era grande nemico delle barbe lunghe e capelli, 
dicendo eh' eran nido di pidocchi, o presa del ne- 
mico quando si combatteva, o perdila di molto tempo 
per ornarle e profumarle. 

Fu tanto nemico de' codardi e vili, che un giorno 
sotto .Milano, ali» presenza di tutti i suoi, degrada 
un gentiluomo della milizia, e lo privò solenne- 
mente di ogni privilegio di soldato. 

Non fu cosi spaventevole a' nemici, quanto so- 
lazzevole e cortese fra le donne. 



148 



I1U8RO SCISNTIFICO. LRTTBRABIO SU ARTIRTICO 



(ìli spiacqiiero som prò gli aslroloi^lii, dicendo che 
sapeva ciò che aveva ad essere di lui; e volle che 
rIì fosse pellaio nelle braccia da una finesira il suo 
(ìglinulo ancor bambino per arguirne dall'esito della 
caddla il destino. 

Se (pialche macchia può sfregiare la sua fama si j 
è di aver avuto inlrinsirhcz/a (piasi fralellevole col- Il 
l'infame Pietro Aretino, ch'egli amava perchè era !| 
persecutore acerbissinìo in voce e in iscrillo dei i 
preti, de' signori e de' principi che non gli pagavano 
a peso d' oro le sue contumelie. 

1/ Italia vorrebbe poterlo anche accusare di aver 
dato al mondo qneH' infernale (]osimo duca di Fi- 
renze, il quale sofTocò Ira le stio biMccia parricide 
la libertà della terra natale e dell' intera Italia, e 
spense nella Toscana tutte le sorgenti della vita 
civile. P CoHEiJ.i. 

-»»5»» '•««•• 

LA CilUSTIZIA DELL'AUSTUIA 

L'Austria, per mezzo del consigliere aulico Har- 
ting, manda fuori un indirizzo ai popoli della Lom- 
l>ardia e della Venezia, col quale leva a cielo la sua 
clemenza, la sua pietà, la rettitudine de' suoi inten- 
dimenti, la sua incrollabile g'usti/.ia. Ella esorta 
pateriiamenle, umilmente, svisceratamente questi po- 
poli a cessare dalle ire e dalle carnificine, a porsi 
giù dai biechi disegni, a raccogliersi intorno al trono 
del benignissimo loro re, al quale sanguina il cuore 
nel vedere i loro diletti figliuoli in preda agli or- 
rori dell'anarchia e vicini a cader vittima di chi 
non ha altro Dio fuorché l'egoismo e ohe combatte 
per sé, pe'suoi vantaggi, per gloria sua.... 

La* storia non olTre esempi di più scellerata ipo 
crisia ed impudenza... O Austria! o carnefice delle 
nazioni rigenerale dal sangue di Oisto, credi dunque 
dì avere acciecaii e prostrali talmente gU animi e 
gli intelletti da più non sapere quali siano gli ordini 
della giusii/ia ? £ tu ardisci assumere un tale lin- 
guaggio dopo le baltilure che hai date u' tuoi popoli, 
dopo i balzelli, le angherie, gli ergastoli, le catene, 
le leggi statarie e le forche?... Oh ! ben si vede 
che Iddio ti ha percosso di un'orrenda vertigine, 
perchè tu più non vedi nò le correnti, nò gli scogli, 
né le Secche, né i fondi, nò i cavi di quel mari* 
pel quale solevi navigare, né più sai costeggiarvi e 
ad ogni ondata corri pericolo di smarrimento e di 
naufragio. 

I popoli hatiiio aperti gli ocihi; simigliami a 
Spartaco hanno infranto le loro catene per farsene 
delle spade. Essi sanno che tu bestemmiavi la Prov- 
videnza alli rchè facevi proclamare da' tuoi creati, 
che la dominazione assoluta di un uomo e la- schia- 
vitù di tutti gli altri è l'ordine stabilito da Dio... 



O Austria ! coloro che lu hai Irab-^ccato nel sepolcro, 
sulla cui lapide, per maggior scherno, scrivevi il 
nomo di Cristo, coloro si riscuotono Hnalmente, ri 
inflummano di nuova vita, mandano in frantumi 
(piella Ia|)ide, e, gettandoti sulla farcia il sangue 
che hai versato, li fanno rimprovero acerrimo dei 
mille e mille che hai tratti e carracolati in folli im- 
prese per iscannarli, maledicono le trame inique cui 
lu coonestavi col litolodi giustizia, chiamano l'ab- 
bominio di tutte le generazioni su' tuoi legali assas- 
sinii, su' tuoi incredibili macelli, sulle tue neroniane 
delinquenze. 

Deponi quella larva di cristiano... Cristo è fuggilo 
inorridendo dal tuo cuore... Che sai tu di quella 
giustizia, di quella carità, di quella pace su cui si 
appunta il regno di Oisto?... Tu e i tuoi satelliti 
l'avete strascinalo sopra un nuovo Golgota; ne avete 
rinnovato i chiodi, le ferite, l'aceto e il fiele. 

Il mite agnello ha mandato il ruggito del leone 
di Giuda... La tua condanna è irrevocabile... Il ful- 
mine di Dio ti schianterà. 

Cessa duiKpie dalle tue ipocrite astuzie. Tu hai 
sedotto più volle i pi'poli, come il serpente sedusse 
la donna... Ma i popoli ti conoscono; rianimati dal- 
l'alito di Cristo spezzano la tua verga e la fanno 
alla lor volta insanguinare sul tuo dorso... Male 
dimque ti volgi alle proteste di clemenza e di giu- 
stizia: esse non fanno che accumulare sovra te il 
tesoro delle maledizioni (1). 

P. ConKLLi. 



(i) Quasi nel giorno stesso in cui il liurbanzoso e fe- 
roce consigliere antico pul)tilicav.i quali' in<liri/zo, dove è 
:iltissinianicnlc in.ignificuta la bontà, clemenz;» e giustizi;» 
di re Ferdinando, venlun guerrieri di corpi franclii, ca- 
duti in potere degli Austiiaci, venivano fucilati contro ogni 
legge (li guerra, e usciva il seguente scritto: 

II, Comitato provvisorio 

DIPARTIMENTALE DI TuEVISO 

Ci giunge dal Comitato del frinii la seguente notizia 
clic Noi consegniamo agli annali delle sciagure d'Italia. 

Il valoroso Ippolito Caffi Bellunese cadde la sera del 
17 corrente nello scontro di J^lniicco presso Visco coni- 
hatlcndo contro gli Austriaci; 

Il suo cadavere fu veduto il giorno appresso appeso ad 
un albero ed indossante l' uniforme delta Guardia civica 
di Roma. Un cartello gli pendea dal collo con questa leg- 
genda: 

Così SI TBATTAHO LE COABDIE CIVICHE DI l'iO IX. 

Piantate, o Italiani, un alloro alla memoria di quel 

grande nell'arte e nell'amore della patria, ed apprestale 

i ferri alla vendetta. 

Treviso, ao aprile 1848. 

// presidente 

G. D. Olivi. 



8GBLTA lACOOLtA W OfIU I •▼AMATt ROCMNII 



140 



UN* OCCHIATA AL MATERIALE DELL' ITALIA 



Voi in questi iillimi lempi avelc sentito parlare 
dell' Italia, e voi gridale stìmprc viva l' Italia ! Que- 
sta è la casa vostra, ma voi conoscete forse questa 
vostra ca*a, questa cara Penisola, questa Italia, 
chtt i moderni chiamano il giardino del mondo, e 
gli antichi chiamavano madre del pane e degli Eroi? 
Or bene: noi vi racconteremo in seguito i fatti 
principali che resero questa Italia sì celebre, oggi 
ci limitiamo a descrivervi il suo materiale, perchè 
sentendone parlare, possiate averne un' idea. 

L' Italia è una Penisola, ossia un gran tratto di 
terra che sporge nel mare, e che da una parte sola è 
atlacata alla terra fi-rma. La sua forma è alhingatis- 
sima, e rassomiglia a quella di uno stivalo, il mare 
tra le cui acque si prolunga l' Italia chiamasi Medi- 
terraneo ; ma quel'a parte di esso che trovasi a destra 
dell'Italia ha il nome particolare di Adriatico e forma 
come un lungo braccio di mare che si interna tra 
le terre. L'Italia da quel lato, per cui è attaccata 
al continente o terra ferma , è circondata luti' all' 
intorno come da una muraglia di monti altissimi; 
le Alpi che finiscono da una parte presso Genova, 
dall'altra girando al di là del mare Adriatico si pro- 
lungano neirilliria e nella Dalmazia. I più alti tra 
questi monti, il monte Bianco e il Uosa sono anche 
i maggiori di tutta l'Europa. Cercando i paesi da 
cui questi monti ci separano si scorge partefido dal 
mare Mediterraneo che prima v'è la Francia, poi 
più in su la Svizzera, [)oi il Tiro'o e la Corinzia 
che fanno parte dell'Impero Austriaco. 

Presso Genova le Alpi sembrano morire nel 
mare, ma ivi incomincia un'altra catena di monti 
gli Apennini, la quale attraversa l'Ilalia in tutta la 
sua lunghe/za dividendola in due parli. L'ossatura 
del nostro paese è dunque formata da queste due 
grandi catene, ramificate poi in altre minori che si 
spargono su quasi tutto il paese, digradando in 
amenissime colline. Cosi le Alpi formano in Pie- 
monte ì poggi del .Monferrato celebri pei loro vini, 
i monti p'ù alti e più freddi dì Varallo, poscia i 
colli del Lago Maggiore e del Lago di Como, deli- 
zioso ritrovo dei forestieri , le belle montagne del 
Bergamasco e del Bresciano, e quelle più severe 
del Lago di Garda, dove principiano le diramazioni 
Alpine del Tirolo. Le ramificazioni dell'.Apennino 
infiorale quasi da ima perpetua primavera, cariche 
dei preziosi prodotti dell'olivo e del cedro, benedette 
da un cielo purissimo, e carezzate dalle tiepide 
aure meridionali, costeggiando il mare difendono le 
mirabili riviere di Genova, e poi intersecano con 
graziose ondulazioni quasi tutto il vasto giardino 
della nostra Toscana; ma divengono più aspre nello 
Stalo Pontificio, e vanno crescendo in sublimità e 
selvatichezza nel regno di Napoli, ove s'innalza il 



Vesuvio, e prolungandosi per comunicazioni sotto- 
marine, passano nell'Isola della Sicilia, ove sorge 
un altro altissimo vulcano, 1' Etna. Dai monti sgor- 
gano i fiumi, prezioso mezzo di commercio e di fe- 
condità ai sottoposti paesi. Dall'Alpi discendono: 

1.° Il Po, il maggiore dei fiumi italiani, nato dal 
Monviso in Piemonte, verso il confine francese con 
un corso da ponente a levante percorre in tutta la 
sua larghezza la parte superiore delta Penisola, for 
mando una gran valle che si allarga dall'Alpi fino 
alle falde degli Apennini, ed ha il suo sbocco nell' 
Adriatico. Nel suo corso esso raccoglie altre acque 
minori come la Dora, il Panaro, la Sesia in Pie 
monte, e nella Lombardia il Ticino, l'Olona, il 
Lambo, l'Adda, l'Oglio, il Mincio, e sulla sponda 
opposta il Taro, la Trebbia, la Secchia, il Panaro, 
il Beno. 

2.*> L'Adige, che sorge nel Tirolo, scorre da set- 
tentrione a mezzogiorno in una direzione transvcr- 
sale a quella del Po, e va a versarsi anch'esso 
nell'Adriatico. 

3.° Gli altri fiumi minori, che nati nelle Alpi verso 
l'Adriatico sboccano nello stesso mare, sono il Bac- 
chiglione, la Brenta, la Piave, il Tagliamento, 1' 
Isonzo. 

Dai due versanti degli Apennini the attraversano 
per mezzo 1' Italia, i fiumi si calano in direzioni 
diverse, quali all'Adriatico, quali al Mediterraneo, 
secondo la direzione di quei declivi. A sinistra scen- 
dono nel l^Iedilerraneo l'Arno su cui sorge la città 
di Firenze, il Tevere celelwrrimo per esser Roma 
posta sulle sue rive, il Volturno ed il Sile fiumi 
minori. L'Apennino all'Adriatico invia il Metauro, 
il Tronto, il Langro e l'Ofanto di breve corso e 
Don navigabili. 

Queste acque formano come una vasta relè ir- 
rìgua che copre tutta la Penisola; alcune di esse 
depurano in vasti serbatoi, preziosi per l'agricoltura 
e insieme ornamento bellissimo della Lombardia ; 
tali sono il lago Maggiore fornito dal Ticino, il 
lago di Como e di Lecco dell'Adda, il lago d' Iseo 
dall' Ogiio, quello di Garda dal Mincio. Di alcune 
altre acque l'industria dei padri nostri seppe trarre 
indicìbile profitto, conducendole in canali ad irri- 
gare le arse pianure, ed a portare grosse barche al'e 
città prive dì fiumi navigabili. 

Tale è la costituzione naturale, e per cosi dire 
la costruzione anatomica dell' Italia, che meglio s'in- 
tenderebbe prendendola ad esaminare sopra una 
carta geografica. Resta ora che vi parliamo delle 
altre sue condizioni del clima, dei prodotti del suolo 
e della popolazione. 

Dirvi che lutle le più incantevoli bellezze delta 
natura furono unite in^ questa terra amata da Dìo; 



IM 



MtiHfin sciRNTiricn, I.ri ikhaiim) rd ARtfSVtcn 



dÌTTi la purezza dd Cielo, la mitezza dell'aria, la 
straordinaria fecondila del suolo, sarebbe un ripelervi 
ciò die Uitii sanno, ciò che voi sapete fin dal dì 
che Voi cominciaste a sentire e ad amaro. Quelle 
bellezze fino da antichissimi tempi fecero caro e 
celebrato ri nome d'Italia-, la dolcezza dei frulli 
maturati al raggio vivifico del nostro sole chiamava 
qui i Barbari , per cui la noslra bellezza, dice un 
poeta, ci divenne fonie amara di pianto. Oggi da 
ogni parte d'Europa, viene il forestiere pellegrino 
a questa felice contrada, e vi cerca il sorriso à*'\ 
cielo negato alla fredda su» terra, o qtti soffrente, 
trova le auro balsamiche che ridonano la vita al suo 
petto alTralilo. 

Il clima d'Italia è qtiello che per eccellenza me- 
rita il nome di temperato : quindi vi crescono i più 
rari, i più varii e i più utili prodotti : il grano , il 
riso, la vite, l'ulivo, il cedro, l'arancio, l'aloe e 
il cotone. Ma la forma allungatissima del territorio 
dà origine a rilevanti varietà perchè ad ognuno è 
noto che il clima divien tanto più caldo quanto |)iù 
si va verso mezzogiorno e viceversa. Dietro queste 
varietà si può dividere T Malia in Ire zone prin- 
cipali. 

La settentrionale od alta Italia, che si estende 1 



dall'Alpi fìno all'AppennifM, presso Bologna, e rac- 
chiude gli stati di Piemonte, Lombardia, Venezia, 
Parma e Modena ; ha il clima coinparalivamentH 
meno caldo, perciò ivi le coMure sono principal- 
mente quelle che richieggono una moderala tempe- 
ratura: te granaglie, la vile, il riso, i prati, i gelsi. 
Solo nelle costiere dei laghi, e sotto la difesa dei 
monti, allignano [»iù squisiti prodotti, così le riviere 
della Tremezzina e di Salò sono tulle un giardino 
di uliviere e di agrumi. 

Nella seconda zona, o Italia centrale che abbraccia 
le riviere di Nizza, di Genova, di Spezia, gli Stati 
Ponlifìtiii e la Toscana un sole più ardente scahta 
una vegetazione più splendida e più poderosa. Vi 
sono rare le nebbie. Il cielo splende più costante- 
mente sereno, rare sono le nevi e le pioggie, te- 
pido il verno. 

Nella bassa, o inferiore costituita del regno delle 
Due Sicilie la natura orienta lui la la magnificenza di 
una vegetazione orientale. Le colture riescono rapide 
e vigorose : quelle che altrove non vivono se non per 
la cura assidua del giardiniere crescono nelPaperta 
campagna e recano frulli di una incomparabile 
squisitezza. Qui allignano la palma, l'aloe, il cotone, 
indigeno nell'Alfrica. 

L' Artigianello. 



IL PADRE UGO BASSI E I BOLOG.M:^! 



In un giorno dello scorso mese Bologna presentò 
uno spettacolo quale non si vide fuorché ai tempi 
di Pietro V Eremita e a quelli della Lega Lombarda, 
quando vicino all'Adige, in un'ampia pianura, un 
semplice frale coli' inspirala sua eloquenza scosse e 
trasse a sé più di quarantamila Italiani, accenden- 
doli lutti di un solo pensiero e di un solo voto per 
la causa della patria comune e gridando: 

Itali, pace ! clcrnainciilc dorma 
L'ir» die ne divide: è ]ia(ria noslra 
Non già d'umili mura il brtvc ccrciiio, 
Ma l'ampio suolo a cui ^on lembo i munii. 
Impugnjte un «cciar : ma questo acciaro 
Non sacrilego ì'ih; non mai si tinga 
De* frati-Ili nel pedo, e sperda solo 
Il lupo ingordo che l'ovil ne strugge (i). 

Nella piazza di Bologna, sopra la gradinata del 
tempio di S. Petronio, fu costrutto un palco, sul 
quale ajiparvc il P. Ugo Bassi, uomo di santi e ga- 
gliardissimi concelli, il quale pel suo ardore a tutto 
ciò che nobilita e sublima la causa del riscatto d' 
Italia, provò, sotto il regno di Gregorio, le angosce 
di un lungo esiglio. 



(i) I CoRRCccEscHi DI 1*ARMÀ, Iragcdia di Pietro Go- 
relli. Caiiilc, 184S, tip. Casaccio. 



Un'immensa turba lo circondava, uomini e donno 
d'ogni condizione ed eia. Egli parlò della guerra 
sanla; parlò del dovere di ogni Italiano per coope- 
rare con ogni mezzo a francare le belle contrade 
dall'oppressione straniera, disse che ognuno, uomini 
e donne, vecchi e fanciulli, ricchi e poveri, nobili 
e popolani doveano dare i loro monili, le loro vesti, 
le suppelletlili, tutto per sopperire alle ingenti spese 
della guerra: e fu tale l'impelo e il torrente delle 
sue parole, fu così pieno e poderoso, fece qui e qua 
sfolgorare così ammirabili sentenze e lampeggiare 
cosi belli e stupendi luoghi poetici, che l'intera turba 
si sentì come rapita dal fiume di quegli stessi affetti 
varii e grandi, e lutti, non uno escluso, fecero pressa 
a pagare il loro tributo alla causa sacrosanta della 
nazionale indipendenza. 

Furon vedute bambine, donzelle e matrone spo- 
gliarsi sulla stessa piazza de' loro più cari orna- 
menti e recarli giubilando sul palco. Furon veduti 
nobili e ricchi gettarvi in copia gli anelli, le calo- 
nelle, gli orologi-, i cittadini, anche meno agiati, 
portarvi con fretta e furia gli oggetti più cari 
preziosi, armi e veslimenla, l'artigiano, il frutto 
de' suoi sudori, l'umile popolano spogliare e offrire 
i proprii abili a vista di tutti, la inferma e vacil- 
lante vecchierella versare forse l'unico obolo che 
formava l'intera sua ricchezza. 



SOCLTA BAOD>LTA 01 UTILI E 8VAKIATE ROZ:(n«l 



151 



Sublimi esempi soi) qtiesli, degni di essere recali 
alla memoria e all' ammirazione del mondo, aflìncliè 
sì v<>gga di quali virlù è capace un popolo, quando 
gli ferve nel cuore il pensiero di una causa sanlis* 
sima, ce è risoluto di ripigliare que'diriili de' quali 
lo spogliò la mano ladra e sanguinosa dtrllo stra- 
niero oppressore, V. Cuhelli. 



PIKTKO LKBI.ANC 

KEL CAMPO DI BONAPAHTE A TOLONE 
E ARCOLI 

I 

Pielro Leblanc era uno di quei figliioli del po- 
polo, che, nel lempo della gran lolla dt-lla Francia 
e dell'Europa, hanno onoralo i cam|ii col loro coras;- 
pio e colla loro pazienza eroica in mezzo alle più 
dure privazioni. 

Erasi arruolalo nflle milizie l'anno 1792. Ma 
quantunque ammiralo da tulli pel su > rispetto alla 
disciplina e por la sua bravura, Pietro Leblanc sem- 
brava non avere davanti a lui fuorché una carriera 
assai rislrelta, perocché non sapeva né leggere, né 
scrivere. 

In quest'epoca, l' isiruzione non era ancora pene- 
trala nel popolo. Pietro Leblanc era dunque un buon 
soldato, e dovea restare soldato lulia la vita per 
l'assoluta privazione delle più semplici nozioni, ma 
ima circostanza, che decidetle del suo avvenire, gli 
rivelò come eragli imporlanle il sapere almeno leg- 
gere e scrivere. 

Era all'assedio di Tolone il quale stava allora 
in potere degli Inglesi. Il comandante dcH'arliglieria 
faceva costrurre una batteria mentre osservava le 
operazioni éell' inimico. Un movimento imprevedulu 
lo sforzò a scrivere sul terreno islesso. 

Mandò intorno lo sguardo; fu colpito dalla fisio- 
nomia intelligente di Pietro Leblanc. 

— Ponili là e scrivi, gli disse con voce breve. 
Pielro abbassò gli occhi, balbettando alcune parole. 

— Ebliene, ripetè il comandante. 

— Non so scrivere. 

Honaparle gli voltò il dos80 e fece venire un 
solio uflìciale. Uno di loro si avanzò e gli servi di 
segretario. La lettera era appena terminata che una 
palla la copri di terra. 

— Bene, disse il giovine soldato, non avrò bisogno 
di arena. 

Bonaparte, colpito da questo coraggio e sangue 
freddo, non dimenticò più il giovine soldato che gli 
aveva servilo da segretario, e ognuno sa qual fu la 
carriera brillante di Jimot. 

Pietro Lebhmc vergognoso e afllilto si era ritrailo 
colle lagrime agli occhi e colla stizza nel cuore. 
Popò la collera venne la riflessione. | 



L' evento del mattino gli fé' manifesto che il co- 
raggio non era bastante per avanzare nella palestra 
militare, ma che eragli necessaria l'istruzióne per 
dare ordini. Pel momento, leggere e scrivere era 
agli occhi di Pietro Leblanc il termine della più com- 
piuta istruzione. Con quella forza di volontà che non 
r abbandonò mai , risolvette di divenire sapiente. 
All'assedio di Tolone, era assai difficile perchè gli 
fallivano i mezzi. Nondimeno si rammentò che uno 
de' suoi camerata, un giovine soldato, a cui pochi 
giorrù prima aveva salvato la vita, avea scritto din- 
nanzi a lui una lettera alla sua famiglia. Andò a 
trovarlo. 

— Ti ho salvalo la vita, gli disse. 

— Credi forse ch'io l'abbia dimenticato? Essa li 
appartiene. 

— Conservala; io vengo a dimandarti un favore 
più segnalalo di quello che lì feci. 

— Parla, qualunque esso sia, io sono lutto luo. 

— Io non ho impiegato più di dieci minuti a to- 
glierti d'impaccio; qui bisognerà forse lungo tempo. 

— Non imporla. 

— Ebbene ! cittadino, ecco ciò eh' è: io sono un 
ignorante, e non so neppure scrivere il mio nome; 
ciò non può durare più a lungo. Voglio divenire sa- 
piente; voglio che tu m' insegni a leggere e scrivere. 

— Ed è questo il favore segnalato..,. 

— (ìli è possibile che ciò sia nulla |)er te; ma 
per me è altra cosa. 

— A quando la prima lezione?... 

— Subito, se li garba. In simil caso non bisogna 
esitare; gli è come quando si sale all'assalto di un 
fortino. 

— Son pronto, disse il giovine soldato. 
Allievo e maestro si posero all'opera. L'uno era 

slimolalo dalla riconoscenza, l'altro dall' ambizione; 
in guisa che Pietro Leblanc seppe ben loslu leggere 
e scrivere passabilmente. 

Prima del termine dell' assedio di Tolone gli si 
presentò l'occasione dì riabilitarsi. Un mattino il 
comandante Bonaparte esce dalla sua tenda con una 
lettera in mano. Voltò intorno gli occhi per cemiart» 
una persofia di conoscenza; ma subilo gli sfuggi un 
gesto di dispetto. 

Pielro Leblanc si avanzò verso hu. 

— Mio comandante, bisogna forse recare qualche 
ordine?. . 

— S'^ma mi bisogna alcuno che sa|){)ia leggere, e... 

— In lai caso, eccomi io... 

— Ma l'altro di tu non sapevi... 

— E vero, ma siccome ho veduto che ciò non 
slava Itene in società, ho imparato a leggere ed 
anche a scrivere, 

— Bravo! bi'Re ! disse Bonaparte pizzicandogli 
l'orecchio, tjergcnte, reca quest'ordine al quartìei;!} 
generale» 



I6*J 



MLSi:0 (iORNTIPICO. I.RTTKII4IÌIII Rli ABTIMTICO - g4:RLTA RACI:oLTA DI UTILI R IVARUTR NOZUMII 



Pietro voltò la testa per sapere a chi parlava. Egli 
non vide nessuno. 

— Ebbene! non m'intendi? 

— Ma io non sono sorgente... 

— Sì, poii-.liò le lo dico. 

Pietro Leblanc parli el)bro di gioia, 
Nella sua corsa si abbattè al suo istruttore pian- 
talo di guardia sopra un bastione, si slanciò sopra 
lui, lo strinse tra le braccia, e abbracciandolo gridò: 

— lo so leggere, io so scrivere, io sono sergente! 

II. 

Alcuni anni dopo, Pietro Keblaiic, le cui idee 
suir istruzione eransi sviluppale, non lasciò indietro 
veruna cosa per acquistare lo nozioni che gli som- 
bravano più necessarie. 

Nella priu)a campagna d'Italia, eli' egli fece col 
generale Bonaparte, si procacciò alcimi libri nelle 
t(iblìoloche dei conventi e delle chiese. Compiuto il 
suo servizio, alla prima occasione, pigliava i suoi 
buoni amici, com'egli li chiamava, e ragionava 
con loro. 

I suoi camerata lo chiamavano il Cnpjmccìno. 
Leblanc conlinuava a b'ggore. 

Frattanto fu bisogno lasciar i libri per camminare 
sopra Arcoli. 

(ili Austriaci occupavano posi/ioni terribili. Una 
batteria collocata alla testa del ponte li copre di una 
tempesta di palle. 

Ilonaparle ordina di andar innanzi ; i suoi grana- 
tieri ondeggiano. Honaparle alVorra uno stendardo e 
hi lancia std ponte gremito di cadaveri, gridando: 

— Soldati, non siete voi i valorosi di Lodi?.... 
Seguitemi ! 

Ouesl'allo, (picste parole rinfiammano i granatieri 
• he fanno miracoli di valore, precipitano gli Austriaci 
nel fiume, uccidon loro seimila uomini, e ne fanno 
cin(piemila prigionieri. 

La sera, al bivacco, un vecchio caporale, sguar- 
dando malignamente uno di coloro che il mattifio 
aveano lancialo qualche multo pungente a Pietro 
Leblanc, gli disse: 

— Ebbjjne, camerata, che dici del Cappuccino ? 
^^Ah! il Cappuccino ò un diavolo, un leone.... 

— Avete veduto com'egli si s'anciò sul ponte, 
com'egli si gettò sul cannone che noi abbiam preso. 
Tutto ciò prova, o bulToncello, che si può essere un 
sapiente e un bravo soldato. Hitraggi la tua parola... 

— La ritraggo. 

Se voi ci dimandale frattanto che (Wvj'ivne in se- 
guilo di Pietro Leblanc, noi vi diremo, che a forza 
di pazienza, di perseveranza egli giunse ad acrpii- 
stare un'istruzione S(tlida, eslesa e svariala che lo 
fece disi nguere dall'Imperatore. In lai modo, col 
suo proprio merito e con un' energica volontà seppe 
vimere tulli gli ostacoli che si atlrav»;rsavano alla 
sua elevazione, e seppe comi»icre degnamenie gli 
alti uflìzi ai quali fu chiamalo da Napoleone. 

Stabilimento tipografico 



FKATI GAUDENTI 

Antichissimo era quest'Ordine: esso fu confer- 
mato (la papa Urbano IV con bolla data in Viterbo 
r aimo l^fM, (bilia quale apparisce c\u'. i frati (lau- 
denli erano prima chiamati Cavalieri o Frati di 
Santa lilaria. 

Cristoforo Landini nel suo Commentario sopra 
Dante dice essere siali poi chianiali Frati (ìaudenli 
per la loro splendida e copiosa vita, e massime 
porcile erano imnmvi da ogni puhldlm hilmlo e 
(jracezza. 
Fiiron poi chiamali per ischernoCArforiinKinisro. 

Il loro abito consisteva in una tunica bianca, con 
sopravveste di color big'o, con la croce rossa in 
campo bianco e due stelle dr sopra. 

Non lutti vivevano nei conventi; ma aveavi una 
specie, dirò così, di Terziarii che vivevano n(^ll»! 
propri<^ cas(i con le loro mogli e con fa famiglia. 
Questi portavano un ubilo abpianto diverso, e simile 
sossopra U) dovean portare anche le loro consorti. 

Il fine principale del loro istituto era di difendere 
le vedove e i pu|)iHi, e inlroinellersi nelle riconci- 
liazioni di pace e altri simili atti di cristiana carità. 

Quali fossero gli esercizi che praticavano nei loro 
conventi non si sa. 

Nell'entrare in questa Milizna dovea ciascuno pro- 
vare la sua nobiltà da canlo di padre e madre. 

Attesero |mtò più a godere che a praticare eser- 
cizi di pietà. 

Sisto (juinto soppresse tale ordine pel disprezzo 
in che era caduto, net 1585. 

PKINCIPM DEL PADRE VENTURA 

SUL POTERE CIVILE , 

Il potere civile si conferisce da Dio all'intera 
società, la (piale sotto certe condizioni lo conferisce 
a' suoi governanti; esso perciò non imprime carat- 
tere, Qd è di sua natura ammissibile e perituro, lo 
so che vi è sialo detto che il potere dei re viene 
direttamente da Dio; ma questa è la dottrina dei 
teologi di corte, non già la dottrina professala dai 
Santi padri, dai Teologi e dai Dottori della Chiesa, 
la quale insegna che i re ricevono il loro potere 
dall'intera società, a cui Dio l'ha conferita. Quindi 
ne conseguila che vi sono dei casi in cui il polena 
civile può perdersi; vale a dire, che vi sono dei 
casi in cui la società rientra nel diritto di ri|)ren- 
dere ciò che da Dio slesso ha ricevuto. Questi casi 
si riducono a due : 

1** Quando il potere allenta a distruggere le le^'gi 
roridau>entali e le condizioni necessarie alla sua 
esistenza. 2® Quando si fa nemico della società 
niodesima allenlundo alla proprietà ed alla vita di 
tulli i cittadini. 

(il A FOMTAMA in Torino 



<o. 



MU8XO SCIENTirXGO, ece. — AVKO X. 



(20 maggio 1848) 



THiililìiD liDS3Ì9l!rMD!iLÌiiILIS 




CAPITOLO I" 



I.A CONTESSA 



Era il giorno 8 di febbraio 1848. — L'apparlatnenlo 
parea deserlo: i domestici erano usciti : io non osava 
innoltrarmi, eppercìò rassegnandomi ad aspettare 
che alcuno comparisse per essere annunzialo alla 
signora, mi sedetti in un angolo dell' anticamera. 

Un soffio di vento aprì alquanto uno dei battenti 
del salone ed io potei vedere la Contessa seduta 
sopra un sofà, la quale pareva essere gravemente 
commossa, perchè il suo volto era ìnGammalo e ì 
suoi sguardi gitlavano faville. 

Un uomo con sottana nera, con aspello muliebre 
e con voce da zanzara le veniva susurrando alcune 
parolctte all' orecchio, e con certe mani da ragna- 
tèlo voltava e rivoltava un cappellone che mi mise 
il ribrezzo della febbre. 

— Voi avete ragione! —disse Analmente la Con- 
tessa con voce concitala e tremante per la collera. — 
Questo re ci compera addosso il malanno a danar 
contanti. La Costituzione! la Costituzione !...iMa che 
vuol dire questa brutta parola? 

— Vuol dire che quinci innanzi i nobili saranno 
dimenticati e i plebei saran quelli che dovranno mag- 
gioreggiare, vuol dire che i seguaci della vera re- 
ligione saranno dillamali come eretici, increduli, 
scismatici mascherali; vuol dire che la stampa, fa- 
cendosi predicatricc delle massime più assassine, 
metterà in brani la riputazione degli uomini bene- 



meriti e dabbene, strascinerà nella polvere la dignità 
e la sapienza patrìzia, porrà in trono la burbanza, 
la poltroneria e l'ignoranza plebea... 

— Dio! Dio! dove siamo noi? Quale mal genio 
ha suggerito al re di strascinarci in questo abisso 
di tenebre?... Ma potrò ancora andare a corte? 

— Voi c'andrete; ma vi abbatterete ad ogni istante 
a qualche viso arcigno, aggrondato, liberalaslro, 
repubblicano che vi farà basir di paura... 

— Oh questo è troppo ! questo è troppo ! Ma cho 
fa dunque la vostra Compagnia ? Ha ella dimenticato 
di aver fallo voti di eroica virtù? perchè non apro 
gli occhi al re? perchè non gli addita il precipizio 
entro il quale sta per traboccare? perchè non per- 
cuote del suo anatema questa orda di ladri e di 
scherani che assorda in questo momento l'aria con 
evviva alla Costituzione?... Un grido uscito dalla 
vostra bocca si stende colla celerità della saetta, 
si germina, si moltiplica, crea la vita dalla morte. 

— ■ il re fu collo alla ragna dai tristi che fanno a 
gara nello squarciare il nostro buon nome, e i suoi 
occhi non sembrano più atti a sostenere la luco 
che noi ci atlaticavamo a spandere intorno al suo 
trono. Noi abbiamo antiveduto il turbine dal mo- 
mento che alcuni cervelli perturbatori e scandalosi 
patrocinarono la causa degli ospizii puerili, delle 
rotaie, e dei malli filantropi. Non abbiamo certo 
mancato di metter tulli i nostri spirili per frenare 
questi scandali, per toglier di mezzo questi fomiti 
al malo, per far risorgere quella calma innocente, 



134 



MOSSO ICIBNTIPICO . LKTTRtARIO BO ABTitTMM) 



quella leli/ia ceiosie clie fioriva prima soUo gli au- 
spizi (li papa (ìro^orio di saiilissitiia nicinoria. K 
grande elTcUo parlorirono di ctirlo le noslre parole 
mormorale nei cunfessionali, spacciale nei crocchi, 
gridale nei Icmpli, stampale e mandale in {tiro nei 
libri. Ma ora il lorrenic ci soverchia, e la mano del 
re che poteva sola alzare un ar'^ine, (pielia mano 
vacilla... 

— Ma perché non si chiamano dall'Adige e dal 
Mincio quegli uomini dabbene che nel 31 hanno 
imbrigliala la petulanza dei repubblicani della Roma- 
gna e han fatto loro scappare la frejia di sconvolgere, 
incendiare e insanguinare il mondo? 

— Si farà... si farà... la giustizia sarà risuscitala... 
disse l'uomo dalla sottana nera con un sorriso che 
parvo quello del Mefistofele di (loethe. 

La Conlessa seguitava a scuotersi, ad agitare le 
braccia come chi annaspa ; e in questo, cadendole 
dalle spalle un largo velo, lasciò vedere un pello colmo 
e alabastrino. 

Eir era assai leggiadra. I suoi neri e giovanili 
copelli faceano rilevare la bianchezza della sua fronte. 
Era nelle sue pupille, ombreggiale da lunghe so- 
pracciglia, una luce rapida e protorva. 1 suoi puri 
ed eleganti hneamenii avrebbero potuto sembrar 
freddi se il più lieve commovimento non avesse 
colorato la sua fisionomia. In certi momenti di calma 
appariva da tutta la sua persona quella certa negli- 
genza lasciva e quel malizioso squallore, che, ac- 
compagnali e aiutali da cascante mollezza, saettano 
per l'ordinario assai vivamente i cuori. 

L'uomo nero rimase immobile, spalancando gli 
occhi. Le sue narici si dilatarono come quelle della 
tigre allorché fiuta non lontana la preda. Il suo 
sguardo, che prima parca cader spento e sinistro, 
si allumò di una luce al tulio nuova. Le sue labbra 
tumide divennero pallide e sellili. 

Io credetti in sulle prime eh' egli volesse sermo- 



neggiare sul fresco e odoroso fiore delli caslilà ; 
volesse rastrellare gli esempi di quelle donno che 
guardarono l'onestà, il pudore, la verecondia come 
unica guardia e custode dell' iulegriià e purezza del 
cuore; volesse tuonare sulla foggia dell'alleggiare 
la persona, sulla brnllura umana, sul Ic/zo della 
cooeupìscenza, sclamaniio con voce inspirala che la 
vera e pregicvole bellezza dee essere tulle dentro 
r anima. 

M' ingannai! — Davvero; «piai maggior pr«)va della 
mia dabbenaggine nel voler credere di trovare l'au- 
slerezza e parsimonia cenobitica tra i- molli e vo- 
lutluo^i cuscini d'iMi sofà?... 

Allora trassi dal mio porlafogli la lettera com- 
mendatizia e rilessi con più attenzione la soprascrilin. 

— L'amico prese inganno! —dissi tra uie sorri- 
dendo. — Lgli ha voluto indirizzarmi a donna di 
spirili cavallereschi e di specchiala fede coniugale, 
e parmi... — Eppure fece sacramento ch'ella era 
tale!... Oh! debb' essere ben uggiosa e micidiale 
r influenza de' Cappelloni, se arriva a fare che la 
donna, il sesso delia verecondia e del pudore, men- 
tisca sfaccialamenle a se stessa |)er ingannare anche 
i più generosi. Chi più veggente del mio nobile 
amico? pure trovò sempre in costei un'anima in- 
ghirlandala di perpetua virginità, capace di impeli 
magnanimi e forti, e d'illuminazioni di bontà... Il 
poveretto m'indirizzò a lei, sperando che mi sarebbe 
stala inspiralrice di nobili azioni...! 

Posi la lettera nel taschino, non frenato dal timore 
di sgualcirla. Mi alzai per uscire all'aperto!... Il ru- 
more della sedia e lo stropiccìo de' miei piedi non 
scossero la Conlessa che mi parea rabbonacciarsi 
sotto il fascino dello sguardo dell' uom nero. 

Io aveva già mandalo i miei lunghi e gagliardi 
saluti alla Costituzione. Ero stanco, avevo bisogno 
di ristoro e mi ritrassi in una locanda. 

(Continua) P. Corei.li. 



$$T01iIA DEI QE2SCITI 



Senza manifestare nessuna opinione all'uopo, que- 
sto articolo non sarà che un estrallo succinto e fe- 
dele de' rendiconti de' procuratori generali de'varii 
tribunali di Europa, delle memorie stampate.* delle 
diverse sentenze e delle storie tanto antiche quanto 
moderne. 

Quest'ordine religioso, conosciuto sotto il nome 
di Compagnia, o Società di Gesit, fu fondala da 
Ignazio di Loyola. 

Nel 1521, Ignazio di Loyola, dopo aver consa- 
cralo i primi vcnlinove anni della sua vila al me- 
stiere della guerra e ad una vila dissipata, si con- 
sacrò al servizio della madre di Dio al Monferrato 
in Catalogna, donde si ritirò nella solitudine di Man 
rese, in cui Dio certo gì' inspirò la sua opera degli 



esercizi spirituali, non sapendo leggere quando la 
scrisse. 

Decoralo del tiiolo di Cavaliere di Gesù Cristo 
e della Vergine Maria, si mise a insegnare, a pre- 
dicare e a convertire gli uomini con zelo, ignoranza 
e buon esilo. 

Nel 1558, sul finir di quaresima, radunò a Roma 
i dieci compagni scelti secondo il suo modo di 
vedere. 

Dopo diversi progetti volali e rigettati, Ignazio 
e i suoi colleghi si dedicarono di accordo all'im- 
presa d'insegnare il catechismo a' fanciulli, d'illu- 
minar gl'infedeli, e di difendere la fede contro gli 
eretici. 

In (|ueslo mentre, Ciiovanni III re del Portogalli», 



irKI.TA lACCOLTA 01 UTILI B SVARUTB ROZIOIII 



155 



principe tenero della propagazione del Crislianesimo, 
si rivolse ad Ignazio, per aver de'missionariì che 
portassero la cognizione dell' Evangelo a' Giapponesi 
ed agl'Indiani. Ignazio gli delle Kodriguez e Save- 
rio, ma soliamo qnest'ullimo parli per quelle lon- 
tane contrade, ove operò una quantità di meraviglie 
che lutla la cristianità crede, tranne il solo gesuita 
Acosta. 

La fondazione della Compagnia di (losù ebbe al 
bel primo a provare qualche dilficollà, ma, dietro 
la proposta di obbedire al papa, in qnaliin jue ma- 
teria ed in qualunque luogo, il papa Paolo III, ima- 
ginato avendo il disegno di formare, mediante tali 
religiosi, una specie di milizia dilTusa sulla super- 
ficie della terra e sottoposta senza riserbo agli or- 
dini della corte di Roma, l'anno 1540 gli ostacoli 
furon tolti, l'istituzione d'Ignazio fu approvata, e la 
Compagnia di Gesù fondala. 

Benedetto XIV, che avea tante virtù e che ha 
detto tanti epigrammi, riguardava questa milizia come 
i giannizzeri della Santa Sede, milizia indocile e 
pericolosa, ma che serve bene. 

Al volo d'obbedienza fallo al papa e ad un ge- 
nerale, rappresentante di Gesù Cristo sulla terra, i 
Gesuiti aggiunsero quello di povertà e castità, che, 
come a tulli è nolo, essi hanno scrupolosamente os- 
servato fin oggi. 

Dopo la bolla che gli stabilì e che li nominò ^e- 
suiti ne hanno ottenuto novanladue altre che si co- 
noscono e che si sarebber dovute nascondere, e forse 
altrettante rimaste ignote. 

Queste bolle, delle lettere apostoliche, loro accor- 
dano dal minimo privilegio dello slato monastico 
fino all' indipendenza dalla corte di Roma. 

Oltre tali prerogative han trovato un mezzo di 
formarsene ogni di delle nuove. Se un papa ha pro- 
ferito inconsideratamente un detto che sia favorevole 
all'ordine, se ne fa tosto un titolo, ed è registrato 
ne' fasti della società ad un capitolo nominato gli 
oracoli di voce, vitae vocis oracula. Se un papa poi 
non dice nulla, agevoi cosa è farlo parlare. 

Ignazio, eletto generale, prese possesso del suo 
grado il giorno di Pasqua dell'anno 1541. 

Il generalato, dignità subordinata nella sua ori- 
gine, divenne sotto Lainez e sotto Acquaviva un di- 
spotismo illimitalo e permanente. 

Paolo III avea limitato a sessanta il numero dei 
professi, tre anni dopo annullò tale restrizione, e 
l'ordine ebbe tutti gli accrescimenti che poteva 
prendere e che ha presi. 

Coloro che pretendono conoscerne l'economia e 
il reggimento, lo distribuiscono in sei classi, che 
chiamano dei professi, oc coadiutori spirituali, degli 
scolari approvali, àc' fratelli laici o coadiutori tem- 
porali, de' noiizii, degli affigliati o aggiunti o Ge- 
suiti restili di corto. Si dice qiiest'ullima classe 



esser numerosa, e misla a tutti gli ordini della so- 
cietà, e trovarsi sollo ogni specie di vesti. 

Oltre ì tre voli solenni di religione, i professi 
che formano il corpo della società fanno anche un 
volo d'obbedienza speciale al capo della chiesa, ma 
solamente per ciò ohe concerne le missioni straniere. 

Quelli che non hanno ancora pronuncialo quest' 
ultimo volo di obbedienza, si chiamano' coadiutori 
spirituali. 

Gli scolari approvati son quelli slati conservati 
nell'ordine dopo due anni di noviziato, e legatisi par- 
ticolarmente con tre voti non solenni, ma nondimeno 
dichiarati voli di religione, e senza facoltà di venirne 
disciolti. 

Il tempo e la volontà del generale conducono un 
giorno gli scolari a' gradi di professi o di coadiutori 
spirituali. 

Questi gradi, e soprallullo quello di professo, sup- 
pongono due anni di noviziato, selle anni di studio, 
che non è sempre necessario d'aver falli nella so- 
cietà, selle anni di reggenza, un terzo anno di no- 
viziato, e l'età di trenlatrè anni, quello in cui Gesù 
Cristo fu posto in croce. 

Non v' ha nessuna reciprocità d' impegni tra la 
compagnia ed i suoi scolari ne' voti ch'essa ne esige; 
lo scolaro non può uscire, e può essere scaccialo 
dal generale. 

Il generale solo, anche senza il concorso del papa, 
può ammettere o rigettare un accolito. 

L'amministrazione dell'ordine è divisa in assi- 
stenze, le assistenze in protincie, e le provincie in 
famiglie. 

Vi son tante assistenze per quanti regni accolgono 
i Gesuiti. 

II dovere d'un assislente è di preparare gli altari 
e di mettervi un ordine che ne agevola la spedizione 
al generale. 

Chi veglia su di una provincia Tia il titolo di prò- 
tinciale ; il capo di una famiglia quello di rettore. 

Ogni provincia contiene quattro specie di famiglie; 
famiglie professe senza fondi, collegi ove s'insegna, 
residenze contenenti un picciol numero di missio- 
narii, e noviziati. 

I professi hanno rinimcialo ad ogni dignità eccle- 
siastica; né possono accettare il pastorale, la mitra, 
ed il rocchetto senza il consenso del generale. 

Dunque che cos'è un gesuita.' E un prete secolare? 
E un prete regolare? È un laico? E un religioso? 
E un uomo di comunità? È un monaco? Non è nulla 
di tutto questo, sebbene ha imi poco di lutto. 

1 Quando i Gesuiti si son presentati nelle contrade 
in cui sollecitavano alcun stabilimento, dimandatosi 
loro chi fossero, han risjìoslo orgogliosamente taUs 
quales. 

In tuti'i tempi fecer mistero della loro coslitu- 
I zione, né mai intera e libera la comunicarono ai 
masi^trati. 



IM 



HII8B0 ICtKHTIPICO . LRTTRKARIO RI> ARTIITiCO 



La loro forma govcriiaìiva è monarchica, tutta la 
potestà risiodenlt! nella volontà «li un solo. 

Sottomessi al |)iù eccessivo dispotismo nelle loro 
famìglie, i (ìesuili ne sono i più alibielli fautori nello 
stalo, predicando senza posa: a' sudditi una olihu- 
dienza jllìmitala a' loro sovrani; a're l'indipendenza 



delle leggi e la cieca obbedienza al papa, cui accor- 
dava o in tempi |)ii'i superstiziosi e meno maturi 
l'inlalliliflità ed il dominio universale, perdio pa- 
droni d'un sojo, fossero padroni di tutti. 



(Continua) 



Ct. TOMKLLI. 



IL PADKK GIOACCHINO VEINTURA 

// nome del Padre Ventura suona così caro e onoralo neW Italia, che niuno è che non dctiiìeri cono- 
scerne te particolarità della vita, delT ingegno e dell' eloquenza. Noi riproduciamo la Kua biografia, scritta 
con molla squisitezza di giudizio da un francese informato ai jùii alti sensi della religione, e tradotta 
da anonimo italiano con facilitezza e brio. 



La parola cattolica è lo strumento più grande, 
su questa terra, dei voleri e dei decreti della Prov- 
videnza; non v' ha forza umana, che possa ad essa 
far argine od opporre ima resistenza qualunque; 
innanzi ad essa le haionelte e le spade si spezzano 
come tenero fuscello; è luce che rischiara e resti- 
tuisce il dono della vista ai più cieihi^ è folgore 
che incenerisce i suoi nemici ; è onnipotente come 
il soffio divino dal quale emana, come il vero ideale 
che la informa. E questa verità non fu mai così 
visibile nò così evidente come ai nostri tempi! 
Dovimque è un pulpito cattolico, dovunque sorge 
una voce sacerdotale, ivi si accalcano e si affollano 
le moltitudini ad attingere negli ammaestramenti 
del vangelo le norme infallìbili della morale, gli 
esempi della virtù, le ispirazioni della vita civile. 
Quante volte nel porre il piede nella chiesa di No- 
stra Donna in Parigi, allorché predicava il padre 
Lacordaire, io coi miei proprii occhi fui spettatore 
dei portenti che opera la parola evangelica, della 
commozione, della tenerezza che essa desta in tulli 
gli animi bennati e gentili ! Le mura del sacro 
tempio erano anguste a capire la folla che si ad- 
densava per ascollare l'eloquente domenicano: e 
Parigi è pur la città ove campeggiano la miscredenza, 
lo scetticismo e quel massimo vizio degli animi 
mogi ed ingenerosi, l'indifTerenza ! L'Ilalia nostra 
per questo riflesso non ha che a benedire ed a rin- 
graziare la Provvidenza: abbondano in essa i co- 
raggiosi banditori delle verità rivelale: la gloriosa 
tradizione d»l suo pulpito non venne mai interrotta: 
in seno all'ordine dei Kit. PP. Teatini, in seno all' 
alma capitale del mondo cattolico, sotto gli occhi 
del supremo Pastore rivive l'eloquenza dei (Criso- 
stomi e dei Bossuel, rivive la voce di Pietro e degli 
Apostoli: il padre Ventura è tale oratore da non le 
mere il confronto di nessuno dei più grandi predi- 
calori dei secoli passati e del nostro. 

Il padre (Gioacchino Ventura è siciliano: nacque 
nel penultimo decennio del secolo decimoltavo, e 
tocca al sessantesimo anno di età. Si avviò giova- 
nissimo alla carriera sacerdotale, ricevelte ben pre- 



sto i sacri ordini , fornì con molla lode i suoi slu- 
dii filosofici e teologici, e fatto sacerdote fu subilo 
assunto alle più eminenti dignità dell'ordine dei 
lui. PP. Teatini. Fu parecchie volte provinciale di 
Napoli e di Palermo, e poscia generale supremo 
.dell'ordine. Nella tranquilla solitudine del chiostro 
attese indefessamente allo studio delle scienze sacre 
e profane, e in breve giro di tempo fu in grado di 
divulgare parecchie opere intorno al diritto cano- 
nico ed a varii argomenti di metafisica. Il suo la- 
voro classico è inlilolato De metodo philosophandi, 
e racclviude una dichiarazione succosa, profonda, 
giudiziosissima dell'antica teorica della certezza so- 
stenuta dal Lamennais nel suo famoso Saggio sull' 
indìITerenza. Fu quella la prima cagione della te- 
nera e leale amcizia cho strinse fra loro i due sa- 
cerdoti, e che non venne meno se non quando l'il- 
lustre francese, soggiogalo da fascino funesto, diede 
alla chiesa ed al mondo il tristo n doloroso spet- 
tacolo di un uomo che abbandona la fede dei suoi 
padri, le proprie credenze e viene ad accamparsi 
contro il vessillo del quale fu altre volle vigoroso 
e benemerito campione. Il cuore del padre Ventura 
fu trafitto dalla trista novella: ma egli nel rim- 
piangere le sorli dell'infelice amico non ebbe a 
temere per le sue. La sua fede è dì quelle che i 
cattivi esempi, ben lungi dall' infiacchire, ralTorzano 
invece e rendono più salda. In tutte le sue scrit- 
ture filosofiche fu sempre intento a conciliare la 
scienza colla religione, a non confondere mai i con- 
fini che separano il sovrinlelligile dall' intelligibile, 
a suggellare l'alleanza della fede colla ragione, che 
da Sant'Anselmo e dal Vico fìno al (ìioberli fu la 
desiderata mela dell'italica filosofìa: fides qua?rens 
intellectum. 

Lo studio delle scienze metafìsiche, la facoltà 
speculativa congiunte alla fede sincera ed alle forti 
convinzioni, sono le fonti naturali dell'eloquenza 
cristiana: nessuno di tali requisiti manca al padre 
Ventura, e quindi è facile indovinare con quanta fé- 
licita e con qual prospero successo egli siasi consa- 
cralo all'apostolica carriera del pulpito. Predicò il 



SCKLTA I ACCOLTA 01 OTILI R tVABIATK NOEIONI 



IS7 



quaresimale nioUìssime volle in Napoli, in Palermo, 
in Roma ed in altre cillà italiane, e da per tutto 
riscosse Io stesso plauso, le medesime Iodi. L'elo- 
quenza dell'illustre Teatino è forte, vigorosa, infuo- 
cata, calzante, robusta, nerboruta, allena dallcf in- 
sulse declamazioni e dalle aposlrufi di convenzione: 
piace ed alletta gli ascoltatori perchè è spontanea, 
e la sua vena schietta, limpida, naturale non è in- 
sozzata da rellorica belletta, lì commove, perchè 
parla al loro cuore; li persuade, perchè si rivolge al 
loro intelletto, e ne soggioga la mente coli' invin- 
cibile forza della logica e del ragionamento. Le 
prediche sulla passione di Gesù Cristo, il discorso 
funebre per Daniele O'ConnelI, la benedizione a 
Pio IX furono divulgate per le stampe ed attestano, 
a chi non avesse avuta la fortuna d'ascoltare il pa- 
dre Ventura, a qnanl'allez/a poggi la sua eloquenza 
ed a che volo sublime possa innalzarsi la parola 
dell'uomo librala sulle ali della cristiana ontologia, 
sostenuta dalla fede, avvalorala dalla ragione, for- 
tificala dalla rettitudine dell'animo e dalla magnani- 
mità del carattere. 

Qual meraviglia adunque, se il P. Ventura in 
breve volger di lempo divenne l'idolo e l'ammira- 
zione del popolo romano, e sortì l'alto onore di es- 
serne amato e riverito come Pio IX, come il card. 
Ferretti? Qual meraviglia, se nello scorso luglio le 
sue parole bastarono a rintuzzar la foga della con- 
citala moltitudine, e ad essa risparmiarono l'inutile 
delitto di macchiarsi le mani del sangue di un ri- 
baldo? Altri e più forti ostacoli può vincere e su- 
perare la parola cattolica ! L'arbitrio umano, la pre- 
potenza dei furti, il capriccio delie moltitudini pie 
gano e crollano e rovinano al suono di quell'augusta 
parola, come già le mura di Gerico allo squillo 
delle israelitiche trombe. E però, fìnianlochè un pon- 
tefice come Pio IX regge la suprema sede della 
Chiesa, fintantoché strumenti delle sue volontà sa- 
ranno un cardinal Ferretti, un padre Ventura, ì 
buoni cattolici, i buoni italiani cessino dal paventare. 
La voce sacerdotale desterà in tulli gli animi sensi 
di ossequio alle leggi , di amore alla pace ed alla 
dignitosa tranquillità: accenderà faville di religiosa 
e patria carità; sarà ostacolo insuperabile alle usur- 
pazioni ed alle prepotenze. Al suono formidabile 
di quella voce volgeranno le spalle le schiere dei 
nuovi Massenzii, come già quelle dell'antico innanzi 
al sacro vessillo inalberato da Costantino ! 

Se l'universale degli uomini è condotto al ben 
fare e dedicato all'utile pubblico, è forza di certo 
suono di termini che rispelta e venera senza saperne 
il perchè. Non cessa però che i filosofi non scoprano 
il bene morale, che in sé rinchiudono termini tali , 
e che ì giudiziosi non provino un vivo dolore veg 
gendolì disprezzali e negletti. G. Gozzi. 



CENNI BIOGRAFICI 

DE' MIMSTRI DELLA REPIBBLICA FRA.\CESE 

SiBERvic.-II generale Subervic militò gloriosa- 
mente solto l'impero; ma si mostrò sempre avverso 
al dispotismo di Napoleone. Egli è amico della libertà 
e dei principi! dei quali la Rivoluzione è il trionfo. 

Carnot. — Carnot seguitò luminosamente le ve- 
stigia del padre, cui toccò la gloria di organare e 
governare i quattordici eserciti della Repubblica. A 
grandi e pratiche cognizioni congiunge altezza di 
cuore e saldezza di principii. È degno niinisiro del- 
l' istruzione pubblica. 

Bethmont. — Bethmonl è figliuolo del popolo: 
avvocato egregio e logico abilissimo, si distinse al- 
tamente in ogni contingenza sulfa tribuna francese. 
Egli farà meglio brillare le sue prerogative come 
ministro del commercio. 

Marie. — Marie fu Mazziere dell'ordine defili 
avvocali di Parigi. Egli seppe levarsi ai primi seggi 
del foro. Nella camera si collocò nella schiera dei 
più intrepidi e fervidi membri dell' opposizione. 
L'energia del suo carattere e lo splendore del suo 
ingegno si fecero manifesti in mirabile maniera nel 
dì 21 febbraio 1848, in cui rigettò pel primo la 
proposta della Reggenza e mostrò la necessità di 
stabilire un governo provvisorio. 

Crémielx. — Crémieux, israelita, è avvocalo di 
spiriti liberi e maschi. Prese il posto di Odilon 
Barrol, come avvocalo alla corte di cassazione. Caso 
strano ! Crémieux esordì a Parigi colla difesa di 
uno de' ministri di Carlo Xj messo in accusa in se- 
guilo alla rivoluzione di luglio, e terminò la sua 
carriera, occupando il seggio di uno dei ministri di 
Luigi Filippo, accusalo alla sua volta di aver allen- 
talo alla libertà della Francia. Egli ottenne al primo 
la grazia della pena di morte, e rese l'applicazione 
di questa pena impossibile al secondo, partecipando, 
come ministro, alla dichiarazione che la sopprime, 
provvisoriamente in materia politica. 

GocDCHAix. — Goudchaux, pure israelita, era ban- 
chiere di principii libéralissimi. In luUe le elezioni 
fece estrema diligenza a favoreggiare i candidati 
di cuore alto e gagliardo, e non esitò mai ad aprire 
sottoscrizioni, o concorrere alle già aperte, in favore 
degli uomini percossi dall'infortunio per politici pro- 
ponimenti. Pigliò per molli anni una parte attiva al 
giornale il National, in cui tratteggiò con maestre- 
volezza le quistioni di finanza, e sostenne singolar- 
mente contro la banca di Francia una lolla am- 
mirabile. 

Ledru- Rollio. — Ledru Rollin era conosciuto al- 
l'età di 18 a 19 anni sotto il nome di Rollin. Adot- 
talo da un vecchio avvocalo, di nome Ledru, che 



i$a 



lirSRO SCIBNTIFirO. I.RTTRRARIO KD ARTISTICO 



lo lasciò crede di quasi Irccenlomila franchi, ne as 
sunso por riconoscenza il nome. 

E^li è spiglialo della persona e inlorno ai 42 anni. 
Porla alla la tesla, su cui poro non siede un pen- 
siero profondo, neppur quello dell'audacia. Amabile, 
nllellalivo co' suoi colleglli del jiovcrno provvisorio, 
t^allrctlanlo rude ed acre contro chiunque non sappia 
o non possa levarsi alla sua allezza. 

Egli fa un cran pollo di danari por soslenere la 
Re fornir, giornale che diffuse inslancahilmonte, anche 
in mc77.o alle hiirrasche, i più forti principii demo- 
cralici. Non gli sono discari i sospiri e i vezzi delle 
attrici e ballerine, ed ha sollazzalo le brigale di Parigi 
con una certa storia di collana che agevolmenle si 
può comprendere da chi non sconosce la polve dei 
psichi scenici. I>e sue circolari e i biillellini della re- 
pubblica sono troppo conosciuti perdio noi parliamo 
più a lungo di lui e de' suoi sociali intendimenti. 



IL PRESUNTUOSO 

Gran beila cosa è lo studio della natura! Gran bel 
gusto è lo scoprire nuovi esseri ! Il presuntuoso, non 
ha guari scoperto dai naturalisti, si distingue per molli 
«•aralteri, di cui alcuni sono propri!, cioè originali, 
altri sono comuni. Esso è indigeno, è esolico, è bi- 
pede, è quadrumano, è ibrido, oviparo, viviparo, er- 
bivoro, carnivoro, è tutto quello che si ha piacere; 
è insomma contraffatto e vizialo in modo da non pre- 
sentare più alcuna traccia del tipo primitivo a cagione 
d'una certa aulomatica locomozione contratta vivendo 
nel secolo e col secolo. E tulle queste metamorfosi per 
opera di chi? Per opera dei naluralisli diesi imbiz- 
zarriscono neirincrocicchiamenlo delle razze! 

11 presuntuoso germoglia in lutti i terreni, è gra- 
migna che vive e vpg<;'ta in qualunque zona : predi- 
lige la vita vegetativa ; dell' intellettuale se ne serve 
per ingrandire le proprie idee e darle forme fanta- 
stiche, cosnAogoriche, ontologiche. Ha poi una voce 
che per tma particolar struttura della laringe si mo- 
dula ora sul tJiono grave, ora sull'acuto, e secondo 
gli affetli, rauca, argentina, sonora e sibilante come 
un clarincUo sfdalo. Quest'ente prediletto degli ideo- 
logi ha fuoco ed anima nei racconti ; il prodigioso e 
suo idolo, e per una maestria non comune è sempre 
partigiano delle anticaglie, e delle nuove se trova con- 
trasti. Si spaccia intrepido nei pericoli, primo negli 
Assalti, si vanta proteltorc delle belle, si gloria d'aver 
lottato con mariti, difese vedove, strappati pupilli 
dagli artigli di certi tutori, ed aver fatti altri prodigi 
che riuscirono sempre colla complicazione di maggiori 
imbrogli. Tra le nobili particolarità, che lo distinguono 
da quelle tartarughe che strisciano lungo le rive palu- 
dose, si conta la sua organizzazionccrclacea che re- 
siste alla fatica di qualunque importante istruzione. 



di qualunque metodo pedagogico, e si piega alla più 
delicata morale bramina od ottcntola ed ni più stu- 
diato meccanismo delle umane speculazioni. I.a ittio- 
logia, la baccologia, la mineralogia vulcanica, la fdo- 
logPa saturnina, la imbrogliologia dello scrivere, la 
storia delle profane e sociali curiosil<à sono per il Pre- 
suntuoso il vero trionfo di sue meditazioni ; i libri, la 
critica, il sussleguo, il sentenziare sono il pane gi(^r- 
naliero die lo alimentano; i festini, e le conversazioni 
orecchiute sono l'ambrosia del suo spirito; i passa- 
tempi degli oziosi, i vicini d'allogio, i viaggiatori son- 
nacchiosi, i cicaleggi delle mammane, le invenzioni 
di piazza ed altre cosuccie che si pescano nel libro 
delle nullilà lo educano al più voluttuoso sentimento 
vitale. Tutto è per il presuntuoso oggetto di sfogo, di 
prelese e di gloria, meno il giornalismo che arte in- 
fernale lo giudica ! 

Tanto nella struttura fisica, quanto nell'animo può 
andar confuso col vanaglorioso, col superbo, col sa- 
ccnte e con tutti quei lombrici che per mirabile ma- 
gistero della natura condannati ad infangarsi portano 
tuttavia alla la cervice e sbuffano, e si pavoneggiano, 
e si lisciano sorridendo sulle loro passioni vaporose- 
studiando Cuvier, studiando Buffon, Blumembacco, 
Linneo, ed altri troveremo di che differenziarli, li 
tronco del nostro, impropriamente chiamato, mollusco, 
si allontana dalla forma di quanti molluschi si cono- 
scono. Ila una conformazione curiosa ; flessibile nella 
parte media, pieghevole ed elastico nella superiore, 
sejnpre resistente nell'infima, in complesso tenero 
come la melma del pantano. Tali benefìzii non li ha 
per nulla; natura provvida pensò darglieli onde al- 
l'uopo possa avviticchiarsi agli alberi di grossa mole 
e d'alto fusto, perchè se ne serva come scala nel cac- 
ciar fuori nebulosi progetti ; onde costeggiar possa le 
canute ed iperboliche posizioni, onde possa finalmenle, 
salito sulla vetta delle speculazioni umoristiche, sdra- 
iarsi tondo, paffuto e pavonazzo sulla sedia delle ono- 
rificenze papaveriche. 

O mollusco, lombrico, o sanguisuga, o tartaruga- 
che chiamar si voglia il presuntuoso non imporla , a 
noi ci basta di sapere che s'inleressa per ogni razza 
di progetti balordi, che s'entusiasma per le strade 
ferrale, per il gasse, per i palloni areoslatici, per le 
società di temperanza, per i licei politecnici delle for- 
miche, per la ginnastica dei grilli, per le accademie 
dei pipistrelli; va poi in estasi per i trilli e per le 
silfidi, è umanitario verso i debitori, iltiofago contro 
i suoi creditori, tenero per tutte le miserie che non 
lo toccano, e piagnone per mestiere. In società vive 
una vita ora agitata, ora pacifica, in se stesso accoglie 
bene e male come albero di vita e di morte, perchè 
ora come trastullo è ricercato, ora come un vauq)iro 
respinto; ma egli non teme, non si sgomenta, e \i 
si getta, vi si rannicchia e s'immedesima con tutte le 
classi, ora strisciando come serpe, ora calpestando i 
capi che appena spuntano dal suolo. Vantasi d'origine 



8CBLTA RACCOLTA DI UTILI B SVASIATE NOZIONI 



159 



aolica, noD riconosce congiunti di linea trasversale, 
sprezza, essendone avido, gli onori die non può car- 
pire, e s'arroga poi in certe crisi il diritto di dcllar 
leggi d'impossibile esecuzione, perchè mancanti del 
senso comune ! 



la tante contraddizioni di affetti e difetti ha il Pre- 
suntuoso momenti di fclieilà, giorni di gioie, esul- 
tanze ed encomii che lo compensano delle afflizioni 
reali e fìllizie, e dell' impotenza di non potersi far ve- 
li nerare, obbedire, incoronare. 

M. Tarchetti. 



11 comi>iiatotc del bulleltino sulla bdtiaglia di Sauta Lucia. -- Vuiilapgio di qiicatj ball.ij^lia. — L'estrcllu che 
!>i sta ordinando in Milano e Venezia. --Bravate deMa Fama e AeW Emancipazione, gioiuali luilaDesi. -- Il Collegio 
de' Gesuiti e Pio I\. — Sua Maestà Napolilana e Ciciruaccbio. -- Modo usatn dai Bresciani per cacciare il concetto' 
repubblicano. -- l'arde del l'adre Gavazzi al Clero. -- Indirizzo degli Ungbercsi alle truppe italiane. -- Il principio 
dell* unità si viene allaigandu. 



11 bulleltino che annunziava la ballaglìa di Santa 
Lucia fu coinpìlalo con sì |)Oca squisitezza di giu- 
dizio che diffuse Io spavento per lutto, e fece ballare 
d'allegrezza quei birboni che colla maschera di li- 
beralismo in volto astiano profondamente il riscatto 
d'Italia e senlono dolore di non potere pìij leccare 
-le zampe paterne dell'Austria. Noi raccomandiamo 
a quel compilatore di farsi imprestare im'allra volta 
una slilla di buon senso, alTinchè col suo troppo can- 
dore non porga nuovo argomento di giubilo agii 
auslro-gezuitanlì , de' quali v'è tuttavia un sì grosso 
vespaio da sbalordire. La ballaglia di Santa Lucia 
fu combattuta dai Piemontesi con un valore che ha 
pochi riscontri nella storia : essa segna una grande 
epoca nella storia presente, siccome quella che fa 
succedere alla guerra di aperta campagna la guerra 
dei soli assedii. 

— A Milano e a Venezia, per lolla di parlili, si 
seguila a chiaccherare, chiaccherare, chiaccherare. 
Chi ci volesse opporre che vi si sta ordinando un 
fioritissimo esercito, noi risponderemo che è tanta 
l'alacrità colla quale si procede in, questa bisogna, 
che può giuslamenle accogliersi la speranza che 
l'esercito lombardo-veneto sarà ordinalo a guerra 
Goila. E se questa risposta, o lellori, non vi desse 
mollo conforto, vi consolino le parole che vi vcngon 
dale dalla Fama e àiW Emancipazione^ giornali mi- 
lanesi, i quali, colla piij grande modestia del mondo, 
si danno ì titoli di redentori dell'Italia, e vi assicu- 
rano che le fortezze dì Peschiera, dì Mantova, di 
Legnago e di Verona, le quali da alcuni ignoranti 
sono considerate come le meglio fornite d'Europa, si 
possono prendere colle mele colle !!... Gloria eterna 
allaFarmz e dW Emancipazione, redentrici dell'Italia! 
— Il santissimo collegio de' Gesuiti stelle li lì per 
cantare vittoria. Egli seppe così evangelicamente ir- 
retire r intellello di Pio e scompigliarne l' anima 
candida e religiosa, che poco mancò non udissimo 
la mortale parola dell'anatema suonare sul labbro 
che non ha guari pronunziò la sublime benedizioDe 
all'Italia. E quell'anatema non doveva mica essere 
scaglialo all'Austria la quale, calpestando ogni difillo 



umano e drvino, si è lolla da se slessa dal ruolo 
delle nazioni civili e cristiane, ma contro noi po- 
verelli ! che spargiamo il sangue per la piti santa 
delle cause, e che siam pronti a chiamare fratelli i 
nostri carnefici, quand'essi saranno al di là delle 
Alpi!! Ma il popolo romano che, la Dio mercè! 
non è un bacello, ha sapulo bravamente spegnere 
l'evangelico lizzo de' Gesuiti e sventare le loro ca- 
ritatevoli mene. Fu formalo un Minislero nel quale 
han seggio uomini temprali dalle amarezze dell'esi- 
glio, pieni di nobile e civile sapienza, e si diede 
ordine incontanente di mandare ai confini GOOO sol- 
dati... Ma non è ai confini pontificii che ci piace ve- 
dere questi prodi ; sibbcne sotto i vessilli del grande 
Capitano d' Italia... Gli antichi Romani, quando la 
patria versava in gran pericolo, mettevano in fascio 
tulle le loro forze, creavano un dittatore, e, facen- 
dosi via degli ostacoli, assalivano i nemici e vìnce- 
vano.... Imitiamone gli esempi! L'Ilalìa da moltis 
simi secoli non è stala in pericolo maggiore... Po- 
niamo sotto ì piedi le improvvide titubanze. — Con- 
soliamoci però che l' ambasciatore d'Austria ha rice- 
vuti finalmente colà i suoi passaporti: cosi è tolto 
l'animale che faceva, come suol dirsi, maggior fuoco 
nell'orcio. 

— Sua Maestà Napoliiana, che è tanto benemerita 
della causa italiana e eh' è tutta scalmajiala per l'af- 
faccendarsi continuo nell' inviare con incredibile 
pressa le sue truppe nei campi lombardi, s'inna- 
morò grandemente delle palrioliche viriti del primo 
popolano di Roma, Ciciruaccbio, e ne lo volle 
degnamente guiderdonare. In uno de' scorsi giorni 
il Ministro di Napoli lo invitò nella residenza mini- 
steriale. Il Popolano maravigliando si pose una man» 
sul petto e interrogò la sua coscienza. .Andòj e il 
Ministro, per parie del re, Io presentò d'una me- 
daglia col mollo Benemerenti. Ciciruaccbio, senza 
punto scomporsi, rispose : / Romani sono imitatori 
delle virtii degli avi, e quindi ricusano ciò che loro 
non appartiene. Scipione reslitut i tesori alla pri- 
gioniera : io rendo la medaglia al re di Napoli., 
col quale nulla ho che fare. Sua eccellenza, spa- 



ICO 



HCSBO ICIBNTIPICO, LRTTBRAIiO BD ABTUTICO— IGBLTA BACCOLtA 01 OTILi B IVARIATB (IOZIOUI 



lancando gli occhi e la bocca si degnò di rispondere : 
bravo ! 

— Pare che il famoso conccUo repubblicano co- 
minci ad essere meno accarezzalo. A poco a poco i 
nostri eloroclili cervelli acco|zlioraniio l' idea che la 
republilica por ora è una cavalla i cui arcioni non 
si possono con agevolezza inforcare, e elio essa ci 
porterebbe in casa le divisioni, le discordie, le ver- 
gogne e i dolori che ci travagliarono per tanto tempo. 
I bresciani, per non andar troppo colle liuifibc, hanno 
avvisato per lo meglio di conlìgt^erc e ribadire (piesla 
idea con argomenti più eflìcaci dello parole. Certo 
avvocalo si sbracciava e si batteva i fianchi per can- 
tare le Iodi della repubblica ; il popolo, ignaro dei 
sofismi e dei cavilli, dio mano a bastoni e roncole, 
e gli avrebbe senza più rotto il groppone so il pa- 
ncgerista in fretta e in furia non si serrava in casa 
con chiavistelli, tavoli e pali. Taluno avrebbe vo- 
luto fargli queste salutevoli carezze nelle ore not- 
turne per non destare baccano. Ma un cittadino di 
sangue dolce rispose: no! noi di giorno, di giorno, 
ed ora} così non si darà ad intendere che fu as- 
salito dai birbanti per derubarlo; cosi ognuno ne 
saprà la cagione. Ci si fa sperare che questo esem- 
pio sarà rinnovalo a Milano, e singolarmente a Ve-r 
nezia, dove il fumo degli incensi, che si viene ar- 
dendo all'antico Lione di S. Marco, cagiona una 
terribile vertigine a più di un corvello, e dove i 
doUrinanli, guidali da quella famigerata creatura del 
giudeo Levi, menano carole inloi^o ad un albero, 
che alcuni chiamano del municipalismo. 

— Le calde, vigorose e santissime parole pro- 
nunziale in Modena dal P. Gavazzi, di cui abbiamo 
già celebrato in questo foglio la grandezza e magna- 
nimità dell' ingegno e del cuore, trovarono un eco 
in lulla Italia, e simile a un alilo fecondatore, fanno 
germogliare le idee generose. Noi vorremmo che 
tulli i |)reli d'Italia stampassero nell'anima le se- 
guenti parole; « Oh Clero ! tu forse non corrispomli 
ai tempi, non secondi i bisogni e contrasti alla li- 
bertà della patria. — Aimè? die dappcrtuUo il Clero 
si è mostralo più proclive ad aiutar la tirannide 
che a promuovere la libertà ! — Aimè! che quando 
si è Iralialo di fabbricare, di ribadir catene al- 
rilalia, ti sei prestalo colla voce, con opere, con 
danaro. — Ed ora, oh vergogna! dilTidi, rallenti, 
distruggi forse l'opera della nostra rigenerazione; 
oggi, disconoscendo la tua missione, vuoi aiutare un 
dispotismo, che non sorgerà più mai. — Non è più 
lecito al Clero di essere o spia, o birre, o polizzaio, 
o carnefice. — Questo tempo è passato. — La mis 
sione del Clero è missione d'amore, di promuoverò 
la fratellanza, la concordia, l'unione alla santa causa 
dell'Indipendenza Italiana...» 

— (jli L'iigheret.i sentono vergogna e doloni che 
molti de' loro fratelli abbiano tentato di spegnere 
nel sangue, colle armi abbominale dell'Austria, la 

Stabilimento tipogranco 



libertà d'Italia: essi li rinnegano solennemente se 
non frangono la sacrilega spada. Fratelli agli Italiani 
nelle sventure e nel ristauramento attendono con 
allegra fidanza il giorno di alTralellarsi a loro nella 
vittoria. Intanto indirizzarono alle truppe italiane di- 
moranli in Ungheria un manifesto, nel quale è bello 
e confortevole il leggere queste parole: « L'infame 
politica austriaca impiegò i figli del nostro paese 
libero ad opprimere i vostri che combattono per la 
libertà: ma noi ci siamo adoperali con tutti gU 
spirili per impedire che i nati della libera Un- 
gheria stiano più oltre fra le schiere dei sicarii 
della libertà!!! Italiani! la vostra palria è libera; 
il sole del vostro amenissimo ciclo che si contristò 
nel vedere schiava la terra più bella e più degna 
di esser libera, il sole sorride sopra il popolo libero: 
l'aere del vostro paese non è più conlaminato dal 
sodio velenoso della tirannia. Molli ne caddero vii- 
lime, e molli ne cadranno forse ancora: ma la vo- 
stra causa è giusta, e Dio l'aiuterà, come lo disse 
il gran Pio nella sua benedizione profetica sopra 
gli stendardi tricolori italiani. — La croce sul petto, 
la fede nell'anima, voi siete i guerrieri di Dio o 
Dio non perde ! ! ! — » 

— Il principio dell'unità si viene allargando. L'e- 
sempio di Piacenza, di Parma, di Modena, di Reggio, 
di Bergamo e di Brescia trascinerà i rclullanli e farà 
loro aprir gli occhi sui veri nostri vantaggi. Se i go- 
verni provvisorii della Lombardia provvedellero fi- 
nora cosi lentamente e cosi poco efficacemente alla 
guerra, vuoisi Iribuirne la cagione ai loro ordini 
interni. Anche Milano pare che finalmente intenda 
la grande verità. L'indirizzo che quel governo prov- 
visorio fece ai cittadini, raccoglierà (giova sperarlo) 
il gregge indisciplinalo sotto un solo vessillo e al 
rumore delle ciancie pigre, vuole e libidinose farà 
succedere il pensiero gagliardo, operoso e solenne 
della difesa e della unificazione. Gli è vano il na- 
sconderlo: le imprese di repubblica sono sconvene- 
voli a popolo invecchialo nell'obbedienza, cui man- 
cano così le virtù della giovinezza, come il senno 
di matura civiltà. D'altra parte a che valgono le 
Alpi senza le baionette? Se consultiamo la storia 
vedremo di leggieri che le nostre divisioni, le no- 
stre gare, le nostre discordie furon la causa prin- 
cipale che lo straniero disertasse e insanguinasse 
la nostra terra. La fiacca for/a del municipio non 
pervenne mai a far argine al torrente de' barbari 
sedotti dalle celesti bellezze dell'Italia. Qiiand'è 
che noi abbiamo strascinato nel fango l'aquila impe- 
riale e lo abbiamo strappate le penne più gagliarde?... 
allorché in Ponlida noi ci siamo abbracciali in fra- 
tellanza nazionale. P. ConELLi. 

L' ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla 
virlù. 

di A. FOMTAlfA io Torino. 



91 



MITSXO SCXXNTinCO. ecc. — AVITO X. 



(27 maggio 1848) 



PESCATORI DI CIIIOGGTJL 







Le gloriose gesta operale dai cìlladini di Cliioggia 
nelle ultime cooliiigenze li f-tniio meritevoli che si 
parli di loro con quella venerazione che viene in- 
spirala da un allo valore. 

Chioggia è citià del Veneziano a 22 miglia a mez- 
zodì da Venezia. E considerala come uno de' più im- 
portanti baluardi delle lagune di Venezia, e sarebbe 
del lutto isolata, se non fosse congiunta al lido di 
Urondolo con un ponte di pietra di 45 archi, assai 
stretti, ma lungo 25U passi. 

Ila una popolazione di 24,000 al>ilanti, buona parie 
de' quali pescatori, d'ttìd<»le briosa, festante, compa- 
gnevole, «hiassosa. Avvezzi ai Iravaglijdel mare, so- 
gliono scherzare col pericolo e atTrontano con quasi 
volijilà il furore delle procelle. 

Aulicamente essa era mollo più vasta e si par- 
tiva in cillà grande e piccola Ma quesl' ultima fu 
interamente distrulla nel 1380 dal'e armi genovesi, 



allorché tra gli Italiani era sconosciuto il palio di 
fratellanza e viveva uno spirilo infernale che li 
spingeva a lacerarsi l'un l'altro. Pretesto alla sa- 
crilega distruzione furono rivalila commerciali. 

Oggi pure Chioggia non lia perduto la fama dei 
suoi tradìchi , nella qual cosa le è di sommo gio- 
vamenlo la sua |)0slura« situala com'è sopra un' i- 
sola già chiamala Fossa Claudia, perchè quivi avea 
principio un canale di navigazione che giungeva sino 
a Ravfiuia [ht le interne paludi, e perchè ora ha 
canali navigabili che la fanno comunicare interna- 
mente coi fiumi Brema, Adige e Po. 

Appena Venezia scosse il giogo austriaco, ella 
volle immediale iirìilarne l'esempio-, e dinnanzi al 
sole risorgente della libertà compariva più splendida, 
cimile a sposa coronata di fiori. 

Ma quel sole fu presto oscuralo dal nembo au- 
striaco addensatole sopra per l'improvvida bai lanza 



10*1 



MUSEO SCIKNTIFICO, LBITRRARM) ED ARTISTICO 



del governo provvisorio veiiolo il quale, iiivanilosi 
della sii|)erl)a arislocrazia veneziana, faceva tacilo 
d'un lempo |)rezioso a scrivere allo quallro parli 
del mondo proclami rellorici e faceva un larghis- 
simo sciupìo tli danari noi raccunriare la giubba e 
la coda dello sdentato leone di S. Marco. 

Tuli' ad un tratto Cliioggia ode le suo spiaggie 
eoheggiaro del cannone nemico: e qui udiamo ciò 
die ne scrive la (ìazzetla di Venezia. 

Il conte (ìyulay dirigeva al presidente del comi- 
tato di Cliioggia una It-tlera, colla (]iialc lo invitava 
a cedere davanli alle circostanze slringenli ! Questa 
minaccia e ()ueslo consiglio paterno veniva alForzalo 
dalla marina austriaca, che possente di una fregala 
a vela, e di un legno a vapore, tentava con tale 
forza (torre a disperalo partito le popolazioni delle 
spiagge adriatiche. Si-giialiamo ali'Kuropa (piesle 
misere esigenze, che con mezzi sì miseri si vor- 
rebbero realizzale. 

Alle ore 2 l;2del giorno 5 maggio, verso le co- 
sto di Cliioggia, dirigevasi, imbroglialo le vele, la 
fregala austriaca rimorchiala da un vapore, diretta 
a Porto Levante. 

Suir istante, il bravo viceammiraglio Ma'sich di- 
stribuì proietti e mitraglie, e la zelante popolazione 
correva alle armi. Il solertissimo >AIarsicli |)ose in 



un istante i legni, che guarentiscono il |)orto, in istalo 
di comballimento, «liscesH poscia a terra e fece bat- 
tere la generale. Tutta la popolazione di Cliioggia 
fu, come per incanto, raunata e pronta a combat- 
tere; il padre Tornielli e il canonico Arrigoni furono 
tosto alla lesla della pop<»lazione, ardente di vedere 
il nemico, di estinguere la sua codardia, di atterrare 
la sua impossente baldanza. In men di un'ora, tulle 
le guardie erano accorse, armate, e in marcia |)er 
Brondolo lungo la spiaggia. Quantunque (Cliioggia 
sia ben fornita d'armi, di munizioni e di mezzi di 
difesa, pure il materiale di guerra era minore al de- 
siderio di questa popolazione gcMierosa. Tosto che 
a Palestrina si seppe che si minacciavano le cosle, 
sollevavasi quella popolazione, e correva all'armi. 
La causa è vinta. Le cosle Adriatiche rivaleggiano 
in zelo, in ardente amore di patria, in |)rove di co- 
raggio, di valore, di costanza. Uno solo è il grido, 
uno solo: fuori, fuori i barbari'. 

Salve, o popt)lo italiano, salve, o generosi abita- 
tori delle coste dell'Adria ; la gratitudine della patria, 
e la riconoscenza dell' Italia, siano |)remio alla vostra 
virtù. Gl'Italiani tulli anelano di essere |)osti alla 
|)rova; felice chi potrà far mordere la polvere allo 
straniero ! felice chi potrà averlo a fronte [)er an- 
nientarlo e distruggerlo per sempre! Viva la libertà! 
Viva V 11 aliai 



ISTORIA UOI GESSITI 



(Contìnuaz . V.pag. 15ì.) 



Ecco le prerogative del Generale: Egli ha il (di- 
ritto di far costituzioni novelle o di rinnovarne an- 
tiche sotto qualunque dala gli aggrada; d'ammettere 
o di escludere, di edificare o di annientare, di ap- 
provare o di riprovare, di consultare o di ordinar 
solamente, di radunare o di disciogliere, d'arricchire 
o d'impoverire, di assolvere, di legare o di slegare, 
di mandare o di ritenere, di rendere innocente o 
colpevole, colpevole di un fallo leggiero o d| un 
delitto, d'annullare o di confermare un contrattò, 
di ratificare o commulure un legato, di approvare o 
sopprimere un'opera, di distribuire indulgenze od 
anatemi, di associare o disperdere; in una parola 
possiede tutta la pienezza di potenza che si può im- 
maginare in un capo sopra i suoi sudditi, essendone 
la luce, l'anima, la volontà, la guida e la coscienza. 

Se questo capo despota e machiavellico fosse per 
avventura un uomo violento, vendicativo, ambizioso, 
Insto, e che nella moltitudine di quelli, cui comanda 
si trovasse un solo fanatico, ove il principe, ove il 
privalo sicuro sul suo trono o nella sua dimora ? 

I Provinciali di ogni provincia hanno obbligo di 
scrivere al Generale una volta pgni mese; i Rettori, 



Superiori di case, e Maestri di provincie, di Ire mesi 
in Ire mesi. 

E ingiunto ad ogni Provinciale di entrare ne' più 
minuziosi ragguagli sulle case, collegi e quanto può 
concernere la provincia; a ciascun Rettore d'inviar 
due ^cataloghi, limo dell'età, della patria, del grado, 
degli sludi e della condotta de' sudditi; l'altro del 
loro ingegno, della loro indole e de' loro costumi, 
in una parola de'Ioro vizii e delle loro virtù. 

In tal guisa il Generale riceve ciascun anno circa 
duecento stali circostanziali di ciascun regno, e di 
ciascuna provincia d'un regno, tanto per le cose 
temporali quanto per le spirituali. 

Laonde se questo Generale fosse un uomo venduto 
a qualche potenza straniera; se sciaguratamente fosse 
disposto per indole, o indotto dall'interesse a fram- 
mettersi nelle cose politiche, quanto male non po- 
trebbe egli fare? 

Imperocché, essendo egli centro ove vanno a met- 
ter capo tulli i secreti degli stali e delle famiglie ; 
allreltanto istruito quanto impenetrabile; dettando 
ordini assoluti senza obbedire a ninno : pieno delle 
più pericolose opinioni sull' ingrandimento e la con- 



tCRI.TA RACCOLTA DI OTILI B 8VAKIATB NOZIOni 



icrt 



scrvazione della Compagnia e le prerogalive della 
potenza spiriliiale-, capace di armare a' nostri fiandii 
mani di cui non si può dilTìdare, qnal è il mortalo 
siili' universo cui egli non potrebbe suscitare dispia- 
cevoli impacci, se incoraggiato dal silenzio e dall' 
impunità osasse per poco porre in obblio la santità 
della sua condizione? 

Ne* casi imporlanli si scrive in cifre al Generalo. 

Ma uno strano articolo della costituzione della 
Compagnia di Gesù è che i suoi componenti sono 
per giuramento tulli spioni e delatori gli imi degli 
allri. 

Appena Tormala la Compagnia si vide subilo ricca, 
numerosa e polente. In un momento sorse in Ispa- 
gna, in Francia, in Italia, in Alcmagna, in Ingli I- 
lerra, al soitenlrione, al mezzogiorno, in Africa ed 
in America, alla Cina, alle Indie, al Giappone, dap- 
pertutto egualmente ambiziosa, formidabile e turbo- 
lenta, da per ogni dove allVancandosi dalle leggi, 
portando la sua indole d'indipendenza e conservan- 
dola, conducendosi come se si sentisse destinala a 
comandare all'universo. 

Dalla sua fondazione finora, non è passalo quasi 
mai un anno senza che si sia segnalala con qualche 
allo fragoroso. Eccone il compendio cronologico: 

Nel 1547 Bobadilla, uno dei compagni d'Ignazio, 
è scacciato dagli siali d'Alemagna, per aver scrino 
contro r interim d'Ausburgo, 

Nel 1560 Gonzales Silveria è sottoposto al. sup- 
plizio al Monomotapa come spia del Portogallo e 
della sua società. 

Nel 1578 i Gesuiti d'Anversa son banditi per es- 
sersi ricusali alla pace di Gand. 

Nel 1581 Campian, Skerwin e Brianl sono messi 
a morte per aver cospiralo contro Elisabetta d' In- 
ghilterra. 

Nel corso del regno di questa grande regina 
cinque cospirazioni sono tramale contro la sua vita 
da' Gesuiti. 

Nel 1588 animarono la lega formala in Francia 
contro Enrico III. 

Lo stesso anno Molina pubblica le sue perniciose 
meditazioni sulla concordia della grazia e del libero 
arbitrio. 

Nel 1593 Barrière è armalo d'un pugnale contro 
il migliore de' re, Enrico TV, dal gesuita Varade. 

Nel 1594 i Gesuiti son cacciali di Francia come 
complici del tentativo di regicidio contro Enrico IV 
di Giovanni Chalel. 

Nel 1595 il loro padre Guignard, convinto di 
scrini apologetici dell'assassinio di Enrico IV, ò 
condotto alla forca. 

Nel 1597 le congregazioni de auxiliìs si tengono 
in occasione della novità della loro dottrina sulla 
grazia, e Clemente, VIII loro dice: furfanti, voi 
turbate tutta la Chiesa. 



Nel 1598 corrompono uno scellerato, ed in quella 
che gli ministrano Iddio d'ima mano, gli presentano 
un pugnale coli' allra, gli mostrano la corona eterni 
presta a discendere da! cielo sul suo capr», il man- 
dano ad assassinare lo Statoldor Maurizio di Nassau, 
e si fanno scacciare dagli stali di Olanda. 

Nel 1004 la clemenza del cardinal Federico Bor- 
romeo gli scaccia dal collegio di Braìda per delilli 
che avrebbero dovuto condurli al rogo. 

Nel 1606, ribelli a' decreti del senato di Venezia, 
vengono scacciati d» quella città e dall' intero slato. 

Nel 1610 Bavaillac assassina Enrico IV. I Gè- 
sitili vengon sospettali di averne diretto il braccio, 
e, quasi n'andassero altieri, e il loro disegno fosse 
d'incuter terrore a' monarchi, lo slesso anno Ma- 
riana pubblica colla sua istituzione del principe l'a- 
pologia dell' a'ssassinio de' re. 

Nel 1618 i Gesuiti sono scacciati di Boemia, come 
perturbatori del pubblico riposo, incitatori de' sud- 
diti contro le autorità costiluite, fautori caldissimi 
della perniciosa dottrina della infallibilità ed uni- 
versale potenza del papa, e fomentatori in ogni verso 
del fuoco della discordia tra i membri dello stalo. 

Nel 1619 hanno il bando di Moravia per le slesse 
cagioni. 

Nel 1631 le loro cabale fanno sollevare il Giap- 
pone, e la terra, por tiilla l'eslension dell'impero, 
è bagnala di sangue idolatro e cristiano. 

Nel 1641 accendono in Europa l'assurda querela 
del giansenismo, cagion della perdila del riposo e 
della fortuna a tanti oilesli fanatici. 

Nel 1G43 Malia, sdegnala della loro depravazione 
e delia loro ra|)acità, gli scaccia da sé. 

Nel 1646 fanno a Siviglia una bancarotta che pre- 
cipita nella miseria più famiglie. 

Nel 1709 la loro bassa gelosia distrugge Porlo 
Reale, apre le tombe de' morti, disperde le loro ossa 
e ne rovescia empiamente le sacre mura. 

Nel 1713 invocalio da Roma quella famosa bolla 
Unigenifui che loro ha servilo di preleslo per ca- 
gionar tanti mali. 

Lo slesso anno, il gesuita Joiivency, in una storia 
della Società, osa porre fra il numero de' martiri 
gli assassini de' re francesi, ma i magistrali vigilanti 
fanno ardere la sua opera. 

Nel 1723 Pietro il Grande non irova sicurezza 
per la sua persona e mezzi di tranquillare i suoi 
slati se non nel bando de' Gesuiti. 

Nel Ì7'28 Berruyer veste della forma di romanzo 
la storia di Mosè, e fa parlare a' patriarchi il lin- 
guaggio galante e libcrlino. 

Nel 1 750 lo scandaloso Tourncmine predica a Cacn 
in un tempio od innanzi ad un uditorio cristiano di 
essere incerto se 1' Evangelo sia «crillura santa. 



{Continua) 



G. Torelli. 



164 



■OSRO ICISNTIPIGO. LRTTRKAlK» M» ABTIIITMX» 



DI MClllNE COSTITIZIOÌNI I^TRHM': 



DELLA REPUBBLICA VENETA 



Il Contarmi, storiografo veneto, volle che la 
somma di questo governo fosso un risultato dello 
Ire principali forme civili insieme ordinate, dicendo: 
nel doge risiedere, in corto modo, il potere regio, 
nel senato l'aristocratico, nel consiglio maggiore il 
democratico; e soggiunge in questa forma essere 
durato, dai primurdii fino oltre aJ ottocento anni. 
Ma il Gianotti, che ne scrisse la storia per lo più 
sopra gli atti secreti del consiglio maggiore, aderma 
nei primi trecent'anni non avere avuta altra forma 
che quella di pura monarchia elettiva, risiedendo 
neJ doge il supremo potere. Lo che si rende vii'più 
credibile ove s'osservi, che tutte le società nei loro 
principii, quanto più sono mal ferme sia per la no- 
vità degli inslituti, sia per l'inesperienza de' citta- 
dini, tanto maggiormente hanno bisogno d'un centro 
ove s'aduni e si irradii il potere. Comun(|ue ciò sia 
de' suoi principii, è certo tuttavia che per tempo 
assai più limgo ebbe forma prettamente aristocra- 
tica, e che in questa specialmente i suoi ordini in- 
terni presero stabilità e forza. Di vero nei comizii 
del consiglio maggiore, quante volle fu radunalo 
dal 500 in poi, non mai ci accade trovare inscrìtti 
oltre a duemila nomi d'uomini apparlenenti tutti al 
patriziato. Ora risulla dal censo che si fece dei cit- 
tadini verso il fine del secolo decimoquinto, che i 
nobili ascendevano al novero di quattromila. Che se 
da questi noi togliamo i giovani non giunti per anco 
al venlesimoquinto di loro età, e i chierici, ai quali 
non era aperto l'adito a veruna magistratura, ve- 
dremo di quanto si scemi il numero di quelli che 
poteano aver parte agli atti governativi-, e ad un 
tempo che lutti (o poco meno) quelli, cui per spe- 
ciali condizioni non erano interdetti i pubblici uffìzii, 
purché appartenenti al patriziato, avcano |)arle nel 
consiglio maggiore. Ma questo consiglio, avendo il 
potere di far leggi, di crear magistrati, di muover 
guerra, di ricondurre la pace, d'assolvere e condan- 
nare i rei, rimane chiaro questa repubblica, trattine 
i suoi principii, essersi governala a forma arislocra- 
lica. Lo che vieppiù si conferma osservando, come 
i Dieci ed i Quaranta e tulli i giudici della con- 
trada erano dal consiglio maggiore creati e da esso 
veniva loro ogni autorità. Il doge slesso, con tulle 
le sue regie divise, presiedente a tulli i consigli, 
non avea volo superiore a quello de' suoi colleghi, 
non potea chiamare a sé consultore veruno, non 
dissuggellare lellere di alcun principe se non presente 
il consiglio dei Dieci; non ammettere, o licenziare 
ambascìadori, senza il loro consenso, non allonta- 
narsi pure un giurno dalla città. Di tanto il dogc'era 
sommesso ai Dieci che condannarono nel capo Fa- 



lerio che crasi unito in matrimonio con donna 
straniera; e molli altri furono o deposti, o falli ucci- 
dere dalla plebe, perchè avessero tentato usare d'un 
potere, di cui portavano bensì le insegne, ma che 
in realtà non posstdevano. 

Il Senato, che fu detto con ragiono olTicina di 
ogni prudenza civile, vietò con pene severissinie, 
che a ninno che fosse iniziato negli ordini sacri, si 
conferissero pubbliche magistrature; che qualsiasi 
cittadino cercasse l'amicizia di principe straniero, 
ne accettasse stipendio. E questa legge stessa pò-» 
sero a loro medesimi, alUnchéper largizioni straniere, 
non si corrompesse il Senato, dalle quali turpitudini 
si mantenne puro finché stelle la repubblica. E i 
chierici, quantimquc cittadini e patrizii non per altra 
i ragione furonvi tenuti lontani, se non perché cre- 
devano, non sarebbesi potuto indurli, ad opere non 
utili o dannose alla Corte Romana, colla quale erano 
in frequenti controversie. Che anzi condannarono 
all'esiglio Ermolao Barbaro (uomo per dottrina e 
grandezza e d'animo eccellente) perchè mandalo 
ambasciatore al pontefice accettò la porpora cardi- 
nalizia. 

Chi si meraviglia come quest'imperio potesse es- 
sere così diligente nell'ammiuislra/ione interna ed 
esterna, cosi sagace neh' indagare i falli, e nell'an- 
tivederli, pensi che ne'suoi confini, che di tanto non 
si estendevano, v'aveano quallro Senati, oltre il 
consiglio maggiore; dei quali l'imo intendeva alle 
cose di mare, l'altro all'amministrazione nel conti- 
nente. I Dieci ed i Stlie spezialmente s'occupavano 
dei dritti e dei crimini dei cittadini, che se alcuna 
deliberazione di grave momento il richiedeva, tulli 
insieme si radunavano; se dubbio tuttavia l'esito ri- 
maneva, un pari numero di cilladini si convocava, 
cui solcano chiamare la Giunta. 

Perchè le ricchezze delle case illustri non venis- 
sero esaurite, stabilirono la somma che avesse a 
formare la dote delle fanciulle; ma col tempo, 
per questa slessa ragione mutatesi le condizioni 
di non poche famiglie, venne quasi in dimenti- 
canza la legge, non però il princi|)io su cui era 
basata: poiché la dole a darsi alle fanciulle era sta- 
bilita dal Senato , avuto riguardo si ai beni del 
padre e si a quelli dello sposo, con che si volle 
provvedere specialmente al lustro del patriziato; 
lullavia non mai si concedolle alle donne il diritto 
d'ereditare. 

La Repubblica Veneta, che per fuggire la ser- 
vitù ebbe i suoi principii, che nei suoi primordii 
tra per la dura necessità di procacciarsi la vita sul 
mare e per le domestiche tradizioni si mantenne 



SCKLTA tACTOLTA DI OTILI B STAhlATB HOZIOIII 



165 



incorrolla^ col crescere delle ricchcz7c (ma più col 
succedersi che fecero nell'Italia gli eserciti stranieri), 
non seppe opporre un valido argine alla piena ir- 
ruente, e mantenersi pura dai vizli che colle genti 
straniere ammorbarono T Italia in tutte le sue parti- 
Perciò si cn-arono tre magistrati con potere censorio, 
che chiamarono i Signori sopra il btn vivere della 
città: quasi per renderne più accetta l'istituzione, 
perchè il nome di Censori sarebbe parulo troppo 
grave e severo a quella città libera ed irrompente 
ad ogni sorta di voluttà, per lo che ancora ven- 
nero nel pensiero di tenere assiduamente esercitale 
in pubblici lavori quattromila persone. Utile ed 
opportuno trovalo a lutti gli ordini dei cittadini; 
poiché oltre le opere pubbliche necessarie alla cillà 
si provvide per lai modo all'agiatezza delle classi 
povere, ed alla pubblica morale. 

Si provvide fino dai tempi |>rìmì della repubblica, 
aflìncliè miti i cittadini dessero opera all'industria, 
alla mercatura, alla navigazione, e così accresces- 
sero la ricchezza pubblica e privala, e portassero il 
nome veneto tra le nazioni lontane. Il sito stesso 
della città li invitava a tali esercizi, e gliene poneva 
nell'animo il desiderio. Poiché la città non avendo 
che angusta contrada in cui né la fecondità del suolo, 
né l'industria del conladino poteva arricchirli, e man- 
cando loro molle cose necessarie alla vita, la ne- 
cessità li portò all'industria, che poscia loro pro- 
dusse l'abbondanza di tulle le cose, cominciarono 
dal correre in tutti i versi il mare sopra triremi e 
trasportare in patria merci non solo per proprio 
uso, ma pur anche per esercitare coti altre nazioni 
del continente il commercio a grande guadagno. 
Sopra queste triremi navigavano i giovani dille fa- 
miglie più illustri, si pel commercio, e sì per impa- 
rare l'arte del navigatore. Altri, stanziatisi per molti 
anni in lontane regioni, cou l'esperienza di molte 
cose,si riducevano in patria, e non ignari delle umane 
vicissitudini , fortificati nella frugalità, nella mode- 
razione si facevano moderatori della cosa pubblica. 

Cosi crebbe da piccoli principii quella grande e 
forte città, nel che il sito ebbe non piccola parte. 
Poiché campala tra le paludi dell'Adria, non op- 
portuna agli assalii di nemico esterno, potè conser- 
vare in tempi diffìcili gli antichi tesori raunali in 
pace. A lei non era aperto adito da terra, da cui era 
disgiunta per un trailo d'acqua di quaranta stadii ; 
non dal mare perchè cinta da fangosi e bassi guadi 
noli soltanto agli abitatori della laguna per il fre- 
quenle scorrervi sopra che facevano in tutti i versi 
sopra leggiere barchette. DifTurolià che di quei 
tempi ben poleano arrestare in presenza della cillà 
marina un'orda di barbari, o un naviglio di ardimen- 
tosi navigatori. * 

I Veneziani, slando sui generali, erano gravi per 
consiglio, come attesta il Giovio che ne scrisse la 
storia, severi nei giudi/ii, nelle avversità costanti, 



non mai baldanzosi e ìmmoderati nella prospera 
fortuna. Essendo in lutti primo pensiero quello 
della libertà e dell'accrescere l'imperio, in Senato 
liberamente esponevano il |)roprio parere e soventi 
volle acremente propugnavano per esso. Tuttavia 
non mai si comporlo che alctm cittadino, insigne 
per virtù o per prudenza nelle |)ubbli(-he cose, o 
per nobiltà di lignaggio, colla grazia del popolo, o 
d'altro ordine di cittadini si rendesse più potente, 
di quello che a uomo privato si conviene. Tutta la 
forza la voleano concentrala nel governo; in con- 
fronto di questo scompariva l'individuo a qualunque 
ordine appartenesse, ("on sì falli insliluti, serven- 
dosi per terra di truppe mercenarie, per mare dei 
propri militi , durò senza intestine discordie oltre 
ottocento anni: finché gli stessi suoi ordini invec- 
chiali in confronto alle nuove idee maturatesi col 
succedersi delle generazioni; e i suoi cittadini an- 
negiiiltiti col venir meno della potenza italiana, del 
tulio s'eslinse in quel rivolgimento, che non ha guari 
sconvolse la vita sociale di tutta Europa. 



APPELLO AI MILITI ITALIAM 

Duci Ausonii che in stranie contrade 
Fate fede del prisco valor. 
Qua recate quell'itale spade. 
Deh! vi stringa di patria l'amor. 

Alle spiagge native correte. 
Cessi alfine l'infame servir. 
Queir allòr che lontani mietete 
A la patria raddoppia i martir. 

E fia crudo, immutabii destino 
A stranieri l'acciaro sacrar? 
E vermiglie di sangue Ialino 
L'altrui terre villrici mirar? 

Se il Farnese, se il ligure Doria 
Non reggevan le Ispano Iribù, 
Forse Ausonia guidala a vittoria 
Risorgeva all'antica virtù. 

Perchè Eugenio il suo brando temuto 
A Teutonici popoli die ? 
E Raiuiondo sì prode ed asliifb 
Dell'impero vii servo si fé'? 

Coronali di fulgido alloro 

Splendon essi ne' fasti guerrier. 
Ma quest'italo suol l'armi loro 
-Soggetl:)ro all'odiato slranier. 

Gli avversari Villars e Turenna 
Con le galliche schiere pugnar, 
Erser archi e trofei sulla Senna, 
La grand' alma pugnando versar. 



100 



MOtlO tCIMTiriGO, ItTTMAtlO BD AITItTICO 



gucrricr, quell'esempio s'imìli. 
(Juanli rep'^on straniere legion 
lliedan baldi, qua corrano unili 
A redimer quesl' alma region. 

Se il gran Corso, elio sorse gigante 
Ad abbattere troni e città, 
(li porgeva la man fulminante 
HegnereH)e su noi libertà. 

Ma quai grida? È clamore di guerra 
Clie sui barbari cupo tonò? 
Dunque sorge (]uesl' itala terra 
E il Ireraendo suo braccio levò? 

Non m' inganno, son aste, son penne 
(Jndeggiaoli sui pesti cimier, 
Della pugna il momento solenne 
Segnò squillo di tromba guerrier. 

Dell! lasciamo i tripudi e le feste, 
Non s'addice ai pugnanti il gioir; 
Poniam fìne a le gare fimeste, 
I tiranni si voli. a punir. 

Accorrete, v'unite, o fratelli. 
Sardi, Siculi, Corsi e Tirr^n 
Coi Lombardi piombate sui felli 
Che ad Ausonia fan lacero il sen. 

Sciolti un dì da catena straniera, 
ObblTando de' ceppi l'orror, 
Scriverem sull'azzurra bandiera: 
Forza, union, fratellanza e valor. 

Anselmo Prato. 
LE DOTTRIÌNE DI LUIGI BLANC 

MINISTRO DELLA REPUBBLICA FRANCESE 

Il signor Luigi Blanc si è sdegnato dell'opposi- 
zione levatasi dalla stampa pressoché intera contro 
i disegni di pretesa organizzazione di lavoro emessi 
da lui in mezzo alla commissione di governo per 
gli operai. 

Si lagna che siansi sconosciute e snaturate le sue 
intenzioni, falsamente interpretate le sue dottrine, e, 
prendendo le mosse da questo punto, rinnova con 
maggiore violenza le sue aggressioni contro la con- 
correnza, contro la lihertà dell' industria e del lavoro. 

Noi siamo ben lontani di negare che Luigi Blanc 
spieghi un assai distinto ingegno al servizio della 
causa di cui si è fatto campione, e che, secondo noi, 
è una cattiva causa. Ma noi confesseremo altresì 
che, qualunque sia il prestigio della sua eloqilenza, 
non possiamo esser convinti dalle ragioni o piuttosto 
sofismi coi quali puntella il suo sistema. 

Il discorso pronunzialo da Luigi Blanc al Luxem- 
bourg può dividersi in due parti. Nella prima egli 



descrive, corno già fece nel suo libro dall'organiz- 
zazione del lavoro, gli iuforlunii e i dolori che, so 
cpndo lui, sono il risultato della concorrenza. In 
tutta qtiesta parie egli non 6 schivo di certo dei 
foschi colori; sente che quivi il suo soggetto è assai 
più facile, e se ne compiace, sino all'esagerazione. 
Ma allorché si tratta d' indicare i mezzi di rime- 
diare al male, ch'egli fa rilevare con tanta facili- 
tezza, allorché si tratta di dimostrare che questi 
mezzi si trovano nel sistema che tende a fare dello 
stalo il direttore generale della produzione, Luigi 
Blanc cammina sui trampoli. Preoccupato, 'malgrado 
lui, degli ostacoli insormontabili che si oppongono 
all'applicazione di questo sistema, egli é irresoluto 
e ondeggia tra i varii argomenti delle sue imprati 
cabili teorie, e, non polendo risolvere la difficoltò, 
sembra metter ogni studio a fuggirla. 

Ciò avviene perchè non v'ha ingj'gno, per quanto 
sia grande, non v'ha eloquenza, per quanto alTasci- 
nanlc, che non rompa contro le impossibilità della 
applicazione d'un sistema che non può ridursi ad 
allo. 

Luigi Blanc non ha dunque rifiutata alcuna delle 
obbiezioni che gli furon opposte, benché abbia pub- 
blicato questo rifiuto. 

Nel suo nuovo discorso, come ne' precedenti, egli 
declama contro la concorrenza, che accuserebbe vo- 
lentieri come causa principale di tulli i mali diffusi 
sulla superficie del globo. 

Nelle città manufalluriere e industriali, il buon 
senso fa ben tosto giustizia dei ragionamenli subdoli 
coi quali soglionsi colorare tulle le esagerazioni» 
Non vi è un operaio assennalo che non sia istinli- 
vamente convinto che l'industria non può né vivere 
nò fiorire senza la più grande possibile libertà, che 
essa non grandeggia, né si sviluppa fuorché collo 
spirilo dell'iniziativa, l'emulazione, la concorrenza 
in una parola; e che volerle imporre ostacoli e li- 
mitare la sua sfera d'azione, gli è Io stesso che in- 
fiacchirla, snervarla, e per conseguente agire nel 
senso il più sfavorevole agli interessi che si vogliono 
proleggere e migliorare, agli interessi degli operai. 
Quando Luigi Blanc grida che lo slato attuale 
degli operai é una condizione peggiore di quella 
dello schiavo delle colonie, egli produce un'iper- 
bole che non può che far sorridere e che non me- 
rita di essere combattuta. Cerlamenlo vi è mollo 
a fare per la sorte degli operai, e bisogna pensarvi 
seriamente; ma la ragione rifugge dal credere che 
si giungerà a renderli più felici pigliando misure 
che hanno per inevitabile conseguenza la diminu- 
zione del prodotto, cioè del lavoro. 

Le idee di Luigi Blanc suggerirono al Times in- 
glese le seguènti riflessioni:. 

Se la Bepubblica francese guarantisce il lavoro 
e il salario a tulli gli operai, bisogna trovare eziandio 
compratori a buon prezzo, perché senza ciò ella 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVANIATE NOZIONI 



167 



avrebbe ben loslo le mani piene e i magazzini egnal- 
inenle. Per giungere a suddisfarc lutti gli operai, 
bisogna cominciare a scoprire il secreto d'una con- 
sumazione illimitata. Quanto a noi, niuna cosa ci 
pare più naturale e convenevole die vedere una po- 
vera donna guadagnare venticin<pie soldi per fare 
una camicia; ma se accadesse die il governo giia- 
ranlisse questa somma per tutte le camicie che le 
si recassero, temeremmo che una valanga di carni 



eie non cadesse sulla nazione, e che non vi fossero 
più in Inghilterra bastanti scellini per pagarle tutte... 
Svenluralaroenie ciò che moltiiilicherebbe la produ- 
zione diminuirebbe i compratori. Se il governo de- 
cretasse che una sedia non dovesse vendersi meno 
di sei scellini, noi avremmo bentosto una montagna 
di sedie così alia come il tempio di S. Paolo, e una 
parte considerevole della popolazione sarebbe ob- 
bligala di sedersi in terra. , 



POLITICA ITALIANA 



I. 

GIUSEPPE MAZZINI 

Non ha guari, ndla piazza de' Banchi in Genova, 
raccoglievasi un' onda di popolo fremente, il quale 
dava preda alle Gamme un giornale, l'Amico del 
pojìolo, dove leggevasì un articolo che sfacciata- 
mente contrastava al sublime principio dell'unità, 
alla quale il popolo genovese si consacrò con tanla 
gloria e magnanimità. — Quell'articolo era di Giù 
seppe Mazzini. 

Giuseppe Mazzini è genovese, Giuseppe Mazzini 
fu per lunghi anni segno agli strali dell'esilio: ep- 
pure i Genovesi disdissero raffetlo di concittadino, 
rigettarono le simpatie dell'uomo percosso dall'in- 
fortunio e dall'esilio, sentirono che la patria deve 
slare innanzi a tutto. 

Ma perchè Giuseppe Mazzini avversa così aper- 
lamente ai principii di quell'unità che pur furono 
da lui proclamati con tanto splendore di eloquenza?... 
Dovrem dunque credere che quelle idee vivide, 
alleltatrid non erano fuorché un mantello per co- 
prire un orgoglio smisuralo, l'orgoglio d' innalzare in 
Italia un monumento delle proprie delirine? Pro- 
movendo ora il trionfo del concello repubblicano, 
non gli è promuovere Io scisma della penisola?... 
Mazzini può forse ignorarlo?... A noi duole il dover 
rigettare quella slima che sino dai primissimi nostri 
anni accogliemmo nell'animo per quel senno, per 
quella gagliarda virtù che informa la Giovine Italia 
la quale, fra il lezzo de' guasti costumi, seppe in 
gran parte conservare il candore e l'aura delle li- 
bere tradizioni e la grandezza di quo' principii die 
poleano alzare l' Italia al seggio delle prime e più 
civili nazioni. E fu un momento che quella stima 
stava per accrescersi perchè ci giungeva la notizia 
che Mazzini facendo un olocausto degli alTelli pifi 
lungamente accarezzati, voleva abbracciare i mezzi 
della nuova dottrina costiluzionale, per raggiungere 
il grande scopo dell'unità. Ma quel pensiero che 
tanto ci sorrideva, s^nisCe ora in faccia ali' Amico 
del popolo, e noi siamo costretti a diro che Maz- 
zini non è leale amico dell'Italia. 

Difatto come può chiamarsi schietto amico del- 



l' Italia colui che sì sforza a dividerla, il che equi- 
vale a distruggerla?.... La face che ora agitate non 
è più quella santa che facevate splendere agli occhi 
de' dormigliosi e che appressavate alle membra 
ammorbidite dei degeneri Ggliuoli d'Italia airinchù 
ne sentissero il bruciore ed imparassero di nuovo 
il moto e la vita. No! La vostra face è ora quella 
dei civili dissidii, e in questo momento così solenne 
e pericoloso all'Italia, invece di esserne il salvatore, 
ne siete il parricida.... E come potete ignorare che 
prima di giungere ad una repubblica universale ita- 
liana vuoisi passare per lo stadio dell'unione? Alla 
fediddio ! avreste voi il coraggio di proclamare che 
in Italia vive quelj'unilà di princi|)ii civili e politici 
sulla quale stanno i fondamenti d'una repubblica? 
Abbiamo noi già sapulo estinguere le faville -delle 
gare municipali ? Ci siamo noi lutti informali ad 
uno schietto, forte e fervido spirilo nazionale? Sap- 
piamo noi tutti posporre le libidinose ambizioni 
ai sacri interessi della patria? Non siamo per la 
maggior parte invecchiati e irrigiditi nella |>rudenza 
dell'egoismo e nella servilità delle abitudini ? Cono- 
sciamo noi per intera la sublimità de'sacrificii? Il 
nostro popolo è egli educalo alle maschie, alle san 
tissime virtù cittadine? Il Gesuitismo, questa can- 
crena che per tanta tempo corr.'Se, divorò, uccise 
r Italia, è spento fra noi ? Non sappiam forse ch'esso 
ripullula più rigoglioso e più Iremefido di prinia, 
perchè più ammantalo dalle tenebre?... Non dimen- 
ticale le sentenze di coloro che ci precessero nel- 
r arringo che noi calchiamo e che essi percorsero 
fra gli ammaestramenti delle lacrime e dei fecondi 
dolori. Si vogliono costumi (gridano essi) non legg; 
per far libero un pop(>lo; né la libertà procede per 
salii di rivoluzione, ma per gradi di civiltà; ed è 
saggio il legislatore che spiana il cammino ai pro- 
gressi , non quegli che spinge la società verso un 
bene ideale, cui non sono eguali le concezioni della 
mente, i desiderii del cuore, gli abiti della vita. 
Dalle mezzane dottrine deriva mollezza, ambizione 
e servitù, quanto da compiula sapienzaderiva potestà 
di se stesso, altezza d'animo e gli stessi moli alla 
libertà. — Ora diteci se i tiranni che si aggravarono 
sui popoli d'Italia ci lianno mai aperto il cammino 



108 



Mi'SKO iM:iRNTirii:n iKTTKRtmo RI* 4Btirth:o . m:rlta «accolta di utili b «V a riatr (lozioni 



a quei progressi; dileci se noi siamo adorni di quella 
compilila sapienza. 

Ma so voi siele nello della servilità dell'orgoglio, 
se è vero dio abbiale sempre vej^lialo con scliietla 
o libera sollociliulino il lungo e doloroso parlo della 
ilaliana na/ionalilà ; se ò vero che abbiale, per gio- 
vare alla grandezza della palria comune, spialo ogni 
pensiero magnanimo, ogni celalo sacrificio di questo 
volgo disperso d' Italia al (juale I' Kuropa congiu* 
rata negava, non sono ancor molli giorni, un nome, 
deh! moslralelo finalmenle! Una sola via vi rimane 
per farlo credere ai buoni : — Proclamare lo scopo 
della (liovine Itali», ma rigcllarne, al.borrirnc, cal- 
peslarne i mezzi. — Ma se voi prrndiale nella via 
per la quale vi siele ora messo, noi siamo costrelli 
n dirvi che fradisle e tradito i vostri fratelli, e che 
non era fuorché superbia , farisaica superbia quella 
perliiiacia colla quale alimenlasle la fiaccola vacil- 
lante della nostra fede; pertinacia che noi abbiamo 
chiamala santa e che spinse -alni molti de' nostri 
confratelli a morte dura e sanguinosa. 

II. 
IL nOMliAUDAiMENTO DI NAPOLI 

È impossibile descrivere l'orrore e il raccapriccio 
che invase ogni anima alla notizia del bombarda- 
mento napoletano. Questa incredibile enormezza 
non ha riscontro fuorché nelle incredibili enormezzc 
della casa Borbonica di Napoli. 1 solenni giura- 
menti falsali, la guardia nazionale macellata, i di- 
ritti delle genti calpestali, l'ospilalilà tradita e vili- 
pesa, i buoni citi<'>dinì preda d'una bordaglia bcsiìale 
e sanguinaria, violenze, slupri, saccheggiamenli, 
duemila vittime otTerle in olocausto alla rabbia di un 
re carnefice. — Ma per Dio ! viviamo noi in mezzo 
ai cannibali? viviamo noi in tempi in cui il cristia- 
nesimo ha resi universali le massime fondamentali 
del dirino e del dovere di lutti, e in cui gella i vivi 
lumi della sud dottrina nello spirilo più incollo e 
nella piij angusta ragione? Crede forse queslo no- 
vello Nerone che il mondo sia tuttavia sepolto nelle 
tenebre del servaggio, e non sia illuminalo fuorché 
dai lampi incerti delle teorie morali dei filosofi per 
potere impunemente essere spergiuro, scellerato, 
malvagio ed assassino? Crede forse die le azioni 
xiolalrici del vero, del g'uslo, dell'onesto e del santo 
possano sfuggire alla terribile condaima degli uomini 
e all'esecrazione sempilerna de' secoli? Ila dunque 
voluto ad ogni coslo rinnovare le nefandigie di Fer- 
dinando e Carolina d'Austria suoi avi, i quali affo- 
garono nel sangue di quattromila vittime l'onore e 
la libertà napolilana?... Non è egli contento di es- 
sersi fallo finora lo spieiato persecutori! di ogni virtù, 
r intriialore e il sostegno alle più turpi azioni che 

Stabiiimcnto tipografico 



giovano al dispotismo, il promotore degli spionaggi, 
delle poliic, dei tribunali di sialo? Spera egli di 
cacciare da sé epici rimorsi che furon sempre ine- 
sorabili compagni dei violenti e danno un saggio 
anticipato di que' supplizi clie li attende nell'altra 
vita'.' Spera egli die debbano venir meno i decreti 
di quella ragione divina che si esercita nel tempo 
e fa uscire dai delitli slessi l'incendiu che divora 
i tiranni?... (ìuardi Carolina d'Auslria ! come finiva 
colei? Tre volle fuggitiva dal regno, moriva in esi- 
lio, maladelta, priva degli aiuti dell'arie e degli ar- 
gomenli della religione, all'improvviso, non confor- 
tala dalla |)r«'senza di un sol uomo, mal seduta sovra 
una seggiola, in posizione spaventevole, colla bocca 
atteggiata alla bestemmia, colla mano stesa verso il 
laccio d'un campanello, a cui non giungeva. Come 
moriva Ferdinando? avvolto il capo tra le coltri ed 
i lenzuoli si trovava l'atroce vecchio nascosto sotlo 
al guanciale, le gambe e 1»- braccia stravolle, la bocca 
aperta come a chiamar aiuto od a raccogliere le ul- 
lime aure della vita, livido e nero il viso, aperti e 
terribili gli occhi. 

Specchiali, o re sanguinario, in qne'luoi due an- 
tecessori, e trema! Per quanto allo sia un Irono, 
se non è puntellato dai principi i dell' oneslà debbe 
crollare e cadere. Que' principii, collocali in fondo 
alla coscienza umana, vi formano un tribunale tre- 
mendo davanti al quale gli imperatori e i re com- 
paiono come l'ultimo de'morlali. Ti rammenta che 
quando Iddio vuol distruggere gli oppressori, suscita 
in loro uno spirilo di vertigine e di acciecaniento 
che li fa perire per quei mezzi stessi che essi usano 
ad esterminio degli altri. Napoli debb'esscre consi- 
derala come l'ultima vittima sacrificala dal dirìllo 
del passalo, la forza brutale, sull'altare dell'avvenire, 
l'umanità. 

E voi, o fratelli Napolitani, non piangete !... La 
nazione crocifìssa ha ricevuto nel fianco l'ultimo colpo 
della lancia, quello die le toglie la vita; ella muore, 
muore, ma per risuscitare fra breve nella sua gloria 
e nella sua possanza... Non piangete, o fratelli Na- 
politani ! Sono lacerali quo' vincoli che vi legavano 
a colui che osa tuttavia intitolarsi voslro re, furono 
lacerali e falli in brani dalla mano slessa della Prov- 
videnza; di quella Provvidenza che matura la messe 
de' popoli, e che conlrislala dalle lagrime di venti- 
quattro secoli vuole finalmente che gli Italiani sicno 
uni di pensieri e di voglie sollo il benedelio vessillo 
che sventola sui campi lombardi, il (piale solo pro- 
legge ora la nostra santa e ardua libertà. 

P. (loitEi.t.i. 



La rabbia e il disprez.zo sono*qnasi cslrenii (Icirini: 
le .'ininie deboli arrabbiano, le forli disprezzano, ma 
Irislo e beato chi non s'adira! 
di A. Fontana in Torino. 



««. 



MUSEO SCIXIVTIFICO, eee — Anro Z. 



;,4 giugoo I848> 



TiUS^iD liDSSi^ir^iDiìiill 



{Conltnuaz. V png. Mi ) 




CAPITOLO l 



XJLX.OCAjn>A 



La sala era illuminala dal gaz e pareva ravvolla 
nelle tenebre; la qual cosa mi fece alquanto perder 
fede ai miracoli di quella luce sorella del sole. 

Il chiasso era grande. I garzoni giravano innanzi 
e indietro, in fretta e in furia al servizio delle varie 
(avole e tavolieri. La locandiera dal suo trono vol- 
geva a lutti tenere occhiate e graziosi sorrisi, — e 
pensava poi come farli pagare nel conto. 

Io mi budai a sedere in un angolo per esser 
meno osservalo e per meglio osservare. Conobbi su- 
bito i maravigliosi eflelli dell'essere diventali uguali 
in faccia alla legge: — i garzoni rispondevano alle 
mie chiamale con una crollalina di spalle e corre- 
vano a servire chi più si mostrava fulgido di anelli 
e di catenelle. 

Finalmente uno di essi mi si piantò innanzi con 
aria da paladino aspettando i miei ordini. 

— Ti avverto che io non sono allievo dei Gesuiti, 



e che ai sapcfretli e ai dolciumi preferisco i cibi forti 
e nutritivi. 

Egli mi guardò con un par d'occhi sgranali, sor- 
rise e poi saltò in cucina. — lUa la mia avvertenza 
poco giovò: ogni cibo che mi compariva innanzi, 
faceami manifesto che il locandiere, per quel di se- 
gnalalo, non parea disposto a impastare i suoi av- 
ventori come polli in istia. 

Il chiasso cresceva. La sala era stipata per forma 
che un giornalista di Milano avrebbe detto che slava 
per {scoppiare. I miei sguardi si volsero al crocchio 
che menava maggior strepito. 

— Viva la Costituzione! Un brindisi al re! — 
urlava uno con voce arrantolala, alzando un bicchiere 
di vin pretio e subito tracannandolo in un sorso. — 
Viva la Cosliluzione ! Un brindisi al re! — rispon- 
devano gli altri a coro, imitandone l'esempio. 

— Il regno delle lenebre è cadulo! — seguitava 
il primo, riempiendo un nuovo bicchiere. — È chiusa 
la via ai sullerfugi. I cavillatori e i birboni hanno 
cessalo di caolar vittoria. Potremo Gnalmenle slrap- 



no 



■OMO iClBNTiriCO . r.RTTIRARtO BD aBTISTICO 



pare la maschera a quegli sciagurati clic, sollo velo 
(li pubblico lit'in", impinguano col sangue del povero 
popolo... A lerra i lr.ippoIalori ! A terra i (ìesuili ! 
— A lerra i Gesuiti ! —gridò a gola un terzo le- 
vando.<i in piedi e movendo in giro il bicchiere 
senza accostarlo alle labbra. — A (erra questa setta 
che svia il secolo miracoloso di Pio l\, e che adula 
colla persona e colla penna a chiunque abusa del 
dritto brutale della forza.... Ricordatelo, cittadini! 
questi Padri vituperosi danno patente di passaggio 
o di cittadinanza a tutto ciò che sTorma i costumi 
dello nazioni, e che sgagliardisce, fiacca e uccide 
gli spirili generosi... (ìli è vero che un tempo essi 
frenarono le esorbitanze sanguinose del Santo UfTì- 
cio; gli è vero che non serrarono mai le porte in 
faccia ài povero, come costumano i polenti; gli è 
vero che stesero sempre la mano agli ingegni 
schiacciati e sbanditi dalla superba e ricca ignoranza, 
ma che perciò?... (ìioberli, il divino (lioberli li ac- 
cusa di astiare i progressi del secolo, di accendere 
le guerre civili, di procurare l'inrelicìtà dell'Italia, 
di bestemmiare la misericordia, di screiliiare il pul- 
pito cristiano... E noi dobbiamo credere al Profeta, 
ove anche ciò non sembrasse vero... Noi dobbiamo 
aizzare contro cotesloro imo stormo di bolloli.... 
iioi dobbiamo assalirli, abbocconarli... fossero anche 
innocenti e non rei nep|)ure di un |)cnsicro... A ìerra 
dunque i Padri ! Viva la libertà ! Viva la re|)ubblica! 
Questo discorso mi parve racchiudere qualche 
stilla di veleno. Aguzzai gli sguardi, e non mi sem- 
brarono nuovi i lineamenti del sermoneggiante. Mi 
posi gli occhiali per meglio vedere.... — Per Dio! 
sclamai, quella faccia poco dissimile da un ritratto, 
quei capcgli rossicci, quegli occhielli chiari e fissi!.. 
E desso! è l'uomo dalla sottana nera, l'uomo dal 
cappellone!... lo lo ravviso malgrado la finta bar- 
betta, malgrado i nuovi abiti... 

Mi sentii saltare la senapa al naso, e una fiamma 
vivissima mi corse alla faccia. Balzai in piedi, e, 
|)osta dietro alle spalle la mia consueta prudenza, 
gridai con voce tuonante: 

— Viva la Costituzione ! abbasso la Repubblica ! 
Tutti si voltarono, guardandomi con meraviglia. 
lo seguitai: 

— Chi alza il grido di Repubblica, non può esser 
per ora amico dell' Italia. Egli intende a spandere i 
germi di quella discordia che fruttificarono già la 
schiavitù e la morte della patria comune^ egli in- 
tende a levare una nuova barriera Ira grandi, mez- 
zani e plebei, atTuichè i nostri nemici, trovandoci 
disuniti, possano più agevolmente assalirci e accol- 
larci un più terribile giogo. E perchè vorremo con 
trislare e renderci avversa l'anima del re generoso 
che spontaneamente e senza versare una sola stilla 
di sangue, ci dischiuse il banchetto della vitacivile, 
spogliandosi di una gran parte della sua suprema 
dignità per donarla a' suoi popoli! Il bene che ci 



venne dato non 6 forse quello che da quattro secoli 
era invocato dall' Italia fra le sue vergognose catene? 
Una (^>sliluzioni) non ò forse il |)iù gran patto che 
il Principe stringe col suo popolo? Non è forse la 
espressione |)iù splendida di (|tiel soleimu principio, 
che la suprema autorità sociale vuoisi esercitare non 
a vantaggio di chi siede sul Irono, ma a vantaggio 
della nazione? Infelice (piel popolo che si fa ingrato 
a chi gli diede il maggiore doi benefizi ! Infelice 
quel popolo che sconosce quell' entusiasmo e quella 
disciplina civile che lo hanno fatto degno della li- 
bertà ! 

— Viva, viva la (Costituzione! gridarono tutti con 
volto commosso, all'ollatidomisi dinlorno. 

— Fralelii ! ripigliai, laxalma forte e dignitosa è 
quella che si addice ad un popolo che vuole e sa 
essere civile. L'ordine guarentisce la libertà. Il po- 
polo che lo sconvolge, imita il selvaggio di Monle.s- 
(jiiieu, il (piale abbatte l'albero per «piccarne le fruita, 
(ìiiardalevi da coloro che tentano adularvi ! essi vo- 
gliono farsi scala delle vostre passioni per salire in 
alto e vogliono farsi strumento della vostra credulità 
per meglio condurre le fila delle loro trame scellerate. 

Uno scoppio d'applausi accolse queste parole ; tutti 
gli sguardi si volsero intorno per cercare colui che 
avea chiamalo il vitupero sul capo de' Gesuiti e al- 
zato un evviva alla repubblica: — tornò vana ogni 
ricercategli se l'era scapolala. 

In questa entrava un cilladino ansante e abbo- 
mirato. 

— Signori ! disse egli col fiato grosso... Voi aveste 
l'onore di bevere con un gesuita! Colui che fuggì 
poc'anzi da questa locanda fu riconosciuto per tale 
da chi ha lo sguardo |)iù acuto del vostro; egli viene 
ora accompagnalo a casa fra un bellissimo suono 
di fischi. 

Ognuno rimase immobile, guardandosi con aria 
di stupore. Sorrisi. Dopo brevi momenti il cicalec- 
cio tornò più vivo; io, benché non avessi più oramai 
tempone, mi risolsi di fermarmi ancora per imbo- 
nire qiie' cittadini che mellean mano a carnnnare 
con poco garbo la lana gesuitica. — Mi risolsi a 
uscire, quando vidi la locandiera piantarmi addosso 
due occhielli furbi e scintillanti. 

Neil' uscire, due o tre vennero a zufolarmi negli 
orécchi: 

— Voi ci avete insegnalo a conoscer nicalio i 
nostri polli. "" 

{Continua) P. Coublli. 

N-tn hawi cosa in sulla IciYa cosi niagnilica e 
grande come il metlcrc a profitto la perla del sapere; 
per essa il figlio del meschino si fa necessario al mo- 
narca ; per essa si ritrae dal fango l'aiiima imiiiorlale; 
si conliene in essa il solo bene che si anmenln nel 
parteciparsi. Pnpa Più n. 



8CBLTA RACCOLTA DI UTILI B 8VARIATK NOZIONI 



ni 



Non pei buoni Lombardi che, sia per essere ormai giunti al termine delle loro votazioni, sia per le 
prove di senno già date prima, accennavano di non avere bisogno di consigli; ma pei nostri non meno 
cari fratelli del Veneto, le cui deliberazioni sono per noi ancora una speranza piena di timori e di dubbi; 
riproduciamo in que$lo nostro giornale il seguente indirizzo dei Piemontesi, stato pubblicato dal Carroccio. 
la cui impresa è ben degna di quest'officio d'amore reno i fratelli e di carità verso la patria. Esso è det- 
talo dall'egregio avvocato Francesco Corderà, conosciuto per altri suoi scritti nello slesso giornale, ridon- 
danti di sana politica e caldi d'affetto italiano, quanto ognora ammirabili di siile e di littgua. E questo 
è pare un nuovo saggio di quella sua insinuante ed efficace eloquenza che lo rese già chiaro nel furo ed 
il sarà ancor più sulla tribuna parlamentaria alla quale vogliamo credere che sarà per essere tardi o tosto 
chiamato dal voto de' suoi concittadini. 



APPELLO DEI PIEiMOTESI 

AI POPOLI LOMBARDO-VENETI 



In niomcnli clie Irallale col fallo dei siilTragi la 
graode scella Ira la ropubblic? ed il regime co- 
sliluzionale, ogni parola, ogni consiglio in proposilo 
Don possono aversi che opera opporluna di palria 
carila. 

Al pensiero di repul)l)lica qual'è l'anima che non 
si scucia? Qiial cosa in aslrallo v'ha di più sedu- 
ccnle? iMa ciò ch'era buono una volta o più lardi, 
potrebbe essere pernizioso al presente. Quindi ogni 
uomo che senta ilalianamenlc, può essere repubblicano 
di cuore ma cosliiiizionale di convinzione quando 
risguardi le condizioni della sua palria. Per noi 
Piemontesi poi, alla convinzione di mente s'aggiunge 
anche il dovere di gratitudine verso la Casa che 
ora lutto sacrifica alla Indipendenza Italiana dopo 
averci allietali di liberali instiluzìoni. Epperò quando 
voi preferiste la repubblica, sarebbe a noi moral- 
menle impossibile di seguitare il vostro esempio. 

La diversità di governo comincierebbe dunque 
per essere già un elemento contrario all'unione. Ma 
il peggio si è che, anche supposta una Federazione, 
il germe della vostra diversa instiluzione potrebbe, 
per l'immaturità del terreno, darvi frulli esiziali 
anziché vantaggiosi. I due scogli più pericolosi di 
ogni repubblica sono sempre l'oligarchia o l'anar- 
chia , supposto pure che l'aristocrazìa voglia essere 
una volta popolana. L'educazione intelleiluale e mo 
rale, e cosi la coltura dello spirilo e del cuore sono 
i due preservativi di quei due più probabili mali. 
E questi due preservativi non s'acquistano che con 
una nuova generazione diversamente educata dalla 
presente. 

Vedete gli scandali per ogni dove qui da noi ac- 
caduti anche in elezioni di minor conto ! E perchè 
ciò? Perchè non tulle le classi dei popolo possono 
ancora comprendere né tulio il bene, né tulli i pe- 
ricoli delle instiluzioni, e restano quindi facile preda 
degli aggiratori , degli intriganti e degli ambiziosi. 
Figuratevi poi che sarebbe di una repubblica nello 
slato attuale d'ignoranza e di corruzione delle masse? 

La condizione sociale da cui nasce come eCTello 



da causa, il bisogno, è la ragione di esistenza d'ogni 
politica instiiuzione. Col variare di quella si può e 
si debbe solo questa variare; altrimenti l'utile diviene 
un danno,* il bene diventa im male. E che? Coli' 
unirci nella stessa forma di governo, col fonderci 
insieme , ci togliamo forse il mezzo di migliorarlo 
o cambiarlo quando ne torni più a conto? 1/ unità 
è sempre slato il mezzo più sicuro e più pronto di 
ogni esecuzione. Ma, e quante volle s'ha da ripe- 
tere che anchb il governo costituzionale non può 
difTerire dalla repubblica che di nome, e dall'avere, 
a vece di un presidente, un re il quale, per l'ordine 
di successione, toglie ogni fomite di guerra civile 
che l'ambizione di quel grado potrebbe eccitare 
come tante volle eccitò nelle repubbliche? Lo slesso 
Alfieri che cantava leggi e non re, fini per per- 
suadersi che anche i re, legali da una buona Caria 
costituzionale, sono conciliabili colle franchigie e 
colla, felicità delle nazioni. Ed a chi è dato di cir- 
condare il Irono costituzionale di tulle le più libe- 
rali franchigie che ne adombrino la repul>blica? A 
voi, Lombardi, a voi, o Veneti. Si! a voi più 
che alle nostre Camere. 

La vostra adesione al nostro governo coslihizio- 
nale può essere basala su quelle condizioni che sa- 
rebbero un nuovo benefizio, a noi, altrimenti, meno 
sperabile o meno probabile. 

Data la larghezza di queste condizioni che cia- 
scuno già presente nella emendazione di alcuni capi 
del nostro statuto, eccovi la repubblica di fatto ben- 
ché non di nome. 

La repubblica di fallo sarebbe un grande atlella- 
tivo a tulli gli Stati italiani, g'^denti meno larghe 
franchigie, e quindi ad una molto più probabile ac- 
cessione ed unione al nostro. Quindi pure. la mag- 
giore agevolezza e possibilità col tempo d'una reale 
e più perfetta unità di governo per tuKa la peni- 
sola,— unità che sola può tornarla al dovutole pri- 
mato della potenza dell'arme e delia potenza del 
genio. Non illudiamoci: questo primato non si avrà 
mai che dalP unione io una sola forma di governo 



nt 



MOIBO ICIRNTIPiro. I.RTTRIIAIim itn AKTniTirO 



di (uKs l'I (alia. Cos) non illudetevi, o Vendi ci 
Lonitiardi, dol polrr fare da voi contro |j;li sforzi 
ullt-riori dell'Auslria. anilio dopo elio l'avremo cac- 
ciala dal vostro suolo. Efsa lornerà alla riscossa, 
massime aiutala dal Cosacco. Ed allora, diciamolo 
pure, il disamoro che aVresle mostralo verso i vo- 
stri fratelli Piemontesi e verso il loro He, tratterrebbe 
da ulteriori sacrifizi il Piemonte, forte come sa d' 
essere in casa sua da non temere sul proprio ter- 
ritorio lo straniero il qtiale, per impossessarsene, 
dovrebbe pensare di togliervi prima l'ultimo suo 
abitatore. E voi, per difendervi di per voi soli, avete 
già un'armata propria ? Avete già calcolato tutte le 
didìcoltà e la lunghezza di tempo che ci vuole ad 
allestirla di tutto punto? 

>'edete la nostra. Sono trenta e più anni dacché 
il Piemonte, naturalmente guerriero di spiriti e di 
instiluzioni, sta rifacendola e non è ancor giunto a 
.«piegare tutti quei mezzi di cui può disporre, né ha 
toccalo ancora quella perfezione e quel compimento 
di cui é capace ed ha tuttavia già dati così stupendi 
argomenti. 

Né dite che nomini agguerriti, e pur vostri, pos- 
sano, da un giorno all'altro, rimpatriare dall'Austria. 
Non si può ancora prevedere quando ciò sia per 



essere -, e quando pur fosse, anche subito, vi man- 
cherebbe ancora .l'immenso materiale di guerra ed 
uno Stalo Maggiore ed un Genio Militare, preparali 
dai lunghi studii che solo possono porli in grado 
di corris|)ondere ai rispellivi olfizi con |iiani di con- 
cetto e di esecuzione opportuni. Ed il creare tutto 
ciò, in pochi mesi ed in mezzo alle emergenze d' 
uno Slato nuovo, ninno è che non vegga quanta e 
quale impresa ella sia ! 

Vedete 1' eroica Sicilia. — Essa fece lutto da sé. 
Si è emancipata, si e resa libera-, ma si è ella forse 
costiluila in repubblica? Ben mostrò di avere il 
senno pari al valore del braccio quando dichiarò 
d' inchinare al regime costituzionale presieduto da 
un re Italiano. 

E voi, che, nelle immorlali giornale della vostra 
redenzione, vi mostraste non meno grandi ed eroi 
dei nostri Siciliani fralelli, mostratevi pur tali di 
mente e di cuore per noi che maggiori francliigic 
aspelliamo dalla vostra adesione. Fossero anche 
meno le convinzioni vostre politiche, falene l'eroico 
sacrificio alle nostre: Anche l'abnegazione é la virtù 
degli eroi. Essa vi guidi gl'impulsi del cuore e ne 
governi la mente l'infallibile dogma: il bisogno so- 
ciale essere la ragione di esistenza d'ogni insiiluzione. 

F. ConDiìnA. 



|t>$TOKIA DEI OESIIITI 



(Conlimiaz.e fine, V. png. 162.) 



Nello slesso anno Arduino comincia ad infettare 
l'ordine d'uno scellicismo ridicolo ed empio. 

Nel 1751 l'autorità e il denaio sottraggono alle 
fiamme il corruttore e sacrilego Girard. 

Nel 1745 l'impudico Henzi suscita in Italia la 
sella de' Mammillari. 

Nel 1745 Pichon |>rostituisce i sacramenli della 
Penitenza e dell' Eucaristia, ed abbandona il pane 
de' santi a chiunque il chiede. 

Nel 1755 i Gesuiti M Paraguai incitano alla bat- 
taglia gli abitanti di quel paese contro i legittimi 
sovrani. 

Nel 1757 un attentalo di regicidio é commesso 
contro Luigi XV re di Francia da un uomo vissuto 
tra i Gesuiti, da essi protetto, da essi allogalo in 
più famiglie; e nello stesso anno pubblicano un'edi- 
zione d'un loro autore classico, in cui la dottrina 
dell'assassinio de' re è insegnata. Cosi fecero nel 
IGIO immediatamente dopo l'assassinio di Enrico iV. 
1 medesimi particolari, la medesima condotta. 

Nel 175N, il re di l'ortogallo ò assassinalo per 
clTcUo di una congiura formala e condotta da' Ge- 
suiti Malagrida, Maihos e Alessandro. 

Nel 1 759 luti' i Gesuiti son scacciali dal Portogallo. 

Nel 17G1, Lavaletlc superiore generale de' Gesuiti 
alle isole del Vento, dopo essersi impadronito del 



commercio della Martinica, minaccia d'una mina 
totale i suoi corrispondenti. Reclamatasi in Francia 
la giustizia de' tribunali contro il gesuita fallilo, la 
società è dichiarala solidaria di lui. Nel lungo pro- 
cesso di questo affare, conosciutesi le costituzioni 
òe Gesuiti e il loro abuso, il loro ordine è disciollo 
in Francia e le loro case chiuse. 

Nel 17C7 il re di Spagna gli scaccia dal regno 
e confisca i loro beni perché accusali d'un attentalo 
contro la famiglia reale. 

Lo slesso anno sono scacciati di Francia. 

Lo slesso anno anche scacciali dal Portogallo, 
come accusali d'aver voluto assassinare il re. 

Lo slesso anno sono scacciali da quasi tutta 
r Europa. 

Nel 1773 Clemente XIV promulga un breve so- 
lenne che pronunzia l'estinzione de' (7c5m/// in tutti 
i regni della cristianità. Soli Fcilerico II e (>ate- 
rina II li conservano nei loro stati. 

Nel corso della rivoluzione francese, Paccanari , 
prima tagliatore di pietre, poscia soldato, proietto 
dall'arciduchessa Marianna, sognò il ristabilimento 
de' Gesuiti sotto il nome di padri della fede, ed ot- 
tehne un rescritto da Pio VI per la nuova insiilu- 
zione. Fondò a Roma un collegio che ebbe al bel 
j principio uno splendido successo. Ma la presa falla 



SCSLTA I ACCOLTA 01 OflLI I ITAKIATB ROZlONI 



1-73 



di questa capitale da' Francesi interruppe tutto ad 
un tratto quella nascente prosperità, ed il corpo dì 
Paccanari è crivellalo di col|)i. 

Nella stossa epoca era andato a fondare una casa 
di padri della fede nelle circostanze di Londra. Fini 
con una bancarotta. 

Nel 1805 Napoleone, dietro rapporto di Portalis, 
decreta la dissoluzione del loro ordine. 

Alla caduta di Napoleone, quando il santo Padre, 
lungo tempo prigioniero in Francia, ebbe ricuperala 
la libertà egli stali, segnalò il suo ingresso in Koma 
col ristabilimento de' Gesuiti. Una bolla del 7 agosto 
1814 autorizza la loro associazione in Russia, a 
Napoli, ed in tutta la cristianità. 

Nel 1816 l'imperatore Alessandro gli espelle di 
Russia. 

Nello stesso anno il re di Portogallo annunzia al 
papa la sua intenzione di mantenere il decreto die 
gli scaccia dal suo regno. 

L'imperatore d'Austria loro ricusa l'ingresso ne' 
propri stali. 

La Spagna ed il Piemonte gli accolgono. 

In Francia, umili missionarii, si spandono dap- 
prima nei dipartimenti per predicarvi l'Evangelo. 
La folla accorre alla loro voce. Alcuni ecclesiastici 
ed alcuni amministratori soli s'oppongono ma invano 
a' loro disegni; alcune penne eloquenti tentano di 
combatterli ; disordini scoppiano su parecchi punii, 
il servizio divino è inlerroHo in parecchie chiese-, 
uomini più o meno colpevoli sono arrestali. Dalle 
province i missionarii rientrano in Parigi, donde son 
deGnilivamenle scacciati il 1845. 

Nel 1847 la Svizzera gli scaccia. 

Nel 1848 sono scacciali da tutta l'Italia. 

G. TOKELLI. 

— =^©>=— 
l' AUTORE DELLA STORIA NATLRALE 

Non è già una biografia ch'io vo'tessere all'uomo 
sì noto e celebre per le opere che diede a luce. 
Ma siccome ei fu uno di quegli avvenliirali geriii, 
che, per indole naturalmente fredda e riflessiva, non 
ispirando altrui né viva simpatia, riè caldi odii, stan- 
nosene in una serena regione, salvi da tulle le bur- 
rasche della invidia o malvagità umana, alcune idee 
che m'è venuto fallo di raccogliere qua e là, dove, 
più per incidenza che di proposilo, è parola di luì, 
meritano unitamente la pubblicità. 

ButTon visse a tempi che tutte le quislioni, e par- 
ticolarmente quelle da lui prese a trattare cadevano, 
mi valgo di questa bella espressione non mia, in 
un cratere ardente. Ei volse uno sguardo di cu- 
riosità a quegli abissi immensurabili, di cui è la 
Sorbona, gelosa, e la filosofia militante si disputavan 
gli orli, e pur nondimeno visse in pace con la Sor- 



bona e con la filosofia di allora, eh' è quanto dire 
coi Iremendi Enciclopedisti. Voltaire criticato, per 
non dir deriso da RulTon, a cagione di una di quelle 
bizzarre ipolesi ond'egli solea spargere le sue ca- 
pricciose passeggiate a traverso la scienza, cercava 
il destro di render pan per focaccia, e gli venne. Un 
giorno alcuni dotti citavano innanzi a lui, in appoggio 
del loro senlimento, la Storia Natcbale; che non è 
tanto naturale {pas si naturelle) soggiunse Voltaire. 
Questo picciol frizzo fece accorto ButTon che biso- 
gnava rappaciarsi, e seguendo i generosi moti del- 
l'animo non lardò a pentirsi pubblicamente « di non 
aver trattalo con tutta quella serietà che ci voleva 
Voltaire e la sua opinione sulle conchiglie che i Cro- 
ciati portarono dalla Siria <>. 

L'onorevole ammenda fu accettala, e ciascuno si 
rabbonì dalla sua parte. Voltaire cessò dal ridere 
sui sistemi di Buffon, Buffon mandò sino a Ferney 
in dono al gran filosofo un esemplare della seconda 
edizione delle sue opere. In ringraziamento, Vol- 
taire, parlò a lungo di Archimede (come di un pre- 
decessore di Buffon ) chiamandolo Archimede 
Primo, e Buffon rispose: ma non si dirà mai Vol- 
taire Secondo. Ne' quali amichevoli scambiamenti 
di gentilezza pur si riconosce diversità di animo 
tra l'uno e l'altro, quantunque tull'e due ricomposti 
in pace. E le conseguenze di questa pare ben si 
videro quando all'Accademia in cambio di Piron, 
che il governo non volle far eleggere, venne ascritto 
l'autore della Storia non tanto Naturale. Diderot 
disse, in quell'occasione, che l'ingegno di Buffon 
da gran tempo formava l'orgoglio della nazione fran- 
cese, e che quel chiamarlo nel seno dell'Accademia 
altro non era che un compiere il volo universale 
di coloro i quali spassionatamente, e da'seli bene- 
fizi, giudicano l'ingegno degli scrittori. 

Condorcel ne ha distesamente parlato, e dal suo 
discorso si rileva chiaro, dietro la pompa indispen- 
spensabile (come dice un Francese stesso) di un 
entusiasmo officiale, quali erano le più splendide 
qualità del cuore di Buffon-, la maniera, cioè, di 
condursi destramente e con sincera prudenza; lo 
studio di non profondere ma dar lodi quando ve ne 
volevano, le quali erano per ciò divenute alla mag- 
parle degli scrittori la più sollecitata ambizione; la 
fermezza di serbar silenzio sulle critiche fossero 
pur tali da non meritar disprezzo. Tutte queste cose 
gli avevano acquistata, e gli conservarono inalterabil- 
mente non solo la stima de'ministri, ma di quelli ezian- 
dio (allora forse i più possenti) che incaricati dai mi- 
nistri della vigilanza immediata, hanno sui pubblici 
affari un arbitrio quasi illimitato. «Ei sapea conciliarsi 
gli uni (son parole di Condorcel) non osando mai 
profferir sentenza che potesse oflenderli, e non mo- 
strando pretensione alcuna di giudicarli; signoreg- 
giava il cuor degli altri col tratlarli in amichevoi 
modo e lusinghiero, affatto spogliandosi in faccia 



n» 



MU8B0 BCIKnTiriCO, LBTTERABIO ED AITISTICO 



ad ossi della siipcrlorilà che l'ingegno e la gloria 
gli poloan dart». Mosso in mezzo ad un secolo in 
cui io spirilo umano, dibaltendusi nelle amiche Ga- 
lene, le ha tulle rallentale, e ne ha spezzata qual- 
cuna; in un secolo in cui tulle le opinioni sono 
slato esaminalo, tulli gli errori rombatluli, tulio 
lo antiche usanze sottomesse a discussione, KulTun 
sembra non aver presa alcuna .parte a questo gene 
rale ribollimento. 

Ora, quest'uomo, cosi semplice innanzi ai Mi- 
nistri, così studioso di cattivarsi la benevolenza di 
tulli, era famoso per la sua vaniift ohe talvolta 
giungeva sino ad esser ridicola. 

Presso ad un'alta torre il figlio avea posto una 
colonna mollo bassa, con la seguente iscrizione: Ex- 

CELSAE TIPRI, ilUMILIS COLCMKA, PaRKNTI SUO 

FiLii's Bi'FFO.N. 1785. Ed il grande autore della Sto- 
ria naturale, che dìfTicilmenie piangeva, al primo 
vederla ne rimase inienerilo sino alle lagrime. 

La storia ci ha tramandalo che egli non ricono- 
sceva se non cinque uomini degni veramente del 
nome di grandi. Newton, cioè, Bacone, Leibnilz, 
Montesquieu, e se stesso; né avea veruna ripugnanza 
di passar ogni giorno dinanzi ad una statua la cui 
iscrizione, ampollosa, paragonava il suo genio alla 
maestà della natura: Majestati natijrak par in- 
GEMiM. Olire di che si narra che soleva dire «tre 
volle io scrivo la slessa cosa,- la prima come un 
uomo istruilo, la seconda come un insigne sapiente, 
la terza come sa e può solo Buffon. 

A questo proposito un critico osserva che l'or- 
goglio è scusabile quando si mostra indocile e in 
certo qual modo feroce; se piegasi a mezzucci più 
o meno degradanti, non merita più di essere rispet- 
tato come una leale ed irrefrenabile manifestazione 
della coscienza. 

Fin qui ciò che s'appartiene all'uomo ed al suo 
cuore; non sarà discaro, io credo, che un'altra volta 
si volga lo sguardo alle sue grandi opere. 

F. RURINO. 



IL LIBRO DI ENRICO Vili 



SCISMA D'INGHILTERRA 

Verso il principio dell'anno 1517, Mjirtin Lutero, 
monaco sassone, dell'obbedienza di Sant'Agostino, 
predicò in alcune città dell'Allemagna contro le in- 
dulgenze concesse ai fedeli dal papa Leon X. Lo 
spaventevole incendio che la sua parola accese, non 
tardò a dilTondersi di cillà in città, e a portare lo 
scompiglio e la distruzione nel grembo della Chiesa. 
Noi vogliamo esaminare in quali emergenze scoppiò 
questo gran scisma, non senza inchinarci davanti le 
vie scerete della Provvidenza, la quale volle per- 



mellere che un trionfo cosi d<»loroso ricompensasse 
l'aiidacia dei nemici della fede. 

Regnava in quel torno suH' Inghilterra Enrico, 
oliavo di questo nome, e secondo [)rincipe della 
casa dei I udor. Dio, che avea voluto porre un ter- 
mine allo lolle sanguinose che da più d un secolo 
travagliavano questa regione,. collocò Enrico nella 
più felice situazione politica; peroccliè riuniva nella 
sua persona tulli i diritti delle due case rivali di 
Lancaslro e di York. La rivolla di Lutero contro 
la Santa Sede, le cui fimesle dottrine cominciavano 
ad echeggiare in Europa, trovò in su ipiel subilo 
assai pochi favoreggiatori in Inghilterra. "Non ft 
ignoto che questo eresiarca avea rivolte le sue prime 
aggressioni contro l'influenza temporale della Santa 
Sede e del cloro; ma non mai questa influenza, sup- 
ponendo ch'ella giustificasse in parte le accuse ond' 
era stala l'oggetto, avea poluto dominare in Inghil- 
terra un'aristocrazia polente e gelosa, la quale, pa- 
drona in generale del terreno, non soffrirebbe la 
divisione della sua autorità ereditaria. 

Dal tempo della conquista di Guglielmo, e sotto 
tutti i principi che gli succedettero sino alla fino 
delle guerre civili e l'avvenimento al Irono di En- 
rico Vili, il clero inglese era slato del continuo 
sacrificalo alla collera dei partiti, e i suoi beni ag- 
giiuiii al bottino dei vincitori. Si vede dunque che 
adottando come giuste le basi delle opinioni di Lu- 
tero, i prelesti della sua separazione dalla Chiesa 
non si trovavano neppure In Inghilterra. 

Enrico, che in quest'epoca mostravasi zelatore del 
bene della fede e rispettoso verso la Santa Sede, 
prese egli stesso la penna per tutelare, contro T 
audacia di Lutero, i diritti della Chiesa e le antiche 
credenze di cui ella ha ricevuto il deposito. Credesi 
che la sua collera sia stata singolarmente infiam- 
mala dal modo sprezzante col quale l'Eresharca 
parlò di San Tommaso d'Aquino, i cui scritti erano 
la lettura favorita di Enrico. 

Compose un libro intitolato: Difesa dei sette Sa- 
cramenti conlra Martin Lutero, eretico. Quest'opera 
scritta in latino, racchiude obbiezioni assai vive con- 
tro le asserzioni de' pretesi riformatori, ma è infe- 
riore al più gran numero delle disertazioni teolo- 
giche inspirale dalle stesse emergenze. Restò non 
di meno siccome un monumento notevole della fiac- 
chezza dei motivi che determinarono, alcuni anni 
più lardi sotto il regno dello stesso principe, lo 
scisma d' Inghilterra. 

Il libro del re Enrico Vili fu presentato al papa 
in pieno concistoro. Si crede che gli ambasciatori 
di Enrico, i quali vennero iti gran pompa a deporlo 
ai piedi del sovrano pontefice, fossero quegli stessi 
Fitcher e Cranmer, il primo de'quali, insieme a Tom- 
maso Moro, fu il nobile martire delle verità di cui 
il re si era fatld l'apostolo; il secondo, il più cru- 
dele persecutore della Chiesa fedele d' Inghillerra. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



l-JS 



Leon X accolse «^on dimostrazioni di grande be- 
nevolenza l'opera di Enrico Vili. La Chiesa giu- 
bilò che in questi tempi di prova, il capo d'uno 
stalo polente si Tacesse il campione della verità, e 
discendesse nella palestra con altre armi che quelle 
della sua potenza umana. Leon \, nella sua paterna 
letizia , paragonò il libro del monarca inglese agli 
scritti di S. Girolamo e di S. Agostino, e un breve 
soscritlo da ventisette cardinali conferi ad Enrico 
Vili il titolo glorioso di difemore della fede. Mercè 
questo breve, i re d' Inghilterra fan pompa ancora 
oggidì d'un titolo nel quale la vera chiesa di Cristo 
non saprebbe vedere che una derisione amara. 

La presentazione del libro di Enrico Vili a 
Leon X ebbe luogo nel 1521, e un'edizione se ne 
trova a Roma, di cui ecco il titolo esatto: Asserito 
septem Sacramentorum adversut Martinum Lntherum 
hereziarchon, auctore Henrico Vili, Angliw rege. 
Pnvfixa est epistola Leonis X, qua tilulus Defin- 
soris fidei Henrico YIH atlribuitur. Edilio prima, 
Homo', 1521. 

Un'altra edizione di quest'opera , che noi presu 
miamo esser slata fatta in Inghilterra, quantunque 
non porli veruna data del luogo, comparve nel 1523^ 
fssa è preceduta da varie lettere di Enrico Vili a 
Lutero sullo stesso soggetto ; ma non è fuor di luogo 
il far qui osservare che queste lettere improntate 
delle passioni violente che schiamazzavano allora 
nel cuore del re, si dipartono al lutto da quella tem- 
peranza e carità che devono presiedere agii inse- 
gnamenti della religione. 

Altre edizioni se ne fecero, una a Lione nel 1561, 
e un'altra a Parigi nel 1562 sotto il regno di Carlo iX. 

Noi abbiamo riportate queste bibliografiche par- 
ticolarità solamente per attestare l'importanza che 
la chiesa diede al libro di Enrico Vili; importanza 
che grandeggiò di più allorché la rivolta di questo 
re contro l'autorità spirituale della Santa Sede par- 
torì lo scisma d' Inghilterra. Ella non potè allora 
opporre fuorché Enrico fedele a Enrico Signoreggiato 
da passioni criminali, le quali non poleano essere 
in verun modo approvate dalla Santa Sede, legata 
alle pure dottrine della fede. 

L'istoria dello scisma d'Inghilterra prova, sino 
air ultima evidenza, come è agevole fuorviare se- 
guitando il lume ingannevole delle cognizioni umane. 
Questo evento fu di certo grave e doloroso alla 
Chiesa ; ma esso collocò più alto la fede cattolica 
nella ragione come nel rispetto degli uomini ; ed è 
lecito credere, quando lo si studii in tutte le sue 
manifestazioni, che Dio avea collocali dietro questo 
grande disastro una lezione immensa per l'umanità, 
e un trionfo reale per la religione. Tale è la filo- 
soGa della storia del sedicesimo secolo. 

Non si può rivocare in dubbio oggidì la poca 
convinzione che presiedette alle prime aggressioni 
di Lutero contro la Santa Sede. Non fu per sua 



parie un'opera di coscienza ma un'opera di collera 
e di odio «he dovette di necessità strascinarlo nei 
sentieri dell'eresia, ove gli è certo òhe non ebbe 
in sulle prime veruna intenzione di entrare; ma 
la logica dei principii è una massa di ferro che 
bisogna frangere, se non vuoisi piegare soli' essa 
colla propria ragione. 

Altrettanto si può dire sossopra di Enrico Vili, 
e lo scisma al quale egli 'ebbe la sventura di attac- 
care il suo nome, non procede da una base più 
giusta e razionale. Congiunto da più di dicioll'anni 
colla soave Caterina d'Aragona, che avealo fatto 
padre di molti figliuoli, Enrico Tndor concepì/ ad 
un tratto alcuni pretesi scrupoli sulla legittimità di 
un matrimonio che avea per lungo tempo temperalo 
il suo carattere indomabile e passionalo. La causa 
vera di questo scrupolo stava nell'amore violento 
che aveagli inspirato Anna Bolena, damigella d'onore 
della regina. Se il re d'Inghilterra fosse stalo di 
buona fede allorché consultò la Santa Sede, e le 
chiese la sua approvazione al devorzio che meditava, 
egli avrebbe rispeltato la di lei decisione, la quale 
dovealo rassicurare sugli scrupoli pretesi. 

Clemente VII «ra successo a Leon X sul Irono 
pontificale; il nuovo padre de' fedeli, dopo aver nulla 
lasciato d'intentato per ricondurre à più sani consi- 
gli un re cattolico, condannò solennemente le sue 
pretese. Allora il bollenle Enrico ruppe ogni argine; 
un parlamento servile approvò i suoi disegni e o.sò 
decretargli il titolo di prolettore e di capo supremo 
della chiesa d' Inghilterra. 

Questa seconda parte della vita di Enrico VII! 
offre particolarità così schifose e abbominevoli che 
noi amiam meglio abbandonarle agli anatemi della 
storia. Lo scisma era consumalo; ma appena l'antica 
e legittima gerarchia ecclesiastica fu infranta per 
favoreggiare le passioni brutali di questo re, i dogmi 
della religione furono lasciali in preda all'audacia 
dei novatori, ai quali la sua sconsigliala condotta 
dischiuse le porle del suo regno. Bizzarro nelle sue 
religiose tergiversazioni non meno che capriccioso 
ne' suoi amori sanguinosi, il re d'Inghilterra perse- 
guitò tuli' insieme, e spesso nello slesso tempo, cat- 
tolici e protestanti. Volle surrogare la credenza del 
mondo cristiano nella infallibilità del papa con un' 
altra credenza mistica e politica ad un tempo, che 
egli chiamò la Supremazia reale. La legge de' sei 
articoli istituì orribili supplizii per quei delitti di 
cui la sola Chiesa era giudice, e moltissimi infelici 
furono gitlati alle fiamme per aver negalo, o piut- 
tosto per non aver compreso l'abuso della forza o 
di una esecrabile tirannia, nascosto sotto il titolo 
specioso della supremazia della corona. 

Se era allora pericoloso per gl'Inglesi di non es- 
sere dello slesso avviso del re in materia di reli- 
gione, non era meno funesto per loro l'adottare le 
sue opioiooi; perocché, da un giorno all'altro^ 



i:8 



MllHR0 8i:iBNTIFIC0,I.RTTRRARI(l RO ARTISTICO - 4I:RI T* llA«:i:oiT« DI UTILI R 8V A RUTR NOZIONI 



Enrico cangiava di fede o di credenza, o puniva 
con orribili^ supplizii la manifeslazionu di idee 
adoUalc dal suo cuore servilo il giorno anleccdonlc. 
Tali furono l'origine e le conseguenze dello sci- 
sma d' Inghilterra. In faccia a simili falli, gli è an- 
cora possibile di niellerò in bilancia la sapienza Ira- 
dizionale della Chiesa coi Iraviamenli incoerenti dello 
spirito di fazione? Ma una osservazione grave e im- 
porlanle devo soprallullo sopraslare a queste rapide 
riflessioni; ed f-, che l'esempio di I. utero e quello j 
dì Enrico Vili conformano nella più splendida ma- 
niera la superiorità augusta del potere della Chiesa. 
L'uno e l'altro non vollero che combattere i pre- 
lesi abusi del potere ponlificale; ma dopo aver por- 
tali i loro colpi sacrileghi, entrambi furono costretti 
di metter la mano sul dogma e separarsi dalla 
Chiesa: lanlo ò vero che nella comunione callolica 
il polere è inallerabilmenle congiunto alla verità ! 



COS'È BORGHESIA? COS'È POPOLO? 

Cos'è borghesia? cos'è popolo? dove sia fra loro 
la dilTerenza? guai preciso carallere li dislinguc 
rispettivamenle? 

Secondo il vero senso della parola il popolo è 
l'universalità dei ciltadini uguali e fratelli, investili 
degli slessi diritti, soggettati agli stessi doveri. Non- 
dimeno, nel seno di questa uguaglianza radicale e 
assoluta, esistono, non classi, ma diflerenze, sia 
naturali sia accidentali, in numero pressoché infi- 
nito, difTerenza di forza, di salute, di attitudini, di 
gusti, di genii onde origina la varietà nell'unità, 
l'ordine complesso e lo sviluppo generale della so- 
cietà. 

Fuori delle circostanze esteriori, lo quali voglionsi 
cangiare allorché ledono l'uguaglianza radicale o 
di diritto, le dilTerenze naturali di forza, di allilu» 
Indine ecc. ne generano allre su cui l'uomo non 
ha veruna azione, e allre eziandio ch'egli può mo- 
dificare. 

Quesle ullime si riassumono nelle diflerenze d' i- 
slruzione e di ricchezza, la sola azione che possa 
modificarsi consiste nel provveder ognuno dei mezzi 
d' istruzione e del capitale ossia dell' islrumenlo del 
lavoro. Il resto è proprio dell'individuo, dipende 
solamente da lui, dalla sua capacità, da' suoi sforzi 
dalla sua perseveranza virile, ed entra dopo allora 
nella categorìa delle difl'erenze puramente naturali. 
Ora, nella scala ascendente e incessantemente 
mobile dell' istruzione o della ricchezza, come sla- 
bilire distinzioni di classi, come fissare il punto in 
cui l'una comincierebbe e finirebbe l'altra? 

In Trancia, sotto la monarchia, la nobiltà formava 
già una classe politica, classe assai bene del.ermi- 

Stabiliniento tipografico 



nata per mezzo di condizioni positive intorno alle 
quali uon potevasi prtjndero errore. Erasi nobile e 
non nobile; niim possibile dubbio, e alla classe in- 
tera erano tribuiti privilegi di diverse s|)ecie, i quali 
partorivano una profonda ineguaglianza tra i figliuoli 
della stessa patria. 

Qualcosa di somigliante esisteva non ha guari 
tra i Francesi.... Colla bastarda monarchia , che fu 
rovesciata dall'ultima rivoluzione, eransì stabilite di 
vere classi polìtiche, costituendovi di nuovo l'odioso 
regime dei, |)rìvilegi ; gli uni godevano diritti di cui 
altri erano spogli; allora la parola borghesia avevu 
un senso chiaramente determinato per op()08iziono 
alla parola popolo. Gli uomini della borghesia erano 
gli elettori, i privilegiati; tutti gli altri eran popolo, 
eran la nazione pressoché tutta spogliata de' suoi 
diritti. 

Ma oggi che questi diritti appartengono a tutti 
senza eccezione, senza distinzione, chi sarebbe po- 
polo e chi borghesia? Da quale carattere sarebbero 
divisi? Questi nomi hanno avventurosamente perduto 
ogni loro significalo; essi non possono più essere 
fuorché qualificazioni arbitrarie definite dalle pas- 
sioni. Siano dunque cancellali, cancellati per sempre 
della nostra lingua politica. No! non v'è più bor- 
ghesia, non più popolo; dopo la grande vittoria non 
vi hanno più fra noi fuorché cittadini e fratelli. 

Lamennais. 



^'."«><K 



.t^ 



Pochi ignorano che La Fonlaine era per l'ordi- 
nario astratto e pensoso, anche in mezzo alle mi- 
gliori compagnie. Desinando un giorno con Hoileau, 
Molière e due o tre altri de' suoi amici, si sbracciava 
a sostenere che gli a parie in teatro erano contrarii 
alTallo al buon senso. « E egli impossibile, gridava, 
che, mentre ciò che dice un attore è inteso dalle 
loggie più lontane, non lo sia da colui che gli sta al 
fianco?» Ciò dello, ricadde nella consueta astra- 
zione, u Bisogna proprio confessalo, disse ad alta 
voce IJoileau, che La Fonlaine è un grande scapato.» 
Poi continuò lungo' tempo a dir male di lui senza 
che punto se ne avvedesse. Tutti diedero in uno 
scoppio fragoroso di risa. La Fonlaine, come uomo 
che si risveglia, dimandò la cagione di questa sin- 
golare ilarità; e immantinente gli fu fallo compren- 
dere ch'egli doveva Tneno che ogni altro daimare 
gli a parie, poiché era il solo dell'intera compagnia 
che nulla aveva inleso di ciò eh' erasi dello accanto 
a lui con voce si alla. 



Papa Urbano iv fu di mollo sapere e valore, ma 
nulo bassamente e poveraincule. Il che essendogli ó-i 
un principe rinfaccialo, esso rispose ; Non esser virlù 
il nascer nobile, ma il farsi. Bolero. 

di A. FoiTTAlfA in Torino. 



911. 



MUSSO SCIENTinCO. ecc. — AWMO Z. 



(10 giugno 1848) 



GIACOMO LOMIiLLINO 

SOSTENITORE DELLA LIBERTA' GENOVESE 




il dieci dicembre dell'anno 1746 i popolani di 
lìeiiova con loro gloria immortale cacciarono (come 
è nolo a tulli gli Italiani) dalla loro terra l'Austriaco 
oppressore, il quale con incredibile crudeltà ed in- 
sania li taglieggiava e divorava. 

Solennissimo e memorando esempio di valore cit- 
tadino, il qua'e mostra che non impunemente si 



assassinano I popoli, e che non sempre P ingiusto 
prevale al giusto, né ìi tirannide alia libertà ! 

Ma r obbrobriosa cacciata troppo cuoceva allo 

straniero, il quale rammaricavasi non tanto delle 

battiture e dell' infamia, quanto del bottino perduto 

e del ventre vuoto. 

' Avvisò dun(]ue con secreti e sollìlissimi maneggi 



I7« 



HOtRo tdWiTiFiGn. Limncniiifi 9m abimim»- 



(u§alo siilo ili'll'Aiislria e de'codanli) dividere pli 
nniini di quei gloriosi, corromporli e trarli a lace- 
rarsi l'im l'allro, per polere poi scendere improv- 
visanienle sovr'essi e atiovolmcnle slerniinarli. 

I semi di «jiiesle mal' erbe si sparsero più parlico- 
larmcnte Ira i popolani e i nobili, poicIu> questi ul- 
timi, nell'ora del pericolo, per non so ipiale capric- 
cio, si nascosero nel fondo de' loro palar/i, |)untel- 
larono le porle e stopparono le finestre lasciando 
clic la fortuna vol-^esse lo stato a suo talento-, de- 
Itolerra clie emendarono poi con opere generose, 
iwrocchè, sperperati i tiranni della patria, essi usci 
reno fuora, largliissiniamenlc provvedendo al bene 
della cosa pubblica, e s|»ogliandosi delle cose più 
preziose |ht fare danaro a benefìcio drlla patria. 
In (juesto, ecco levarsi una voce die eliiama i pa- 
irizii traditori e congiunti allo straniero per truci- 
dare i salvatori di (ìenova. 

I.a moltitudine ¥-\ arrabbia, si arma, grida e vuol 
veiMletta. Si fanno capi- di essa tre uomini scalzi e 
'di aspetto tristo e feroce, i (juali, alzando le mani 
e agitando in aria spade, martelli e corde, gridano 
di volere pei primi schiacciare la lesta dei traditori 
e vendicare col loro sangue il povero popolo. 

Son questi un (ìianstefano Noceto, bargello di pro- 
fessioi^, un (iianfrancesco Tiarbino, pescivendolo, e 
un figliuolo del boia, degni nomi o degnissimi mi- 
nistri dell' Atislria clic li prezzolava. 

K doloroso il pensare come quel popolo, il quale, 
in tempi corrotti, avea saputo rinnovare i miracoli 
della romana virtù, si lasciasse ora cosi agevolmente 
ingannare e aggirare da colali birboni! 

La folla acciecala e infellonita traggo con immenso 
strepito verso il palazzo, che era sede del governo, 
strascinando con sé un cannone. 

Arrivala stdia piazza, chiamata do' Pollniuoli, ne 
volta la bocca fulminante contro il palazzo, dove 
sedevano il doge e i senatori. 

La guardia serra in fretta e in furia il rastrello; 
lo strepito vasto e rimescolalo scendendo dalTalto 
come un tuono, rimbomba trememlamente nel vuoto 
cortile, ma più nel ciiore de* venerandi consessi della 
Itepubblica^ — sembrava che Genova dovesse sub 
bissare. 

Le più insolenti parole, le più atroci imprecazioni 
si scagliano contro i |>aU-izi; vuoisi a viva forza on- 
irare nel palazzo, svaligiarlo, disertarlo, distruggerlo, 
ucciderne i ca|)i; è chiamato traditore della patria, 
bistrattato, percosso, minacciato nella vita chiunque 
fa prova di calmare questa rabbia forsennata o sol- 
iàulo ne mostra orrore; insomma il sangue fraterno 
sta per correre a torrente ;• e lo straniero, dall'alto 
degli Apennini, sghignazzando, già si move per av- 
ventarsi sui malaccorti per opprimerli e trarli in 
dolorosa servitù. 

Ala ecco all' immensa tempesta e al caiinoiie che 
già sia [icr fulminare la morte, opporsi 1' animo im 



perturbato di (iiaconso Lomellino, giovine patrizio, 
il quale in quo' giorni di estremo pericolo erasi tra- 
vagliato con caldezza e fede maravigliosa pel bene 
della Uepubblica. 

— (Cittadini !... fratelli ! (gridò con fortissima voce) 
che fate? per Dio!... Voi siete ingannati. Tornale 
un momento in voi medesimi... M'ascoltale... I pa- 
trizii amano la patria al pari di voi... Non han essi 
dato le loro persone e sostanze a benefìzio di lei?... 
Come mai potete crederli uomini diversi da (pielli 
di prima?... Come mai potete cre<lere che la schia- 
vitù e l'infamia non sia più un mali; per essi?... 
Ma non vi avvedete clic (pieslo è il solito mestiero 
degli stranieri, i quali han senq)re cercato di solle- 
varci con mille trappole, e metterci in discordia gli 
tini contro gli altri per trarci ai loro |>iedi schiavi, 
poveri e vituperati ?... Fate senno, cittadini !... Vol- 
getevi indietro... Mirate i nostri nemici, quegli as- 
sassini, che stanno per minarci di nuovo addosso 
e ingoiare la nostra patria. 

(Queste calde e sante parole, anzicchè ridurre a 
sani consigli quegli uomini imbestialiti, parve con- 
citarli a più malte fantasie. 

Il figliuolo del carneHce in particolare faceva alti 
da vero indemoniato e serviva mirabilmente alla 
causa dell'Austria che lo pagava. Anzi le sue grida 
e bestemmie tanto poterono sopra un plel>eo, che 
costui, accesa una miccia, si avvicinò al cannone 
|)er allumarlo. 

Allora Ciiacomo Lomellino con più che umano 
coraggio si pianta terribìlmenle in faccia alTenorme 
bocca da fuoco e grida; 

— Ebbene ! poiché siete risoluti di macchiarvi 
del sangue de' vostri padri e fratelli, cominciato dal 
mio... Voi non andrete avanti so non passando sullo 
membra lacerato di Giacomo Lomellino. 

L'aspetto di una virtù oltrepotenle ha sempre 
un'immensa oITicacia sull'anima del popolo... Questo 
atto sublime fece cadere di subilo ogni spirilo di 
rabbia, e molti de' circostanti proruppero in lacrime, 
abbracciando con tenerezza il giovine maraviglioso 
che, votando so medesimo alla patria, preveniva la 
strage cittadina. 

Il cannone fu immantinente lasciato libero e ri- 
condotto al luogo dov'era stalo levato. 

Coloro che aveano infiammato il popolo a quesle 
ncfandigie, vista la mala parala, si schivarono chi 
qua e chi là; e quelli slessi che prima predicavano 
la rivolta, davano ora sulle mani.a chi s'ardiva an- 
cora di fremere e minacciare. Insomma la causa 
del sangue era perduta ; e non predominava fuorché 
il grido di pace e giustizia. 

Il pescivendolo, il bargello e il figliuolo del boia 
cercarono di perdersi nella folla e comparire estra- 
nci.... Ma la giustizia sep|)c agguantarli, e, impic- 
candoli bravamente, li mandò nel mondo di là ad 
assaggiare di che sappia l' iusuHarc alle leggi divine 



8GBLTA tACfX>LTA M OTIU R •YAIIATS ROZIOII 



i-ro 



ed umane o il farsi strnmenlo infame dei barbari- 
Allora patrizi e popolo collegalisi di un solo pen- 
siero ed afTelto inlesero con tutti gli spirili a cac- 
riarc il nemico, nel quale era entrata la sicura 
fiducia di vincere ed opprimere una ci Uà die colle 
proprie mani si uccideva, e il loro tentativo ebb<; 
line degno del magnanimo proposilo. 

Così (ìenova lornò libera, forte e gloriosa per 
l'opera principale d'un cittadino, del quale l'intera 
Italia debbe in ogni secolo onorarsi, perocché, (come 
già disse un acre ingegno) se discorri nella mente 
i piò bei tempi di Grecia e di lloma, chi troverai 
die stia appresso a Giacomo Lomellino? 

P. Gorelli. 



DELLA MISERIA 

DELLE SUE CAGIONI E DEI SUOI RIMEDI 

Acquistata con una lotta di molti secoli, celebrata 
dai nostri padri come la più importante delle loro 
conquiste, la libertà della industria ha forse al giorno 
di oggi più avversarii che partigiani. Per una incon- 
seguenza degna della nostra epoca i democrati spe- 
cialmente mostransi i più disposti a sacrificare V in- 
dipendenza del lavoro, senza pensare ch'essa è slata 
fìno a questo giorno la base della indipendenza 
politica del lavoratore. Coloro che si dicono esclu- 
siramcnte gli avvocai'» del popolo pretendono aver 
trovato il secreto di distruggere ciò che chiamano 
la tirannia del capitale, e di sottrarre l'operaio alla 
miseria assicurandogli un salario sempre proporzio- 
nato a'suoi veri bisogni. Senza parlar delle formole 
comuniste, noi conosciamo molte combinazioni che 
sono soltanto variazi«)ni di una idea diviilgatissima. 
Ecco qual sia questa idea: rimpiazzare i capitalisti 
particolari sostituendo loro per ciascuna industria 
UD fondo sociale, imperst)nale, inalienabile, in una 
parola delle mani-morte; fondo estensibile per mezzo 
dell'accumulazione di una parte riserbala de'bene- 
ficii, in modo da formare delle associazioni aperte, 
a tulli gli op«rai dello slesso mesliero, e In grembo 
delle quali la direzione de' lavori e l'equilibrio degli 
utili sarebbero regolali in virtù di un principio e- 
iellivo. Si vede che si fatta riforma tenderebbe al 
più completo, al più sorprendente rivolgimento so- 
ciale. Far prova di valutarne l'equità e gli efTetti 
politici, sarebbe uno slanciarsi nello infinito. Qui 
trattasi solamente di svolgere una tesi economica, 
di ricercare fino a qual punto son possibili e desi 
derabili per gli operai medesimi le condizioni indu- 
striali che loro si propongono. Per rendere speciali 
le nostre critiche, le applicheremo al propello di as- 
sociazione universale sviluppato da Luigi Blanc nella 
seconda edizione della su» Organizzazione dtllavoro. 

Seguendo l'ardilo pubblicista, di cui conserviamo 



per quanto è possibile l'espressione, il governo ri 
leverebbe uno imprestilo, di cui il prodotto sareblni 
destinato alla formazione di Stabilimenti sociali per 
i rami più importanti della industria nazionale. I 
rappresentanti del popolo discuterebbero e votereb- 
bero i regolamenti di questi Stabilimenti. Sarebbero 
chiamali a lavorarvi fino alla concorrenza del capi 
tale in origine raccolto per l'acquisto degl' istrumenli 
del lavoro tulli gli operai che olTrirebbero garantìc 
di buona morale. Provvisoriamente, e fino a che 
una nuova educazione avesse variato l'idee ed i co- 
stumi, la diflcrenza de' salarii sarebbe graduata 
secondo la gerarchia delle funzioni, che il governo 
regolerebbe per il primo anno, ma per gli anni 
seguenti, avendo gli operai avuto il tein|»o di scam- 
bievolmente apprezzarsi, la gerarchia uscirebbe 
dal principio elellivo. Si farebbe ogni armo il conto 
dell'utile nello che sarebbe diviso in tre porzioni: 
una sarebbe ripartila a parli eguali tra tuU'i mem- 
bri dell'associazione; un' altra sarebbe destinala al 
mantenimento de' malati e degl'infermi ed all'alle- 
viamenlo delle crisi che graverebbero sulle altre 
industrie^ la terza finalmente sarebbe consacrata a 
somministrare islrumenli di lavoro a coloro che vor- 
rebbero far parte dell'associazione in guisa che po- 
tesse estendersi indennilamente. «Non ò d'uopo dire 
che il salario, in tutti i casi, dovrebber esser lar- 
gamente bastante per l'esistenza degli operai » , ma 
ciascun membro dello Stabilimento disporrà de' 
guadagni secondo gli conviene. I capitalisti chiamali 
nell'associazione prenderebbero l'utile del capitale 
da essi versato che loro sarebbe garantito dallo Sla- 
bilimcnlo. Vi sarebbe luogo di stabilire fra tulli 
gli Stabilimenti appartenenti allo slesso genere d'in- 
dustria il sistema di associazone stabilito parlico 
larmente in ciascuno di essi, poiché sarebbe assurdo 
dopo aver lolla di mezzo la conrorrenza tra gfin 
dividili lasciarla sussistere Ira le corporazioni. Cia- 
scun ramo di lavoro avrebbe dunque uno Stabili- 
mento centrale dal quale sarebbero dipendenti tulli 
gli altri in qualità di siipplementarii. Il commercio 
che presentemente è il verme roditore del prodotto, 
sarebbe soltanto associalo ai buoni o tristi avveni- 
menti della industria. Basterebbe che ciascuno Sta- 
bilimento sociale avesse un numero di magazzini e 
di deposili proporzionati ai bisogni della popolazione. 
La riforma dell'agricoltura eseguirebbesi sulle slesse 
basi. Ciascun comune perverrebbe con la soppres 
sione delle successioni collaterali a farsi un dominio 
che si renderebbe inalienabile, che potrebbe solo 
eslendersi e del quale il regimento sarebbe regolalo 
su di un gran disegno, seguendo norme conformi 
ai regolamenti degli Stabilimenti sociali. 

Dopo la prima lettura, i progetti di questa specie 
destano lanle obbiezioni che solTresi qualche pena 
a coordinarli. La prim' osservazione a fare è l' in- 
compatibilità di si fatto reggimento col sistema delle 



180 



MIBIITinCO, LSTmUIIO l» AITMTIOO 



relazioni commorcisli die iinifce prosonlomonlc }o 
nazioni civilizzalo. Per reprimerò gli oJToUi della 
concorron/a, si roslorobbo privo do* suoi inconlra- 
alaliili vanlacpi. Difalli olio il tììinimum snflìcionlo 
dei salari! sia slahililo dai rapprosorilanti del paese 
o dagli operai medesimi, ò evidente clie non si può 
asticurare tma comoda cxistenza apli associati che 
innalzando mollo il conipiMifo della mano di opera. 
D'allora in poi bisogna rinunciare al commercio 
esterno, poiché è qiiasi sempre questa fatale ne- 
cessiti di sostener la concorrenza sulle piazze lon- 
tano cl»c determina il ribasso dei salarli. Se gli 
operai v«dessero soslener la (.Mierra commerciale 
contro lo straniero, porrelibero se sfossi in una con- 
dizione quasi eguale a quella di cui si lagnano 
presentemente, poiché noi dimostreremo che la loro 
porzione nei beneficii per essi non sarebbe un risar- 
cimento. Se al contrario dessi rinimciassero agli av- 
venimenti della esporiazione sospenderebbero un 
rivolgimento ragguardevole di capitale. Ciò che ro- 
vinerebbe inrallibilmenle il commercio esterno, sa- 
rebbe ancor meno la diflìcoltà di fabbricare a basso 
prezzo che la necessità assoluta di proibire quasi 
tulle le mercatanzie straniere. Che mai diverreb- 
bero gli operai sociali se si lasciassero circolare 
proiiotti stranieri a condizioni preferibili a quelle 
che potrete stabilire voi stesso con i vostri salarli 
tassali? Vi sarebbe dunque necessità di rinforzare 
lulle le barriere, di chiudere Irislamenle la nazione 
per lo meno fin quando non s'inaugurasse quella 
diplomazia cominciala a vedersi da l.uigi lilanc 
nelle nuvolo dell'avvenire, diplomazia che sosti- 
tuirà alle rivalità rapaci <> un sistema di alleanze 
fondato sulle necessità dell' industrie e sulle con- 
venienze reciproche de' lavoratori in tutte le parli 
del mondo. • 

Noi dimanderemo in secondo luogo qual sistema 
si adolterebì)e per rendere realmente agiata l'esi- 
stenza de'Iavoralori. Fin ad ora l'ignorante umanità 
ha regolalo i suoi bisogni ed i suoi desiderii sui suoi 
mezzi. Ci si propone di livellare i bisogni di ciascuno 
con i suoi desiderii che sarebbe sicuram(!nle pre- 
feribile: ma ci sembra che un aumento di salarli 
per diventare efficace dev'essere parziale e relativo; 
supponendolo generale, l'unico elTelto suo sarebbe 
di aumentare il costo di tulli gli oggetti di vendila 
in proporzione del premio ottennio dal salariato. Il 
murai' re addiziona le spese di pigione, di alimenti, 
di vestimenla, di mobili, di libri ecc.: ed il totale 
gli dà rammentare del salario che desidera. Durante 
questo tempo il ciabattino, l'agricoltore, il tessitore, 
l'ebanista, lo slampaiore fanno un calcolo simile: 
l'insieme di queste pretensioni, così giuste, cosi mo- 
derate qual sono, determina forzatamente un rinca- 
rire di tulli gli oggetti di cambio. II salario che 
soddisfaceva ieri il calzolaio gli pare insulTìcienle 
oggi, e così in lutto le allrc corporazioni dello stato. 



Se per uscire da questo circolo vizioso , il polere, 
qualimque si fosse, 8tal)iliva un maximum di prezzo 
per le derrate di prima necessilà, per il pane, il 
vino e Iti carne per esempio, bisognerebbe loglierc 
agli operai de' campì il diritto di valutare la loro 
fatica da se slessi, che in tal modo troverebbonsi 
ridotti alla condizione d' iloti rispello agli operai di 
fabbrica. 

Luigi Blanc è forse di opinione che noli' organiz- 
zazione progettala, potrebbe aumentarsi il compenso 
della mano di opera senza accrescere il prezzo di 
rendila, dando agli operai la porzione dei beneficii 
oggi percepiti da coloro che sussidiano e dirigono il 
lavoro. — Non é questa una illusione? Eccello le 
condizioni accidentali di domanda e di olTerla, il 
prezzo delle cose ha necessariamenle quattro ele- 
menti: rendila della proprietà occupala, interesse 
del capitale impiegato, salario degli operai, ed utile 
dello intraprendilore. — Su di che potrebbe econo- 
mizzarsi? E impossibile soi)primere il fitto della, 
proprietà occupala. Qualunque sia la condizione so- 
ciale che s'immagini, bisognerà sempre acquistar 
l'uso della terra o il godimento di una abitazione. 
Lo slato, fosse anche divenuto per miracolo proprie- 
tario di tulli i beni fondi, non poirebbe, senza una 
scandalosa ingiustizia, accordarne l'uso gratuito agli 
individui ; ciò sarebbe lo stesso che concedere un 
mostruoso privilegio a coloro che riceverebbero le 
migliori terre o più piacevoli abitazioni. La stessa 
osservazione dee farsi circa il capitale propriamente 
dello, sia trasmissibile sia mano-moria : e un istru- 
menlo di cui bisogna pagare l'uso sotto un nome 
o sotto una forma quahinque. 

Luigi HIanc riconosce d'altronde questa necessità, 
dappoiché accorda ai capitalisti chiamali nell'asso- 
ciazione un interesse garantito dal budget. II mi- 
glioramento de' salarli non poirebbe rilevarsi che 
dall'utile dello intraprendilore. Questo beneficio è 
molto minore di quel che possa immaginarsi : se 
molli speculatori si arricchiscono, maggior numen» 
di essi si rovina, e per stabilire tuia misura generale 
bisogna lener conto delle perdile come degli utili. 

Noi sappiamo benissimo che, secondo l'idea della 
maggior parte degl'innovatori, l'organizzazione pro- 
posta non dev'essere che uno stalo transitorio, e 
che essi immaginano una società in cui mediante 
l'abolizione della successione e della proprietà indi- 
viduale si perverrebbe a vivere su di un capitale 
colleftivo a disposizione di ciascuna industria, in modo 
che ogn' individuo cumulerebbe forzatamente gli 
utili del capiialista e dell'operaio. In questa ipolesi, 
l'impoverimento della nazione sarebbe inevitabile. 
É assolutamente necessario che una parte della ren- 
dila attribuita al capitale venga accumulala mediante 
il risparmio, e costituisca un valore galleggiante e 
disponibile per le circostanze impreviste. Una società 
che consumerebbe completamente luti' i suoi prodotti 



SCELTA ■ ACCOLTA 01 OTILI R iVARIATR tfnElom 



181 



sofTrlri'bbc con frequenza quelle crisi sì alTliggenli 
le famiglie necessitose o imprevidenti clic nulla eco- 
nomizzano sulle loro rendile. L'avvilimento insen- 
sibile del numerario basterebbe per apportare la 
carestia. Ina comunità ricca nell'ultimo secolo, 
con 100,000 lire all' anno non sarebbe angusliatis- 
sima, in conseguenza del ristagno del suo capitale, 
se oggi non avesse che 100,000 franchi da spen- 
dere? Il terzo del prodotto netto che Luigi Blanc 
propose di prelevare per l' aumento del capitale di 
ciascuna industria non sarebbe l'equivalente di un 
fondo di riserba, poiché sarebbe presto impegnato 
ed immobilizzato. Questo prelevamento non rappre- 
senta altro che un espediente fraterno per ampliare 
il campo delle fatiche ed aprirlo successivamente ad 
un maggior numero di operai; espediente che ci 
sembra insufficiente anche per giungere a questo 
scopo. Se gli operai facessero risparmi molto vistosi 
per accrescere convenientemente il capitale dispo- 
nibile della nazione, la loro condizione di salariati 
non sarebbe mollo migliorata ; nel caso contrario la 
ripartizione e la consumazione immediala di tutti 
i benefìcii possibili avrebbe lo scopo di mellere una 
nazione tra il numero delle povere ed impotenti: 
ciò non è sicuramente quel che desidera Luigi Rlanc. 
La pretesa riforma avrebbe ancora ì'etrelto di 
annullare un gran numero di professioni. I creditori 
sul comune, i proprietarii, gli speculatori, la maggior 
parte degli uomini di legge e di altari, i venditori 
a minuto, i domestici a spasso, sarebbero costrelli 
a cercare un rifugio nei laboralorii sociali. Or che 
avverrebbe se si presentassero per una circostanza 
speciale un numero di braccia troppo grande, ri- 
spetto al maximum delle cose da prodursi? Se si 
ammetteranno a condizioni ordinarie lutti i richie- 
denti, il lavoralorio rovina, se si ridurranno i salarii 
a fin di farne partecipe un maggior numero, o si 
scacceranno coloro che sono soverchi ne nascerà 
la miseria. E troppo insistere sopra opposizioni che 
indica il semplice buon seiìéo. Non è nostra idea 
di condannare assolutamente il principio dell'asso- 
ciazione. Crediamo il contrario, che una folla di 
combinazioni speciali messe a profitto potrebbero 
arrecar dei vantaggi. Ma lusingarsi di ritrovare un 
mezzo superiore e generalmente applicabile per sod- 
disfare tulli i desiderii ed allontanar la miseria è, 
lo ripetiamo, una strana allucinazione. Sacrificare 
il principio della libertà commerciale, immobilizzare 
la proprietà è un gran pericolo per il corpo politico; 
ò un servir male gl'interessi degU operai, che per 
un premio tenue si starebbero attaccati alla gleba. 



Egli è molto più lodala quell'eloquenza che con 
poche parole comprende molte cose, che quella che 
comprende poche cose in molle parole. 



i: ALSTU! A 

Dal lungo sonno l'Austria 
Levò la fronte oppressa, 
De' suoi tiranni all'aquila 
Seppe avventarsi anch'essa, 
A lerra a terra i despoti, 
Redento l'uom sarà. 
A terra a terra l'aulica 

Stanza d'orror ripiena, 

Dove si fea de' popoli 

Carneficina oscena. 

Fra le rovine assidesi 

L'armata libertà. 

A lerr^ a terra l'aureo 

Tello del reo ministro. 

Che suir inferma Italia 

Stendea la man dall' Istro, 

E la volea sua vittima 

In turpe schiavitù. 
Ruppe i suoi ceppi l'Austria, 
E l'Ungaro e il Boemo 
Al diro augcl bicipide 
AITretla il fato estremo; 
Scorre su tutti i popoli 
Nuova immorlal virlfi. 

Tutti saranno liberi 

Dell' uman germe i figli. 

Infrangeranno ai despoti 

I sanguinosi artigli, 

E sul cammin de' secoli 

Esulleran d'amor. 

Stretti in fraterni vincoli, 
Ricchi d'un sol pensiero. 
Avranno un culto, un codice. 
Una la via del vero: 
Divideransi i palpiti 
Del gaudio e del dolor. 

O Sol che l'orbe illumini, 
O grande occhio di Dio, 
Or che i tiranni scontano 
Di lor nequizia il fio, 
Non più Vedrai fra i popoli 
La servitù crudel. 

Vedrai redenti gli uomini 
Ferver per ogni via, 
Te salutar coi cantici 
Di libera armonia. 
In un consorzio vivere 
Sotto diverso ciel. 

G. Regaldi. 



IW 



■0AH) SCIRNTIFfCO, LKTTkRARin KIT ÀHHTICD 



cosK (:oNTr:MlK)RA^ER 



LETI EIU PIUMA (*) 

Al professore Ciovacchino De-Agostim 

AfilanOy il 30 maggio 1848. 

lo li scrivo coli' anima commossa da nnodi qne* 
senlimonli clic si provano alla vista di mi popolo 
che sa d'un trailo rivelarsi in dilla la stia gran- 
dcz7.a e mostra che il pensiero è una potenza simile 
alla fiamma creatrice che move l'universo. 

1 Milanesi, per quel huon senso pratico che così 
liiniinosamenlc si manifesta in loro, non lardarono 
a conoscere che un popolo al quale era stalo da 
secoli accollalo il giogo della servila non poteva 
essere d'un suhilo maturo alle imprese di repiil»blica, 
e che per salire a questa era necessario prima 
passare por lo stadio dell* unilà. Seppero dunque 
star saldi alle lusinghe fascinatrici di chi, palpan- 
doli, li tradiva, e, rigettato il concetlo repuhblicano, 
abbracciarono la Costiluzione, come la sola tavola 
di salvamento nella ten>pesla che di presenle.com- 
balte gli italici destini. 

Ma i pochi repubblicani, e, più ancora, gli Austro- 
Gesuiti de' quali v'ha qui un grossissimo vespaio, 
mollo scaltramente diffusero che la fusione della 
Lombardia col Piemonte dovesse recare diminu- 
zione alle libertà che il popolo delle Harricate 
seppe cosi eroicamente conquistare. Questa fu la 
scintilla cui secondò un incendio gravissimo, che 
parve ingoiare ogni cosa. 

La sera del 28 il Presidente del Governo Provvi- 
sorio si affacciò più volle al balcone del Palazzo, 
esortando il popolo ad aver fiducia nell'esperimen- 
tata lealtà di chi lo reggeva; invano: la sua voce 
era soverchiata dall'urlìo che dominava la piazza 
S- Fedele, e que'pochi i quali cransi di propria vo- 
lontà vestiti del carattere di Rappresenlalori del 
popolo esponcano con voce minacciosa e fremente 
dimando dissonanti le une dalle altre, lesive dei 
principii più elementari della legalità, e improntate 
d* un' oltraggiosa diffidenza verso i nostri fratelli Pie- 
monlesi. La Guardia Nazionale vedendo che il 
nembo si addensava furiosamente, formolo alla pre- 
sta i desiderii del popolo e mandò al Governo una 
deputazione la quale dimandava: 

1® Libertà della stampa, 

2^ Indissolubilità della Guardia Nazionale; 

3" Libero il diritto di associazione; 

4° Fondamentale e perenne la legge elettorale 
da pubblicarsi per l'Assemblea costituente. 



(') Questa IcHcra non poli put)blicarsi prima per so- 
vraltbontlanzj «l'.illrc in;ilfric- 



Il pensiero di questo dimando era in parte inspi- 
rato dal timore che fecero nascere nei più gli ultimi 
avvenimenti di Napoli in cui un re, dopo essersi 
mescolato al popolo e avergli dato le più solenni 
guarentigie di libertà, falsava d' un tratto i sacro- 
santi giuramenti, e calpestava sacrilegamente quanto 
ha di più venerando la religione di un popolo libero. 

Il Governo annuiva alle richieste, e ne lo dichia- 
rava solennemente con un suo proclama il mattino 
del 29. 

Il popolo ne fu contento e tacque; ma ecco i se- 
creti favoreggiatori dell'Austria, adducendo a prete- 
sto che non doveansi chian»are inopportune le di- 
moslranze del giorno precedente, trascorrere a nuove 
inchieste, soverchiare lutti i limili della legalità, 
intimare al Governo di far ragione entro termini 
perentorii alle loro dimande. 

Oueslo fu il momento più spaventevole; roomenlo 
in cui parve che la città dovesse essere ravvolta 
tra gli orrori dell'anarchìa, e che i destini d'Ilalia 
minacciarono di essere di nuovo sepolti. 

Una turba procellosa guidata da alcuni forsennati 
invase le scale e le aule del palazzo del Governo. 
Era uno strepito vasto e rimescolato, un gridare, 
un incalzarsi, un correre, un soprassedere. Io slesso 
sorpresi le lacrime negli occhi di que' venerandi 
che aveano esposta la viia per la libertà, che pali- 
ron per essa più lustri d'esilio e tutti gli orrori 
della prigionia. Sfìduciati e tremanti sospiravano 
profondamente, coprendosi la faccia colle palme, e 
innanzi alla loro atterrila immaginazione già sorgeva 
gigante il fantasma dell'anarchia e dietro ad esso 
il ghigno satanico de' Gesuiti e il funesto bagliore 
delle baionette austriache. 

Certo Urbino, uom compro, aulico corrispondente 
teatrale e conosciuto soltanto |)er la sua apostasia 
alla legge giudaica, credendo di avere co'pochi suoi 
trasfuso nel popolo quelle furie che strascinano a 
certa ruina, deposta la maschera, si slanciò avanti 
al Presidente Casati, e, ghermitagli fieramente la 
destra, lo strascinò sul balcone proclamando la de- 
cadenza del Governo Provvisorio e alzando nel 
tempo slesso una caria nella quale cran scritti i 
nomi dei membri di un nuovo governo. 

Allora balenò agli occhi del popolo un lampo che 
gli squarciò d'un tratto tutto le tenebre nelle quali 
era ravvolto; egli vide l'orrendo precipizio nel quale 
stava par traboccare; vide la pfopria maestà inde- 
gnamente oltraggiata nella persona del proprio Rap- 
presentante e un grido di sdegno istantaneo, pode- 
roso, sublime, 6co[)piò da venti mila bocche... Quel 
grido agghiacciò di spavento gli infami creali del- 
l'Au>;lria, che si videro perduti; il marchese Vii- 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATI! NOZIONI 



183 



l«ni rapilo da im|>e(o sovrano, stracciò in due pezzi 
ia carta levata dall'Urbino e la gettò ai piedi del 
popolo che vi leggeva i seguenti nomi: 
Avv.° Basevi, Alilius, 

Anelli, Pompeo Litla, 

Guerrieri, Alaestris, Segretario. 

Ma (piesto popolu buono e intelligente volle in più 
solenne maniera palesare Io spirito che gli parla nel 
cuore e mostrare ai nemici dell'Italia ch'egli non 
potrà mai essere schiavo dell' anarchia e vHlima 
(irczzolala dello straniero. 

Odi sublime inspirazione ! Erano circa le ore sei 
pomeridiane. Avezzo egli a conciliare alla libertà 
la Ueligione, quella Keligione che benedisse le 
sue barricate e le sue bandiere, chiamò a sé i 
ministri di Cristo e l'Arcivescovo; quindi guidalo 
da loro e dalla Guardia Nazionale disarmata si 
condusse alla piazza San Fedele, bramoso di testi- 
ficare la venerazione e l'alTetto sacro che lo legava 
ai nobilissimi membri del Governo , siccome a uo- 
mini la cui aureola di onestà e lealtà è abbellita 
dalla memoria dei pericoli coi quali comprarono 
alla patria il titolo di nazione. 

L'Italia non vide mai uno spettacolo più bello. 
L'ordine, la fratellanza e la fedeltà fra popoli e 
governo domavano l'anarchia, l' inviolabilità dei 
diritti popolari era suggellata dalla Guardia Nazio- 
nale, da questa forza intelligente che vive della vita 
del popolo, era santificata dalla Religione la quale 
per bocca dell'Arcivescovo parlava parole di pace, 
di tenerezza e di libertà. Wolte lacrime scorrevano 
da tutti gli occhi; lutti si abbracciavano tacitamente, 
elle la foga dell'aitelto impediva la parola ; ogfii cuore 
sentiva l'orgoglio gentile di appartenere ad un popolo 
che dava in quell'istante all'Europa uno spettacolo 
il quale non ha riscontri nella storia. 

Se tu ne fossi slato testimonio, ia tua anima 
calda e poetica sarebbesi elTusa in torrenti d'armonia 
o avrebbe cantate cose degne di questa Italia che 
è pur sempre la maestra di quanto ha di più forte, 
magnanimo e gentile il mondo. Addio. 

P. Gorelli. 



LEriERA SECONDA 

À Cablo A-talle 

Milano, il 5 giugno 1848. 
Al mio primo giungere in Milano credetti pur 
troppo vedere avverati i tuoi presagi. Qui Jutto mi 
parve scompiglio: mi parve trovare una turba va- 
nitosa che alla prima aura di favore inorgoglisce in 
modo da non più pensare a ciò che fu; una turba 
scioperala che nell'ubriachezza della libertà o, per 
meglio dire, della licenza, s'ingegna a disperdere 
quelle forze sovrabbondanti infuse io essa dalla na- 



tura. Un profondo sospiro mi sfuggi dall'anima, 
come a chi vede d'un tratto sparire le illusioni più 
lungamente accarezzate e i sogni lieti di un' animosa 
speranza. 

Ogni cosa sembrava farmi manifesta la vittoria 
della Giovine Italia, la quale, adulando le cinque 
giornate di Milano, e inebriando il popolo col fa- 
scino di una libertà democratica, tradiva misera- 
mente la patria comune, perchè la infiacchiva nel 
principio unitario; unico principio dal quale possa 
ora venirle salvezza e durabile prosperità. 

lo udiva da molti chiamare Gioberti filosofo cor- 
tigiano. Al gran Berchet, che fu Ira i primi a gri- 
dare doversi la Lombardia vincolare al Piemonte, 
io sentiva muovere la dimanda se era veramente lui 
l'uomo che avea educato la gioventù italiana a 
cantare: 

Sollo i |)iu]>pi della Dora 

Dove l'onda è più romitìij 

Ogni dì, suir uiliiii'oia. 

S'ode un suono di dulur. -- 

E Clarina, a cui la vilu 

Rotlon l'ansie dell'amor, 
i'ovci'dla! di Gisniundo , 

Piango i slcnli, a lui sol pensa -- 

Fuggitivo, vagabondo 

Pena il misero i suoi. dì, ecc. ecc 

Perchè (gli si diceva) vi mostrale tanto diverso Ja 
voi stesso? Quando proferiste quella sanguinosa 
rampogna contro Carlo Alberto voi eravate o leg- 
giero o convinto: se leggiero, non meritalo consi- 
gliare la nazione; se convinto, Berchet rispetti 
Berchet. Dove non vi trattenga il pudore, vi per- 
suada a tacere un senso di convenienza. 

Vedi, o amico, quali parole si volgevano all'uomo 
sommo il quale fa sull'altare della |>alria l'olocausto 
degli afTetti che furono la fiaccola santa che lo guidò 
tra i sentieri dubilosi della giovinezza e tra le te- 
nebre dell'esilio! E a lui si diceva di non più 
bamboleggiare, e lo si esorlava di imparare dignità 
e grandezza da altri veri e virtuosi Italiani do' 
quali io voglio dirti il nome perchè tu, più dotto 
di me, sappi accennarmi le virtù ed i sacrifizi onde 
hanno incoronata la vita. Eccoli: Bazzoni, Terrario, 
Visconti, De-Boni, Bellerio, Urbino e Romani, l'ex- 
direttore del Figaro. 

Ma di ben altri strali erano fatti segno i Piemon- 
tesi i quali, per sentenza dell' intera Europa, lasciano 
pur tanto addietro gli altri Italiani nelle vie della 
libertà, e che sacrificano alla patria vila, riposo, 
ricchezze, ogni bene, tranne l'onore. A che (grida- 
vano costoro) cacciare gli Austriaci per buttarsi in 
grembo de' Piemontesi? E che sono i Piemontesi? 
Un popolo di cortigiani alTamali i quali accattano 
nell'obbedienza servile, di marchesi vestili con 
cenci inorpellati, avidi di precipitarsi come locuste 
sulle fertili campagne lombarde, gagliardi soltanto 



I8« 



MU8B0 ICIBIITiriCO. LBTTBBAllH» Bl> ABTISTICO • UXUM BACCOLTA 01 UTILI B 8TABIATB NOZIONI 



Dollc evoluzioni e nei mierresclii csercizii sollo Jc 
Torlezze occupalo dal nemico, ignari del sacrosanto 
nomo d' Italia, bramosi di venire a battaglia cam- 
pale per far la corte al loro re, per pompeggiare, 
per ottenere un nastro, una medaglia. 

Né contenti a ciò, insegnavano coi loro giornali 
al popolo a dar sfogo allo sdegno compresso da 
irentaquallro anni di schiavitù brutale coi sarcasmi 
e cogli insulti, a trar profitto pe'suoi trastulli colle 
spontonate e colle frecciale, ad avezzarsi a nulla 
considerare seriamente con giudizio severo e pacato. 
E questo ò delitto: perdio gli scherzi pretesi e 
mordenti, i molli epigrammatici ammorzano a poco 
il poco lo scintille dell'entusiasmo, altulTano le più 
possenti passioni dell'uomo, v. rintuzzano gli sj)iriti 
in modo da chiudersi in sé o con gelida ipocrisia 
<> con quell'uggia maledetta che ottenebra poi tutta 
la vita. £ guai per quel popolo che impara a con- 
fondere la nobiltà dello sdegno coll'amarezza del 
dispetto, la riconoscenza disinteressata colla stri- 
sciante adulazione ! 

Ma ogni mio dubbio, ogni mio dolore scomparve 
innanzi al sublime spettacolo della giornata del 29- 
maggio. Quelli pei quali io aveva dubitalo e mi era 
addolorato non componevano il popolo lombardo: 
orano scimmioltatori di mode straniere-, erano petu- 
lanti aizzatori di giovani inesperti, erano quegli eroi 
della penna, che spuntano ora come funghi per ogni 
parte della penisola e si mettono a ballonzolare di 
tutta forza sui campi delle lettere, dai quali non 
hanno ntai potuto raccogliere un fiore che li adornasse. 
Il popolo lombardo, quale io lo vidi in quella me- 
moranda giornata, lien conto del cinguettare di co- 
Icstoro, come del ronzìo di un insello; sente che il 
Monarcato costituzionale è il solo che possa con- 
durre gli Italiani a quella uniformità di educazione 
civile e morale che può e deve rendere l' Italia una, 
concorde e forte; sente che alla educazione nostra 
mancano in gran parte i principii di quella schietta 
e profonda religione i quali mantengono nell'uomo 
la costanza da cui deriva pace agli animi e gran- 
dezza alle .nazioni; sente che un popolo, il quale da 
tre secoli fu schiaccialo dalla tirannide e costretto 
alla cieca e servile ubbidienza, è lontano troppo da 
<]uel grado di perfezione conciliabile con un Governo 
che impone a tulli il diritto di essere legislatori; 
sente infine che in Italia non è possibile la Uepub- 
l)lica fin quando la somma dei vizi non sia molto 
minore della scHiima delle virtù. 

Uno è dunque il desiderio, uno il volere, quello 
di faro col Piemonte una sola famiglia per intrec- 
ciare insieme sapientemente l'educazione domestica 
all'educazione pubblica, da cui ha radice ogni bene 
e quell'amore dell'ordino e dell'unità la quale è 
partorita dall'uguaglianza delle pratiche e delle del- 
irine e dal vicendevole permutamenlo delle gioie e 
dei dolori. 

Immenso è l'entusiasmo |)el grande Capitano d'I- 
talia: il suo nome suona nei labbri, è scolpito nei 
cuori, e scrino sulle mura. Nel giorno che pervenne 

Stabilimento tipografico 



la notizia drlla resa di Pescliiera e della battaglia 
campale combattuta e vinta con tanto eroico vaiorv 
dai prodi che militano sotto la bandiera di lui, io 
slesso vidi mollissimi Milanesi avventar baci sulle 
immagini del Ke furie, proclamandolo degnissimo 
della più bella corona della terra. 

E davvero, o mio caro, <|uella battaglia fu de- 
gnissima della nominanza del sapiente e gagliardo 
Capitano e di quel fiorente esercito die ò centro e 
maestro dell'universa armata che gli si va formando 
intorno e sarà la nazione. Fu larghissimamenle ven- 
dicalo il sangue sparso a Santa Lucia e il sangue 
degli immortali giovinetti toscani che abbandonarono 
ogni cosa più caramente diletta per dar la vita all' 
Italia. La nazione depone finalmente la corona del 
martirio e assume quella del trionfo. La Provvidenza 
ha decretato che si compia la vendetta degli sper- 
giuri del 1814, delle meditate nefandigie dello Spil- 
bergo, delle incredibili infamie commesse sovra ogni 
angolo della penisola e delle vile gloriose di mille 
martiri mietute dalla scure di mille carnefici. 

Da tre secoli non si ode levare tra le armi un 
grido che suoni — Viva Italia ! — La voce di Fran- 
cesco Ferruccio fu l'ultima che incuorasse gli Ita- 
liani a combattere romanamente con quella lingua 
che imprecava con terribili accenti alta serva Ita- 
lia di dolore ostello. La spada di Ferruccio è rac- 
colta sulle |)iai)ure lombarde da un esercito ita- 
liano e ridiventò una folgore omicida. L' Europa 
ammira il fiero e nobile nostro orgoglio dipinto in 
quelle parole: Faremo da noi! 

La suprema vittoria non è lontana a coronare il 
nostro valore. 11 vessillo tricolore sventola sopra Pe- 
schiera, l'esercito ostile è confuso, sbaldanzilo, sce- 
mato di migliaia di morti e fuggiaschi, Verona ha un 
fianco scoperto, infranta è la base del formidabile 
triangolo dentro il quale noi ci eravamo sospinti con 
nuova e incredibile audacia; il colosso della Casa 
d'Austria sta dunque per accasciarsi per sempre e 
questo spettro terribile e schifoso cesserà fra poco 
dal funestare la redenta Italia. 

Nello scrivere queste parole, oh come io mi 
sente crescere nel cuore la religione della patria! 
come sento raddoppiarsi le faville del marziale di- 
spetto! Quale splendido avvenire sorride alla nostra 
patria ! noi vedremo risorgere le ricchezze delle re- 
pubbliche italiane e rinfiammarsi la vita di quelle 
potentissime cilladinanze. E la poesia, la quale an- 
che nei secoli aduggiali dalla schiavitù seppe serbarsi 
quel primato e quella gagliarda individualità che i 
nostri uomini di slato non ci seppero conservare, 
la poesia innamorerà di nuovo co' suoi canti la terra, 
e sarà dispensiera di gloria e di virtù a tutte lo na-. 
zioni. 

E tu, o amico, strappa dalla tua lira quella corda 
severa e straziante, colla quale in tenq)i oscuri o 
codardi sapevi gettare nelle anime sdegno ed ira e 
scuoterle coi dolorosi inebbriamenli della pietà; fa 
vibrare quella corda che insegna la viltoria e canta 
il trionfo, e dona libero sfogo a quel tuo sentire 
schielto e limpido eh' è condizione prima alla vera 
grandezza dell'animo e dell'ingegno. Addio. 

P. COBELLI. 
di A. roilTAHA io Torino 



94. 



MUSEO SCXXWTZnCO, eee. — AVVO Z. 



(17 giugno 1848) 



GLORIE ITALIANE 



PARTE PRIMA 

mOiaiXGO IMPEBATOBE CONTRO GXJ ITAIJAm — Anno Ilti8. 




I. 

Noi presenliamo agli occhi dei lettori il più graa 
dramma dei tempi moderni; gli è quello che i mae- 
stri dovrebbero, a preferenza dei temi eroici greci 
e romani, insegnare ai loro discepoli; gli è quello che 
ogni madre italiana dovrebbe spesso ripetere ai propri 
figliuoli; gli è quello che gli scrittori, i quali amano 
nutrire le loro pagine di un vigoroso ed eflìcace ele- 
mento di passioni e d'idee, dovrebbero fìnalmeute 
strappare dalle tenebre e dalla ruggine dei tempi e 
stamparlo profondamente nel cuoce e nella mente di 
tutti coloro che vogliono accogliere nell'animo un 
giusto sentimento dell'antica nostra grandezza e un 
amore sempre più operoso pel miglioramento dei 
nostri destini. 

Ci duole, per la brevità che ci siamo prefissi, 
di non potere presentare questa maravigiiosissima 
epopea in tutte le sue vaste e svariate proporzioni; 
ma ne diremo tanto che basti per conoscere quei 
nostri grandi antenati, i quali strascinali dalla pre- 
potenza dell' entusiasmo, della fede religiosa e delle 
passioni più virili ed eroiche, seppero compiere sa- 
criGcii sublimi, diffondere sulle ombre del loro se- 
colo ì primi fulgidissimi lampi d'una civiltà bene- 
detta, e innalzare l'Italia alla maestà di nazione. 
11. 

Noi vediamo da principio un uomo di smisurala 
ambizione, e, secondo i tempi, esperio capiUno e 



gagliardissimo soldato, il quale, evocando dalla pol- 
vere ogni maniera di diritti regi per farsene un'arme 
ad opprimere la libertà dei popoli, considera sic- 
come unica norma di un buon andamento politico 
l'assoluto dominio e il servaggio assoluto. Egli 
strappa dal Nord, da questa inesauribile officina del 
genere umano, un' immensa armata, scende in Italia, 
dove l'autorità imperiale ciie avea per tanto tempo 
esercitato la sua tremenda influenza, avvicinavasi 
alla sua piena ruina, e, simile a folgore omicida, 
arde, strugge, atterra, mesce sossopra ogni cosa. 

Quest'uomo viene anche ai di nostri riputato dai 
tedeschi un eroe, ma da noi italiani è credulo, e a 
buon diritto, un tiranno. 

Dipingiamolo colle parole slessc del tedesco Rau- 
mez, il quale, malgrado le lodi onde lo corona, 
lascia tuttavia travederne l'indole tuli' altro che 
benigna. 

• Federigo era di statura mezzana e ben formato- 
i capelli avea biondi, e gli tenea tagliati corti, e so* 
lamento arricciati sulla fronte: di carnagione bianca, 
ma dì guancie rosse e di barba pure che tirava 
al rosso; ebbe dagli Italiani il nome di Barbarossa. 
I suoi denli eran belli, le labbra fini, gli occhi ce- 
lesti: il guarda aveva severo, ma penetrante, e 
quasi consapevole di quella forza che nell'animo 
gli albergava. Fermo nell'animo, con voce chiara, 
con modi virili maotenea regal dignità, e nei vestire 



186 



MOBKO SCIBNTIPICO. LBTTRKAlllO Bl» AUTlSTlGD 



non fu sovercliiamcnle ornalo nò Iroppo ncglelto... 
Se si riguarda ai tempi nei quali visse o olle cure 
dell'alto stato cli'ei tenne, può chiamarsi dotto per 
aver inteso il latino e aver letto gli anticiii romani 
scrittori... Con quelli che non gli ubbidivano severo 
fu e terribile. Né la gioia, nò il dolore gli scema- 
rono maestà; e l'ira concepita nell'animo velava 
con un sorriso. Volentieri all' altrui opinione dava 
ascolto, ma quanto ei risulvea, proveniva, siccome 
a principe si richiede, dal maturo consiglio della sua 
mente.... Volle che lutti alle leggi senza distinzione 
di persona ciecamente obbedissero, e da questa 
persuasione nacque la rigida ed ostinala forza del 
suo volere.... Egli voleva ricondurre l'Impero, la 
Chiesa, il popolo a quello stalo in cui erano' in quei 
tempi nei quali regnava Carlomagno, ch'egli si era 
proposto a modello. » 



MI. 



Distrutta l'eroica ed immortale Tortona, la quale 
essa sola ebbe il potere di trattenere per più tempo 
il corso del furore tedesco, falle una ruina e con- 
venite in polvere altre città e villaggi , egli lascia 
che il suo soldato ebbro di vino e di sangue riposi 
tra le prede e sui cadaveri, e ripassa in Germania. 

Ma le sue carneficine non valgono a prostrare 
gli Italiani , nei quali era entralo un prepotente 
amore della vita pubblica e degli sludi che sono ad 
essa di foadamenlo, e che non aveano lascialo am- 
morzare la loro morale attività dell'intero esercizio 
delle arti meccaniche, nemiche allo sviluppo dell' 
intelletto. Perciò egli ritorna fra noi alla tesla di 
100,000 comballcnli. 

Milano, non impaurila, fa animosamente risuo- 
nare pel mondo il grido di non volere più morire 
pei ceppi e di non aver martiri fuorché per la li- 
bertà italiana. Federigo le impone di sottomettersi 
alla sua dispotica verga. Ella ricusa alleramenle, e 
vien subilo posta ai bando dell'impero. 

Il dì 6. di agosto del 1158, l'Imperatore, non 
osando assoggettarla colla forza, si accinge a vin- 
cerla colla fame e la circonda da tutte parli coi 
cavalli d'Austri», di Carinlia, di Svevia, di Borgogna 
e con un nembo di soldati Franchi e Bavari. 

I Milanesi fidali nell'ardire de' loro pelli e nella 
robustezza delle loro braccia contemplano tranquil- 
lamente e col sorriso dei valorosi queste immense 
forze dalle loro mura alTorzalc di torri. 

Per sottrarsi alla fame non videro allro mezzo 
fuor quello di far improvvise e gagliarde scorrerie. 
Lo storico Radevico che scrisse i fasti di Federigo 
per comando di lui, dice che mentre aveano sem- 
bianza di essere domali e perduti, spalancavano d' 
un tratto le porle, scagliavansi sulle guardie te- 
desche, meiteano dappertutto lo scompiglio e lo 
spavcnlo, e rappresagliarono tanti cavalli che cia- 



^ciMio di questi vendevasi in Milano per quattro 
soldi di lerzuoli. 

Malgrado questi miracoli di valore, la fame li co- 
strinse, e la cillà, do(tb un mese di blocco, si arrese 
a non disoneslo condizioni, anche perdio il fetore 
dei cadaveri dell'ima e dell'altra parie intollerabil- 
menlc molestava gli eserciti, cosichè moliissimi già 
alTelti erano da brutte e schifose infermità. 

IV. 

Recata in suo potere la città, Federigo licenzia 
la maggior parte delle genti, come portava l'uso de' 
tempi, si fa coronare re di Lombardia in Monza ed 
in(ima una gran dieta nel piano di Roncaglia, dove 
si stabilisce definitivamente la condizione politica 
d'Italia, e dove, fra le molle leggi tiranniche, si 
prescrive che l'elezione dei magistrali delle città 
sarebbe al tulio devoluta a Federigo; per la qiial 
cosa egli veniva considerato come il vero sovrano 
di tulle quante le città italiano. 

Al pubblicarsi di questa legge si levò un grido 
unanime di maledizione. — E quando egli mandò 
in Milano i suoi legali per eleggere e mettere in 
uflicio i magistrali, il popolo, quasi fosse un sol uomo, 
si levò con furia e impeto tremendo, e, lanciando 
sassi alle Gneslre delle case ov'essi alloggiavano, 
gridava: Fora, fora! Mora, mora! E già avven- 
lavasi a scannarli e a farne scempio, se i consoli 
non riuscivano a gran fatica a metterli in salvo fuori 
delle mura. 

Federigo, furibondo, pronunzia una nuova sen- 
tenza contro i Milanesi, li dichiara contumaci, ribelli, 
disertori e nemici dell'Impero, danna i loro beni al 
saccheggio, ordina che la loro città sia falla una 
ruina e che eglino siano strascinati in schiavitù. 

I Milanesi, dimostrando valore eguale alla santità 
dell' intento, rafforzano la loro terra e volano il di 
stesso del bando contro il castello di Trezzo, pre- 
sidialo da Italiani e da Imperiali che rompevano e 
sperperavano la campagna. Presolo d'un tratto, non 
salvano che i soli tedeschi, Iraendoli a Milano; gli 
italiani impiccano per la gola come traditori. 

Dal poco che abbiam narralo, può agevolmente 
argomentarsi qual orrenda guerra dev'esser questa. 
Immensa era la piena che innondava quegli indomiti 
cuori; si guereggiava per interessi morali, e le guerre 
di tale natura son sempre le più tremende. Dovea 
decidersi, dice il Leo, se l'Italia e la nuova vita 
politica ed inlellelluale che cominciava in essa a 
manifestarsi, dovesse essere immolata alla ferocia di 
un cavaliere alemanno, sulla cui fronte posava una 
splendente corona. 

Federigo non avendo ancora con sé il maggior 
polso delle sue genti per osare di correre sopra 
Milano si scaglia sopra Crema, sua alleata. 

{Continua) P. Corei-li. 



SCELTA I ACCOLTA DI OflLI R •▼ ARIATE NOZIONI 



187 



// Carroccio è pieno di nobili e vigorosi articoli; tra questi troviamo molto opportuno, per le nuoie 
elezioni del Piemonte e degli altri stali che stanno per congiungersi a noi, il riportare il presente 
dell' avv. Corderà, il quale sa cosi sapientemente accoppiare la bontà dello stile all\npportunità e 
forza de' concetti. • 

AVVISO AGLI ELETTORI 



Presso le nazioni lungamente esercilale ai governi 
rappresenlalivi, l'uflìcio di elellore è sempre sialo 
ambito e tenuto come la più bella prerogativa del 
cittadino. 

Esso era in Francia, com'è lullavia in Inghilterra, 
l'oggelto dei voli e dell'invidia di chi non possa ar- 
rivarvi. 

E per verità, si è Tatto il più grande ed il più 
importante che i diritti civili e politici concedono 
all'uomo libero di faro. Ma noi, liberti di ieri appena, 
sapremo già questo grand'atto apprezzare in tulta la 
sua importanza? io temo che no^ perocché non 
sono molti quelli che abbiano potuto precorrere 
col senno questa felicità di dritti e di tempi. Ai molli 
ancor suona come una parola vuota di senso ; e per 
nostra sventura, mai come al presente potrà forse 
abbisognare, non solo di averla bene inlese nel suo 
significato, ma di averla pur bene adoprala all'altis- 
simo fine per cui ci venne concessa. 

A questi molli pertanto debbesi apprendere, che 
il trascurarlo o l'abusarne sarebbe al momento un vero 
crimenlese dell'amore di patria e della sua futura 
felicità. 

Volgono tali tempi in cui la prima legislatura 
che sta per aprirsi, dovrà studiarsi di raccogliere, 
sotto la forma deJ regime costituzionale, tulle le più 
lartthe franchigie che possano colla medesima con- 
ciliarsi: talché in fatto abbia ognuno a persuadersi 
della verità che la parola di quel vivo lume di sa- 
pienza italiana ci tramandava testé da Parigi, non 
differire dalla repubblica che di nome il governo 
rappresentativo. Ed a questa verità è pur forza il 
condurlo onde ispunlare ogni insensata libidine di 
migHor reggimento. Tanlo dobbiamo alla sicurezza 
interna ^d esterna dello Stalo, alla indipendenza ila- 
liana che sarebbe allrimenli ancor minacciala, ed 
all' obbligo di gratitudine e di amore che ci lega al 
trono Sabaudo. 
E dunque nella scella di ottimi deputati riposta la 
garanzia della nostra maggior libertà e della nostra 
felicità avvenire. Chi non vorrà a un giorno, tanto 
solenne e fatale, sacrificare ogni altra occupazione 
e causa di privalo interesse? Gli uomini pertanto di 
buona volontà e di schietto patriottismo non vi man 
chino, a qualunque loro costo. 

E perchè la scelta corrisponda a un tanto scopo, 
badate che la si posi su queste essenziali qualità : — 
Dottrina; notorietà di liberali principi; integrità di 
condotta passata; e se fia possibile, la maggior 



efficacia della parola. Questo dono non è pur troppo 
comune! Ma quando ci sia, io lo pongo subito a lato 
della dottrina, perchè l'eloquenza è la regina dei 
parlamenti, e moltiplica il volo del dolio e vittorioso 
oratore. 

Le elezioni in un nuovo Governo Costituzionale, 
hanno pur questo di sfavorevole, d' ignorarsi ancora 
la professione di fede degli eleggibili che, di ne- 
cessilà, sono nuovi ai cimenti parlamentari. Quindi 
è d'uopo giudicarli dai loro fatti aritecedcnti, dai 
loro scritti massime e dai loro atti pubblici e pri- 
vati, rivelatori dei loro principii liberali : e saranno 
tanlo più da apprezzarsi in ragione dei tempi e dei 
pericoli in faccia dei quali avranno avuto il corag- 
gio di rivelarli. 

Del liberalismo della giornata,* quando s'è fallo 
la divisa del Governo, chi può ancor giudicarci 
della sincerità? 

Gli ambiziosi, come gli slessi nemici di esso, 
possono mentirlo, per farsene strada gli uni di sa- 
lire agli onori, gli altri di portare la loro pietra d» 
geltarvigli contro. 

L' integrità poi della condotta è sempre, e più in 
mancanza di altre nozioni, una delle maggiori ga- 
ranzie della buona scelta. 

L'uomo cattivo nella condotta privala, non può 
essere che callivo nella condotta pubblica. La vita 
è una serie di circoli la cui graduazione è sempre 
in giusta armonia e proporzione tra loro, siccome 
somigliano al primo i circoli succedenlisi che de- 
scrive il getto della pietra nell'acqua. 

Non basla che la Legge (art. 104) abbia notato 
gl'individui che, pel lato della vita privata, assolu- 
tamente non vuole. Tacendo, ella sarebbe slata im- 
morale. Ma lutto non vi disse con ciò: ella vi ha 
lascialo il criterio anche di quelli, che per lo stesso 
lato non vi convengono. 

Aprite dunque gli occhi a ben giudicare la vostra 
creatura sotto tulli i rapporti. 

Pensale che la sala delle vostre elezioni è un 
bel ballo di maschere, per la varietà dei caratteri, 
per la varietà dei costumi. Qui lo stollo che, senza 
il corredo di veruna dottrina, senza neppiir quella 
dell'arte o della professione che esercita, aspetta 
gli diate il vostro voto. Là un cattivo padre, un cat- 
tivo marito, od un cattivo fratello spera che igno- 
riate i suoi fasti domestici. Qui un ricco Sardana- 
palo che alTrelta l' istante di potere, mercè vostra, 
recarsi alla capitale per farvi moslra de' suoi pom- 



IM 



MOtlO ICIBNTIPICO, LKTTRBABIO ID AtTlSTICO 



posi cavalli. Dietro lui, un favorito dei ministeri 
che modestamente nasconde agli ocelli vostri dei 
li(oli per acquistarne, colla vostra grazia dei nuovi. 
LA un liberale dalla larga cintura che si cinse da 
ieri e vi olire, colla 'schiettezza di un seguace di 
LoJOLA, il patrioiismo delle sue idee. E qui, il più 
pericoloso di lutti, l'ambizioso che lenta sedurvi 
per essere poi a suo tempo sedotto egli slesso. Voi 
lo ravviserete dalla demagogia della quale s'Iia 
fallo uno studio. Dal di che il popolo divenne qual- 
cosa, egli non cessò di frcgarglisi colle mani e col 
dorso. Ora in mezzo, ora in capo, ne sembrava par- 
tecipare Intle le rfiosse, lutti i pensieri. X'ìia una 
spedizione di generosi che movano volontariamente 
contro il nemico? Ed eccolo in mezzo a loro, in 
tutto punto di viaggio. Dal suo correr, ricorrere ed 
allacendarsi voi l'avreste creduto il condottiero della 
falange? Ma al momento della partenza le augura 
il buon viaggio. Arriva un (|ualclie importante pro- 
clama, ed egli lo strappa di mano al banditore, 
ed è sollecito di farne le veci tanto che, almeno in 
questo, egli possa pur avervi la parie sua meritoria 
presso del popolo. Nelle tribunizie declamazioni si 
ride dei titoli e dèi titolali; ma se avviene a taluno 
che, per isbaglio gliene dia qualcuno che lo sceveri 
dal volgo fralerno, ei sei gode e sei beve colla vo- 
luttà di femmina brutta a cui dicasi bella. Figura- 
^ lc»i poi che non farà per meritarselo, quando gli 
•«i mostri un cencio di nastro! 

Il vero patriota non fa di queste spampanate. 
Egli è modesto; sente profondamente ed opera for- 
temente a suo tempo. 

A questo bel ballo di maschere non dimenticate 
di portare con voi l'occhialetlo per conoscerle tulle 
e bene; — quanto a me, gli è da gran tempo che 
l'uso, e vi assicuro che ad esse io non darò, per 
certo, il mio volo. F. Corderà. 



STORIA DELL' AKCIII'J IXI UHA 

Articolo primo 

L'archileltura è la più antica di tutte le arti. 
Ella è naia coli' uomo, perche l'uomo ha sempre 
bisogno di esser coperto contro l' inclemenza dell' 
aria e le aggressioni degli animali durante il suo 
sonno-, e allorché questo schermo necessario non 
si presentasse da se slesso, bisognerebbe che l'uomo 
se lo creasse. Nei fianchi delle montagne egli si 
•perse delle grolle; con pietre o argilla imitò 
queste grolle nei piani; le imitò vicino alle foreste 
con rami d'albero, con scorze, con zolle, con 
fogliami. 

Tuttavìa l'archileltura, propriamente parlando, 
non fa parte delle belle ani se non perchò ha per 



iscopo di svegliare in noi il sentimento del bello, 
e di parlare alla nostra immaginazione, come nei 
tempii, nei palagi, nei teatri ecc. Essa non ha po- 
tuto per conseguente cominciare ad essere un'arte, 
nel senso il più elevalo che si possa attribuire a 
questa parola, se non quando la società ebbe rag- 
giunto un certo grado di coltura intellettuale e 
morale. 

Vuoisi eziandio notare che rarchitetlura, fra tulle 
le arti, ò quella che ci fa meglio conoscere la reli- 
gione, i costumi e il carattere di ciascun popolo; e 
ciò è così vero, che il primo pensiero, il primo 
desiderio di un viaggiatore, arrivando in una città 
o contrada straniera, ò di visitare i monumenti di 
architettura. Ciò diede origine aWarèheologia , la 
quale, come viene indicato dal suo nome, è la scienza 
dei monumenti dell'antichità. Questa scienza ha per 
iscopo d'interrogare le ruine dei popoli antichi, 
di quelli sopralutlo la cui lingua e i cui libri non 
sono pervenuti sino a noi. 

Sventuratamente le traccio dei primi popoli civi- 
lizzati sparvero pressoché interamente dalla terra. 

Alcuni avanzi di bassirilievi, strappali a gran pena 
dalle viscere dela terra hanno rivelalo, non sono 
ancora due anni, il luogo ov'era situata Ninive; e 
alcune colonne sparse sopra una vasta estensione di 
terreno sono lutto ciò che ci resta della superba Per- 
sepoli. Ma queste ruine, come quelle dell'India, 
basterebbero per insegnarci che l'alta Asia, in temj)i 
lontanissimi, fu la sede d'una civiltà assai illuminata. 
Vi si riconoscono le vestigia di una razza primitiva, 
più forte che intelligenle, la quale sortì da Dio e 
dalla naiura idee magnìfiche, gigantesche, ma vaghe 
e confuse. 

Frattanto l'Egitto, che appartiene alla stessa an- 
tichità, sorvisse lutto intiero ne' suoi monumenti. 
Per tal modo questa contrada fu sempre, in archi- 
tettura come in tutto il resto, il punto di partenza 
di lutti coloro che scrissero sull' antichità. 

Di tutti i monumenti di cui I' Egi4lo è coperto, 
e la ciii sola enumerazione formerebbe materia dr 
un volume, i più maravigliosi sono, senza contradi- 
zione, le Piramidi, queste costruzioni colossali, che 
a gran pena si possono figurare opera dell'uomo, 
tanto sembrano soverchiare ogni sforzo e potenza 
umana! Ne esiste tuttavia un gran numero su varie 
parti dell'Egitto; ma le Ire p'ù rimarchevoli sono 
quelle situale all'occidente del Nilo, presso la pic- 
cola città di Gizeh, nello slesso luogo che ora oc- 
cupato dall'amica .Menfi. La principale, la cui co- 
struzione viene attribuita a Cheope, ha 160 metri 
d'altezza. Essa é costruita a pietre orizzontali for- 
manti gradini che rientrano gli uni sugli altri di 28 
a 30 cenlinietri e presentano l'immagine d'una gi- 
gantesca gradinala. La sua base è 238 metri. Qual 
immensa quantità di braccia ha dovu(o richiedere 
la costruzione di un simile masso In epoca in cui 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B 8VABUTB NOZIOFII 



180 



la meccanica non doveva essere gran fallo perfe-'^ 
zionala I L'entrala della piramide di Clicope fu già 
scoperta da molti secoli; alcuni moderni viaggia- 
tori penetrarono eziandio in altre il cui interno 
fu trovato pressocliè uguale .dappertutto. Questa 
entrata trovasi verso il mezzo dell'altezza 6q)ra 
una delle quattro faccie; d'onde un adito angusto 
disrende verso il centro della base e poi di nuovo 
risale. Il più sovente non si scoprirono dentro le 
piramidi fuorché due o tre vaste camere, e nella 
più grande un sarcofago entro cui probabilmetite 
8O0 chiuse le spoglie mortali di Faraone, per onore 
del quale fu la piramide fabbricala; perciocché è 
fuori d'ogni dubbio che queste piramidi erano 
tombe. La loro forma funeraria basterebbe per 
attestarlo. 

Se la lìngua degli antichi Egiziani disparve dalla 
terra, se di loro non resta alcun libro per farci 
conoscere lo spirito delle loro credenze e delle loro 
istituzioni, questo spirito appare luminosamente in 
questi massi enormi che lianno attraversati i secoli. 

La continua preoccupazione della morte; ecco 
r idea che presiedeva a tutte le creazioni dell' E- 
gilto. Non vi maravigliate, diceva Bossuet, di ve- 
dere tanta magnificenza in questi edifìcii: ciò avviene 
perchè li si consideravano come dimore eterne. Le 
loro case erano chiamate osterie , dove non vi si 
fermava che passando, durante una vita troppo 
breve per compiere ogni nostro disegno; ma le vere 
case erano le tombe che noi dobbiamo abitare per 
secoli infiniti. 

Dopo le Piramidi, i templi tengono il primo luogo 
tra i monumenti deirarchitettura egiziana, li tempio 
intitolato ad Apollo è uno de' più vasti e de'più com- 
piuti nella valle del Nilo. Esso è ancora iulalto e 
basta a dare un'idea dell'architettura religiosa 
degli Egiziani. Per la grandezza delle masse, la 
larghezza delle basi e le ampie proporzioni, fa 
nascere, come le Piramidi, il sentimento di una 
lunga durata. 



I CIAULATAxM 

La salute è un preziosissimo bene raro per tutti, 
e specialmente per quelli che si hanno a guadagnare 
il pane coi proprii sudori. Tutti dunque devono 
usare d'ogni precauzione per conservarla: ma il 
mezzo più eflicace si è la temperanza nel mangiare 
e nel bere, l'astenersi da tutti i liquori spiritosi, e 
fuggire qualunque maniera di stravizzi. Pure accade 
qualche volta che, non ostante tutti i riguardi pos- 
sibili, questa salute si altera o per una o per un' 
altra malattia. È allora naturalissima cosa il cercare 
lutti i m* zzi onde ricuperarla. Ma vi ha molte per- 



sone, le quali invece di seguire i consigli e le or- 
dinazioni dei medici, danno retta a quei vagabondi 
ciarlatani, i quali fanno i signori, e girano il mondo 
alle spese di quella buona gente, che sedotta dalle 
ciarle e dall'impostura, dà ad essi il suo danaro 
guadagnalo chi sa con quanta fatica ! 

Questi ciarlatani sono ignoranti e quasi sempre 
ingannatori,. che tirano profitto dalla credulità delle 
persone semplici e poco istruite, le quali facilmente 
si lasciano sedurre dalle apparenze. 

Sono ignoranti, o ve lo provo. 

Per curare qualunque siasi male, bisogna avere 
certe cognizioni indispensabili. Del che converrete 
meco. È necessario avere una conoscenza esalta e 
precisa della struttura interna del corpo umano, il 
quale è composto di parli quasi innumcrabili. E non 
basta sapere i nomi^ bisogna sapere appuntino il 
posto che occupano e le funzioni che esercitano tutti 
i visceri e tutti gli organi che vi sono rinchiusi, e 
poter distinguere quale ne è ammalato, onde appli- 
carvi gli opportuni rimedi. Non tutti i rimedi con- 
vengono a lut[e le malattie, né a tulli i maiali. 

Ora per acquistare tante cognizioni è facile per- 
suadersi che ci vogliono studi lunghi, dilTicili, dispen- 
diosi. Per diventare sarto, calzolaro, fabbro, legna- 
iuolo ecc., conviene slare lungo tempo sotto la di- 
rezione di un maestro ben esperto della cosa che 
uno vuole imparare. Così per essere in grado di 
curare le malattie fa d'uopo assistere alle lezioni di 
valenti professori in medicina, far lunga pratica 
negli spedali al l«'Uo dei maiali, imparare i diversi 
e quasi infiniti generi di maialile e provvedersi di 
una infinità di libri che costano moltissimo. E poi 
uno che abbia fatto tutti questi lunghi e difficili 
sludii, non può esercitare la medesima, se prima 
non si sottopone a replicati esami, e non riporta il 
solenne alieslato di essere slato riconosciuto capace. 
Ora Éredete che si farebbero tante diflScoltà se la 
medicina non si considerasse come arte utilissima 
all'umanità? Credete che si userebbero tante cautele, 
se esercitata da gente ignorante non fosse capace 
di produrre grandissimi mali ? 

A queste cognizioni bisogna aggiungere quelle di 
tulle le specie dei medicamenti, delle loro proprietà 
e delle dosi che se ne devono dare. Perchè vi sono 
dei medicamenti che possono dare la morie se ven- 
gono amministrati in troppa quantità. Bisogna sa- 
perli proporzionare all'età, alla complessione, alle 
forze dell' ammalalo ; e questo è sludio lungo e della 
più grande importanza. 

Ora come volete voi che i ciarlatani abbiano fatto 
tutti questi studi, e siano fornili di tanti a'iuti? Sa- 
rebbe stoltezza il pensare che 6i possa sapere una 
cosa senza studiarla, quando riesce di somma diflì- 
collà a quelli slessi che vi spendono intorno tanto 
tempo e tanta fatica. 

Il ciarlatano vi dice che egli solo fabbrica e vende 



190 



HOMO ICIRRTiriCO.LITriBAKIO to abtutico 



quegli nnguonli che vjjcHo spacciare. Qiìofile parole 
appunto dovrebbero allonlanarvi dal comprarli. Or- 
dinariamenle quegli unguenti sono composti di zucca 
colla colorita con qualche ingrediente, ed esso vuol 
farli passare per rimedi quasi miracolosi ad ogni 
malallia. Non è possibile che il medesimo medica- 
mento sia buono per più malattie di diverso genere. 
Le malattie possono nascere da diverse cause ; dunque 
vanno medicate con diversi rimedi. E chi sarà così 
stolto da credere che un vasetto di unguento debba 
possedere una virtù onnipotente? Vi dicono che essi 
soli posseggono quel maraviglioso segreto. Non gli 
credete. Sono stali più volte scomposti da esperti 
professori, e gli hanno trovati, o fatti di sostanze 
inconcludenti, o al più di medicamenti che si tro- 
vano in tutte le spezierie. Dicono che guariscono 
tulli i mali. Sarebbe mollo desiderabile che si tro- 
vasse una medicina di una virtù così prodigiosa. La 
povera umanità avrebbe molto da rallegrarsi se si 
potesse, ma non è possibile, e chi dice al contrario 
è un impostore. 

Volete finalmente vedere se sonp ingannatori? 
Fale attenzione al loro modo di parlare. Non sentite 
che ciarla, che abbondanza di parole, che tuono di 
voce per esaltare i prodigi dei loro unguenti, per 
raccontare le guarigioni operale. Dio sa dove, infino 
per dare ad intendere ai gonzi lùcciole per lanterne? 
Io non ho veduto mai nessuna persona veramente 
istruita e di merito mettersi in una piazza a vantare 
la sua bravura, e a fare il panegirico delle sue cose 
per levare quattrini di lasca alla gente, che gli gua- 
dagna col sudore della sua fronte. A ogni persona 
dabbene rincresce sinceramente il vedere tanta mol- 
titudine spesso raccolta intorno a quei vagabondi, 
invece di andarsene per i falli suoi e lasciare là 
quegli impostori, i quali con un teschio o con uno 
stinco di morto in mano danno ad intendere le più 
grossolane balordaggini. Sappiale che la verife non 
ha bisogno di lante parole e che il vero merito è 
sempre accompagnato dalla modestia. 

Procurate di conservarvi la salute, che Iddio vi 
dona con una viia regolare, lontana da tulle? le in- 
temperanze e gli stravizzi. E se mai la disgrazia 
facesse, che vi venisse qualche malattia, il che Dio 
non voglia, profiliate del medico e non del ciarla- 
tano, il medico rimane nel vostro paese, ed ha 
premura di non compromettere la sua riputazione 
né la vostra vila. Il ciarlatano vi prende i danari, 
se ne va, e nulla gli preme se il maialo vive o 
muore. L' Ariigianclto. 

La beneficenza è la virtù delle anime generose; 
l'ingratitudine è indegna del cuore umano. Le vil- 
ume dell'ingratitudine sperino nel Cielo il premio 
della loro virtù: l'ingrato avrà nella maledizione di 
Dio e degli uomini il castigo del maligno suo cuore. 



LA NAZIONALITÀ' 

È INDICATA A TUITI I POPOLI 
DALLE MANIFESTAZIONI DELLA TNAT13BA 

La nazionalità , quel bene sospirato da tulli i 
popoli civili all'età nostra, è un sociale benefizio 
additato dalla slessa natura terrena di questo pia- 
neta in cui viviamo, mediante le mirabili manife- 
stazioni» della Divina Potenza Creatrice, la quale 
sembra rivelare alle genti con segni particolari i 
loro destini sociali. Scompartita la terra in separale 
zone, veggonsi le molliplici umane stirpi in tante 
distinte, e demarcate sedi, che offrendo delle spc- 
cialilh di essenza, e dei modi di esistenza, paiono 
insegnare agli uomini la naturale condizione e la 
necessità di parziali, ed indipendenti connivenze 
politiche. La commistione delle varie razze d'uomini 
non sempre sembra assentila, per le nor\ omogenee 
caratteristiche che le distinguono, e le terze specie 
nascenti da quelle se non sono formate dalle spon- 
tanee congiunzioni, o ne corrompono gli slessi com- 
ponenti, o non risultano gentili che coU'opera lunga 
e diffìcile de' secoli. 

Sono segni visibili delle distinle nazionalità de' 
popoli i differenti colori in prima delle razze, i 
grandi spazi marini che dividono l'una gente dall' 
altra, le grandi catene de'monli, le notevoli discre- 
panze del clima, le speciose produzioni, le tempre 
corporee mollo dissimiglianli fra i popoli. le parti- 
colarissime passioni da cui sono predominati, ed in 
fine come massimo contrassegno, le differenti favelle, 
che in un simile suono esprimendo, e comunicando 
a vicenda i moli dell'animo, i sensi del piacere, e 
del dolore nella terrestre peregrinazione, generano 
le comuni simpatie per la assimilazione della neces- 
sità, e predilezioni comuni per quella terra tutta 
ove il medesimo suono si ode. 

Il grande principio umanitario che aspira a cot- 
legare tutti i popoli in un solidale interesse non 
potrebbe che rimanere un astrailo concello della 
politica filosofia, se in prima non venissero ordinale 
le umane società, se non fossero innanzi costituite 
le nazionalità dei popoli a seconda delle grandi ma- 
nifesta/ioni della natura. Diffìcile opera invero questa 
appare, allorché si contempla la odierna partizione 
delle dominazioni, e lardo il conseguimento che se 
ne potrebbe attendere, ma non impossibile ad es- 
sere tradotta la speranza in un allo, se ad una uni- 
versale tendenza de'popoli civili si aggiungesse per 
umana sapienza e comune accordo un freno all' 
impero della forza. Per questa soltanto furono sop- 
presse le voci della ragione, per questa furono con- 
culcali i diritti manifestatisi per la legge naturale, 
e calpestale le nazionalità. I diritti di dominio in 
passalo e nel presente non hanno bisogno per dive- 
nire tali per umana sciagura che di un lungo esercizio 



•CBLTA RACCOLTA DI UTILI B SVABIATB NOZIONI 



191 



della Turza isicssa. Un deplorabile rimedio alla te- 
muta ripetizione delle violenze, alle terribili conse- 
guenze della reazione, di colui che ha sofferto lo 
spoglio, si fece sotlentrare alla giustizia, alla legit- 
timità del possesso, accordando la sanzione «Ile 
ingiuste occupazioni con un fittizio diritto che non 
avea altro titolo che la continuazione delia forza i- 
slessa. La tirannia così imponeva le sue dure leggi 
ai debellati, ed una tarda riscossione dei popoli op- 
pressi si appellava ribellione. Il più forte usurpa- 
tore portava nella sua azione di forza il diritto 
istesso di dominio. Ciascun ricorreva col pensiero 
di porre un argine all'umana violenia! si voleva 
pure il riposo delle genti nell' esercizio del diritto 
di proprietà ! Una dura necessità faceva talora pie- 
gare la fronte a molli ! Onde aver pace nel presente, 
si statuì di tollerare l'antica violenza! L'interesso 
comune delle genti faceva sentire il bisogno di una 
legge comune, di un patto valido fra esse che tute- 
lasse le integrità nazionali, e fosse guarentigia della 
loro incolumità, astringendole insieme con vincoli 
solidali promettenti sicura salute. Le leggi o trat- 
tati parziali che sono regola internazionale fra due 
o più stati, gli sforzi della così detta diplomazia 
non aveano in sé stessi, per lo più, se non il fine 
di centralizzare delle grandi forze per sopratTare 
nei differenti rapporti politici ed economici le genti 
più deboli. Il vantato equilibrio ancora degli uomini 
di stato non ai)prestava altro mezzo di conserva- 
zione che l'uso della istessa forza, ponendola ad 
un più eguale contrasto, ma non ebbe per precipua 
norma un equo diritto. Le nazionalità che pel si- 
curo riposo del mondo era necessario, direi quasi, 
farle rientrare nel loro letto, erano manlenule 
infrante (e perciò nna continua cagione di politici 
cambiamenti) erano spesse volle annichilale per 
una barbara legge chiamata ragiono di slato. 

Un patto adunque comune, che fosse la spontanea, 
ed espressa convenzione delle genti tulle, la sua 
solidale accettazione, sembrava nelle umane contin- 
genze il solo pegno dei diritti individuali e comuni 
delle nazioni per la loro conservazione. Questa 
snprema legge de'popoli non potrebbe costiluire le 
odierne dominazioni, senza aver per base la più 
o meno remota costituzione della nazionalità, a se- 
conda di quelle naturali manifestazioni, nel fine di 
possibilmente consolidare fra gli uomini di pace, 
restituendo la libertà dei medesimi nelle rispettive 
sedi terrestri, come ad una voce reclamano tutti 
coloro che già pervenuti ad un grado di civiltà sen- 
tono come una necessità la soddisfazione di questa 
naturale tendenza. 

Noi dicemmo che unadelle precipue caratteristiche 
delle nazionalità era la comune favella nei popoli; 
e per cerio la loro nazionale risurrezione o con- 
servazione conveniva ritenerla intimamente legala 
a quella. Al suo magico suono scuolonsi le genli 



che appartengono ad una medesima regione, e dio 
parlano lo stesso linguaggio. Le simpatie si svelano 
all'istante; a quel suono mirabilmente si accendono 
gli alfetti della nazionale fratellanza. Due enti che 
per la prima volta si riscontrarono, pur divulgatisi 
in longinquc terre, s'attraggono a vicenda a quella 
voce; le patrie alTezioni si suscitano pur anco in 
coloro che meno le sentirono per l'addietro; una 
insolila commozione li invade se casi sinistri o lieti 
avvennero alla patria comune. 

La straniera invasione corrompendo le favelle, le 
nazionalità ricevono il maggiore urto alla loro po- 
litica esistenza. Sino a che un popolo conserva 
pura la propria lingua ha sempre la forza rigene- 
ratrice della sua nazionalità. A quegli che soggiacque 
alla sventura della conquista è mestieri, guardarsi 
forse più dalla lingua del conquistatore che dalle 
sue armi. La necessità di dovervi comunicare non 
è da porsi in bilancia col formidabile germe che un 
popolo accoglie nel familiarizzarsi col linguaggio 
dell'usurpature, il quale corrompendo a grado a 
grado la favelle natia, ne annulla la grande carat- 
teristica della nazionalità. 

Se adunque è duopo mantenerla intatta come un 
forte baluardo centra la straniera violenza, per coloro 
cìie sono nel libero possesso della nazionalità, è del 
pari necessario alla sua conservazione la possibile 
soppressione <lei dialetti che suonano siccome spurii 
alla madre comune, ed indicano nel seno delle na- 
zioni i segni di antiche ferite fatte alla sua inte- 
grila; piaghe giammai rimarginate, e che talora 
innalzano i malefici influssi di fraterna discordia. 
Per essa lingua soltanto si mantengono inlalli i te- 
sori della sapienza delle nazioni. Per quella la patria 
istoria, le leggi, le scienze rimangono sempre espli- 
cate alia intelligenza dei posteri; i costumi non al- 
terano la loro originalità, ed in tal guisa infonden- 
dosi nei popoli una affezione tradizionale per lante 
venerate memorie si forliGca nel modo più dura- 
turo la loro esistenza. V. P. 



SEPOLCRO DI NERONE 

Secondo una tradizione popolare che corre a Roma, 
oravi altre volte alla Porta del Popolo un grand'al- 
bero sul quale un corvo venia sempre a po.sarsi. Si 
scavò la terra al piede di quest'albero e si trovò 
un'urna con un'iscrizione che diceva quest'urna 
racchiudere le ceneri di Nerone Le si gettarono al 
vento e si fabbricò sullo slesso luogo la chiesa co- 
nosciuta oggi sotto il nome di Santa Maria del Po- 
polo. Il monumento chiamato il Sepolcro di Nerone 
che vedesi a due leghe di Roma, sulla strada di 
Toscana, non è punto il sepolcro di Nerone. 



I9S 



MUSSO tnRNTIPirn, LBTTUmmO BI> AUTtUTICO-irilLTA «ikltrOLTA DI UTILI R «VABIATB NOZIONI 



COSE C0ME1IP0R.4XEE 



I. 

Jl giorno 5 giugno in Milano. 

Fu giorno che non si può dimenticare, e che, di- 
venuti vecchi e stanchi delle gioie del mondo, ram- 
mcnleremo col sorriso della compiacenza sul labbro 
e con una lagrima sugli occhi. 

Gli studenti partivano pel campo dell'onore : erano 
1400: andavano a combattere per la patria e per 
la libertà: figli del popolo vollero dividere con lui 
I pericoli eie glorie di una guerra santa: partivano 
coi fiori sul fucile, in mezzo alle ansie, agli applausi, 
ai guardi e ai sorrisi dei parenti, degli amici, delle 
belle ed eleganti fanciulle che gittavano loro dai bal- 
coni mazzi di fiori: partivano cantando come se an- 
dassero a banchetto nuziale, incuorando i circostanti 
colle forti parole : Consolatevi, torneremo liberi. 

Una povera famiglia, padre, madre, due sorelle 
e un fratellino, della classe dogli operai, si affatica- 
vano tra la immensa calca per dare «l'ultimo saluto 
al figlio, al fratello che partiva: era la speranza, 
l'orgo"lio del loro cuore, ch'essi sacrificavano alla 
salute della patria. Passaron fucili, passaron studenti, 
passaron soldati; ma il figlio, il fratello non lo vi^ 
dero più : anche ' quel conforto fu loro negato. — 
Quando ttitti furon passali, un singhiozzo scoppiò dal 
loro petto e una pioggia di lacrime lavò la loro 
faccia.... Poveretti! la storia non terrà conto di quelle 
lacrime-, ma Iddio sì. 

Oh, i sacrifizi del popolo son cosa divina! Nel 
silenzio della povertà, nell'oscurità dello sue offi- 
cine, egli ò generoso ed eroico senza saperlo, senza 
che altri lo sappia. Divora le sue lacrime, e nessuno 
gli bada; si sacrifica alla patria, e lo crede un dovere; 
nelle crudeli privazioni si contenta di offrire a Dio 
i suoi -dolori in penitenza de' suoi peccati. — Frat- 
tanto le opere de' ricchi sono esaltate da' giornali, 
pubblicate a suon di tromba. 

Oh, non invidiateli i ricchi! Perchè levasi tanto 
rumore se un ricco fa qualcosa di bello e di grande? 
perchè la è cosa straordinaria. — Gloriatevi dunque, 
o poveri, di appartenere a quella classe di persone 
in cui la virtù, la generosità e l'eroismo son cose 
ordinarie. Anche Cristo, quando si è fatto uomo, 
è comparso in faccia al mondo col rozzo vestito 
del figliuolo di un falegname. 



11. 

// giorno 8. 

Di funebre pompa si onorò in tal dì nella chiesa 
di S. Fedele la gloriosa e fortissima schiera dei 
martiri italiani che, morendo a Curtalone, hanno 
iniziato la immortale vittoria du' Piemontesi a Goilo. 

StAbiliraento tipografico di A. FOWTAIfA 



VI assistevano i fratelli Toscani che trovansi in Mi- 
lano, i Siciliani rappresentati dal colonnello La- 
Farina, i Lombardi, la (ìiiardia Nazionale, il Governo 
Provvisorio e una legione di carabinieri che fra poco 
rildrnerà a combattere sui campi che già conosce. 
Il tempio era lutto abbrunato: in mezzo ad esso 
sorgeva un grande tumulo, quale convenivasi per 
onorare le anime grandi e ricche di valore che già 
sono in grembo a Dio. 

Ognuno dimetteva il capo sospirando, e alzava al 
cielo una fervorosa preghiera per que' cari ch« sep- 
pero far getto della vita, combattendo la guerra 
sacra. 

Sommo era il dolore che vedeasi scolpilo sulla 
faccia de'circostahti : ma quel doloro era sacro, su- 
blime, generoso, e dava pegno che gli Italiani hanno 
finalmente sentito il grande obbligo de' grandi sa- 
crifizi per la redenzione del loro paese dallo stra- 
niero abbominato. 

Nondimeno noi abbiamo sorpreso molle lacrime 

sugli occhi di molle madri Oh madri italiane, 

consolatevi nell'idea che il sangue de' vostri figli 
sparso per la libertà di questa nostra patria è bene- 
detto dagli uomini e da Dio; il loro nome sarà 
scritto a caratteri indelebili nelle pagine imperiture 
della storia, e la terra che accoglie le loro salme 
sarà venerata come terra santa , come terra di 
pellegrinaggio. 

Pensale che la guerra non è solamente suprema 
necessità nostra per eslerminare il barbaro che di 
presente ci assale, ma è suprema necessità nostra 
affinchè lo spirilo marziale divenga natura in noi e 
passi ereditario nei nostri figliuoli, al quali non man- 
cheranno nemici finché avranno per patria questa 
bellissima Italia. 

Udite la sapiente Riforma .- È forza che 1 Italia 
si spogli di quella snervata civiltà, e per meglio 
dire, di quel lenerame che ci avea resi graziosi , 
ma fiacchi, e si rivesta d'una civiltà maschia, edu- 
cala non al trillo della scena e alle danze , ma al- 
l'urlo del cannone e alle mosse concitate della bat- 
taglia. Con questa civiltà noi ora e sempre vince- 
remo i nostri nemici. 

Non v'ha provincia Italiana che non abbia figli 
sul campo , ma forse non sono ancora quei tanti 
che richiede il bisogno. Deh, non si freni la gioventù 
con tenerezze materne e lagrime stemperanti la 
virtù dei forti ! Il pianto adesso è un pericoloso 
nemico d'Italia, e noi diremo col Pellico che una 
man l'asciughi, e ruoti l'altra più assetalo il brando. 
I prodi che sono caduti sotto il ferro dell'Austria 
non han bisogno di esser compianti, ma bisogno di 
esser vendicati. E noi non potremo meglio soddi- 
sfare al dovere d' Italiani, all'amicizia, alla paren- 
tela che con l'uccidere i loro uccisori. 



io Toriso. 



«5. 



MUSEO SCIENTinCO, ece. — AVVO X. 



(S3 giugno 1848) 



GLOUI E ITA LIANE 

PARTE PRIMA 

FEDERIGO IMPERATORE CONTRO CU ITAIJANI — Anno iìS^. 
( Continuai. V. pag. 185.) 




Crema racciiiudeva in sé la genie più animosa che 
per avventura ci ricordi la storia degli uomini. Le 
donne stesse con beiTarde canzoni salutavano dall' 
allo delle n)ura le insegne imperiali. Assediami ed 
assediati, postergato ogni umano sentimento e invasi 
da furia orribile, si mescolarono a guisa di fiere, 
meno quasi per vincere che per uccìdersi. Federigo 
fece trarre verso la citlà una torre alla quale eran 
legali molli de' più nobili fra i prigionieri Cremaschi 
e Milanesi. I poveri ciUadini si videro con orrore 
condotti alla scelta o di essere i carnefici de' propri 
figli e fralelii, ovvero di sacrificare la patria... Sal- 
varono la patria e lasciarono al barbaro Alemanno 
la macchia incancellabile d'una atrocità vana ed inau- 
dita, (ili slessi principi tedeschi sentirono ribrezzo 
di lanto macello, e per mezzo di Enrico duca di 
Sassonia, clic si proferse mediatore, i Cremaschi 
vennero a patti colf Imperatore. Fu loro fallo grazia 
della vita e di cjnanlo potessero portare con loro. — 
Sgombrati gli abitanti, la terra fu dala in preda ai 
soldati e disfatta. 

Italiani ! oon siale avari del vuàlru amore e della 



voslra ammirazione alla virtù oltrepotenle dei Cre- 
maschi. 

VI. 

Federigo si volge trionfalmente verso Pavia, città 
che avea smarrito ogni senso d'italiana virtù e che 
avea venduta tutta se stessa ai capricci di un barbaro. 
1^ 1 soldati di lui, compiuto il termine del loro ser- 
vigio, recansi, come di consueto, alle loro case. Per 
viticere i Milanesi è costretto aspettare che un nuovo 
esercito gli sia mandato di Germania. 

Giunge finalmente l'anno 1161, e l'Imperatore 
sentesi forte abbastanza per fulminare a gran tem- 
pesta l'ardila Milano. 

Ma la fortuna vuol spesso che l'ingiusto prevalga 
al giusto, e la tirannide alla libertà. — Nel momento 
slesso che Federigo si volge verso Milano, un in- 
cendio furiosissimo e impreveduto ne arde e devrsta 
quasi la lérza parte. L'd ecco i cittadini in faccia ad 
un nemico formidabile e rabbioso, ignudi d'ogni 
cosa e privi della speranza di aver pane perchè le 
fiamme han divorali tulli i magazzeni ov' eran ri- 
poste le principali provvisioni. Ma l'amor santo 
della libertà li sosteneva, e uo furore che più non 



194 



■OSEO tCIK11Tirir.p, LRTTRRAtlO KD ABTItTICO 



pensa e più non regge, gonfiava gli animi di tulli 
conlro I' esecralo o maledcllo oppressore. 

Federigo volle prima mostrare alcuni segni del suo 
eroismo. Circondò la cillà coli* immenso suo eser- 
cito senza trarre arco e quasi a spettacolo di festa, 
poi ad un tratto scomparve con tutte le sue genti, 
avviandosi verso Lodi. I Milanesi salgono maravi- 
gliati sulle mura e sulle torri, e mandano intorno 
lo sguardo.... Quale miseranda visla si presenta loro 
dinanzi ! Tutta la terra è devastala e conquassata 
per la distanza di quìndici miglia: tagliali i grani 
ancor verdi, le viti sbarbate, rotte, pesle o sotter- 
rate, gli alberi tronchi, il terreno lacero e cambiato 
in una landa che non può più dar nulla. 

VH. 

Dopo ciò il degno Imperatore ricompare cin- 
gendo la cillà da tulli i lati, perchè, come il solito, 
non osando assaltarla, intende vincerla colla fame. 
Intanto fa tagliare le mani a tulli i prigionieri, strappa 
gli occhi a cinque Milanesi e ne lascia uno solo ad 
un sesto acciocché questi serva di guida a ricondurre 
in città i compagni, e commette mille incredibili 
crudeltà, tulle degne di questo eroe alemanno, che 
chiama giustizia l'uccidere una nazione, la quale 
usa dei diritti concessile da Dio per tutelare la propria 
libertà. 

Ma già la fame flagella orrendamente gli assediati. 
Nel dicembre dell'anno 1161 e più nel gennaio del 
1 162 eran ridotti a tale stremo di miseria, che do- 
vean vegliare colle armi dentro le mura domestiche 
adìnchè il padre non rubasse il pane al figliuolo. 
Il marito (scrive il cronista milanese Calchi) assa- 
liva la moglie, il suocero la nuora, il fratello l'altro 
fratello, il padre il figliuolo, perchè frodali dicevansi 
del pane. 

La morte era il solo termine a cosi enormi guai. 
Il popolo, dopo avere durati lutti quei lormcnli, a 
descrivere i quali vien meno l'umana parola, mostrò 
di volersi arrendere. Si opposero i consoli gagliar- 
damente: — la morie è assai più dolce della schia- 
vitù, gridavano essi-, il tempo conduce soccorsi non 
preveduti. — E' a risvegliare il coraggio prostrato 
usavano del continuo parole infiammativo, poneatio 
avanti le proprie persone e sostanze, portavano in 
giro le croci e le bandiere date loro dal magnanimo 
sostenitore della causa italiana, il pontefice Ales- 
sandro III, sulle quali stavan scritti i.nomi santi di 
Cristo e della libertà. 

Vili. 

Mettiamo nella memoria degli uomini questi co- 
raggiosi e dabbene citladiiii : — Chiamavansi Ottone 



Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da 
Mandello,(ìotlifredo Mainerio, Arderico Cassina, An- 
selmo dell'Orlo, Aliprando Giudice, Arderico da 
Bona lo. 

Gli assediati, sospinti da loro, fecero un'ultima 
sortila, e l'impeto fu così improvviso e irresistibile 
che scavalcarono e ferirono l'Imperatore stesso. 

Ma la fame potè finalmente più di ogni virtù, e 
i consoli, incalzati e minacciati nella vita dal popolo, 
furono coslrelli di gittarsi ai piedi dell' Imperatore 
e giurargli fedeltà. Il vincitore non volle ammellere 
veruna condizione: — niun |)allo, gridò egli borio- 
samente, Ira il leone e il cerbiatto: il vinto s'ab- 
bandoni alla mia clemenza. 

Il di 4 di maggio del 1162 trecento cilladini a 
tal fine eletti gli rassegnarono le aste, le bandiere 
e le chiavi della città. Il dì 6 l'intero popolo, par- 
lilo in 100 schiere, si presenta a Federigo con 
croci supplichevoli in mano, secondo l'usanza de' 
tempi , e col capo cosperso di cenere. 

Sedeva egli in quell'ora a mensa, e lasciò lun- 
gamente aspellare i Milanesi sotlo la sferza d'una 
pioggia turbinosa. Il tiranno volle infine vederli tulli 
prostrali a'suoi piedi ?!... I Tedeschi medesimi pian- 
gevano. Egli solo slava saldo come pietra, e quand' 
ebbe dato sfogo al suo orgoglio neroniano, si voltò 
ai consoli con freddo piglio, e con satanico ghigno: 

— Milano, disse, dcbb' essere sgombrala, le sue 
fosse appianale, le sue mura diroccate, le sue torri 
distrutte, ogni cosa tratta a ruina e a desolazione. Io 
mi era proposto nell'animo di farvi perir tulli con di- 
versi supplizi, a lerrore dell' Italia intera; ma poiché 
avete fidalo nella mia clemenza, vi fo dono della vita 
e della roba che polele portare con voi. 

Gli abitatori con vesli lacere e sudicie, con capi- 
gliatura arrulTata, con guancie sbiancate e macilenti, 
coi pelli anelosi e con andatura cascante abbando- 
narono quelle mura che li videro nascere e furono 
spartili, a guisa di mandre, in quattro borgate, 
che dovettero fabbricare colle proprie mani, quattro 
miglia discosto dalla cillà. 

IX. 

Milano, dopo pochi giorni, scomparve agli occhi 
del mondo, e sul nudo terreno fu sparso il sale a 
documento di sempiterna sterilità. 

Federigo, data agli uomini questa prova di cle- 
menza alemanna, recavasi a Pavia col volto rag- 
giante di giubilo, colla corona nel capo a fianco 
dell* Imperatrice, in mezzo a splendida e insolila 
pompa di spcUacoli, di lorneamenli e di convili; poi 
ritornava in Germania. 



SCELTA ■ ACCOLTA DI OTILI B STARIATE ROZIOHI 



195 



Ma egli non pensava che le mine sono eterne 
sollanlo fra gli schiavi; non pensava che le mura 
bagnate di sangue libero risorgono più belle e più 
forti; non pensava che la libertà non si uccide come 
l'individuo che la rappresenta. Niuno al mondo ha 
mai calpestati impunemente i sacri diritti dei po- 
poli; e noi vedremo ora gli Italiani, simili all'Anteo 
della favola, rizzarsi più potenti e più animosi di 
prima, e fare che il loro sangue cada sulla testa 
dello spietato oppressore come una pioggia di sangue. 
{Continua) P. Gorelli. 



STATI§TBCA 



NOTIZIE DI SCIENZE ED ARTI 

I)' rSI E CUSTUMI DI TITTI I POPOLI DELLA TERRA 

Ecco quanto ci dice la storia della civiltà com- 
merciale. Anticamente le isole greche e la Sicilia 
primeggiavano mentre Roma era ancora barbara. 
Nei secoli di mezzo l'industria dell'Italia alimenta 
il commercio del mondo. Dopo l'Italia nel XIII e XIV 
secolo più città situate alle foci e lungo le sponde 
dei grandi fiumi delTAlemagna, la famosa Ioga an- 
seatica, divennero magazzini delle merci del mondo. 

La mancanza di comunicazioni e di sbocchi ri- 
tarda i progressi dell' industria. Nella Finlandia il 
ghiaccio dura da sei a sette mesi, quindi tutte le 
arti, che (pnno uso dell'acqua come forza motrice 
o mezzo detersivo, rimangono sosi)ese. 

Nelle dirupate e precipitose montagne del Ghervel, 
intorno alle sorgenti del Gange, si fa uso di capre 
e montoni per trasportare il grano al Tibet e ripor- 
tarne il sale. 

Nella Caledonia due cani attaccali a un traino o 
slitta tirano sulla neve im carico di 250 libbre in- 
glesi, facendo 20 miglia in cinque ore. 

Gli Esquimali nelle loro emigrazioni e trasloca- 
zioni traggono dai loro cani il più grande partito. 
Questi animali robusti e intrepidi fanno fare ad un 
traino cinque o più miglia all'ora con un carico 
luit'aliro che leggiero. Otto di questi animali tirano 
agevolmente tre o quattro persone. Una mula di 15 
16 di essi potè trarre al sjio destino un'ancora 
colla sua gomena, il tutto pesante una tonnellata. 
Generalmente colà un cane trascina un peso di 100 
libbre da once sedici. 

Nella Lapponia le slille, larghe 18 pollici, lunghe 
5 piedi, entro cui siede il conduttore, traile dalle 
renni, volano per così dire attraverso alle foreste, 



alle montagne, alle valli, facendo circa 37 leghe 
di Francia al giorno. 

Il carico di un cammello ordinario si è 750 lib- 
bre di Francia. La marcia di questo animale è len- 
tissima, giacché non fa che 1700 a 1800 lese al 
giorno; con questa lentezza può continuare il suo 
viaggio da 15 a 18 ore al giorno. 

Con una libbra di alimento ed altrettanta acqua al 
giorno si può condurre un cammello per intere setti- 
mane. Nel tragitto dalCairo a Suez, che è di 40 
a 46 ore, non mangia nò beve. Se giunge in pa^se 
erboso, raccoglie in un'ora quanto gli abbisogna in 24, 
per ruminarlo in tutta la notte. Di rado però si trova 
egli in questi buoni pascoli, e fortunatamente non gli 
sono necessari. Sembra anco che preferisca alle 
erbe dolci l'assenzio, il cardo spinoso , l'ortica, la 
ginestra l'acacia, ed altri vegetabili irsuti, che cre- 
scono nel deserto, e talvolta aridi a segno, die non 
potrebbero essere mangiati dalla capra. 

In Ispagna ai traini si attaccano, per io meno, sei 
muli, in Italia appena due; quindi è che la bontà 
delle nostre strade sta a quella delle strade spagnuole 
in ragione di 3 ad 1. 

Pericoli pe' viaggiatori. In più situazioni mon- 
tane delia Svizzera e del Tirolo, il viaggiatore deve 
astenersi da qualimque rumore, giacché l'esperienza 
ha insegnato che la più piccola agitazione dell' aria 
può concorrere al subito sviluppo di una valanga. 

In Norvegia nel verno il ghiaccio s'inoltra alla pro- 
fondità di molli piedi: la primavera, quando sdiaccia, 
passa qualche tempo pria che il calore penetri nell'in- 
terno della terra. La superficie del suolo già sciolta dal 
verno è divenuta secca e consistente, mentre la parte 
interna resta tuttora gelata, la parte media forma una 
specie di palude, da cui l'acqua non può decorrere. 
Ora, quando si viaggia, egli è assolutamente impossi- 
bile di distinguere questi luoghi pericolosi dal restante 
della strada; di maniera che i cavalli e le carrozze 
si trovano improvvisamente nella situazione di un 
vascello in mare. La superfìcie del suolo che é unita, 
oscilla, si abbassa, si rialza, largamente ondeg- 
giando. La carrozza vacilla, come in caso di terre- 
molo, i cavalli si spavenlaiw, la crosta secca del suolo 
si spezza, e l'una e gli altri cadono in un abisso 
profondo molli piedi. Questo pericolo s'incontra 
principalmente a Tellegroed, quindi l'augurio che si 
fa in Norvegia a chi viaggia in primavera, si è: 
Dio vi preservi da Tellegroed. 

Il regno di Boutan nell'Asia é tutto zeppo di 
montagne altissime, e la sua temperatura è fredda, 
quantunque al 30° di latitudine. Quelle montagne 
sono sì sterili, che non si veggono abitate né da 



190 



Mt'SBo sciRrrriPico, lrttiiiaiiio rd artistico 



uomini, né da bestie selvaggie. Il viaggialorc co- 
slrello ad altraversarlo deve portare con sé le vel- 
lovaglie per cinque o sei giorni , giacché non s'in- 
contrano né case, né capanne, spesso neanche legna, 
* di modo die gli è necessario dormire dove lo sor- 
prende la notte. E siccome è impossibile condurvi 
ca.valli od allre bestie da soma, fa duopo portare 
sul dosso di uomini i viveri, le pignatte, i letti, e 
simili utensili. Da Calcutta a Lassa, capitale del 
Kontan, si coniano tre mesi di viaggio; si concepisce 
quindi quali fatiche e quali speso richieda un simile 
viaggio di più mesi per terra. 

Il viaggiatore entrando nella città di liiicharest 
e di Yassi, resta sorpreso nel vedere il fondo stra- 
dale composto di grossi travi della più bella quercia, 
messi in contatto gli uni degli altri attraverso alle 
strade, le quali presentano ras|>ello di ponti in legno. 
Questa costruzione oltre a consumare una immensa 
quantità di legnami, giacché fa d'uopo rinnovarli 
ogni cinque o sci anni , riesce incomoda a quelli 
che viaggiano in cocchio, e pericolosa a quelli 
che vanno a piedi; l'aria rimane viziata dai vapori, 
che s'alzano dalle acque corrotte e slagnanti, riu- 
nite sotto il pavimento delle strade, e sono cagione 
d'immense malattie, e rendono queste città, come 
molte dèlia Norvegia , malsane. 

La diligenza stabilita sopra la costa meridionale 
di Galles, tirala da un cavallo, sopra strada di ferro, 
ha forma bislunga, quattro basse ruoto di ferro, 
porta IG persone, in ragione di cinque miglia all'ora, 
e fa tanto rumore quanto 20 martelli battenti nel 
tempo slesso sopra incudine. 

È slato dello che gli Americani fanno il commer- 
cio come Napoleone faceva la guerra, vincendo in 
celerità i suoi nemici -, i loro vascelli portano minor 
carico, ma fanno due viaggi, mentre che gli altri- 
non ne fanno che un solo. 

Tra le invenzioni che agevolano i trasporti , fa 
d'uopo citare i fortissimi stretloi di ferro, con cui 
si comprimono le balle di cotone. È noto che uno 
degli ostacoli, che>si oppongono al facile trasporto 
e al basso prezzo di questa merce, si é il suo e- 
norme volume che ingombra i vascelli senza cari 
Carli. Per vincere questo ostacolo sono stali inven- 
tali dei torchi di ferro, che riducono le balle di 
cotone alla mela del loro volume. 

Ciascun giorno partivano da Parigi, nel 17G6, 27 
vetture con 270 viaggiatori, oggi ne partono 500 
con 3000; quindi la lassa sulle vetture che dal 
1766 al 1792 era appallala in Francia per un mi- 
lione circa di franchi, ne produce presenlemenle più 
di quattro. 



Si fa uso a Cristiania di una specie di cambiale, 
che non ha bullo, ma che presenta esatian)enle e 
|)(d)blicamente il valore degli oggetti commerciali. 
Allorché i conladini, discesi nel verno dalle regioni 
montuose, hanno condollo sopra traini i loro legnami 
al deposito generale giacente lungo la sponda ma- 
rittima, gì' ispettori fanno loro sulla schiena dei segni 
e dello cifre con creta, che indicano la provenienza, 
la quantità, il valore del legname consegnalo da 
ciascuno. Il contadino, appena ricevuta questa cam- 
biale,, corre a tulle gambe al banco del negoziante 
per essere pagato, giacché ogni dilazione ogni af- 
fare, ogni azione potrebbe fare sparire il litolo del 
suo credito. Giunto al banco, volge la schiena al 
banchiere, il quale legge, paga, e con ima spazzola 
cancella il suo debito. Quest'uso somministra un 
• mezzo per riconoscere i valori commerciali, dimostra 
la celerità di quel commercio, e soprallutlo prova 
la buona fede dei venditori e compratori. 

In Egillo, olire le due caste principali, sacerdo- 
tale e mililare, si distinguevano tre allre caste sub- 
alterne, cioè i pastori, i coltivatori, gli artigiani. 
Tra gli artigiani, i militari si trovavano all'infimo 
grado ed esposti ad una specie di obbrobrio, per- 
chè il loro mestiere gli poneva in comunicazione 
con gli stranieri, il contatto dei quali era una mac- 
chia per gli Egiziani. 

1 Persiat»i, il cullo dei quali era l'adorazione 
degli elementi, avevano per l'acqua un profondo ri- 
spetto. L'imporssibilità di eseguire una navigazione 
senza lordare la sua purezza colle soMure di un 
vascello, gì' indusse a privarsi di questa maniera di 
viaggiare. 

La religione dei Gentoux, o Indiani, non permeile 
ai suoi seguaci di accendere il fuoco sopra l'acqua; 
quindi non si può preparare il cibo sopra di nn 
vascello, il che rende impossibili i viaggi per acqua 
un poco lunghi. 



STOKIA DELL' AHCHITETTURA 

AirnCOLO SECONDO 

Passiamo dallEgiilo nella Grecia. Noi entriamo 
in un mondo nuovo, nella vera patria del genio e 
della bellezza. 

I Greci sortirono una natura più squisitamenle 
gentile che non gli Kgiziani. Da questi nondimeno 
ricevettero lezioni di archilellura: ma ciò fu per 
darle a lutti i popoli, e presentar loro modelli i quali, 
sotto il doppio rapporto dell'eleganza e della sem- 
plicità , non doveano più essere soverchiali. La 



«ìtULTA HACTOLTA DI UTILI B SVARIATR NOZIOIfl 



197 



mano dei Greci diede all'arcliiledura quell'armonia, 
<|ueir ordine, quell'assieme che tanto lusingano lo 
sguardo. Dal loro genio nacquero quelle sublimi 
composizioni die non si possono ammirare abba- 
stanza. In una parola, a loro soli debbonsi tulle le 
bellezze di cui è suscettiva l'arte del fabbricare. 

Ciò non vuol dire ctie dopo loro non siavi più 
nulla di nuovo a immaginare: il dominio dell'arie 
6 infinito: ma la vera bellezza non è punto un parlo 
della fantasia; ella è soggettala a leggi senza cui non- 
saprebbe esistere. Ora se i Greci raggiunsero un si 
alto grado di perfezione nell'arcliitellura e nella 
scultura, se le loro produzioni divennero la sorgente 
a cui attinsero successivamente tante nazioni , si 
è perchè eglino conobbero e praticarono quelle leggi 
in ciò che esse hanno di più intimo e di più de- 
licato. 

Trovasi nei tre ordini dell'arcliilellura greca lutto 
ciò che quest'arte può produrre, sia perla maestà 
e l'eleganza, sia per la solidità. 

Chiamasi ordine, in archìlellura , la riunione di 
certi elemenii considerali come la base di lutto il 
sistema che costituisce la costruzione e la decora- 
zione dei monumenti in cui sono adoperali. Questi 
elementi sono i\ piedestallo, la colonna, ossia ciò 
che sorregge, e il s cpr aorna to , ossia ciò eh' è 
sorretto: 

l" Il piedestallo si compone di tre parti distinte: 
il plinto, lo zoccolo e la cornice. 

lì plinto, è la base fondamentale del piedestallo. 

Lo zoccolo è la parte del piedestallo che posa 
sul plinto e serve di tavola alla cornice che compie 
il piedestallo, 

2*> La colonna si compone delia base , del fusto 
e del capitello, ossia della parie che lo termina; 

3° Finalmente il sopraornato si compone alla 
sua volta di tre parti: V architrave, il fregio e la 
cornice. L' architrave è quello che posa immediata- 
mente sul capitello della colonna: il freijio quello 
the liene il mezzo tra l'arci» trave e la cornice. 

Gli ordini adoperati dai Greci nei loro monumenti 
sono: il dorico, il jonieo e il corinzio, ai quali per 
l'ordioaiio si aggiunge il toscano e il composito. 

L'invenzione dei due primi cioè del dorico e del 
jonieo è dovuta ai Greci dell'Asia Minore, come 
vien indicato dal loro nome. Il dorieo è nato nella 
Doride, il jonieo- nella Ionia. Il corinzio non com- 
parve che gran tempo dopo i due prir,ii ordini, e trae 
il suo nome dalla cilià di Corinto, o, secondo Topi- 
nione la più comune, fu inventato verso la mela del 
sesto secolo prima di Gesù Cristo. Il toscano è cosi 
chiamalo perchè ìiacque nella Toscana dove popoli 



antichi, originarli della Lidia, fabbricarono i primi 
templi di quest'ordine. Infuie il composto, crealo 
più tardi dai Romani, è una niesculanza dell'ordine 
jonieo e dell'ordine corinzio: d'onde gli venne il 
suo nome. 

L'ordine dorico è il primo e il più semplice di 
tulli. E quello di cui i Greci fanno maggior uso. 
E il solo il cui sopraornato abbia un attributo di- 
stinto. Questo atlribulo è una imitazione della lira 
di Apollo che si chiama triglifo (Iriplice cesellatura) 
e che è collocalo nel fregio. L'ordine toscano poco 
differisce dal dorico, o, per meglio dire, è ancor 
più semplice. Ma la forza e la gravità non sono i 
soli caratlerF che debbansi esprimere dall'archilcl- 
lura; la grazia e l'eleganza richiedono forme meno 
severe-, ed ecco ciò che il genio de' Greci giunse 
a mettere in alto colla composizione dell'ordine 70- 
nico che liene il mezzo tra il dorico e il corinzio, 
il più magnifico di tulli. Si racconta, intorno all' 
invenzione di quest'ordine, che una giovine Corinzia, 
morta pochi giorni prima di un felice imeneo, la 
nutrice desolata |)ose in un paniera varii oggetti 
amali dalla defunta, li collocò vicino alla sua tomba, 
sopra uno stelo d'acanto, e lo coprì d'una larga te- 
gola per schermire ciò che conteneva. Nella prima- 
vera seguente, l'acanto ripullulò, le sue foglie cir- 
condarono il paniere: ma frenai» dal risalto della 
tegola, si curvarono rotondandosi verso l'estremità. 
Lo scultore Callimaco, passando un di presso'Ia 
tomba, ammirò l'efletlo grazioso prodotto da queste 
foglie d'acanto, e deliberò di aggiungere al capitello 
di-Ila colonna corinzia l'ornamento del fogliame, 
la cui idea gli venne suggerita dal caso. Ciò è 
quanto distingue particolarmente l' ordine corinzio 
dall'ordine jonieo, le cui volute intreccio del ca- 
piiello sono senza foglie. Quanto all'ordine com- 
posito, esso non ha punto carattere né proporzione 
particolari. Lo si riconosce alle quattro volute com- 
binale colle foglie del capitello corinzio. 

A far Un buon libro, ormai un rello senso non 
basta, (^onvien porsi al fallo delle cognizioni del secolo, 
e delia uieditazionc far ale all'ulfello. Gli ingegni ita- 
liani sono dalla naturale vlvaeilà sospinti sovente a 
grandi opere seiiza pensare a. quel che dagli allri s'è 
fallo e si vien tulio giorno facendo: così ciascuno, 
mentre pretende di creare, non fa che ripetere, e 
spesso senza saperlo: così la scienz:i, invece di avan- 
zare, si caccia ull'indielro: così si fouienlanolc ambi- 
zioni misere della scuola, e si dimenticai! fine dell'arte. 

N. TonMAscQ. 



IM 



■uno sciBirririoo. LrrrKBAnoKv abtmtigo 



TlIiiDIiìKD (SDS^lItlSlDaiilLIS 



(ContitKiaz. y.pog. ICS.) 



CAPITOLO III 

GUJZIA 

La maUina. passando avanti ad una chiesa, vidi 
uscirne una fanciulla accompagnala da una camerista. 

Il por(am«>nlo lardo, il volto ))nllido, lo sguardo 
langucule, i lineamenti poco dissimili da quelli delle 
Madonne greche, e certa aura di profonda mestizia 
che moveva da tutta la sua persona mi commossero 
in guisa ch'io. mi sentii tratto, come per fascino, 
a seguitarla. 

Salii dietro ad essa una larga scala — scomparve 
, — ed io mi trovai sulla soglia di un uscio in faccia 
ad una vecchia signora.... 

— Bel guadagno l'andar a caccia di avventure 
dolorose, come il cavaliere della Trista Figura! dissi 
Ira me. 

Nell'atto di rilrarmene, fissai più intentamente la 
signora: — il suo volto era impresso di un lutto 
grave e rassegnalo. 

Niun momento la mia anima si sente più piena- 
mente consapevole della propria esistenza, che allor- 
quando trovasi circondala dalle melanconie. — Mi 
arrestai; e con voce quasi carezzevole, né senza 
(|ualche dignità, dissi: 

— Mi scusi, o signora ! Ella troverà nuovo e 
forse audace il mio procedere : ma tale non è. Sul 
volto della fanciulla che varcò questa soglia io lessi 
una storia di guai: trailo da quel senso afTannoso 
che mi viene inspiralo da tulio ciò che sofTre, io 
lo tenni dietro senza accorgermi, pieno della Gducia 
che una mia parola avrebbe forse temperalo l'ama- 
rezza di quell'anima.... 

— Di Giulia! della mia Giulia! — sclamò ella 
con accento velalo dalla commozione. 

— Io sono forestiero e non sono felice — soggiunsi. 
I cuori che sollroito, facilmente s'intendono. Non 
mi nieghi, o signora, il favore di dire qualche pa- 
rola che potrebbe essere di refrigerio.... 

Ella non mi lasciò compiere la frase. La mia bo- 
narietà la commosse, e, aperto l'uscio, m'introdusse 
in una stanza arredala* con elegante semplicità. 

— Signore, ripigliò' sospirando, la bontà non è 
tutta scomparsa dal mondo, ed io posso narrarvi la 
breve storia della mia figliuola. 

— Io ne le saprò grado infinito, risposi obbedendo 
all'invito ch'ella mi faceva di sedermi. 

— Giulia passò la sua prima infanzia con un suo 



cugino; crebbero insieme; pareano due anime create 
l'una per l'altra^ fecero sacramento di percorrere 
tuli' intero il cammino della vita, come due tenere 
colombe, senza mai rom|)ere i vincoli dell' aiTetlo 
che li univa. Destinato dai parenti alla vita del foro, 
egli fu posto sotto i Gesuiti atfìnchè questi attempe- 
rassero alla norma di quella vita l'ammaestramento 
della suq mente e del cuore. Passarono alcuni 
anni. L'afTello si rinfiammava in Giulia colla lonta- 
nanza^ ma non così nel cugino. Tornalo fra noi per 
alcuni giorni, come ci apparve diverso da quello 
di prima! Sarebbcsi detto che una mano infernale 
avesse sterpato dal suo cuore i germi preziosi della 
veracità, della franchezza, delle propensioni magna- 
nime e generose. Il fiore dell' alTelto gli si era ap- 
passito. Un ghigno di sprezzo gli appariva sul labbro 
ad ogni innocente novità, ad ogni desiderio animoso. 
Alle dimando tenere e ailannose di Giulia egli ri- 
spondeva avvolticchiandosi nelle parole. Agli impeti 
della fanciullezza, che avean mostrata in lui una 
precoce virilità, era succeduto un fare conlegnoso, 
taciturno, cupo e severo che troppo male si addi- 
ceva alla natura vivida e polente di chi si afiaccia 
alla vìla. Insomma egli sembrava aiTatluralo, e nulla 
era di più compassionevole a vedersi. — Suo padre 
venne a morte. Egli fu chiamato al letto del morente: 
gli si appressò con volto immobile, gli diede un 
gelido amplesso, e (lo credereste?) ne accolse l'ul- 
timo sospiro senza versare una lagrima... Giulia ne 
fu sgomentata ; adoperò lutti gli argomenti di una 
fidanzata amante per risvegliare in lui le prime 
scintille. Ma ogni cosa fu indarno. LMpocrisia aveva 
occupato il luogo dell' amore. A quell'umiltà, che è 
condizione di stima e insieme condizione d'alTello, 
era succeduto l'orgoglio velalo d'urbanità, e quel 
che è più, non andò a lungo che l'avarizia, sotto 
nome di economia, di giustizia e di zelo del proprio 
decoro, gli si abbarbicò profondamente nel cuore. 
Allora credette lecita ogni cosa. Chiamò sogno l'a- 
more e la fede a Giulia, e diede la mano non a 
chi voleva portargli in dote un tesoro di alleili can- 
didi, inlemer^li e inconbussi, ma a chi gli portò 
danaro, danaro.... 

— E Giulia? Giulia? — sclamai con ansia, mal 
frenando lo sdegno e il dolore che mi sentiva pro- 
rompere ed infiammare nel cuore. 

— Giulia !... poverella !... non piaiise, non parlò. 
Le lagrime le si impietrarono dentro il petto... Le 



8CBLTA BAC(X)LTA DI OTILI B SfABUTB BUZIOBI 



199 



parole le vennero meno... Un lento morbo le corrode 
le viscere... Fra poco io sarò soia sulla terra... 

lo non aveva mai provato maggior atranno; è im- 
l>ossibile il dire il tumulto de' mìei alletti ; erami 
presentato in quella casa per dir parole di santa 
consolazione, ma in quel momento io non ne trovava 
veruna. Non sentiva die lo sdegno di non potere 
avventare tutte lo folgori contro la mala pianta del 
Gesuitismo, alia cui ombra cresceva una sì gran 
messe di dolori alla povera mia patria. 

In questa mi comparve innanzi la infelicissima 
Giulia ; la sua andatura era cascante, i suoi occhi 
languidi e fissi, cadaverico lo smorlorc della sua 
bella faccia. — Lo sdegno si cangiò in tenerezza, 
una lagrima mi sgorgò dagli occhi e le baciai la 
fredda mano con quel senso di appassionata vene- 
razione che provasi alla vista d'una vergine sanli- 
Gcata dall'amore e coronata dalla sventura. 

Lo lagrime crescevano. — Quando potei parlare, 
chiesi di uscire e pregai ad un tempo mi si conce- 
desse la grazia di tornarci. — Giulia annui con uno 
sguardo; la madre con un sorriso. 

(Continua) P. Gorelli. 



COSE CONTEMPORANEE 



LETTERA TERZA 

^ Giuseppe Demarchi 
scriUore nel giornale II Carroccio 

Milano f il 45 giugno 1848. 

Cunccdete ch'io mi congratuli con voi, o amico e 
signore, dell'alio coraggio civile che dimoslrale nello 
sterpare con mano gagliarda dal patrio terreno gli sterpi 
e la xizzania che tuttavia lo isteriliscono. 

Voi fate opera magnanima e santa, perriliè due for- 
midabili guerre si agitano di presento in Italia : l'ima 
nei piani di Lombardih ; l'altra nel seno di ogni città. 
Quella sarà vinta dalla spada di CARLO ALBERTO, 
questa non può esser viola che dalla potenza degli 
scrittori, perocché è guerra di tranelli, d'insidie, d'ipo» 
crisia, di mene infami e codarde. 

E sarà più benemerito della patria comune quello 
scrittore, il quale con libertà coraggiosa saprà strap- 
pare la maschera dal volto di coloro che facendosi man- 
tello d'idee allellalrici, inceppano e storpiano quanto 
dai buoni si opera a vantaggio dell' Italia e mettono 
tulli gli spirili a ridurre i popoli all'antico stalo d'in- 
fi-rmilà morale e civile. 

Sarebbe oramai tempo che latti gli scrittori, ponendo 



sotto i piedi le inferme paure e le abbiette titubanze, 
spiegassero una fìlosofìa ingraia agli impostori, ma cara 
agli inlellelli che cercano e non temono il vero. Mo- 
lesta è certameniej^la verità, quando sopravvenga a 
dissipare qualche nostro amato errore: ma se noi edu- 
chiamo gli animi a guardarne intrepidamente la novità 
e la fierezza,. a poco a poco e' innamoreremo di lei, e 
non dubiteremo di blandirla, e non ci lascieremo age- 
volmente prendere dai falsi ingannevoli. 

A che tacerlo? L' Italia, schiacciala da tanto tempo 
dal dispotismo, è ancora in grandissima parte ammor- 
bata dalle regali lordure. Quell'infinita moltitudine 
d'uomini a cui, per procacciarsi onorificenze, titoli e 
lucro, bastava l'elaslicilà della spina dorsale; coloro 
che per rubare impunemente, non aveano che ad imi- 
lare il rettile che striscia ; tutti quelli che impingua- 
vano vendendo le menzogne agli stolli e adulando un 
potere che avea le sue basi sul!' ipocrisia generosa del 
donare per opprimere, costoro avversano in secreto 
ogni pensiero d'indipendenza e guardano bieco ogni 
cittadina virtù. Fremono al vedere Io -sfratto di quel 
sodalizio che portava dovunque le divisioni e le discor- 
die, che disamorava i cittadini dalla patria, rintuzzava 
gli spiriti, infemminiva i cuori e si attraversava ad ogni 
scientifico, industrioso e sociale progresso. Arrabbiano 
nel vedere depresso quel sistema governativoche li cir- 
condava di delizie nella pubblica e nella vila privata. Si 
arrovellano nel mirare i popoli ripieni della coscienza 
de' propri! dirilti accostarsi al banchelto della vita ci- 
vilcf e non rispettare, non volere altra aristocrazia fuor 
quelja dell'ingegno. 

Che vanno quindi facendo? Essi sì pongono un bel 
cappello di lìberalastro sul capo, e cheli cheli, e sop- 
piattoni allìzzanogli incendii spenti, eccitano pericolose 
commozioni, ingrossano quegli animi che già sembran 
loro male inclinati, mettono opera a disperdere la fama 
dei buoni, corrompono la morale, viziano la fede, offu- 
scano il candore de' giovani, favoriscono l'oppressione 
universale. 

A Roma chi tentò di strappare dal cuore di PIO il 
principio liberale? A Pratola e in allre regioni del 
regno di Napoli chi sospinse la bordaglia a gridare 
anatema alla civiltà? In Napoli slessa chi allumò i can- 
noni contro le barricalo dell'incivilimento per ricom- 
mettervi e rassettarvi un'altra volta quelle delle bar- 
barie? E presso noi chi riuscì a mandare nella Camera 
uomini che rifuggirono dal dnre il loro volo pel finale 
cacciamenlo de' barbari (ìesuiti dal Piemonte? 

Qui, dove io mi trovo di presente, odo levarsi non 
pochi lagni contro la Camera Piemoiiicse, la cpiale, 
quantunque abbia nel suo grembo uomini di gagliar- 
dissimo pello, non si mostrò finora capace d'un impelo 



300 



Ml'SKO lirÌRNTIPH:0. LR1J 



AITIITTNia . ICfLtA lACCOLTA Q| UTILI R 8V «RUTR NOZIONI 



sublimp, e fffc un prantic sciupio ili tempo inlorno a 
iijiscrubili qiiisqni}(lic. Se porfidi susurralori non a- 
vcsscro soffocalo in una gran parlo del popolo la co- 
scienza ilei (lirillo sacro clic cscrcilava nel consesso 
clellorale, noi avremmo una rapprescnlanza al luUo 
libera e polente, la «{uale saprebbe in qiiuliinque Icmpo 
u in qualsivo);lia contingenza far arr>ine alle invasioni 
«lei potere. Prima di dare il volo, si sarebbe geltalo 
nno sguardo inesorabile al passato ; si sarebbero stu- 
diati i fui li dai quali, meglio die dalle parole magni- 
ficile e dalla rigidezza della fronte, emerge il carallere, 
il cuore e l'indo'e dell' uomo ; si sarebbe pensalo die 
colui, nelle cui mani si affida la lolcla delle sacrosante 
guarantigie della libertà e l'avvenire della palria, non 
debbe mai essersi maccbiato di villa, non mai aver 
avuto sul cuore il marcbio della scliiavitù, non mai 
aver lambito la mano crucnla del dispotismo. Una 
vieta sentenza bisognava configgere e ribadire nelle 
menti, ed è (come si esprime un uomo di molto in- 
gegno) quando il molo popolare ristagna, il potere di 
nuovo si agita e conquista: allora se non ci fa schermo 
una forte rappresentanza, non vi è che una scella 
— o l'antica servitù n la rivoluzione. 

Assai più accanita dell'Austriaco è la guerra che ci 
move quella setta satanica, molliforme di organi e di 
membra, ma una di vita e di essenza; la quale fece iin- 
punemenle per tanto tempo un esecrabile strazio del 
povero Piemonle e delle altre provincie italiane. Co- 
stei vorrebbe ad ogni modo riprisìinare il passato, rav- 
vivar i sepolcri, ricollocare sugli altari l'idolo della 
tirannide. K dovere, sacrosanto dovere d'ogni citta- 
dino lo squarciare le tenebre del mistero entro cui 
ella si avvolge, scoprirne la •fronte, conquiderla colle 
folgori dell'eloquenza, consacrarla all'universale ese- 
crazione. E il) questa bisogna, o amico, voi vi adope- 
rate in guisa da rilrarnc lode anche dai più schifiltosi 
ft severi. E Dio volesse che trovaste molli imitatori! 
Noi potremmo accogliere fiducia che la propaggine 
bastarda e inselvatichita dell'albero piantalo dal Loiola 
finirebbe presto dui nielter nuovi rampolli. 

Si ritraggano dalla cosa pubblica gli uomini eunu- 
chi di mente e di cuore, e si lascino venire avanti 
coloro che rifuggiron sempre dall' adularci polenti, 
e che sono chiari non tanto per copia di dottrina, 
quanto per gravità di costumi, per libertà d'animo e 
per cognizione delle cose, dei tempi e degli uomini. 
Chi ha in mano le sorli della patria dev'essere ani- 



a questo nrineggio disperato e inslaneabile de' Gesuiti 
e delle (ìesuilessc, sorgano uomini d'ingegno a coin- 
movere e sconvolgere gli intcllelti cui fantasma della 
repubblica ! 

Vedete Mazzini! Egli proclama di non essere fuor- 
ché educatore del popolo: intanto spande germi di di- 
visione, stilla il veleno della diffidenza nel luogo della 
gratitudine, mostra con esempi che il principato non 
può essere temperalo «lalle costituzioni, predica che 
monarchia e privilegio sono una cosa sola, e che è na- 
tura del privilegio il far guerra mortale alla potenza 
che vuol limitarlo. Così, senza avvedersi, con un'anima 
candidamente religiosa, con una niciile capace di nobi- 
lissime aspirazioni, favoreggia e piinlella mirabilmente 
le parti dei presenti nemici d'Italia, e accresce il fre- 
mito della guerra che ci travaglia. — Io non ho mai 
consideralo Mazzini come uomo pratico: le sue dottrine 
mi parvero sempre troppo indeterminale; parmi eh' 
egli corra addietro piuttosto olle aslrallezze e alle nubi 
che alla realtà ; nondimeno io sempre lo dilessi perchè 
la sua parola calda e splendida, benché vuola di senso 
pratico, seppe nei tempi della nostra più acerba op- 
pressura tener viva negli animi la coscienza e il senli- 
menlo della propria dignità eh'è la sorgenle di lullc 
le virtù. Ma vedendo ora come egli si ostini a volere 
che r Italia posponga alle ap|)arenze e ai sogni la s;»l- 
vezza e la vita sua propria, io non posso a meno di 
ripetere ciò che già dissi in questo tncdesimo foglio, 
ch'egli, se non commette un delillo civile e politico, 
cominelle certamente un gravissimo fallo. 

Ma io non voglio alwisare la vostra pazienza, e con- 
fortandovi di non stancarvi di comparire nella prima 
fila del glorioso Carroccio e ripurg:tre la patria comune 
dall'influenza morbosa che ne inferma molte membra, 
mi dico col senso della più alta stima il tulio vostro 

P. ConELLI. 

Dl-LLE CONVEUSAZIOM 

Siccome il legno è l' alimenlo del fuoco, così i 
cattivi discorsi sono gli alimenti de'caliìvi pensieri. 
Non lasciate dunque sfuggire dalla vostra bocca lutti 
i pensieri concepiti dal vostro cuore : fatevi uno 
scrupoloso dovere di bandirne quanto è contrario 
alla decenza e ai buoni costumi-, che se caltivi pen- 
sieri assalgono la vostra immaginazione, non per- 
mettete alla vostra lingua di esprimerli, jna sotToca- 
leli nel silenzio. Quando alcune bestie velenose, do' 
serpenti, cadono in una fossa, se incontrano qualche 
uscita per fuggirne, vi si slanciano con novello fu- 
rore; ma.se sono rinserrali in guisa da non poterne 
.uscire, vi periscono. La vostra bocca ù l'uscita per 



moso, esser capace a morire anziché cedere d' un solo ' jj quale i vostri cattivi pensieri verranno a luce, 
palmo il lerreno all'avversario qualunque sia, o popolo lasciandone nel fondo del cuor vostro una fiamma 

divorante; comprimeteli col silenzio: voi togliete loro 
ogni alimento, voi li annientate. 

5. Gio. Grisosionio. 



o re. 



E fa dolorosa nicra\ iglia il pensare che, in mezzo a 
qucito imperversare della politica tempesta, iri mezzo 



SlabUiroento tipografìco di A. roMTAMA i« Torino. 



96. 



MUSEO SCIXWTZrZCO, ecc. — Amo X. 



(I luglio 1848) 



FERDINANDO IL BOMByiRDÀTORE 



SGENE DI NAPOLI 




Era il giorno 44 maggio 4848. — li Rombardatore 
slava appiattato nella sua roggia come la iena nel suo 
covo. Pingue di corpo e di guancia piene e ridondanti, 
egli era come sepolto in un'alTannosa contemplazione. 
Tratto trailo una luce paurosa gh scoppiava dagli oc- 



chi, e il suo volto segnato da una rete di vene, ora fa- 
ccvasi di color pavonazzo, ora del color della morie. 
Dopo un lungo silenzio levò la faccia, mandò inforno 
gli sguardi irrer|iiieti e con voce dimessa parlò: 

— Ecco il popolo! mostrategli un barlume di libertà, 



SOS 



MUSBO SCIBNTiriCO, LETTERARIO BD ARTISTICO 



ed egli diverrà presto una belva furil)on«ln die cer- 
cherà divorarvi,... Vcdelc! questi {gaglioffi, ai quali io 
per compassione non lio voluto recidere al tulio le ali, 
ora si ringalluzzaiio, levan la eresia, vogliono imbri- 
uliarc la mia potenza, vogliono por leggi a me, a me che 
per la grazia di Diosono illoro padrone, il loro re... Oh! 
io non dovea dimenticare che l'uomo politico dcbb'es- 
sere vendicativo, e che solo si regna colla vendetta. 
Perchè ho io posto in non cale le lezioni datemi dal 
supremo dominatore delle Russie? Ecco: quel popolo 
è tranquillo e felice perchè pensa, gìu«lica e vive pel 
solo suo imperatore, perche non ha conoscenza di di- 
ritti, di leggi, di libertà e di allri simili corbellerie, 
perchè è contento che il suo autocrata sia la scienza 
che prevede, misura, ordina, distribuisce tulio ciò 
che è necessario.... Oh! è tempo ch'io ne segua le 
sante vestigia; e tempo ch'io metta sotto i piedi gli 
staimi che danno le vertigini a colali imbecilli, e 
ch'io ponga una buona museruola alle labbra di 
questi schiamazzatori petulanti... Feci sacraniento di 
mantenere intatte le nuove leggi... Ma questo sacra- 
mento fu rigettato da Dio perchè io nel farlo ero accie- 
cato, e la mia volontà non era libera... E poi e poi, 
da'mìei antecessori ho imparalo che ogiii mezzo è lecito 
per raggiungere un fine credulo sanlo per la sicurezza 
e dignità della corona. 

Un leggiero rumore gli mozzò la parola in bocca; 
fissò lo sguardo indagatore all'uscio. Vi comparve un 
uomo che ai "Psli , al conlenno e alla schiena curvala 
come un arco di ponte mostrò di essere un cortigiano: 
razza eteroclita, a cui è straniera l'elevatezza dei sensi, 
l'indipendenza dello spirilo, la grandezza de' disegni 
politici e il giusto orgoglio dell'uomo che sa fabbricare 
'la propria fortuna colle sue mani. Il Bombardalore 
eoo ansietà favellò pinnamenle: 

— Venite avanti, Ministro... Non abbiale timore. .. 
Siamo soli... Ilo dati ordini di non lasciare entrare 
fuorcliè voi.... 

Malgrado queste parole pronunziate con certo tono 
di confidenza, il Ministro si avanzava con qualche Ire- 
pidezza : gli era come uno di quegli uccelli che ame- 
rebbe appressarsi al gufo quando questo osa mostrarsi 
alla luce del sole; ma benché fornito di buone penne, 
ha tuttavia gran cura di tenersi alquanto lontano dagli 
artigli e dal becco dell'uccello di Minerva. — Il Bom- 
bardalore n'ebbe compassione, e per mellergli cuore, 
gli volse alcune parole dolcissime: 

— Noi vi abbiamo sempre conosciuto tenerissimo 
dei vantaggi e della grandezza del nostro trono, e, col- 
l'aiulo di Dio, vogliamo degnamente guiderdonarvi... 

— Maestà !.. 

— Parlale... Avete voi comincialo a gitlare le reti 
per avviluppare questi nostri sudditi ribelli ? 

— Questa notte entreranno in Napoli le fedelissime 
truppe di Vostra Maestà. 

— Possiamo noi fare fondamento sopra tulle?... 

— Sopra tutte, Maestà! Esse vi sono legate per la 
vita, e voi potete adoperarle come meglio vi talenta. 



— E i nostri buoni Svizzeri... 

— Mi hanno giuralo che tulli i pericoli clic sovra- 
stano al sacro capo di Vostra Maestà si dilegueranno 
come bolle alla superficie dell'acqua, le quali spari- 
scono appena toccate, e non lasciano più veruna traccia, 
di se. 

— Abbiate cura che siano larghissimamente pre- 
miali... Dite die noi per quel diritto che abbiamo ri- 
cevuto da Dio, diamo loro piena facoltà di uccidere 
i ricchi, svaligiarne le case e portar via le suppellet- 
tili e masserizie... 

— Io non ho osalo prometter tanto per lema. che 
Voi... 

— Almeno vogliamo loro far grazia di una buona 
parte di esse, perchè del resto dobbiamo servirci noi, 
onde sopperire alle ingenti spese che siamo coslrelli 
a fare pel bene di questi nostri sudditi ingrati, che 
pure non possiamo cessar d'amare. Ora parlatemi dei 
Eazzaroni... 

— Essi sono lutti per voi. Non aspettano che un vo- 
stro cenno per piombare sui ribelli e far carne... 

— Questa filiale lealtà commove le nostre viscere pa- 
terne... e a gran pena possiamo frenare le lacrime... 
Oh dura sorte dei re! Quanto è doloroso il dovere 
agitare la sferza e menare la spada per ricondurre sul 
buon sentiero i ricalcitranti !... Perchè non ci è dato 
di stringere in un solo amplesso tulli coloro che furono 
dall'eterna clemenza fidali alla nostra tutela? 

— Maestà! risparmiale quelle lacrime; esse sono 
troppo preziose e i vostri sudditi se ne sono resi in- 
degni... 

— Pur troppo! 

— Pensieri omicidi bollono nei loro cervelli... 

— Che?.. Avrebbero forse penetrato i miei disegni?.. 

— No, Maestà!.. Ma appena si avvidero che voi, nella 
vostra sapienza, non avvisale dover mantenere le voslre 
promesse, né ampliare le basi dello Statuto che ave- 
vate dato per addormentarli, essi danno mano alle 
armi, e, facendo i scimiotlalori della bordaglia di Pa- 
rigi e di Milano, cominciano in molte parli della via 
Toledo a rassettar barricale.... 

— Infami !.. Scellerati!.. Volgere contro il legittimo 
sovrano le armi che egli donò loro!. .Morte a tulli! 
Morte a tulli! Non sian risparmiali vecchi, donne, 
fanciulli... Perchè questa terra accolga il germe ch'io 
voglio giltarvi, debb' essere dissodala col terrore e col 
sangue... Correte, volale, mettete in opera tutti i mo- 
livi a sterminare i ribaldi... 

— Non v'alTannate, Maestà!... f-e rivoluzioni danno 
apparenza ingannevole; esse sono immense a vederle, 
ma minori in fallo, perciò audaci e caduche... 

— Bene! bene! Non ponete tempo in mezzo... Do- 
nate... donate... poco... Promettete titoli, croci, ono- 
rificenze... Non dimenticale che l' interesse e l'ambi- 
zione sono potentissimi incentivi del cuore umano... 
Fate insomma che la causa santissima del Irono sorga 
più bella, più luminosa dal sangue dei scellerali. 

Il Minislro incrociava le mani sul petto, e, fatta una 



SCBLTA RACCOLTA M UTILI E SVAtlATB ROZIOffl 



20S 



profondissima riverenza, si ritraeva. Il Bombardalore 
si raccosciava in un angolo della stanza colie membra 
allraltc da orribili convulsioni e colia faccia color di 
piombo. Poco stante agitava con furia grande un cam- 
panello d'argento, e vi eulravano trambasciali e tre- 
manti lutti i membri augusti della reale famiglia. Al 
ve<lcrlo poco dissomigliante da un morto, gettarono un 
grido, e la tedesca consorte, abbracciandolo con lene- 
rezza e lacrime, sclamò : 

— Ferdinando mio!., anima mia!.. Che è questo ab- 
battimento?.. Su via! racconsolatevi... Koi saremo ac- 
romudati della vita di questo fecciume di -ribelli ; i 
nostri fedeli ce 1' ban promesso; perchè dunque gua- 
starci il sangue in tal guisa? 

Il Bombardatore respirò; nondimeno le sue membra 
erano invase da un tremito universale, e, quasi fosse 
sepolto in un lago di sangue, agila\a le braccia come 
chi annaspa. Dopo convenevole spazio di tempo pro- 
ruppe in queste parole : 

— Ma non \edele che io soffoco?.. Levatemi da que- 
sto luogè... Qui il sangue scorre per ogni parie. La 
pietosa moglie seguitando: 

— Ko ! cuor mio! Il luo Irono è coperto di cera, 
e il sangue non ci si ferma... Via ! ripiglia animo... 
Riposa de' tuoi travagli sul seno di chi ti adora... Bevi 
nel calice dell'amore ch'io l'offro il nellare dell'oblio. 

E lo spaurito Bombardatore si levava in piedi sor- 
rello dalle candide braccia della tenera regina, e in- 
sieme si recarono alla stanza del letto maritale, dove 
entrambi dormirono d'un sonno placido e continuo!! — 

Sorse il giorno 15. — Erano le dieci antimeridiane ; 
pochi minuti mancavano all'ora prefìssa al macello. 
Il Bombardatore, raccolta V intera f .miglia, si recò 
devolissimanieale nel privalo oratorio. 

— Miei cari, disse con accento di compunzione, si 
appressa il momento in cui forse i reali nostri destini 
|>otrebbero rimanere sepolti per sempre. Alziamo calde 
preghiere a Dio e alla Vergine Santissima perchè la 
nostra causa trionfi, e perchè ci sia data la consola- 
zione di versare nuovi benefizi sopra coloro che spen- 
dono la vita per la salute nostra. Vi accenda un'illi- 
mitata carità : fate che la fiamma non manchi alla voce 
acciochè la vostra preghiera non ricada come un crasso 
vapore che non può sollevarsi fino al ciclo... O Code! 
O Del-Carrctlo! angioli miei tutelari ! perchè non sono 
io Ira voi?... Quale lena voi spirereste all'anima aCfali- 
cala del vostro buon re!... 

Dopo queste parole pronunziate con voce piagnolosa 
e tremolante e colle ginocchia a terra, si \ollò a due 
Gesuiti che lo stavano contemplando con cera da cata- 
letto, dicendo : 

— Fratelli!., fratelli!.. Oimè!..Ecco il tuono del 
cannone... Comincia la santa battaglia... Presto, presto, 
portatenii il logoro mantello che mi fu donalo da quel 
sant'uomo di Code. Voi sapete che esso ap[»arteneva 
a Sani' Alfonso, e che da lui mi vennero sempre le più 
saggie inspirazioni, lo lo indossava quando, per la gra- 



zia di Dio, feci strozzare un grandissimo numero di 
Aquilani che avcan molestalo i miei buoni sudditi; 
lo indossava quando, pel bene dell* universale, lio ban- 
dito il martirio dei Cosentini, ho fatto colle palle rom- 
pere il petto dei fratelli Bandiera, ho ordinato la di- 
struzione di Palermo, di Messina e di Siracusa... Affret- 
tatevi... copritemi con esso... Io sollo di lui sto sicuro 
e tranquillo come sotto le ali di Dio (*). 

I Gesuiti obbedirono, e il Bombardatore iuferraiuo- 
latosi si accoccolò in un angolo dell'aliare e cominciò 
il Rosario. 

Frattanto Napoli era messa allo sbaraglio. L'aria 
rintronava delle grida miserevoli degli scannati. Gli 
Svizzeri piombavano come demonii sopra gli inermi 
cittadini, e agli uni troncavano il capo, agli altri squar- 
ciavano il ventre, per lutto commettevano di tali enor- 
mezze, quali non furono vedute ai giorni della più 
tetra e più cruenta barbarie. Le barricate erano sfon- 
date, le guardie nazionali sbaratlate e spente, le don- 
zelle, le matrone, i fanciulli, i vecchi squartali, fatti 
in brani minuti. I Lazzari gavazzavano nel sansue, 
slujtravano le più nobili donzelle, ne portavano le 
trondie leste in trionfo, spezzavano mobili, cavavan 
roba, danari, masserizie; ogni cosa andava a ruba e 
a fuoco; ogni cosa era piena d'orrore, d'esterminio, 
di morte. 

M Bombardatore, incerto del trionfi), tremava, an- 
sava, si scontorceva, si ravvolgeva come un indemo- 
nialo ai piedi e Ira le gambe dei due Gesuiti clic gli 
facevano sul capo i più grandi crocioni del mondo, 
Finalmente si spalanca tu porta dell'oratorio e vj 
compare raggiante di giubilo, sventolando la borbonica 
bandiera, il commissario di polizia. Merenda : 

— Vivalo re Ferdinando!.. Vittoria ! vittoria!... 

II Bombardatore, forsennato per gioia, balzò in 
piedi urlando, senza a\ vedersi, col capo e colle bracci:) 
i due Gesuiti che andarono a gambe tcvute. 

— Iddio protegge i forti! sdamò con accento nero- 
niano. Son vendicato!!.. 

Vestitosi in gran gala, volle immanlinente recarsi 
alla chiesa del Carmine per riferire grazie alla Vergine 
Santissima della strage consegnila. Gli tenne dietro 
un lungo codazzo di ministri, d' impiegati ed altri sa- 
telliti e sgherri, e depose nel tempio un ricco dona- 
tivo. Dopo ne uscì tra le grida festevoli e assordanti 
d'un' immensa popolaglia che lo alzava a cielo e a cui 
egli donava con svenevole tenerezza una piastra in 
premio di tanto amore. Passava per la via Toledo, 
seminata d' insepolti cadaveri , lungo le case arse e 
smantellate, e un sorriso di trionfo sfiorava le labbra 
regali. Avviavasi quindi verso Porta Cumana, e quivi 
gli si presentava uno s|)ettacolo nuovo prepamtogli 
dall'avventuroso commissario Merenda. Dna turba in- 
finita di merelricì, con occhi infiammati, con visi 



(i) Storico. Vedi il Pensiero IloUano. 



S04 



«Olio sciKnnrico, lbttibabio bd abtutico 



imbrodolati di vino e di sangue, con pelli nudi, simili 
n furiose baccanli , empievano l'aria ili pridn slrani' 
u orribili, nianJnndo salulazioiii ed evviva al buon 
re Ferdinando, minacciando di morte cliiun(|ue non 
lo applaudiva culle braccia, cui piedi e cn^li urli, e 
/spandendo per la cillù spaurita e insanguinala una 
nuova e più orrenda specie di sgomento. Il Bombar- 
dalure dal suo carro di trionfo stendeva le mani or 
all'una or all'altra, e tulle allietava con sorrisi, con 
doni, con carezze (*). 

Entrando nel borbonico eovile, gli si olTerscro allo 
fguardo venti guardie nazionali. Il Merenda, per ac- 
crescere d'una slilla la gioia ond'era innondato il 
cuore paterno del re, le fece con multa bravura fuci- 
lare in presenza della corte. Il Bumbardalore si degnò 
di sorridere di nuovo, e, viircuta la soglia augusta, 
depose gli allori ai piedi delia consorte cbe 'o utlen- 
deva seduta sul Irono. — E così sia! — 

P. Gorelli. 

(*) Storico. Vedi il ConlemporaneO' 

FATTO STORICO 



DISINTERESSE D'UN UOMO DEL POPOLO 

L'amor del danaro può facilmente condurre a qua- 
lunque eccesso. E tu, lettor mio, ne puoi essere testi- 
mone, giacché bui veduto con gli occhi propri cose 
veramente disonorevoli per un cittadino, o se non le 
bai vedute da te medesimo, almeno ne avrai sentito 
più e più volte parlare. Uomini, che certamente hanno 
perduto il pudore, e soffocato ne' vizi ogni sentimento 
della propria dignità, per una vile moneta hanno se- 
condalo le mire inique di chi avrebbe voluto seminare 
nelle nostre città le dissenzioni e i tumulti. Avresti tu 
parole forti abbastanza da condannar quanto merita 
una gente cosi perversa? Mentre per tutta Italia ser- 
peggia un fremito di gioia indicibile, mentre i popoli 
applaudiscono ai principi riforntalori e padri veri dei 
sudditi, mentre la patria comune, dopo tanli anni di 
lacrime e di schiavitù, risorge bella ed incantevole 
regina delle nazioni, uomini venduti di certo a qualche 
feroce nemico della gloria italiana, hanno tentalo quasi 
da per tulio di spargere mal umore e discordia in 
mezzo alla popolare letizia. E ciò per l'appunto ne! 
tempo cbe vi è maggior i)isogno d'unione per ricon- 
quistare del tutto l'indipendenza. Vedi dun(|ne, arti- 
giano mio, se ho detto bene al principio, che l'amor 
del danaro spìnge ad azioni tali che ogni onesta per- 
sona ne inorridisce. Preghiamo Dio, che cessi oramai 
questo brutto vezzo, e gl'italiani fratelli si stringano 
tulli insieme in un amplesso di pace e di carila in 
modo cbe per la cupidigia di danaro niuuo tradisca 
più i sacri interessi della nazione. Intanto, a distornare 



il pensiero <)a qnpstc malinconiche riflessioni, mi af- 
fretto a raccontarti un bcH'esenipio di disinteresse da- 
toci da un nomo del popolo nel 12?>(). 

Si accese in quell'anno una d«'lle guerre piccole sì, 
ma accanite e sanguinose, con cui si combattevano a 
vicenda e s' indebolivano i popoli d'Italia, sommini- 
strando malcrifl di rallegrarsi e di ridere agli stranieri 
nemici. I Pisani, segretamente ispirali (tal re Manfredi, 
principe tedesco che dominava ndl' Italia meridionale, 
ruppero la pace co' Fiorentini e coi Lticcbes», e mar- 
ciarono con un esercito nelle terre di Lucca verso nn 
castello, che denominavasi Ponte al Serchio. I Fioren- 
tini allora, congiunte le loro forze con i Lucchesi, si 
recarono a soccorrere l'assalito castello, e venuti alle 
mani coi nemici, così fortemente ed oslinatamente com- 
batterono, che i Pisani diminuiti dalla strage si die- 
dero disperati a fuggire, e nella cecità di quella fuga 
precipitosa molli restarono affogati nelle acque del 
Serchio. I vincitori inseguendoli si affrettarono verso 
le mura di Pisa, risoluti di porvi assedio e ridurla alle 
strette. Se non che i Pisani prevennero le angustie 
che avrebbero dovuto soffrire, e cercarono di terminar 
colla pace quell/i guerra funesta: ma bisognò per 
questo che piegassero il capo alla volontà del popolo 
vittorioso, e si assoggettassero a quei patii cbe loro fu- 
rono imposti. Eravi tra questi, che la repubblica pi- 
sana fosse pronta a demolire Mutrone, ft»rlezza posta 
sulla spiaggia del mare, quando così piacesse ai magi- 
strali di Firenze. Acconsentirono e promisero i Pisani: 
ma siccome temevano che (juella fortezza fosse ceduta 
ai Lucchesi, il che non avrebbero in alcun modo 
voluto, mandarono segretamente a Firenze un citta- 
dino fidalo, perche si adoperasse d'impedire questa 
cosa, e se ne facesse sicuro col procurare la demolizione 
del forte. Perocché niente loro importava che si ridu- 
cesse un uìucchio di rovine: bastava sollanlo, che non 

10 avessero in potere i nemici, i quali certamente a 
danno di Pisa se ne sarebber molto giovali, l/amha- 
sciatore dunque s'incamminò frettoloso a Firenze, 
portando seco gran somma di danaro, .per ispendere e 
largheggiare a fine di ottener l' intento desideralo. 

Eravi allora in Firenze \\n popolano di nome Aldo- 
brandino Ollobuoiii, cittadino potente ed autorevole. 

11 Pisano ebbe subito a lui ricorso, sperando che 
come anziano del popolo, e per la virtù sua mollo 
ascollato nei consigli del comune, avrebbe potuto 
contribuire al conseguimento di ciò per cui era 
venuto. Gliene fece dun(|ue parlare da un amico, 
e gli offrì la somma notabile di quattromila fiorini 
d'oro, ed anche più, se ne avesse voluto di più, 
purché inducesse gli altri anziani a decretare che la 
fortezza fosse distrutta. Aldobrandino non era ricco, e, 
vedi! che bella occasione gli si offriva di salir in auge, 
e menar vita di lusso fra' suoi concittadini. E ti dirò 
ancora, cbe avrebbe potuto mettersi al possesso di 
quella somma non solo con poca fatica, ma anzi con 
grandissima facilità, giacché i magistrali nel giorno 



SCELTA RACCOLTA M UTILI B SVARIATE NOZIONI 



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innanzi avevan già preso segretamente il partilo di di- 
struggere il forte e nienl' altro restava ciie la pubbli- 
cazione del decreto. Ecco dunque un popolano non 
ricco, cbc trovasi nelle mani un bel patrimonio, pur- 
ché sappia pigliar la fortuna per i capelli e non darò 
ascolto agli scrupoli. Che importa un fortilizio di più 
o un fortilizio di meno? Lo volete distruggere P Di- 
struggetelo pure; ed io mi godrò allegramente i quat- 
tromila fiorini : anzi , giaT;chè la cosa vi sta tanto u 
cuore, io ne voglio cinque e seimila. Così avrebbe par- 
lalo un uomo volgare e poco amante della sua patri». 
Ma Aldobrandino non era uomo si vile. Appena sentì 
che grassa oiTerta venivagli fatta, così prese a ragionare 
fra se medesimo: gli anziani del popolo. Ira i quali 
sono ancor io, fissarono ieri di rovinare quella fortezza, 
credendo di danneggiare in tal guisa i nemici, e questi 
invece, sospettando che noi volessimo lasciarla in piedi, 
si danno premura e scialacquano tesori per ottenerne 
la distruzione. Ciò dunque vuol dire che IVlutrone può 
essere di gran vantaggio per Firenze o per Lucca : i 
Pisani si arruballano tanto perchè sia demolito. 

Che fece dunque? Benché il giorno avanti egli pure 
avesse opinato K;he il forte si disfacesse, ritornò al con- 
siglio, e con belle ragioni e con calore di argomenti 
persuase del contrario gli anziani. E nota! poteva egli 
farsi bello co' magistrati e co' cittadini di questo suo 
disinteresse, raccontando dell' offerta eh' eragli stala 
fatta, e magnificando la grandezza dell'animo suo nel 
rigettarla. Ma no: tacque in consiglio la sua generosità, 
e per indurre nella sua opinione i colleghi addusse 
soltanto quelle ragioni, che gli parvero più convenienti 
e più adattate a sostenerla. Queste, popolo mio, sono 
le azioni veramente maravigliose; questi, questi sono 
gli esempi ai quali tu devi ispirarti, questi finalmente 
sono gli uomini, che meritano la stima di tutti, poiché 
c'insegnano a por sotto i piedi i nostri interessi e sa- 
crificare il proprio vantaggio, quando ne dovesse ve- 
nire anche il menomo danno alla patria. E deh! ne 
fossero molli di tali uomini in ogni città ! che sareb- 
bero ai giovani uno slimolo continuo all'esercizio della 
virtù, e modello vivo di quell'amore che ognuno deve 
nutrire per la gloria e la grandezza e la prosperità 
della patria. 

Giovanni V'illani storico fiorentino, da cui ho tolto 
questo fctUo , termina il suo racconto così: « Ne pare 
« d^na cosa di fare di lui memoria per dar buono 
e esempio ai nostri cittadini, che sono e che saranno, 

• d'essere leali a' loro comuni, e d'amar meglio la fama 
■ di virtù che la corrullibil pecunia. Il detto Aldo- 
« brandino poco tempo appresso morì in buona fama 
« per le sue virtuose opere falle per lo popolo e co- 
« mune di Firenze, i quali per non essere ingrati 
« fecero grande onore al suo corpo e a sua memo- 
« ria: a spese del comune fecero fare nella Chiesa di 

• S. Reparala (duomo di Firenze) un monumento di 
« marmo levato più che niun altro, e in quello scppel- 
« lirono il suo corpo a grande onore. » E. D. L. 



IL POETA K LA GLOIUA 

Con un grosso scartafaccio 
Penzolone sotto il braccio 
Un Poeta pìcn di boria 
Venne al tempio della Gloria; 
Picchiò all'uscio, e a un finestrino 
Fé' la Gloria capolino. 

- Chi è che picchia ? — Sono un Vale 

Con un fascio di Ballate, 

Due migliaia di Sonelli, 

Cento d'Opera Libretti, 

Che umilmenle io vi presento 

Per entrar — Dove? — Qui drenlo. 

- Ma di le, perdona, sai, 

Non intesi parlar mai. — 
— Eli! lo credo; le mie rime 
Io le scrissi in slil sublime; 
Perciò il mondo non m'ha inteso... 
Sono un Genio non compreso. 

Ho cantalo inni d'amore 
Alla donna del mio core, 
Ho cantalo i miei sospiri, 

I miei vergini deliri, 
Ho gridalo contro i rei 

Che ridean dei versi miei. — 

- Ma di patria l'aipor santo 

Non fu segno del tuo canto? 
Pel luo cielo, ppl tuo suolo 
Non Irovasli un inno solo ? 
Non hai lu resuscitalo 
Le memorie del passalo? — 

- Il passalo in vej-ilà 

Io Io lascio dove sia; 

II presente è troppo scuro, 
E parlando del futuro 
Capirete che un poeta 

Non può farla da profeta. — 

- Se il poeta, signorino, 

Non può farla da indovino, 
Può desiar negli altrui pelli 
Alti sensi e grandi alTelli: 
Ma chi spreca in vane fole 
L'armonia di sue parole, 

Chi alla patria, che l'invila, 
Non consacra ingegno e vita, 
Scriva pur volumi interi, 
Ma qui dentro entrar non speri — 
Disse, e in faccia al menestrello 
Chiuse irala lo sportello. — 



2M 



■ono saBiTfflIiipivrrtRAiio rd AansTico 



A qiiosrallo il buon figlinolo 
UesIÒ lì come un pinolo : 
Poi, com'uom dal sonno scosso. 
Mormorò lutto commosso : — 
Alla patria, che m'invila, 
Il mio ingegno e la mia \ila. 

E slancialo fuor del braccio 
Il suo grosso scarlafaccio, 
Il penlilo menestrello 
Tirò fuori un Eolfanello, 
E le mani si scaldò 
AI poetico falò. 

O Poeli, che sciupale 
In canore cicalate 
l.a bollente fantasia 
Che il destino \i largìa, 
Ricordale il zolfanello 
Del pentito menestrello! 

Arnaldo Fusinato. 



IL PROBLEMA DELL'EPOCA PRESENTE 

Consultiamo la politica, consultiamola come un ora- 
colo, davanti il quale l'economia politica piega la sua 
fronte, e dimandiamole qual è la grande questione del 
nostro tempo, quale causa tiene in sospeso tutti i popoli. 

La civiltà è un parto 4illa libertà. Da un mezzo 
secolo questo immenso lavoro ebbe già tre fasi, cia- 
scuna delle quali fu bastante a logorare un governo. Il 
primo di questi tre periodi , quello della repubblica 
francese, fu consacrato all'abolizione dei privilegi; 
quello dell'impero fu impiegato a inscrivere e formo- 
lare parlilamenle nelle leggi il principio dell'egua- 
glianza civile, e a portarne trionfalmente lo stendardo 
per tutta Europa; l'ultimo, quello della ristorazione, 
servi a fazionare la borghesia all'esercizio delle libertà 
politiche, b r avvezzò a prender parte nelle bisogne 
della ragione. Dal 1830 ebbe principio un allo nuovo 
che compierà l'opera. Trattasi di completare sotto gli 
aospicii della pace l'emancipazione della seconda metà 
del terzo stato, delle classi lavoratrici delle campagne 
e deNe città. 

Ecco il problema dell'epoca... 

biella fase finale e solenne della presente rivolu- 
zione francese, gli interessi materiali, dominio dell'e- 
conomia politica, divengono degni della più alla con- 
siderazione. Dal momento in cui si tratta delle classi 
lavoratrici, la libertà è strettamente legata agli interessi 
materiali. 

La definizione la più esatta e la più larga della li- 
bertà è questa: ella consiste nell'assicurare a ciascuno 
i mezzi di sviluppare le proprie facoltà e di esercitarle 
osi modo il più vantaggioso per sé e pel prossimo. De* 



finita in tal modo la libertà, ne risulta per conseguenza 
ch'ella non può sussistere senza l'appoggio degli in- 
teressi materiali. Infatti l'uomo che ha fame non è 
libero; non ha la disposizione delle sue facoltà; non 
può ne svilupparle, ne esercitarle. Moralmente si ab- 
brutisce, inlelleltiialmente cade nel torpore; la forza 
fisica slessa, la forza bruta gli vien meno. 

La faccia materiale della libertà potè rimaner velala 
sino al 1830; ora deve esser posta in luce con massima 
cura, perocché, prima del 1830, era principalmente 
l'una delle mela del terzo stalo, quella che era più vi- 
cina allo scopo che arrivò alla libertà. Dopo il 1830 
si Iraltò di ammellerne nella carriera la seconda metà. 
Ora a questa, allorché sorse la borghesia, non mancò 
per esser libera, cioè per avere il pieno uso delle proprie 
facoltà, fuorché di partecipare algoverno della nazione. 
Per lei l'alTrancamento stava nel togliere la direzione 
degli affari pubblici, le alte funzioni civili, militari e 
religiose dalle mani dei privilegiati che ne avevano il 
monopolio. Ricca e illuminata, capace di governarsi, 
ella voleva sottrarsi al regime del capriccio. Per le 
classi lavoratrici delle campagne e delle città, la libertà 
si presenta con un altro carattere, perché la più dura 
servitù alla quale queste classi siano sogeltate é la mi- 
seria; e di questa vuoisi prima di ogni cosa liberarle, 
essendo quella che più la travaglia, clie la melte nell' 
impossibilità di godere di tutti gli altri loro diritti, e 
che percuote di paralisi le loro più preziose facoltà. 

Alla borghesia del 1787 era perfettamente naturale 
il fare astrazione all' aspello materiale della libertà, 
perocché lungo i sette secoli che scorsero dopo la crea- 
zione dei comuni, ella aveva ammassato onorevolmente, 
col sudore della propria fronte, ciò che partorisce l'a- 
giatezza. Lasciatemi correre l'espressione, ella aveva il 
suo pan colto. La riforma, quale potè essere allora 
concepita dalla borghesia, era quella che conveniva ad 
uomiui che non avevano né fame, né sete, né freddo. 
.Ma quando trattasi delle classi lavoratrici , bisogna 
dire ch'esse sono il bersaglio di tulli i mali, e non è 
superfiuo il soggiungere che tarda loro di cangiare di 
condizione, e ch'esse lo meritano, poiché aspirano al 
miglioramento col lavoro. 



BELLE ARTI 

LA PITTURA SUL VETRO 

I. 

La cattedrale gotica è la vera chiesa del callolicismo. 
Colle sue proporzioni maestose e ardite, colle sue co- 
rone di colonnelle, colle sue finestre ad arco acuto, 
colle sue pareti seminate di arabeschi e di simboliche 
sculture, co' suoi mostri dalla bocca spalancata, colte 
sue torricelle svelle e leggerissime che sembrano reg- 
gersi per nuracolo, ella forma un assieme armonioso 
che rappresenta raaravigliosamenle la grandezza della 



tCKKtà «ACCOLTA DI OTILI S 8VARIATB NOZIONI 



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religione cattolica, la sua poesìa, la sua uailà, i suoi 
misteri e la sua intera confidenza nei disegni provi- 
denziali. E. un tipo che r